EMR 198
L’Evangelo come mi è stato rivelato
Dettaglio
Oltre a Giovanni, Giuda e Pietro, gli altri apostoli non sono nominati da Maria. Tuttavia, sono presenti.
Note del tema
Comfort di lettura
EMR 198
Oltre a Giovanni, Giuda e Pietro, gli altri apostoli non sono nominati da Maria. Tuttavia, sono presenti.
EMR 198.1-4 · Volume 3
Attraverso alla ombrosa strada che congiunge il monte degli Ulivi a Betania – e potrei dire che il monte giunge con le sue propaggini verdi sino alle campagne di Betania – Gesù coi suoi cammina sollecito verso la città di Lazzaro.
E non vi è ancora entrato che viene riconosciuto, e volontarie staffette corrono in tutti i sensi ad avvertire della sua venuta. Per cui ecco accorrere Lazzaro e Massimino da un lato, Isacco con Timoneo e Giuseppe dall’altro, terza viene Marta con Marcella che alza il suo velo per curvarsi a baciare la veste di Gesù, e subito dopo accorrono Maria d’Alfeo e Maria Salome che venerano il Maestro e poi si abbracciano i figli; e mentre il piccolo Jabé, sempre per mano di Gesù, sballottato da tutti questi irruenti arrivi, osserva stupefatto, e Giovanni di Endor, sentendosi estraneo, si ritira in fondo al gruppo, in disparte, ecco farsi avanti, sul sentiero che conduce alla casa di Simone, la Madre.
Gesù abbandona la mano di Jabé e dolcemente respinge gli amici per affrettarsi verso di Lei. Le note parole rompono l’aria, squillando come un assolo d’amore sul brusio della folla:
«Figlio!», «Mamma!». Si baciano, e nel bacio di Maria è l’affanno di chi ha temuto per tanto tempo ed ora, nello sciogliersi del terrore che l’ha tenuto, sente la stanchezza dello sforzo fatto, misura in tutta l’estensione il pericolo in cui è incorso… Gesù la carezza, Lui che comprende, e dice: «Oltre il mio angelo avevo il tuo, Madre, a vegliarmi. Non poteva accadermi nulla di male».
«Ne sia data lode al Signore. Ma ho tanto sofferto!».
«Volevo venire più sollecito, ma ho dovuto fare altra via per ubbidire a te. E bene fu, perché il tuo comando, Madre mia, come sempre è fiorito in bene».
«La tua ubbidienza, Figlio!».
«Il tuo comando sapiente, Madre…».
Si sorridono come due innamorati. Ma è possibile che questa Donna sia Madre di quest’Uomo? Dove sono i sedici anni di differenza? La freschezza e la grazia del volto e del corpo verginale fanno di Maria la sorella del suo Figlio, che è nella pienezza della sua bellissima virilità.
«Non mi chiedi perché è fiorito in bene?», chiede Gesù sempre sorridendo.
«So che il mio Gesù non mi tiene nascosto nulla».
«Mamma cara!». La bacia ancora… La gente si è tenuta lontana qualche metro e mostra di non osservare la scena. Ma scommetto che non c’è uno, di tutti questi occhi che pare guardino altrove, che non sbirci la dolce scena.
198.2
Quello che guarda più di tutti è Jabé, che Gesù ha lasciato andare quando è corso ad abbracciare sua Madre e che è rimasto solo, perché nell’affollarsi delle domande e delle risposte l’attenzione è distratta dal povero bambino… Guarda, guarda, poi china il capo, lotta con il pianto… ma infine non ce la fa e scoppia in pianto, gemendo: «Mamma! Mamma!».
Tutti, Gesù e Maria per i primi, si volgono, e tutti cercano riparare o sapere chi è il bambino.
Maria d’Alfeo accorre, e accorre Pietro – erano insieme – dicendo entrambi: «Perché piangi?».
Ma prima che fra il suo grande pianto Jabé possa trovare fiato per parlare, è accorsa Maria e lo ha preso in braccio dicendo:
«Sì, figliolino mio, la Mamma! Non piangere più… e scusa se non ti ho visto prima. Ecco, amici, il mio figliolino…». Si capisce che Gesù, nel fare i pochi metri, le deve avere detto: «È un orfanello che ho preso con Me». Il resto lo ha intuito Maria.
Il bambino piange ancora, ma meno desolatamente, e posto che Maria lo tiene in braccio e lo bacia, finisce col sorridere col visetto ancora lavato di pianto.
«Vieni che ti asciugo tutte queste lacrime. Non devi piangere più! Dàmmi un bacio…».
Jabé… non chiedeva che quello, e dopo tante carezze di uomini barbuti si crogiola tutto nel baciare la guancia liscia di Maria.
198.3
Ma Gesù ha cercato e scorto Giovanni di Endor e lo va a prendere nel suo angolino remoto. E mentre tutti gli apostoli salutano Maria, Gesù viene a Lei tenendo per mano Giovanni di Endor e dice: «Ecco, Madre, l’altro discepolo. Questi due figli ti ha ottenuto il tuo comando».
«La tua ubbidienza, Figlio», ripete Maria e poi saluta l’uomo dicendo: «La Pace è con te».
L’uomo, il rude, inquieto uomo di Endor, che tanto si è già mutato da quel mattino in cui il capriccio dell’Iscariota ha portato Gesù a Endor, finisce di spogliarsi del suo passato mentre si inchina a Maria. Io credo sia così, tanto il volto che si rialza dopo il profondo inchino appare sereno, veramente «pacificato».
Si avviano tutti verso la casa di Simone: Maria con Jabé in braccio, Gesù tenendo per mano Giovanni di Endor e poi, intorno e dietro, Lazzaro e Marta, gli apostoli con Massimino, Isacco, Giuseppe, Timoneo.
EMR 198.4 · Volume 3
Si avviano tutti verso la casa di Simone: Maria con Jabé in braccio, Gesù tenendo per mano Giovanni di Endor e poi, intorno e dietro, Lazzaro e Marta, gli apostoli con Massimino, Isacco, Giuseppe, Timoneo.
Entrano nella casa sulla cui soglia il vecchio servo di Simone venera Gesù e il suo padrone.
«La pace a te, Giuseppe, e a questa casa», dice Gesù alzando la mano a benedire dopo averla posata sulla testa bianca del vecchio servitore.
Lazzaro e Marta, dopo la prima gioia, sono un poco tristi, e Gesù chiede: «Perché, amici?».
«Perché Tu non sei con noi, e perché tutti vengono a Te meno l’anima che vorremmo fosse tua».
«Fortificate pazienza, speranza e preghiera. E poi, Io sono con voi. Questa casa!… Questa casa non è che il nido da cui il Figlio dell’uomo volerà ogni giorno dai cari amici, così vicini nello spazio, ma, se si considera la cosa soprannaturalmente, infinitamente più vicini nell’amore. Voi siete nel mio cuore ed Io sono nel vostro. Si può essere più vicini di così? Ma questa sera staremo insieme. Vogliate sedervi alla mia tavola».
EMR 198.9 · Volume 3
Isacco racconta quanto ha potuto sapere del Battista. C’è chi lo dice in Macheronte e chi a Tiberiade. I discepoli non sono ancora tornati… «Ma non lo avevano seguito?».
«Sì. Ma presso Doco i catturatori traversarono il fiume col prigioniero e non si sa se poi sono risaliti al lago o scesi a Macheronte. Giovanni, Mattia e Simeone si sono sguinzagliati per sapere e non lo abbandoneranno certo».
«E tu, Isacco, non mi abbandonerai certo questo nuovo discepolo. Per ora sta con Me. Voglio faccia la Pasqua con Me».
«Io la farò in Gerusalemme, in casa di Giovanna. Mi ha visto e mi ha offerto una stanza per me e i compagni. Vengono tutti, quest’anno. E saremo con Gionata».
«Anche quelli del Libano?».
«Anche. Ma non potranno forse venire i discepoli di Giovanni».
«Vengono quelli di Giocana, lo sai?».
«Davvero? Starò alla porta, presso i sacerdoti che immolano. Li vedrò e li porterò con me».
«Attendili proprio per l’ultima ora. Non hanno che tempo misurato. Ma hanno l’agnello».
«Io pure. Splendido. Me lo ha dato Lazzaro. Immoleremo questo, e l’altro, il loro, servirà loro per il ritorno».
I pastori del Libano, cioè Daniele e Beniamino.
EMR 198.11 · Volume 3
…È notte fatta quando Gesù può parlare in pace con la Madre. Sono saliti sulla terrazza e, seduti su un sedile, l’uno presso l’altra, con la mano nella mano, si parlano e si ascoltano.
Prima è Gesù che narra le cose avvenute. Poi è Maria che dice: «Figlio, dopo la tua partenza, subito dopo, è venuta da me una donna… Ti cercava. Una grande miseria. E una grande redenzione. Ma questa creatura ha bisogno del tuo perdono per essere tenace nella sua risoluzione. L’ho affidata a Susanna dicendo che era una tua guarita. È vero. L’avrei potuta tenere con me se la nostra casa non fosse un mare ormai, dove tutti fanno vela… e molti con malvagi intenti. E la donna ha ribrezzo del mondo, ormai. Vuoi sapere chi è?».
«Un’anima è. Ma dimmi il nome, perché Io la possa accogliere senza errore».
«Aglae è. La romana, mima e peccatrice, che Tu hai cominciato a salvare ad Ebron, che ti ha cercato e trovato all’Acqua Speciosa, che per la sua rinata onestà ha già sofferto. Quanto!… Mi ha detto tutto… Che orrore!…».
«Il suo peccato?».
«Questo e… direi più ancora: che orrore è il mondo! Oh! Figlio mio! Diffida dei farisei di Cafarnao! Di questa infelice si volevano servire per nuocerti. Anche di questa…».
«Lo so, Madre… Dove è Aglae?».
«Giungerà con Susanna avanti la Pasqua».
«Va bene. Io le parlerò. Sarò qui ogni sera e, meno quella pasquale che consacrerò alla famiglia, l’attenderò. Non hai che da trattenerla, se viene. È una grande redenzione, lo hai detto. E così spontanea! In verità ti dico che in pochi cuori il mio seme attecchì con la forza con cui attecchì su questo terreno infelice. E dopo ne aiutò la crescita, fino a completa formazione, Andrea».
«Me lo ha detto».
«Madre, che hai provato avvicinando quella rovina?».
«Ribrezzo e gioia. Mi pareva di essere sull’orlo di un abisso d’inferno, ma insieme mi sentivo trasportare nell’azzurro. Come sei Dio, mio Gesù, quando compi di questi miracoli!».
Restano zitti, sotto le stelle luminosissime e nel biancore di un quarto di luna già tendente ad essere piena. Zitti, amandosi e riposandosi l’uno nell’amore dell’altra.
EMR 199.1 · Volume 3
La mattinata splendida invita veramente a passeggiare lasciando i letti e le case, e gli abitanti della casa dello Zelote, come tante api al primo sole, sorgono molto presto ed escono a respirare l’aria pura nel frutteto di Lazzaro che circonda la casetta ospitale. Presto si aggiungono anche quelli che sono ospitati da Lazzaro, ossia Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Andrea e Giacomo di Zebedeo. Il sole entra festoso per tutte le finestre e porte spalancate, e le stanze, semplici e linde, si ve stono di una tinta d’oro che avviva i colori delle vesti e fa più lucenti i colori dei capelli e delle pupille.
Maria d’Alfeo e Salome sono intente a servire questi uomini dal gagliardo appetito. Maria invece sta sorvegliando un servo di Lazzaro che mette in ordine i capellucci di Margziam pareggiandoli con più sapienza di quanto non avesse fatto il suo primo parrucchiere.
EMR 199.2 · Volume 3
«Come ti chiami?».
«Marjziam».
«Ah! già! Ma benedetta la mia Maria! Poteva metterti un nome più facile!».
«È quasi come il suo!», esclama Salome.
«Sì. Ma il suo è più semplice. Non ci sono quelle tre lettere al centro… Tre sono troppe…».
È entrato l’Iscariota e dice: «Ha messo il nome esatto nel suo significato, secondo l’antica lingua incorrotta».
«Va bene. Ma è difficile, e io ne levo una e dico Marziam. È più facile e non cascherà il mondo per questo. Vero, Simone?».
Pietro, che sta passando davanti alla finestra parlando con Giovanni di Endor, si affaccia e dice: «Che vuoi?».
«Dicevo che io il bambino lo chiamo Marziam. È più facile».
«Hai ragione, donna. Se la Madre me lo permette, lo chiamo anche io così. Ma come stai bene! Però anche io, eh? Guardate!». Infatti è tutto spazzolato, sbarbato sulle guance, con capelli e barba regolati, unti, la veste senza sgualciture, i sandali che sembrano nuovi tanto sono mondi e lucidati con non so che. Le donne lo ammirano ed egli ride contento.
Il bambino ha finito il suo pasto ed esce per andare dal suo grande amico, che egli chiama sempre: «Padre».
Marie d'Alphée chiede al giovane Marziam come si chiama.
"Come ti chiami?
- Marziam.
- Capisco! Ma la mia benedetta Maria avrebbe potuto darti un nome più facile!
- È quasi il suo! esclama Salomé.
- Sì, ma il suo è più semplice. Non ha quelle tre consonanti in mezzo... Tre sono troppe...". MaRGZiam, semplificato in Marziam nella nuova traduzione in accordo con quanto espresso da Maria di Alfeo e Pietro nel resto del testo.
"Prese il nome esatto per quello che significava, in accordo con la lingua antica". Senza dubbio l'ebraico, dato che l'aramaico (una lingua strettamente correlata) era diventato la lingua comune al tempo di Gesù. Questa vicinanza è perfettamente colta nella riflessione di Salomè. Conosciamo questa vicinanza anche dalla preghiera di Gesù sulla croce: Elôi, elôi, lama sabachthani, una citazione aramaica che è leggermente diversa in Matteo 27,46 e in Marco 15,34. Questa vicinanza non esclude però le differenze, poiché il capitolo 8 del libro di Neemia riferisce che gli esuli che tornavano a Gerusalemme sentivano leggere la Torah "nella lingua antica", ma non la capivano: bisognava tradurla.
EMR 199.3 · Volume 3
Ecco Gesù che viene dalla casa di Lazzaro insieme allo stesso, e al bambino che gli corre incontro dice: «La pace fra noi, Marjziam. Diamoci il bacio di pace».
Lazzaro, salutato dal bambino, lo carezza e gli dà un dolcetto.
Tutti si riuniscono intorno a Gesù. Anche Maria, rivestita di una veste di lino color turchese su cui è drappeggiato il mantello più scuro, viene verso suo Figlio sorridendo.
«Possiamo andare, allora», dice Gesù. «Tu, Simone, colla Madre mia e il bambino, se proprio vuoi spendere anche ora che Lazzaro ha provveduto».
«Ma certo! E poi… potrò dire di avere potuto per una volta camminare al fianco di tua Madre. Grande onore».
«E allora vai. Tu, Simone, mi accompagnerai dai tuoi amici lebbrosi…».
«Davvero, Maestro? Allora se permetti vado avanti di corsa, a radunarli… Mi raggiungerai. Tanto lo sai dove sono…».
«Va bene. Vai. Gli altri facciano quello che credono. Siete tutti liberi fino a mercoledì mattina. All’ora di terza tutti alla porta Dorata».
«Io vengo con Te, Maestro», dice Giovanni.
«Io pure», dice Giacomo suo fratello.
«Ed anche noi», dicono i due cugini.
«Vengo anche io», dice Matteo e con lui lo dice Andrea.
«E io? Vorrei venire anche io… ma se vado per le spese non posso venire…», dice Pietro, preso fra due voglie.
«Si può fare. Prima si va dai lebbrosi, intanto mia Madre col bambino va in una casa amica di Ofel. Poi la raggiungiamo e tu vai con Lei, mentre Io e gli altri andiamo da Giovanna. Ci riuniremo al Getsemnì per il cibo, e poi verso il tramonto torneremo qui».
«Io, se permetti, vado da alcuni amici…», dice Giuda Iscariota.
«Ma l’ho detto. Fate quello che credete».
«Allora io andrò dai parenti. Forse è già venuto mio padre.
Se c’è te lo conduco», dice Tommaso.
«Noi due, che dici Filippo? Si potrebbe andare da Samuele».
«Ben detto», risponde questo a Bartolomeo.
«E tu, Giovanni?», chiede Gesù all’uomo di Endor. «Preferisci rimanere qui per sistemare i tuoi libri o venire con Me?».
«Veramente preferirei venire con Te… I libri… mi piacciono già meno. Preferisco leggere Te, Libro vivente».
«Allora vieni. Addio, Lazzaro, a…».
«Ma vengo anche io. Le gambe stanno un poco meglio e ti lascerò, dopo i lebbrosi, andando al Getsemnì ad attenderti».
«Andiamo. La pace a voi, donne».
Fino alle vicinanze di Gerusalemme stanno tutti uniti. Poi si separano, andando l’Iscariota per conto suo, entrando in città probabilmente da quella porta che è verso la torre Antonia; mentre Tommaso, con Filippo e Natanaele, fanno ancora qualche decina di metri con Gesù e i compagni e poi entrano in città dal sobborgo di Ofel, insieme a Maria e al bambino.
Tu, Simone, mi accompagnerai dai tuoi amici lebbrosi... Simone lo Zelota è un ex lebbroso, guarito da Gesù.
Siete tutti liberi fino a mercoledì mattina. All'ora della tregua, tutti si recano alla Porta d'Oro. Questa porta conduce direttamente al Tempio da Betania e dal Getsemani.
Nel frattempo, mia Madre e il bambino vanno in una casa amica a Ophel. Questo quartiere è a sud del Tempio e quindi a est della città.
Cosa ne pensi, Filippo, del fatto che noi due andiamo a casa di Samuele? Probabilmente Samuele, il fidanzato di Annalia.
Probabilmente entra in città dalla porta vicino alla Torre Antonia. La porta dei Pesci.
EMR 199.4-5 · Volume 3
«E ora andiamo da questi infelici!», dice Gesù e volgendo le spalle alla città va verso un luogo desolato, situato sulle pendici di un colle roccioso che è fra le due strade che da Gerico portano a Gerusalemme. Uno strano luogo fatto come a gradinate, dopo la prima salita sulla quale si inerpica un sentiero, di modo che il primo balzo è sopraelevato a picco per almeno tre metri sul sentiero, e così il secondo. Arido, morto… Tristissimo.
«Maestro», grida Simone lo Zelote, «sono qui. Fermati che ti insegno la via…»; e lo Zelote, che si era addossato alla roccia per avere un poco d’ombra, viene avanti e conduce Gesù per un sentiero a gradini diretto verso il Getsemani, ma separato da questo dalla strada che dal monte Uliveto va a Betania.
«Eccoci. Fra i sepolcri di Siloan io vissi, e qui ci sono i miei amici. Parte di essi. Gli altri sono a Ben Innom, ma non possono venire… Dovrebbero traversare la strada e sarebbero visti».
«Andremo anche da loro».
«Grazie! Per loro e per me».
«Ve ne sono molti?».
«L’inverno ha ucciso i più. Ma qui ce ne sono ancora cinque di quelli ai quali io avevo parlato. Ti attendono. Eccoli sull’orlo del loro ergastolo…».
Saranno una diecina di mostri. Dico «saranno» perché, se cinque sono ben visibili, in piedi, gli altri, e per il grigiore della pelle e per la deformità del volto e per il loro sporgere appena dalla sassaia, si distinguono così male che potrebbero essere più come meno. Fra quelli in piedi vi è una sola donna. La dicono tale solamente i capelli incanutiti e incolti che cadono duri e sporchi giù per le spalle sino alla cintura. Ma per il resto non si distingue il sesso, perché la malattia, ben avanzata, l’ha scheletrita annullando ogni curva femminile, così come negli uomini uno solo mostra ancora una traccia di baffi e barba. Gli altri sono stati rasati dal morbo distruttore.
Gridano: «Gesù, Salvatore nostro, pietà di noi!», e tendono le mani deformi o impiagate. «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà!».
«Che volete che Io vi faccia?», chiede Gesù alzando il volto verso quelle miserie.
«Che Tu ci salvi dal peccato e dalla malattia».
«Dal peccato salva la volontà e il pentimento…».
«Ma, se Tu vuoi, puoi cancellare i nostri peccati. Quelli almeno, se non vuoi guarire i nostri corpi».
«Se Io vi dico: “Scegliete fra le due cose”, quale volete?».
«Il perdono di Dio, Signore. Per essere meno desolati».
Gesù fa un cenno d’approvazione, sorridendo luminosamente, e poi alza le braccia e grida: «Siate esauditi. Lo voglio».
Esauditi! Può essere per il peccato come per la malattia, o per tutte e due le cose, e i cinque infelici restano incerti. Ma incerti non sono gli apostoli, e non possono che urlare il loro osanna vedendo la lebbra sparire rapida come sparisce il fiocco di neve caduto su un fuoco. E allora i cinque comprendono di essere stati esauditi completamente. Il loro grido risuona come uno squillo di vittoria. Si abbracciano fra di loro e gettano baci a Gesù non potendo precipitarsi ai suoi piedi, e poi si volgono ai compagni dicendo: «E voi non volete ancora credere? Ma che infelici siete?».
«Buoni! Siate buoni! I poveri fratelli hanno bisogno di pensare. Non dite loro nulla. La fede non si impone, si predica con pace, dolcezza, pazienza, costanza. Quello che voi farete dopo la vostra purificazione, come Simone fece con voi. Del resto, il miracolo predica già di suo. Voi, guariti, andrete dal sacerdote al più presto. Voi, malati, attendeteci a sera. Vi porteremo cibarie. La pace sia con voi».
Gesù scende di nuovo sulla via seguito dalle benedizioni di tutti.
199.5
«Ed ora andiamo a Ben Hinnom», dice Gesù.
«Maestro… io vorrei venire. Ma comprendo che non posso.
Vado al Getsemani», dice Lazzaro.
«Vai, vai, Lazzaro. La pace sia con te».
Mentre Lazzaro lentamente si avvia, Giovanni apostolo dice: «Maestro, io lo accompagno. Fa fatica e la stradetta non è molto buona. Poi ti raggiungo a Ben Hinnom».
«Vai pure. Andiamo».
Passano il Cedron, costeggiano il lato sud del monte Tofêt e entrano nella valletta tutta sparsa di sepolcri e di lordure, senza un albero, senza uno schermo al sole, che su questo lato meridionale si abbatte con tutti i suoi fuochi e arroventa il pietrame di questi nuovi scaglioni d’inferno, alla base dei quali fumano incendi puteolenti che aumentano il calore. E dentro a questi sepolcri, simili a forni crematori, vi sono dei poveri corpi che si consumano… Siloan sarà brutto nell’inverno, umido come è, e volto quasi a settentrione. Ma questo deve essere tremendo in estate… Simone lo Zelote getta un urlo di richiamo, e prima tre, poi due, poi uno e un altro ancora vengono, come possono, fino al limite prescritto. Qui vi sono due donne, e una ha per mano un orrore di bambino che la lebbra ha preso specialmente nel viso. È già cieco…
E vi è un uomo dall’aspetto nobile, nonostante la misera sua condizione. Prende la parola per tutti: «Sia benedetto il Messia del Signore, che è sceso nella nostra Geenna per trarre da essa coloro che sperano in Lui. Salvaci, Signore, ché noi periamo! Salvaci, Salvatore! Re della stirpe di Davide, Re d’Israele, pietà dei tuoi sudditi. Oh! Germoglio della stirpe di Jesse, di cui è detto che nel tuo tempo non vi sarà più male, stendi la tua mano a raccogliere questi avanzi del tuo popolo. Fai sparire da noi questa morte, asciuga le nostre lacrime, perché così è detto di Te. Chiamaci, Signore, ai tuoi pascoli prelibati, alle tue dolci acque, ché sitibondi siamo. Portaci sulle eterne colline dove non è più colpa e dolore. Abbi pietà, Signore…».
«Chi sei?».
«Giovanni, uno del Tempio. Contaminato forse da un lebbroso. Da poco, e Tu lo vedi, la malattia è su me. Ma questi!… Vi è chi attende la morte da anni, e questa fanciullina vi è da quando ancor non camminava. Non sa che sia il creato di Dio. Quanto conosce o quanto ricorda delle meraviglie di Dio sono questi sepolcri, questo sole spietato e le stelle della notte. Pietà per i colpevoli e per gli innocenti, Signore, Salvatore nostro».
Si sono tutti inginocchiati tendendo le mani.
Gesù piange su tanta miseria e poi apre le braccia gridando:
«Padre, Io lo voglio: salute, vita, vista e santità su loro». Resta a braccia aperte pregando intensamente con tutto il suo spirito. Pare affinarsi e alzarsi nella preghiera, fiamma d’amore, bianca e potente fra il potente oro del sole.
«Mamma, io vedo!», è il primo grido, e ad esso corrisponde l’urlo della madre che si stringe al cuore la sua bambina guarita, e poi quello degli altri e degli apostoli… Il miracolo è compiuto.
«Giovanni, tu sacerdote, guiderai i compagni nel rito. La pace sia con voi. A voi pure porteremo cibo verso sera». Benedice e fa per avviarsi.
Ma il lebbroso Giovanni grida: «Sui tuoi passi io voglio venire. Dimmi che devo fare, dove andare per predicare di Te!».
«In questa terra desolata e nuda che ha bisogno di convertirsi al Signore. Sia la città di Gerusalemme il tuo campo. Addio».
Simone lo Zelota chiese a Gesù di andare nella Valle della Morte, dove c'erano dei lebbrosi.
E Simone, che si era appoggiato alla roccia per trovare un po' d'ombra, si fa avanti e conduce Gesù lungo un sentiero a gradini che porta al Getsemani, ma è separato da esso dalla strada che dal Monte degli Ulivi porta a Betania. Segue il disegno di Maria Valtorta, che qui riproduciamo. L'autrice ha posto al centro il "piccolo monte", sulla cui sommità ha scritto tre volte "lebbroso". A nord c'è il "Getsemani", da cui ha scritto "La strada più breve per Betania e Gerico". Sull'altro lato, ha scritto a matita: "Il Monte degli Ulivi è qui". A ovest fece scorrere il "Kidron", oltre il quale tracciò "La strada più lunga per Betania e Gerico".
Così è per gli uomini, di cui solo uno ha un residuo di baffi e barba. Gli altri sono stati rasati da questa malattia distruttiva. Zaccaria il lebbroso. Cfr. EMV 417,2.
EMR 199.6 · Volume 3
Pietro se ne va felice con Maria. Tengono tutti e due il bambino per mano e sembrano una famigliola felice. Molti si volgono a guardarli. Gesù osserva il loro andare con un sorriso.
«Simone è felice!», esclama lo Zelote.
«Perché sorridi, Maestro?», chiede Giacomo di Zebedeo.
«Perché vedo in quel gruppo una grande promessa».
«Quale, Fratello? Che vedi?», domanda il Taddeo.
«Vedo questo: che potrò andarmene tranquillo, quando sarà l’ora. Non devo temere per la mia Chiesa. Allora sarà piccola ed esile come Margziam. Ma ci sarà mia Madre a tenerla per mano così e a farle da Madre; e ci sarà Pietro a farle da padre. Nella sua mano onesta e callosa posso mettere senza preoccupazione la mano della mia nascente Chiesa. Egli le darà la forza della protezione sua. Mia Madre la forza del suo amore. E la Chiesa crescerà… come Margziam… È veramente il bambinosimbolo! Dio benedica mia Madre, il mio Pietro, e il loro e nostro bambino! Andiamo ora da Giovanna…»…