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Note del tema

Libri poetici e sapienziali

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Comfort di lettura

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EMR 174.13 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Dove si annida adulterio? Dove corruzione di fanciulle? Chi ha due o tre letti di licenza, oltre il proprio di sposo, e su essi profonde il suo denaro e la vigoria di un corpo che Dio gli ha dato sano perché lavori per la sua famiglia e non si spossi in luridi connubi che lo mettono al disotto di una bestia immonda?

Avete udito che fu detto: “Non commettere adulterio”. Ma Io vi dico che chi avrà guardato una donna con concupiscenza, che chi è andata ad un uomo col desiderio, anche solo con questo, ha già commesso adulterio nel suo cuore. Nessuna ragione giustifica la fornicazione. Nessuna. Non l’abbandono e il ripudio di un marito. Non la pietà verso una ripudiata. Avete un’anima sola. Quando essa è congiunta ad un’altra per patto di fedeltà, non menta. Altrimenti il bel corpo per cui peccate andrà seco voi, anime impure, nelle fiamme inesauste. Mutilatelo piuttosto, ma non l’uccidete in eterno dannandolo. Tornate uomini, voi ricchi, sentine verminose di vizio, tornate uomini per non fare ribrezzo al Cielo…

EMR 188.1-3.5-6 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Il Thabor è ora alle spalle dei camminatori. Già superato. Per una pianura chiusa fra questo monte ed un altro che è in faccia, il gruppo cammina, parlando dell’ascensione fatta da tutti, per quanto sembra che in principio i più anziani se ne volessero risparmiare. Ma ora sono contenti di essere andati là in cima.

Il cammino è facile perché si è su una via maestra abbastanza comoda. L’ora è fresca perché ho l’impressione che abbiano pernottato sulle pendici del Tabor.

«Quello è Endor», dice Gesù accennando un povero paese aggrappato alle prime elevazioni di quest’altro gruppo montano. «Ci vuoi proprio andare?».

«Se mi vuoi fare contento…», risponde l’Iscariota[1].

«E andiamo allora».

«Ma ci sarà molto da camminare?», chiede Bartolomeo che per l’età non deve essere molto voglioso di escursioni panoramiche.

«Oh! no! Ma se volete rimanere…», dice Gesù.

«Sì, sì! Rimanete pure. Mi basta andare col Maestro», si affretta a dire Giuda di Keriot.

«Ecco, io vorrei sapere cosa c’è di bello da vedere, prima di decidere… In cima al Tabor abbiamo visto il mare, e dopo il discorso del ragazzo devo confessare che l’ho visto per bene per la prima volta e l’ho visto come vedi Tu: col cuore. Qui… vorrei sapere se c’è da imparare qualche cosa, e allora vengo anche se devo fare fatica…», dice Pietro.

«Li senti? Tu non hai ancora detto le tue intenzioni. Per gentilezza verso i compagni, dille ora», invita Gesù.

«Non è a Endor che Saul volle andare[2] per consultare la pitonessa?».

«Sì. Ebbene?».

«Ebbene, Maestro, mi piacerebbe andare in quel luogo e sentire da Te parlare di Saul».

«Oh! allora ci vengo anche io!», esclama Pietro entusiasta.

«E allora andiamo».

Fanno a passo svelto l’ultimo tratto di via maestra e poi la lasciano per una via secondaria che porta diritta a Endor.

188.2

È un povero luogo, come ha detto Gesù. Le case sono abbarbicate alle pendici che dopo, oltre il paese, si fanno più aspre. Povera gente le abita. Per lo più i cittadini devono esercitare la pastorizia su per i pascoli del monte e fra i boschi di querce secolari. Pochi campicelli di orzo, o simile biada, nei ritagli propizi, e delle piante di melo e di fico. Poche viti intorno alle case, a fare un poco di decorazione sulle muraglie, oscure come questo fosse un posto piuttosto umido.

«Ora domanderemo dove era il luogo della maga», dice Gesù. E ferma una donna che torna con le anfore dalla fontana.

Questa lo guarda curiosamente, poi risponde sgarbata:

«Non so. Ho ben altre cose, più importanti, io, di queste fole!», e lo pianta in asso.

Gesù si rivolge ad un vecchietto che intaglia un pezzo di legno.

«La maga?… Saul?… E chi se ne occupa più? Però, aspetta… C’è uno che ha studiato e forse saprà… Vieni».

E il vecchietto arranca su per una vietta sassosa fino ad una casa molto misera e molto sciatta. «Sta qui. Ora entro e lo chiamo».

Pietro, accennando a del pollame che razzola in un cortiletto sudicio, dice: «Questo uomo non è israelita». Ma non dice altro, perché torna il vecchietto seguito da un uomo guercio, sporco e disordinato, come tutto quanto è della sua casa.

Il vecchietto dice: «Vedi? Quest’uomo dice che è là, oltre quella casa diroccata. Un sentiero, poi un ruscello, poi un bosco e delle caverne; la più alta, quella che mostra ancora delle mura diroccate sul suo fianco, è quella che cerchi. Non hai detto così?».

«No. Hai tutto confuso. Andrò io con questi stranieri». L’uomo ha una voce aspra e gutturale, il che aumenta il senso di disagio.

188.3

Si incammina. Pietro, Filippo e Tommaso fanno segni su segni a Gesù perché non vada. Ma Gesù non dà retta. Cammina con Giuda, dietro all’uomo, e gli altri lo seguono… di malavoglia. (...)

188.5

Arrivano ad una spelonca che è fatta di macerie crollate e di caverne nel monte. L’uomo cerca di fare ferma la voce e dice: «Ecco, è qui. Entra pure».

«Grazie, amico. Sii buono».

L’uomo non dice nulla e resta dove è, mentre Gesù coi suoi, superando pietroni che certo erano pezzi di muraglie ben robuste, disturbando ramarri e altre brutte bestie, entrano in una vasta grotta affumicata sulle cui pareti, graffiti nel masso, sono ancora segni dello zodiaco e simili storie. In un angolo affumicato vi è una nicchia e, sotto, un buco come fosse un tombino per lo scolo di liquidi. I pipistrelli decorano il soffitto dei loro grappoli che fanno ribrezzo, e un gufo, disturbato dalla luce di un ramo che Giacomo ha acceso per vedere se calpestano scorpioni o aspidi, si lamenta sbattendo le ali ovattate e stringendo gli occhiacci feriti dalla luce. È proprio appollaiato nella nicchia, e un fetore di topi morti, di donnole, di uccelli in putrefazione fra i suoi piedi, si mescola all’odore dello sterco e del suolo umido.

«Un bel posto in verità!», dice Pietro. «Era meglio il tuo Tabor e il mare, ragazzo!». E poi, volgendosi a Gesù: «Maestro, accontenta presto Giuda perché qui… non è certo la sala regale di Antipa!».

«Subito. Che vuoi sapere di preciso?», chiede a Giuda di Keriot.

«Ecco… Vorrei sapere se e perché Saul ha peccato venendo qui… Vorrei sapere se è possibile che una donna possa evocare i morti. Vorrei sapere se… Oh! insomma, parla Tu. Io ti farò domande».

«Affare lungo! Andiamo almeno lì fuori, al sole, sui massi… Ci salveremo dall’umido e dal fetore», prega Pietro.

E Gesù acconsente. Si siedono come possono sulle muraglie crollate.

«Il peccato di Saul non è stato che uno dei peccati dello stesso. Fu preceduto e seguito da molti altri. Tutti gravi. Ingratitudine duplice verso Samuele che lo unge re e che si eclissa poi per non dividere col re l’ammirazione del popolo. Ingrato più volte verso Davide che lo libera da Golia, che lo risparmia nella caverna di Engaddi e ad Achila. Colpevole di multiple disubbidienze e di scandalo nel popolo. Colpevole di avere addolorato Samuele suo benefattore mancando alla carità. Colpevole di gelosia e di attentati verso Davide, altro suo benefattore, e infine del delitto commesso qui».

«Contro chi? Non vi ha ucciso nessuno».

«La sua anima ha ucciso, ha finito di uccidere, qui dentro.

188.6

Perché abbassi il capo?».

«Penso, Maestro».

«Pensi. Lo vedo. Che pensi? Perché sei voluto venire? Non per pura curiosità di studioso, confessalo».

«Sempre si sente parlare di maghi, di negromanzie, di spiriti evocati… Volevo vedere se scoprivo qualcosa… Mi piacerebbe sapere come avviene… Penso che noi, destinati a stupire per attirare, dovremmo essere un poco negromanti. Tu sei Tu e fai col tuo potere. Ma noi dobbiamo chiederlo un potere, un aiuto, per fare opere strane, che si impongano…».

«Oh! ma sei folle? Ma che dici?», urlano in molti.

«Tacete. Lasciatelo parlare. Non è follia la sua».

«Sì, insomma mi pareva che, venendo qui, qualche poco della magia di un tempo potesse entrare in me e farmi più grande. Per l’interesse tuo, credilo».

«So che sei sincero in questo tuo desiderio attuale. Ma ti rispondo con parole eterne, perché sono del Libro, e il Libro sarà finché sarà l’uomo. Creduto o schernito, impugnato[3] in nome della Verità o deriso, sarà, sempre sarà.

È detto: “Ed Eva, visto che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi e bello a vedersi, lo colse e ne mangiò e ne diede al marito… E allora i loro occhi si apersero e si accorsero di essere nudi e si fecero delle cinture… E Dio disse: ‘Come vi siete accorti di essere nudi? Solo per avere mangiato il frutto proibito’. E li cacciò dal paradiso di delizie”. E nel libro di Saul è detto: “Disse Samuele apparendo: ‘Perché mi hai disturbato col farmi evocare? Perché interrogarmi dopo che il Signore si è ritirato da te? Il Signore ti tratterà come ti ho detto… perché tu non hai ubbidito alla voce del Signore’”.

Figlio, non tendere la mano al frutto proibito. Anche solo accostarlo è imprudenza. Non avere curiosità di conoscere l’ultraterreno per tema che non ti se ne apprenda il satanico veleno. Fuggi l’occulto e ciò che non si spiega. Una sola cosa va accolta con santa fede: Dio. Ma ciò che Dio non è, e che non è spiegabile con le forze della ragione e creabile con le forze dell’uomo, fuggilo, fuggilo, ché non ti si aprano le fonti della malizia e tu non comprenda di essere “nudo”. Nudo: repellente nella umanità mista al satanismo. Perché vuoi stupire con prodigi oscuri? Stupisci con la tua santità, e sia luminosa come cosa che viene da Dio. Non avere desiderio di lacerare i veli che separano i viventi dai trapassati. Non disturbare i defunti. Ascoltali, se saggi, finché sono sulla Terra, venerali con l’ubbidirli anche dopo la morte. Ma non turbare la loro seconda vita. Chi non ubbidisce alla voce del Signore perde il Signore. E il Signore ha proibito l’occultismo, la negromanzia, il satanismo in tutte le sue forme. Che vuoi sapere più di quanto la Parola non ti dica già? Che vuoi operare più di quanto la tua bontà e il mio potere ti concedono di operare? Non appetire al peccato, ma alla santità, figlio.

Non ti mortificare. Mi piace che tu ti sveli nella tua umanità. Quello che piace a te piace a molti, a troppi. Solo, il fine che tu metti a questo tuo desiderio: “essere potente per attirare a Me”, leva a quest’umanità molto peso e vi mette ali. Ma sono di uccello notturno. No, mio Giuda. Mettivi ali solari, ali d’angelo al tuo spirito. Col solo vento di esse attirerai cuori e li trasporterai, nella tua scia, a Dio. Possiamo andare?».

«Sì, Maestro! Ho sbagliato…».

«No. Sei stato un indagatore… Il mondo ne sarà sempre pieno. Vieni, vieni. Usciamo da questo luogo di puzzo. Incontro al sole andiamo! Fra pochi giorni è Pasqua, e dopo andremo da tua madre. Io ti evoco quella: la tua casa onesta, la tua madre santa. Oh! che pace!».

Come sempre, il ricordo della madre, la lode del Maestro alla madre, rasserena Giuda.

Annotazione

Non fu forse a En-Dor che Saul volle andare a consultare la Pizia? Come si legge in: 1 Samuele 28:3-25 | 1 Cronache 10:13-14 | Siracide 46:20, con analogie in 2 Re 21:6 | Isaia 8:19-20.

La storia di Saul e dei suoi "molti altri" peccati, come si legge in EMV 188,5 (e in altri passi come EMV 263,2) si trova principalmente in 1 Samuele 9-31.

La pratica della divinazione (o magia, o negromanzia) è proibita in Levitico 19, 26.31 | Levitico 20, 6.27 | Deuteronomio 18, 9-14.

Il nome di pitonessa dato alla maga risale a un dio pagano (Apollo Pitico). Lo "spirito pitonico" dato alla maga è proprio dei pagani (come abbiamo visto in EMV 59,4 e EMV 129,3). Satana "parla con le labbra dei Pitici" (come si legge in EMV 420.10). L'Opera mostra che la setta dei Sadducei, fortemente ostile a Gesù e contraria al suo insegnamento (come si legge in EMV 356,5 | EMV 409,6 e EMV 594,6/7), si abbandonava a tali pratiche, dalle quali si sentiva attratto anche Giuda Iscariota (come si legge in EMV 334,8 e EMV 357,6). Un'invettiva contro i negromanti si trova in EMV 503,7.

Ingratitudine verso Davide che si sbarazzò di Golia e lo risparmiò nella grotta di Engadi (1 Samuele 24, 1-23 ) e ad Hakila (1 Samuele 26, 1-25).

Si legge: "Quando Eva vide che il frutto dell'albero era buono da mangiare e bello da vedere, lo colse, ne mangiò e ne diede un po' a suo marito... Allora i loro occhi si aprirono e videro che erano nudi, e si fecero delle cinture... E Dio disse: 'E chi vi ha detto che eravate nudi? Così avete mangiato dell'albero di cui vi avevo proibito di mangiare". E li cacciò dal paradiso delle delizie. "In Genesi 3, 6.

Nel libro di Saul è scritto: "Samuele disse, al suo apparire: "Perché mi hai turbato facendomi chiamare? Perché mi interroghi dopo che il Signore si è ritirato da te? Il Signore si comporterà con te come ti ho detto... perché non hai obbedito alla voce del Signore". In 1 Samuele 28, 15-19.

Tra pochi giorni sarà Pasqua: 14 Nisan.

Primo libro di Samuele 28, 3-25

1 Samuele 28, 3-25 Samuele morì, tutto Israele fu in lutto per lui e lo seppellirono a Ramah, nella sua città. Saul aveva scacciato dal paese coloro che invocavano i morti e gli indovini.

I Filistei si radunarono e vennero ad accamparsi a Shunam; Saul radunò tutto Israele e si accamparono a Gelboe. Quando Saul vide l'accampamento dei Filistei, ebbe paura e il suo cuore fu molto turbato. Saul chiese al Signore, ma il Signore non gli rispose né con i sogni, né con l'Urim, né con i profeti. Allora Saul disse ai suoi servi: "Trovatemi una donna che richiama i morti, andrò da lei e la consulterò". I suoi servi gli dissero: "A Endor c'è una donna che risveglia i morti". Allora Saul si travestì, indossò altri abiti e partì, accompagnato da due uomini. Giunsero di notte alla casa della donna e Saul le disse: "Dimmi il futuro evocando un morto e portami quello che ti dico". La donna rispose: "Ecco, tu sai cosa ha fatto Saul, come ha eliminato dal paese coloro che evocano i morti e gli indovini; perché mi tendi una trappola, per uccidermi?". Saul le giurò per Yahweh, dicendo: "Come Yahweh vive, non ti accadrà nulla di male per questo". E la donna disse: "Chi devo far salire per te?". Egli rispose: "Portami Samuele".

Quando la donna vide Samuele, emise un forte grido; e la donna disse a Saul: "Perché mi hai ingannato? Tu sei Saul!". Il re le disse: "Non temere; ma cosa hai visto?". La donna disse a Saul: "Vedo un dio che sale dalla terra". Egli le disse: "Che aspetto ha? E lei rispose: "È un vecchio che sale, avvolto in un mantello". Quando Saul capì che si trattava di Samuele, si gettò con la faccia a terra e si prostrò.

Samuele disse a Saul: "Perché mi hai disturbato facendomi salire?". Saul rispose: "Sono in grande difficoltà: i Filistei sono in guerra contro di me e Dio si è allontanato da me; non mi ha risposto né con i profeti né con i sogni. Perciò ti ho chiesto di dirmi cosa devo fare". Samuele rispose: "Perché mi consulti, visto che Yahweh si è allontanato da te ed è diventato tuo avversario? Yahweh ha fatto quello che aveva predetto per mezzo mio: Yahweh ha strappato il regno dalle tue mani e lo ha dato al tuo compagno Davide. Poiché non hai obbedito alla voce di Yahweh e non hai trattato Amalek secondo la ferocia della sua ira, Yahweh ti ha fatto questo oggi. E Yahweh consegnerà anche Israele con te nelle mani dei Filistei. Domani tu e i tuoi figli sarete con me e Yahweh consegnerà l'accampamento di Israele nelle mani dei Filistei". Immediatamente Saul cadde a terra in tutta la sua altezza, perché le parole di Samuele lo avevano riempito di paura; inoltre, le forze gli stavano venendo meno, perché non aveva preso cibo per tutto il giorno e per tutta la notte.

La donna si avvicinò a Saul e, vedendo il suo turbamento, gli disse: "Il tuo servo ha obbedito alla tua voce; ho dato la mia vita in obbedienza alle parole che mi hai detto. Ora anche tu devi ascoltare la voce del tuo servo e lascia che ti offra un pezzo di pane; mangialo, così sarai forte quando riprenderai il tuo cammino". Ma egli rifiutò, dicendo: "Non mangerò". I suoi servi e la donna lo esortarono a mangiare ed egli acconsentì. Si alzò da terra e si sedette sul divano. La donna aveva in casa un vitello grasso, si affrettò a ucciderlo, prese della farina, la impastò e ne fece dei pani azzimi. Li mise davanti a Saul e ai suoi servi ed essi mangiarono. Poi si alzarono e partirono quella stessa notte.

Primo libro delle Cronache 10, 13-14

1 Cap. 10, 13-14: Saul morì a causa della sua trasgressione contro Jahvè, perché non aveva osservato la parola di Jahvè, e per aver chiesto e consultato coloro che richiamano i morti. Non avendo consultato Yahweh, Yahweh lo mise a morte e trasferì il regno a Davide, figlio di Iesse.

Libro del Siracide 46, 20

Si 46, 20: E quando si fu addormentato, profetizzò e annunciò al re la sua prossima fine. E alzò la voce dalla terra e profetizzò, per cancellare l'iniquità del popolo.

Secondo libro dei Re 21, 6

2 Re 21, 6: Fece passare suo figlio attraverso il fuoco; praticò l'augurio e la divinazione; istituì negromanti e stregoni; facendo così sempre più ciò che era male agli occhi di Jahvè, in modo da provocarlo all'ira.

Libro di Isaia 8, 19-20

Is 8, 19-20 : Quando vi diranno: "Consultate coloro che evocano i morti e gli indovini che mormorano e sussurrano", rispondete: "Un popolo non dovrebbe forse consultare il suo Dio? Consulteranno forse i morti per il bene dei vivi? Ecco l'insegnamento e la testimonianza! Se il popolo parla diversamente, non c'è alba per lui".

Primo libro di Samuele 9-31

Dato il numero di capitoli (quasi 12), non li riprodurremo in questa nota.

Libro del Levitico 19, 26.31

Lev 19, 26.31: Non mangerete nulla che contenga sangue. Non praticherai la divinazione o la magia. Non andate da chi invoca spiriti o indovini; non consultateli, per non essere contaminati da loro. Io sono Yahweh, il vostro Dio.

Libro del Levitico 20, 6.27

Lev 20, 6.27: Se qualcuno parla a coloro che evocano spiriti e agli indovini, per fare la prostituta con loro, io volgerò la faccia contro quell'uomo e lo taglierò fuori dal suo popolo. Chiunque, uomo o donna, evocherà spiriti o indovini sarà messo a morte; sarà lapidato: il suo sangue è su di lui.

Libro del Deuteronomio 18, 9-14

Deut 18, 9-14: Quando entrerete nel paese datovi da Jahvè, vostro Dio, non dovrete imparare a imitare le abominazioni di quei popoli. Non si trovi tra voi nessuno che faccia passare il proprio figlio o la propria figlia attraverso il fuoco, che si dedichi alla divinazione, all'augurio, alla superstizione e agli incantesimi, che usi incantesimi, che consulti evocatori e stregoni e che interroghi i morti. Chiunque faccia queste cose è in abominio a Yahweh e a causa di queste abominazioni Yahweh, il vostro Dio, scaccerà queste nazioni da davanti a voi. Sarete retti con Yahweh vostro Dio. Perché queste nazioni che scaccerete ascoltano indovini e divinatori, ma Yahweh, il vostro Dio, non vi permetterà di farlo".

Libro della Genesi 3, 6

Gn 3, 6 : Quando la donna vide che il frutto dell'albero era buono per il cibo, gradevole agli occhi e desiderabile per la conoscenza, ne prese il frutto e ne mangiò; ne diede anche al marito che era con lei ed egli ne mangiò.

Primo libro di Samuele 24, 1-23

1 Samuele 24, 1-23: Davide salì di là e si stabilì nelle roccaforti di Engaddi. Quando Saul tornò dall'inseguimento dei Filistei, questi vennero a dirgli: "Ecco, Davide è nel deserto di Engaddi". Saul prese allora tremila dei migliori uomini di tutto Israele e andò alla ricerca di Davide e dei suoi uomini fino alle rocce delle capre selvatiche. Giunse ai recinti delle pecore lungo la strada; lì c'era una grotta, nella quale Saul entrò per coprirsi i piedi; Davide e i suoi uomini erano seduti in fondo alla grotta. Gli uomini di Davide gli dissero: "Questo è il giorno di cui Yahweh ti ha parlato: "Ecco, io consegnerò il tuo nemico nelle tue mani; trattalo come vuoi"". Davide si alzò e tagliò di nascosto il mantello di Saul. Dopo di che, il cuore di Davide batteva forte perché aveva tagliato il lembo del mantello di Saul. E disse ai suoi uomini: "Yahweh non permetta che io faccia una cosa simile contro il mio signore, l'unto di Yahweh, come mettere la mia mano su di lui, perché egli è l'unto di Yahweh!". Con queste parole, Davide rimproverò i suoi uomini e non permise loro di gettarsi su Saul. Saul si alzò per lasciare la grotta e continuò il suo cammino.

Poi Davide si alzò, uscì dalla grotta e cominciò a gridare a Saul, dicendo: "O re, mio signore!". Saul guardò dietro di sé e Davide si inchinò con la faccia a terra e adorò. E Davide disse a Saul: "Perché ascolti le parole della gente che dice: Ecco, Davide cerca di farti del male? Ecco, oggi i tuoi occhi hanno visto come Yahweh ti ha consegnato nelle mie mani proprio oggi, nella caverna. Mi hanno detto di ucciderti, ma il mio occhio ha avuto pietà di te e ho detto: "Non metterò le mani sul mio signore, perché è l'unto di Jahvè". Vedi dunque, padre mio, vedi la gonna del tuo mantello nella mia mano. Poiché ho tagliato il lembo del tuo mantello e non ti ho ucciso, riconosci e vedi che non c'è malvagità o ribellione nel mio comportamento e che non ho peccato contro di te. Ma tu stai dando la caccia alla mia vita per togliermela. Che Yahweh sia giudice tra me e voi e che Yahweh mi vendichi su di voi! Ma la mia mano non sarà su di voi. Dai malvagi viene la malvagità, dice l'antico proverbio; perciò la mia mano non sarà su di te. Dopo chi si mise in cammino il re d'Israele? E voi, invece, a chi andate dietro? Un cane morto? Una pulce? Lascia che Yahweh giudichi e decida tra te e me. Che guardi e difenda la mia causa, e che la sua sentenza mi liberi dalla tua mano!".

Quando Davide ebbe finito di dire queste parole a Saul, Saul disse: "È questa la tua voce, figlio mio Davide?". Saul alzò la voce e pianse. E disse a Davide: "Tu sei più giusto di me, perché tu mi hai fatto del bene e io ti ho fatto del male. Oggi sei stato gentile con me, perché Yahweh mi ha consegnato nelle tue mani e tu non mi hai ucciso". Se uno incontra il suo nemico, lo lascia forse andare per la sua strada in pace? Che Yahweh ti faccia del bene in cambio di ciò che hai fatto a me oggi! Ora so che sarai re e che il regno di Israele sarà stabile nelle tue mani. Giurami dunque per Yahweh che non distruggerai la mia discendenza dopo di me e non cancellerai il mio nome dalla casa di mio padre". Davide giurò a Saul. Saul andò a casa sua e Davide e i suoi uomini salirono alla fortezza.

Primo libro di Samuele 26, 1-25

1 Sam 26, 1-25 Gli Zifani vennero da Saul a Ghibea e dissero: "Davide è nascosto sulla collina di Hachilah, a est della brughiera". Allora Saul si alzò e scese nel deserto di Zif con tremila dei migliori uomini d'Israele, per cercare Davide nel deserto di Zif. Saul si accampò sulla collina di Hachilah, sul lato orientale della brughiera, lungo la strada, mentre Davide viveva nel deserto. Quando Davide vide che Saul lo cercava nel deserto, mandò delle spie e scoprì che Saul era davvero arrivato. Davide si alzò e giunse nel luogo in cui Saul era accampato. Davide vide il luogo in cui Saul giaceva con Abner, figlio di Ner, il capitano del suo esercito; Saul giaceva in mezzo all'accampamento e il popolo era accampato intorno a lui. - Allora Davide disse ad Ahimelech l'Ittita e ad Abisai, figlio di Sarvia e fratello di Joab: "Chi è disposto a scendere con me nell'accampamento da Saul?". Abisai rispose: "Scenderò con te".

Quando Davide e Abisai giunsero al popolo, di notte, Saul giaceva in mezzo all'accampamento, addormentato, con la lancia conficcata nella terra al suo fianco; Abner e il popolo erano sdraiati intorno a lui. Abisai disse a Davide: "Oggi Dio ha rinchiuso il tuo nemico nelle tue mani; ora, ti prego, permettimi di colpirlo con la lancia e di inchiodarlo a terra con un solo colpo, senza che io debba tornare". Ma Davide disse ad Abisai: "Non ucciderlo! Perché chi metterebbe le mani sull'unto di Yahweh e rimarrebbe impunito?". E Davide disse: "Come vive Yahweh! Sarà solo Yahweh a colpirlo; o verrà il suo giorno ed egli morirà, o scenderà in guerra e perirà; ma Yahweh non permette che io metta le mani sull'unto di Yahweh! Ora prendi la lancia che è al suo capezzale, con la brocca d'acqua, e andiamo".

Davide prese la lancia e la brocca d'acqua che erano al capezzale di Saul e se ne andarono. Nessuno vide, nessuno seppe, nessuno si svegliò, perché tutti dormivano, avendo Yahweh fatto cadere su di loro un sonno profondo.

Davide passò dall'altra parte e si fermò sulla cima del monte in lontananza; c'era un grande spazio tra loro. Davide gridò al popolo e ad Abner, figlio di Ner, dicendo: "Non rispondi, Abner?". Abner rispose: "Chi sei tu che gridi al re?". Davide disse ad Abner: "Non sei forse un uomo? E chi è come te in Israele? Perché non hai tenuto testa al re, tuo signore? Perché uno del popolo è venuto a uccidere il re tuo signore. Quello che hai fatto qui non è giusto. Come Yahweh vive! Meritavi di morire per non aver custodito il tuo padrone, l'unto di Yahweh. Ora guarda dove sono la lancia del re e la brocca d'acqua che era al suo capezzale".

Saul riconobbe la voce di Davide e disse: "È questa la tua voce, figlio mio Davide?". Davide rispose: "È la mia voce, o re, mio signore". E aggiunse: "Perché il mio signore perseguita il suo servo? Che cosa ho fatto e quale crimine ha commesso la mia mano? Il re, mio signore, si degni ora di ascoltare le parole del tuo servo: se è Yahweh che ti agita contro di me, accetta il profumo di un'offerta; ma se sono gli uomini, siano maledetti davanti a Yahweh, poiché ora mi hanno cacciato, per togliermi il posto dall'eredità di Yahweh, dicendo: Andate a servire dèi stranieri! E ora il mio sangue non cada sulla terra, lontano dalla faccia di Jahvè! Perché il re d'Israele si è messo a cercare una pulce, come si insegue una pernice sui monti".

Saul disse: "Ho peccato; torna, figlio mio Davide, perché non ti farò più del male, perché la mia vita è stata oggi preziosa ai tuoi occhi. Ma ho fatto una sciocchezza e ho commesso un grande errore". Davide rispose: "Ecco la lancia, o re; uno dei tuoi giovani venga a prenderla. Yahweh ripagherà ogni uomo secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, perché oggi Yahweh ti ha consegnato nelle mie mani e io non ho voluto mettere le mani sull'unto di Yahweh. Ecco, come la tua vita è stata oggi di gran prezzo ai miei occhi, così la mia vita sarà di gran prezzo agli occhi di Yahweh, ed egli mi libererà da ogni angoscia!". Saul disse a Davide: "Benedetto sia mio figlio, Davide! Avrai certamente successo nella tua impresa". Davide proseguì per la sua strada e Saul tornò a casa.

EMR 195.3-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

L’apparizione della Città, ormai vicina, visibile in tutta la sua bellezza di colli, di uliveti, di case e del Tempio in specie, questa vista che doveva essere sempre fonte di emozione e d’orgoglio per gli israeliti, finisce di distrarlo del tutto.

Il sole ben caldo dell’aprile di Giudea ha presto asciugato le pietre della via consolare. Ora le pozze d’acqua bisogna proprio cercarle. Gli apostoli si rassettano sul bordo della via, riabbassano le vesti che si erano rimborsate, si lavano i piedi fangosi in un chiaro ruscello, si aggiustano i capelli, si drappeggiano nei mantelli. E così fa Gesù. Vedo che tutti fanno così.

195.4

L’entrata a Gerusalemme doveva essere una cosa importante. Presentarsi alle mura in questo tempo di festa era come presentarsi ad un sovrano. La Città santa era la «vera» regina degli israeliti. Lo capisco bene quest’anno che posso notare, su questa via consolare, le turbe e il loro comportamento. Qui i cortei delle diverse famiglie si ordinano, le donne tutte da loro, gli uomini in altro gruppo, i bambini o con questo o con quello, ma tutti seri e nello stesso tempo sereni. Alcuni ripiegano il mantello più usato ed estraggono un altro, nuovo, dalle sacche da viaggio, o cambiano i sandali. E poi l’andatura diviene solenne, già ieratica. In ogni gruppo c’è il solista che dà tono, e gli inni vengono intonati, i vecchi, gloriosi inni di Davide. E la gente si guarda con occhi più buoni, come raddolciti dall’aver visto la Casa di Dio, e guarda questa Casa santa, enorme cubo di marmo sormontato dalle cupole d’oro, messo come perla al centro del recinto imponente del Tempio.

Qui – nella comitiva apostolica che si forma così: davanti Gesù e Pietro, aventi in mezzo il bambino; dietro Simone, l’Iscariota e Giovanni; poi Andrea, che ha forzato Giovanni di Endor a mettersi fra lui e Giacomo di Zebedeo; in quarta fila i due cugini del Signore con Matteo; ultimi Tommaso con Filippo e Bartolomeo – qui è Gesù che intona con la sua potente e bellissima voce di un leggero tono baritonale[3], fuso, a renderlo più prezioso, a vibrazioni tenorili; e risponde Giuda Iscariota, uno schietto tenore, e Giovanni dalla voce limpida di chi è molto giovane ancora, e le due voci baritonali dei cugini di Gesù e il quasi basso di Tommaso che è un baritono talmente profondo da non essere quasi più tale. Gli altri, dotati di voci meno belle, seguono in sordina il coro-pieno di quelli che sono virtuosi fra di loro. (I salmi sono quelli noti, detti graduali[4]).

Il piccolo Jabé, voce d’angelo fra le voci robuste degli uomini, canta molto bene, forse perché lo conosce meglio degli altri, il salmo 121: «Mi sono rallegrato per quello che mi è stato detto: “Andremo alla casa del Signore”». E veramente è tutto luminoso di gioia nel visetto solo pochi giorni prima tanto triste.

Ecco le mura ormai prossime. Ecco la porta dei Pesci. Ecco le vie sopraffollate.

Subito al Tempio per una prima preghiera. E poi la pace nella pace del Getsemani, la cena, il riposo.

Il viaggio verso Gerusalemme è compiuto.

Dettaglio

Pietro è distratto dall'apparizione della Città Santa.

Annotazione

I salmi sono quelli noti, chiamati graduali. Questi sono i salmi dal 120 al 134, noti anche come "cantici dell'ascesa", secondo la nuova numerazione. Il Sal 121, citato sotto, è diventato il Sal 122.

Nota aggiuntiva da maria-valtorta.org :

I 15 GRADUALI: sono i Salmi dal 119 (ebraico 120) al 133 (ebraico 134), conosciuti anche come CANTICHE DEI MONTI. Venivano cantati nelle tre feste di pellegrinaggio dai pellegrini o dai sacerdoti sui quindici gradini che salivano al Tempio di Gerusalemme.

Il piccolo Yabeç, con la sua voce d'angelo in mezzo alle voci robuste degli uomini, canta molto bene il Salmo 121 - forse perché lo conosce meglio degli altri: "Mi sono rallegrato perché mi hanno detto: "Andremo alla casa del Signore". Salmo 121 (ebraico 122): "Come mi sono rallegrato quando mi hanno detto: "Andremo alla casa del Signore!" ...".

Questa è la Porta dei Pesci. A nord di Gerusalemme, proprio accanto al Tempio.

EMR 205.3-7 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Udite. È una bella parabola che vi guiderà con la sua luce in tanti casi.

Un uomo aveva due figli. Il maggiore era serio, lavoratore, affezionato, ubbidiente. Il secondo era intelligente più del maggiore – che in verità era un poco ottuso e si lasciava guidare per non avere da affaticarsi a decidere da sé – ma in compenso era anche ribelle, svagato, amante del lusso e del piacere, dissipatore e ozioso. L’intelligenza è un grande dono di Dio. Ma è un dono che va usato saggiamente. Altrimenti è come certi farmachi i quali, usati in mal modo, non sanano ma uccidono. Il padre – era nel suo diritto e nel suo dovere – lo richiamava a vita più saggia. Ma senza alcun utile, tolto quello di averne male risposte e un maggior irrigidimento del figlio nelle proprie cattive idee.

Infine un giorno, dopo una disputa più fiera, il figlio minore disse: “Dàmmi la mia parte dei beni. Così non sentirò più i tuoi rimproveri e i lagni del fratello. Ognuno il suo e sia finito tutto”. “Guarda”, rispose il padre, “che presto sarai rovinato. Che farai allora? Pensa che io non sarò ingiusto in favore di te e non riprenderò un picciolo a tuo fratello per darlo a te”. “Non ti chiederò nulla. Sta’ sicuro. Dàmmi la mia parte”.

Il padre fece stimare le terre e le cose preziose e, visto che denaro e gioielli facevano tanto quanto le terre, dette al maggiore i campi e i vigneti, le mandre e gli ulivi, e al minore il denaro e i gioielli, che il giovane vendette subito mutando tutto in denaro. E fatto questo, in pochi giorni, se ne andò in lontano paese dove visse da gran signore, scialacquando tutto il suo in bagordi di ogni specie, facendosi credere un figlio di re perché si vergognava di dire: “sono campagnolo”, rinnegando perciò il padre suo. Festini, amici e amiche, vesti, vini, giuoco… vita dissoluta… Presto vide scemare la sostanza e venire avanti la miseria. E con la miseria, a farla più grave, venne nel paese una grande carestia che dette fondo ai resti della sostanza.

205.4

Avrebbe potuto andare dal padre. Ma era superbo e non volle. Andò allora da un riccone del paese, già suo amico nei tempi buoni, e lo pregò dicendo: “Accoglimi fra i tuoi servi in ricordo di quando godesti delle mie dovizie”. Vedete voi come è stolto l’uomo! Preferisce mettersi sotto la frusta di un padrone anziché dire ad un padre: “Perdono! Ho sbagliato!”. Quel giovane aveva imparato tante cose inutili con la sua intelligenza aperta, ma non aveva voluto imparare il detto[1] dell’Ecclesiastico: “Quanto è infame colui che abbandona il padre suo e quanto è maledetto da Dio chi fa inquietare la madre”. Era intelligente ma non sapiente.

L’uomo a cui si era rivolto, in cambio del molto che aveva goduto dal giovane stolto, mise questo stolto di guardia ai porci – perché si era in paese pagano e vi erano molti porci – e lo mandò a pasturare nei suoi possessi le mandre dei porci. Lurido, stracciato, puzzolente, affamato – perché il cibo era scarso per tutti i servi e specie per gli infimi, e lui, straniero mandriano di porci e deriso, era ritenuto tale – vedeva i porci satollarsi delle ghiande e sospirava: “Potessi almeno io pure empirmi il ventre di questi frutti! Ma sono troppo amari! Neppure la fame me li fa parere buoni”. E piangeva pensando ai ricchi festini da satrapo fatti poco tempo prima fra risa, canti, danze… e pensava poi agli onesti pranzi ben nutriti della sua casa lontana, alle porzioni che il padre faceva a tutti imparzialmente, serbando per sé sempre il meno, lieto di vedere il sano appetito dei suoi figli… e pensava anche alle parti fatte ai servi da quel giusto, e sospirava: “I garzoni di mio padre, anche i più infimi, hanno pane in abbondanza… e io qui muoio di fame…”. Un lungo lavoro di riflessione, una lunga lotta per strozzare la superbia…

205.5

Infine venne il giorno che, rinato nell’umiltà e nella sapienza, sorse in piedi e disse: “Io vado dal padre mio! È stolto questo orgoglio che mi fa prigione. E di che? Perché soffrire e nel corpo e più nel cuore mentre posso avere perdono e sollievo? Vado dal padre mio. È detto. Che gli dirò? Ma quello che è nato qui dentro, in questa abbiezione, fra queste lordure, fra i morsi della fame! Gli dirò: ‘Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami perciò come l’infimo dei tuoi garzoni, ma sopportami sotto il tuo tetto. Che io ti veda passare…’. Non potrò dirgli: ‘…perché ti amo’. Non lo crederebbe. Ma lo dirà la mia vita, ed egli lo comprenderà, e prima di morire mi benedirà ancora… Oh! lo spero. Perché mio padre mi ama”. E, tornato la sera in paese, si licenziò dal padrone e mendicando per via tornò a casa sua.

Ecco i campi paterni… e la casa… e il padre che dirigeva i lavori, invecchiato, scarnito dal dolore, ma sempre buono… Il colpevole, guardando quella rovina causata da lui, si fermò intimorito… ma il padre, girando l’occhio, lo vide e gli corse incontro, perché era ancora lontano, e raggiuntolo gli gettò le braccia al collo e lo baciò. Solo il padre aveva riconosciuto in quel mendicante avvilito la sua creatura e solo lui aveva avuto un movimento di amore. Il figlio, stretto fra quelle braccia, con il capo sulla spalla paterna, mormorò fra i singhiozzi: “Padre, lascia che io mi getti ai tuoi piedi”. “No, figlio mio! Non ai piedi. Sul mio cuore, che ha tanto sofferto della tua assenza e che ha bisogno di rivivere col sentire il tuo calore sul mio petto”. E il figlio, piangendo più forte, disse: “Oh! padre mio! Io ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato da te: figlio. Ma permettimi di vivere fra i tuoi servi, sotto il tuo tetto, vedendoti, mangiando il tuo pane, servendoti, bevendo il tuo alito. Ad ogni boccone di pane, ad ogni tuo respiro si riformerà il mio cuore tanto corrotto e diverrò onesto…”. Ma il padre, tenendolo sempre abbracciato, lo condusse verso i servi, che si erano ammucchiati in distanza e che osservavano, e disse loro: “Presto, portate qui la veste più bella e catini di acque odorose, lavatelo, profumatelo, rivestitelo, mettetegli dei calzari nuovi e un anello al dito. Poi prendete un vitello ingrassato e ammazzatelo. E si prepari un banchetto. Perché questo figlio mio era morto ed ora è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato. Io voglio che ora lui pure ritrovi il suo semplice amore di pargolo; e il mio amore e la festa della casa per il suo ritorno glielo devono dare. Deve capire che egli è sempre per me il caro bambino ultimo nato, quale era nella infanzia sua lontana, quando mi camminava al fianco facendomi beato col suo sorriso e il suo balbettio”. E così fecero i servi.

205.6

Il figlio maggiore era in campagna e non seppe nulla fino al suo ritorno. A sera, venendo verso casa, la vide luminosa di lumi e udì suoni di strumenti e danze uscire da essa. Chiamò un servo che correva indaffarato e gli disse: “Che avviene?”. E il servo rispose: “È tornato tuo fratello! Tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso perché ha riavuto il figlio e sano, guarito dal suo grande male, ed ha ordinato banchetto. Non si attende che te per cominciare”. Ma il primogenito, in collera perché gli pareva ingiustizia tanta festa per il minore, che oltre che minore era stato cattivo, non volle entrare e anzi fece per allontanarsi da casa.

Ma il padre, avvertito di questo, corse fuori e lo raggiunse tentando di convincerlo e pregandolo di non amareggiargli la sua gioia. Il primogenito rispose al padre suo: “E vuoi che io non sia inquieto? Tu fai ingiustizia e spregio al tuo primogenito. Io da quando ho potuto lavorare ti ho servito, e sono molti anni. Io non ho mai trasgredito ad un tuo comando, neppure ad un tuo desiderio. Io ti sono sempre stato vicino e ti ho amato per due per farti guarire dalla piaga fatta da mio fratello. E tu non mi hai dato neppure un capretto per godermelo cogli amici. Questo, che ti ha offeso, che ti ha abbandonato, che è stato infingardo e dissipatore e che torna ora perché è spinto dalla fame, tu lo onori e per lui ammazzi il vitello più bello. Vale la pena essere lavoratori e senza vizi! Questo non me lo dovevi fare!”.

Il padre disse allora stringendoselo al seno: “Oh! figlio mio! E puoi credere che io non ti ami perché non stendo un velo di festa sulle tue azioni? Le tue azioni sono sante di loro, e il mondo ti loda per esse. Ma questo tuo fratello, invece, ha bisogno di essere rialzato nella stima del mondo e nella stima sua stessa. E credi tu che io non ti ami perché non ti do un premio visibile? Ma mattina e sera e in ogni mio alito e pensiero tu sei presente al mio cuore, e ad ogni attimo io ti benedico. Tu hai il premio continuo di essere sempre con me, e tutto quanto è mio è tuo. Ma era giusto banchettare e fare festa per questo tuo fratello, che era morto ed è risuscitato al Bene, che era perduto ed è stato ritornato al nostro amore”. E il primogenito si arrese.

205.7

Così, amici miei, succede nella Casa del Padre. E chi si sa uguale al figlio minore della parabola pensi pure che, se lo imita nell’andare al Padre, il Padre gli dice: “Non ai miei piedi. Ma sul mio cuore, che ha sofferto della tua assenza e che ora è beato per il tuo ritorno”. Chi è in condizioni di figlio primogenito e senza colpa verso il Padre, non sia geloso della gioia paterna, ma ne prenda parte, dando amore al fratello redento.»

Annotazione

Libro del Siracide 3, 16

Si 3, 16 : Chi abbandona suo padre è come un bestemmiatore; chi provoca sua madre all'ira è maledetto dal Signore.

Vangelo di Luca 15, 11-32

Lc 15, 11-32 : Gesù disse ancora: "Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: "Padre, dammi la mia parte di ricchezza". E il padre divise i suoi beni tra loro. Pochi giorni dopo, il figlio minore raccolse tutto ciò che aveva e partì per un paese lontano, dove sperperò la sua fortuna conducendo una vita disordinata. Aveva speso tutto, quando in quel paese si verificò una grande carestia e cominciò a trovarsi nel bisogno. Andò a lavorare per un abitante di quel paese, che lo mandò a curare i maiali nei suoi campi. Avrebbe voluto riempirsi la pancia con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gli dava nulla.

Allora rientrò in se stesso e si disse: "Quanti lavoratori di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi operai". Così si alzò e andò da suo padre. Mentre era ancora lontano, il padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo riempì di baci. Il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". Ma il padre disse ai suoi servi: "Presto, portate la veste più bella per vestirlo, mettetegli un anello al dito e dei sandali ai piedi, andate a prendere il vitello grasso, uccidetelo, mangiamo e facciamo festa, perché mio figlio, che vedete era morto, è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato". E cominciarono a banchettare.

Ma il figlio maggiore era fuori nei campi. Quando tornò e fu vicino alla casa, sentì musica e danze. Chiamò uno dei servi e chiese cosa stesse succedendo. Il servo rispose: "Tuo fratello è arrivato e tuo padre ha ucciso il vitello grasso, perché ha trovato tuo fratello in buona salute". Allora il figlio maggiore si arrabbiò e si rifiutò di entrare. Suo padre uscì per pregarlo. Ma egli rispose al padre: "Sono stato al tuo servizio per tanti anni senza mai trasgredire i tuoi ordini, e non mi hai mai dato un capretto da mangiare con i miei amici. Ma quando questo tuo figlio è tornato dopo aver divorato i tuoi beni con le prostitute, hai fatto uccidere il vitello grasso per lui!". Il padre rispose: "Tu, figlio mio, sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo". C'era bisogno di fare festa e di rallegrarsi; perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato!"".

EMR 207.10 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Ora venite qui fuori, presso il rio, all’ombra dell’albero buono che, se fosse più inoltrata l’estate, vi darebbe le sue mele oltre che l’ombra; venite. Mangeremo prima di andare… Dove, Figlio mio?».

«A Jala. È vicino. E domani andremo a Betsur».

Si siedono all’ombra del melo e Maria si mette proprio contro il tronco robusto.

Bartolomeo fissamente la guarda, così giovane e ancora animata celestialmente dalla rievocazione fatta, accettare dal Figlio il cibo che Egli ha benedetto e sorridergli con occhi d’amore, e mormora: «“All’ombra di lui mi sono assisa e il suo cibo è dolce al mio palato”».

Gli risponde Giuda Taddeo: «È vero. Languente ella è d’amore. Ma non si può certo dire che “sotto un melo fu risvegliata”».

«E perché no, fratello? Che ne sappiamo noi dei segreti del Re?», risponde Giacomo di Alfeo.

E Gesù sorridendo: «La nuova Eva è stata concepita dal Pensiero ai piedi del paradisiaco pomo perché del suo riso e del suo pianto fugasse il serpente e disintossicasse l’attossicato frutto. Lei si è fatta albero dal frutto redentore. Venite, amici, e mangiatene. Perché nutrirsi della sua dolcezza è nutrirsi del miele di Dio».

«Maestro, rispondi ad un mio antico desiderio di sapere. Il Cantico che noi stiamo citando prevede Lei?», chiede piano Bartolomeo mentre Maria si occupa del bambino e parla con le donne.

«Dal principio del Libro si parla di Lei, e di Lei si parlerà nei libri futuri finché la parola dell’uomo si muterà nel sempiterno osanna della eterna Città di Dio», e Gesù si volge alle donne.

«Come si sente che è di Davide! Che sapienza, che poesia!», dice lo Zelote parlando coi compagni.

Dettaglio

La Vergine Maria racconta la nascita di suo Figlio.

Annotazione

Libro dei canti 2, 3

Ct 2,3 "Come un melo tra gli alberi della foresta è il mio amico tra i giovani, mi piace molto sedermi alla sua ombra. Quanto è dolce il suo frutto per il mio palato".

Libro dei Cantici 8, 5

Ct 8,5 : Chi è questa che sale dal deserto, appoggiata al suo amato? LA NASCITA. Lì ti ha concepito tua madre, lì ti ha concepito, lì ti ha dato alla luce.

EMR 208.5-6 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

I tre grandi bacini scavati nella roccia del monte, un’opera veramente grandiosa, splendono nella superficie limpidissima e nella nappa d’acqua che dal primo bacino scende nel secondo più vasto e da questo nel terzo, che è veramente un piccolo lago e che poi la convoglia nelle sue tubazioni verso città lontane. Ma per la umidità del suolo in questa zona, tutto il monte, dalla sorgente alle piscine e da queste al suolo, è di una fertilità bellissima, e fiori più composti di quelli selvaggi ridono per le coste verdi insieme ad erbe profumate e rare. Sembra che qui siano stati seminati dall’uomo i fiori dei giardini e le erbe profumate, che spargono per l’aria, per il sole che le scalda, i loro aromi di cannella, canfora, garofano, lavanda e altri odori piccanti, fragranti, forti, soavi, in una fusione meravigliosa dei migliori odori della terra. Io direi che è una sinfonia di profumi, perché realmente è il poema delle erbe e dei fiori nelle tinte e nelle fragranze.

Tutti gli apostoli sono seduti all’ombra di un albero carico di grandi fiori bianchi di cui non so il nome – delle enormi campanelle di smalto bianco, pendule – ondeggianti al minimo soffio di vento, e ad ogni ondulio è un’onda di fragranza che si sparge. Non conosco il nome di quest’albero. Nel fiore mi ricorda quell’arbusto che è in Calabria, che là chiamano «bottaro», ma nel fusto no certo, perché questo è un albero alto, dal tronco robusto, non un arbusto.

Gesù li chiama ed essi accorrono.

«Abbiamo trovato quasi subito Giuseppe che tornava da un mercato. Questa sera saranno tutti a Betsur. Noi ci siamo riuniti chiamandoci a gran voce e siamo stati qui, al fresco», spiega Pietro.

«Che bel posto! Pare un giardino! Fra noi si discuteva se era naturale o meno, e c’è chi si ostina in una cosa o nell’altra», dice Tommaso.

«La terra di Giudea ha di queste meraviglie», dice l’Iscariota, inevitabilmente portato alla superbia da tutto, anche dai fiori e dalle erbe.

«Sì, ma… io credo che, se per esempio il giardino di Giovanna a Tiberiade venisse abbandonato e divenisse selvaggio, anche la Galilea avrebbe la meraviglia di rose splendide fra le rovine», ribatte Giacomo di Zebedeo.

«E non sei in errore. In questa zona erano i giardini di Salomone, celebri nel mondo di allora come i suoi palazzi. Forse qui ha sognato il Cantico dei cantici, applicando alla Città santa tutte le bellezze cresciute qui per suo volere», dice Gesù.

«Allora avevo ragione io!», dice il Taddeo.

«Avevi ragione. Sai, Maestro? Egli citava l’Ecclesiaste, riunendo l’idea dei giardini a quella dei serbatoi, e terminava dicendo[2]: “Però si accorse che ogni cosa è vanità e niente dura sotto al sole, fuorché la Parola del mio Gesù”», dice l’altro fratello Giacomo.

«Io ti ringrazio. Ma ringraziamo anche Salomone. Suoi o non suoi gli originari fiori. Certamente sue le vasche che alimentano erbe e uomini. Ne sia benedetto. Andiamo allora fino a quel grande rosaio scapigliato che ha fatto una galleria fiorita da albero ad albero. Lì sosteremo. Siamo quasi a mezza via»…

208.6 …E il cammino riprende verso l’ora di nona, quando le ombre si allungano da ogni albero di questa zona molto ben coltivata in ogni sua parte. Sembra di passare in un immenso orto botanico, perché ogni specie di pianta da fusto, da frutto, o di bellezza, vi è rappresentata. I lavoratori della terra spesseggiano per ogni dove ma non si interessano della comitiva che passa. Non è la sola, d’altronde. Altri gruppi di ebrei sono sulla strada, di ritorno dalle feste pasquali.

La strada è abbastanza buona nonostante sia tagliata fra i monti, e i panorami sempre variati levano la monotonia dell’andare. Ruscelli e torrenti fanno virgole di argento liquido e scrivono parole che poi cantano coi loro mille meandri che si intersecano, che si effondono sotto i boschi, o si nascondono sotto caverne e poi ne escono più belli. Sembra che giuochino con le piante ed i sassi come lieti bambini.