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Note del tema

Antico Testamento

Pagina 54 di 63

Comfort di lettura

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EMR 203.11 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

“Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Vi sono i debiti materiali e quelli spirituali. Vi sono anche i debiti morali. È debito materiale la moneta o la merce che avuta in prestito va restituita. È debito morale la stima carpita e non resa e l’amore voluto e non dato. È debito spirituale l’ubbidienza a Dio dal quale molto si esigerebbe salvo dare ben poco, e l’amore verso di Lui. Egli ci ama e va amato, così come va amata una madre, una moglie, un figlio da cui si esigono tante cose. L’egoista vuole avere e non dà. Ma l’egoista è agli antipodi del Cielo. Abbiamo debiti con tutti. Da Dio al parente, da questo all’amico, dall’amico al prossimo, dal prossimo al servo e allo schiavo, essendo tutti esseri come noi. Guai a chi non perdona! Non sarà perdonato. Dio non può, per giustizia, condonare il debito dell’uomo a Lui Ss. se l’uomo non perdona al suo simile.

EMR 204.8 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Vedere nel suo contesto

Citazione

«Come possiamo fare spazio, libertà, elevazione all’anima?».

«Con l’abbattere le inutili cose che avete nel vostro io. Liberarlo da tutte le idee sbagliate, e coi detriti di queste demolizioni fare l’elevazione per il tempio sovrano. L’anima va portata sempre più in alto, sui tre gradini. Oh! voi romani amate i simboli. Guardate i tre gradini alla luce del simbolo. Possono dirvi i loro nomi: penitenza, pazienza, costanza. Oppure: umiltà, purezza, giustizia. Oppure: sapienza, generosità, misericordia. O infine il trinomio splendido: fede, speranza, carità. Guardate ancora il simbolo della cinta che, ornata e robusta, cinge l’area del tempio. Occorre saper circondare l’anima, regina del corpo, tempio allo Spirito eterno, di una barriera che la difenda senza però impedirle la luce né opprimerla con la vista di brutture. Una cinta sicura, e scalpellata dal desiderio di amore, da ciò che è inferiore: la carne e il sangue, verso ciò che è superiore: lo spirito. Scalpellare con la volontà. Levare angoli, scheggiature, macchie, vene di debolezza dal marmo del nostro io perché sia perfetto intorno all’anima. E nello stesso tempo, della cinta messa a riparo del tempio, fare misericordioso rifugio ai più infelici che non conoscono ciò che è Carità. I portici: l’effondersi dell’amore, della pietà, del desiderio che altri vengano a Dio, simili ad amorose braccia che si stendono a far velo sulla cuna di un orfano. E oltre la cinta le piante più belle e più profumate, omaggio al Creatore. Seminate sul terreno prima nudo e poi coltivate le piante: le virtù d’ogni nome, la seconda cinta viva e fiorita intorno al sacrario; e fra le piante, fra le virtù, le fontane, altro amore, altra purificazione prima di accostarsi al propileo vicino al quale, e prima di salire all’altare, si deve compiere il sacrificio della carnalità, svenarsi delle lussurie. E poi passare oltre, all’altare, per deporvi l’offerta, e poi ancora accostarsi alla cella dove è Dio, superando il vestibolo. E la cella che sarà? Una dovizia di spirituali ricchezze perché nulla è mai troppo per fare cornice a Dio. Avete inteso? Mi avete chiesto come si costruisce la fede. Vi ho detto: “secondo il metodo con cui si alzano i templi”. Vedete che è vero.

EMR 205.3-7 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Udite. È una bella parabola che vi guiderà con la sua luce in tanti casi.

Un uomo aveva due figli. Il maggiore era serio, lavoratore, affezionato, ubbidiente. Il secondo era intelligente più del maggiore – che in verità era un poco ottuso e si lasciava guidare per non avere da affaticarsi a decidere da sé – ma in compenso era anche ribelle, svagato, amante del lusso e del piacere, dissipatore e ozioso. L’intelligenza è un grande dono di Dio. Ma è un dono che va usato saggiamente. Altrimenti è come certi farmachi i quali, usati in mal modo, non sanano ma uccidono. Il padre – era nel suo diritto e nel suo dovere – lo richiamava a vita più saggia. Ma senza alcun utile, tolto quello di averne male risposte e un maggior irrigidimento del figlio nelle proprie cattive idee.

Infine un giorno, dopo una disputa più fiera, il figlio minore disse: “Dàmmi la mia parte dei beni. Così non sentirò più i tuoi rimproveri e i lagni del fratello. Ognuno il suo e sia finito tutto”. “Guarda”, rispose il padre, “che presto sarai rovinato. Che farai allora? Pensa che io non sarò ingiusto in favore di te e non riprenderò un picciolo a tuo fratello per darlo a te”. “Non ti chiederò nulla. Sta’ sicuro. Dàmmi la mia parte”.

Il padre fece stimare le terre e le cose preziose e, visto che denaro e gioielli facevano tanto quanto le terre, dette al maggiore i campi e i vigneti, le mandre e gli ulivi, e al minore il denaro e i gioielli, che il giovane vendette subito mutando tutto in denaro. E fatto questo, in pochi giorni, se ne andò in lontano paese dove visse da gran signore, scialacquando tutto il suo in bagordi di ogni specie, facendosi credere un figlio di re perché si vergognava di dire: “sono campagnolo”, rinnegando perciò il padre suo. Festini, amici e amiche, vesti, vini, giuoco… vita dissoluta… Presto vide scemare la sostanza e venire avanti la miseria. E con la miseria, a farla più grave, venne nel paese una grande carestia che dette fondo ai resti della sostanza.

205.4

Avrebbe potuto andare dal padre. Ma era superbo e non volle. Andò allora da un riccone del paese, già suo amico nei tempi buoni, e lo pregò dicendo: “Accoglimi fra i tuoi servi in ricordo di quando godesti delle mie dovizie”. Vedete voi come è stolto l’uomo! Preferisce mettersi sotto la frusta di un padrone anziché dire ad un padre: “Perdono! Ho sbagliato!”. Quel giovane aveva imparato tante cose inutili con la sua intelligenza aperta, ma non aveva voluto imparare il detto[1] dell’Ecclesiastico: “Quanto è infame colui che abbandona il padre suo e quanto è maledetto da Dio chi fa inquietare la madre”. Era intelligente ma non sapiente.

L’uomo a cui si era rivolto, in cambio del molto che aveva goduto dal giovane stolto, mise questo stolto di guardia ai porci – perché si era in paese pagano e vi erano molti porci – e lo mandò a pasturare nei suoi possessi le mandre dei porci. Lurido, stracciato, puzzolente, affamato – perché il cibo era scarso per tutti i servi e specie per gli infimi, e lui, straniero mandriano di porci e deriso, era ritenuto tale – vedeva i porci satollarsi delle ghiande e sospirava: “Potessi almeno io pure empirmi il ventre di questi frutti! Ma sono troppo amari! Neppure la fame me li fa parere buoni”. E piangeva pensando ai ricchi festini da satrapo fatti poco tempo prima fra risa, canti, danze… e pensava poi agli onesti pranzi ben nutriti della sua casa lontana, alle porzioni che il padre faceva a tutti imparzialmente, serbando per sé sempre il meno, lieto di vedere il sano appetito dei suoi figli… e pensava anche alle parti fatte ai servi da quel giusto, e sospirava: “I garzoni di mio padre, anche i più infimi, hanno pane in abbondanza… e io qui muoio di fame…”. Un lungo lavoro di riflessione, una lunga lotta per strozzare la superbia…

205.5

Infine venne il giorno che, rinato nell’umiltà e nella sapienza, sorse in piedi e disse: “Io vado dal padre mio! È stolto questo orgoglio che mi fa prigione. E di che? Perché soffrire e nel corpo e più nel cuore mentre posso avere perdono e sollievo? Vado dal padre mio. È detto. Che gli dirò? Ma quello che è nato qui dentro, in questa abbiezione, fra queste lordure, fra i morsi della fame! Gli dirò: ‘Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami perciò come l’infimo dei tuoi garzoni, ma sopportami sotto il tuo tetto. Che io ti veda passare…’. Non potrò dirgli: ‘…perché ti amo’. Non lo crederebbe. Ma lo dirà la mia vita, ed egli lo comprenderà, e prima di morire mi benedirà ancora… Oh! lo spero. Perché mio padre mi ama”. E, tornato la sera in paese, si licenziò dal padrone e mendicando per via tornò a casa sua.

Ecco i campi paterni… e la casa… e il padre che dirigeva i lavori, invecchiato, scarnito dal dolore, ma sempre buono… Il colpevole, guardando quella rovina causata da lui, si fermò intimorito… ma il padre, girando l’occhio, lo vide e gli corse incontro, perché era ancora lontano, e raggiuntolo gli gettò le braccia al collo e lo baciò. Solo il padre aveva riconosciuto in quel mendicante avvilito la sua creatura e solo lui aveva avuto un movimento di amore. Il figlio, stretto fra quelle braccia, con il capo sulla spalla paterna, mormorò fra i singhiozzi: “Padre, lascia che io mi getti ai tuoi piedi”. “No, figlio mio! Non ai piedi. Sul mio cuore, che ha tanto sofferto della tua assenza e che ha bisogno di rivivere col sentire il tuo calore sul mio petto”. E il figlio, piangendo più forte, disse: “Oh! padre mio! Io ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato da te: figlio. Ma permettimi di vivere fra i tuoi servi, sotto il tuo tetto, vedendoti, mangiando il tuo pane, servendoti, bevendo il tuo alito. Ad ogni boccone di pane, ad ogni tuo respiro si riformerà il mio cuore tanto corrotto e diverrò onesto…”. Ma il padre, tenendolo sempre abbracciato, lo condusse verso i servi, che si erano ammucchiati in distanza e che osservavano, e disse loro: “Presto, portate qui la veste più bella e catini di acque odorose, lavatelo, profumatelo, rivestitelo, mettetegli dei calzari nuovi e un anello al dito. Poi prendete un vitello ingrassato e ammazzatelo. E si prepari un banchetto. Perché questo figlio mio era morto ed ora è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato. Io voglio che ora lui pure ritrovi il suo semplice amore di pargolo; e il mio amore e la festa della casa per il suo ritorno glielo devono dare. Deve capire che egli è sempre per me il caro bambino ultimo nato, quale era nella infanzia sua lontana, quando mi camminava al fianco facendomi beato col suo sorriso e il suo balbettio”. E così fecero i servi.

205.6

Il figlio maggiore era in campagna e non seppe nulla fino al suo ritorno. A sera, venendo verso casa, la vide luminosa di lumi e udì suoni di strumenti e danze uscire da essa. Chiamò un servo che correva indaffarato e gli disse: “Che avviene?”. E il servo rispose: “È tornato tuo fratello! Tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso perché ha riavuto il figlio e sano, guarito dal suo grande male, ed ha ordinato banchetto. Non si attende che te per cominciare”. Ma il primogenito, in collera perché gli pareva ingiustizia tanta festa per il minore, che oltre che minore era stato cattivo, non volle entrare e anzi fece per allontanarsi da casa.

Ma il padre, avvertito di questo, corse fuori e lo raggiunse tentando di convincerlo e pregandolo di non amareggiargli la sua gioia. Il primogenito rispose al padre suo: “E vuoi che io non sia inquieto? Tu fai ingiustizia e spregio al tuo primogenito. Io da quando ho potuto lavorare ti ho servito, e sono molti anni. Io non ho mai trasgredito ad un tuo comando, neppure ad un tuo desiderio. Io ti sono sempre stato vicino e ti ho amato per due per farti guarire dalla piaga fatta da mio fratello. E tu non mi hai dato neppure un capretto per godermelo cogli amici. Questo, che ti ha offeso, che ti ha abbandonato, che è stato infingardo e dissipatore e che torna ora perché è spinto dalla fame, tu lo onori e per lui ammazzi il vitello più bello. Vale la pena essere lavoratori e senza vizi! Questo non me lo dovevi fare!”.

Il padre disse allora stringendoselo al seno: “Oh! figlio mio! E puoi credere che io non ti ami perché non stendo un velo di festa sulle tue azioni? Le tue azioni sono sante di loro, e il mondo ti loda per esse. Ma questo tuo fratello, invece, ha bisogno di essere rialzato nella stima del mondo e nella stima sua stessa. E credi tu che io non ti ami perché non ti do un premio visibile? Ma mattina e sera e in ogni mio alito e pensiero tu sei presente al mio cuore, e ad ogni attimo io ti benedico. Tu hai il premio continuo di essere sempre con me, e tutto quanto è mio è tuo. Ma era giusto banchettare e fare festa per questo tuo fratello, che era morto ed è risuscitato al Bene, che era perduto ed è stato ritornato al nostro amore”. E il primogenito si arrese.

205.7

Così, amici miei, succede nella Casa del Padre. E chi si sa uguale al figlio minore della parabola pensi pure che, se lo imita nell’andare al Padre, il Padre gli dice: “Non ai miei piedi. Ma sul mio cuore, che ha sofferto della tua assenza e che ora è beato per il tuo ritorno”. Chi è in condizioni di figlio primogenito e senza colpa verso il Padre, non sia geloso della gioia paterna, ma ne prenda parte, dando amore al fratello redento.»

Annotazione

Libro del Siracide 3, 16

Si 3, 16 : Chi abbandona suo padre è come un bestemmiatore; chi provoca sua madre all'ira è maledetto dal Signore.

Vangelo di Luca 15, 11-32

Lc 15, 11-32 : Gesù disse ancora: "Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: "Padre, dammi la mia parte di ricchezza". E il padre divise i suoi beni tra loro. Pochi giorni dopo, il figlio minore raccolse tutto ciò che aveva e partì per un paese lontano, dove sperperò la sua fortuna conducendo una vita disordinata. Aveva speso tutto, quando in quel paese si verificò una grande carestia e cominciò a trovarsi nel bisogno. Andò a lavorare per un abitante di quel paese, che lo mandò a curare i maiali nei suoi campi. Avrebbe voluto riempirsi la pancia con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gli dava nulla.

Allora rientrò in se stesso e si disse: "Quanti lavoratori di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi operai". Così si alzò e andò da suo padre. Mentre era ancora lontano, il padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo riempì di baci. Il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". Ma il padre disse ai suoi servi: "Presto, portate la veste più bella per vestirlo, mettetegli un anello al dito e dei sandali ai piedi, andate a prendere il vitello grasso, uccidetelo, mangiamo e facciamo festa, perché mio figlio, che vedete era morto, è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato". E cominciarono a banchettare.

Ma il figlio maggiore era fuori nei campi. Quando tornò e fu vicino alla casa, sentì musica e danze. Chiamò uno dei servi e chiese cosa stesse succedendo. Il servo rispose: "Tuo fratello è arrivato e tuo padre ha ucciso il vitello grasso, perché ha trovato tuo fratello in buona salute". Allora il figlio maggiore si arrabbiò e si rifiutò di entrare. Suo padre uscì per pregarlo. Ma egli rispose al padre: "Sono stato al tuo servizio per tanti anni senza mai trasgredire i tuoi ordini, e non mi hai mai dato un capretto da mangiare con i miei amici. Ma quando questo tuo figlio è tornato dopo aver divorato i tuoi beni con le prostitute, hai fatto uccidere il vitello grasso per lui!". Il padre rispose: "Tu, figlio mio, sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo". C'era bisogno di fare festa e di rallegrarsi; perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato!"".

EMR 206.2-6 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Il Regno dei Cieli è la casa degli sponsali compiuti tra Dio e le anime. Il momento dell’entrata in esso, il giorno degli spon sali.

Or dunque udite. Da noi è costume che le vergini facciano scorta allo sposo che giunge, per condurlo fra lumi e canti alla casa nuziale insieme alla sua dolce sposa. Quando il corteo lascia la casa della sposa, che velata e commossa si dirige al suo posto di regina, in una casa non sua ma che, dal momento in cui ella diviene una carne con lo sposo, sua diventa, il corteo delle vergini, amiche per lo più della sposa, corre incontro a questi due felici per circondarli di un anello di luci.

Ora avvenne che in un paese si fece uno sponsale. Mentre gli sposi coi parenti e amici tripudiavano nella casa della sposa, dieci vergini andarono al loro posto, nel vestibolo della casa dello sposo, pronte ad uscire a lui incontro quando un lontano suono di cembali e di canti avesse ad avvertire che gli sposi avevano lasciato la casa della sposa per venire a quella dello sposo. Ma il convito nella casa degli sponsali si prolungava, e scese così la notte.

Le vergini, voi lo sapete, tengono sempre le lampade accese per non perdere tempo al momento buono. Ora fra queste dieci vergini, dalle lampade accese e ben lucenti, ve ne erano cinque savie e cinque stolte. Le savie, piene di prudenza, si erano provviste di piccoli vasi pieni d’olio, per potere alimentare le lampade se la durata dell’attesa fosse stata più lunga del prevedibile, mentre le stolte si erano limitate ad empire per bene le lampadette.

Un’ora passò dopo l’altra. Gai discorsi, racconti, facezie rallegrarono l’attesa. Ma poi non seppero più che dire, né che fare. E, annoiate o anche semplicemente stanche, le dieci fanciulle si sedettero più comodamente, con le loro lampade accese e ben vicine, e piano piano si addormentarono.

206.3

Venne la mezzanotte e si udì un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!”. Le dieci fanciulle sorsero al comando, presero i veli e le ghirlande e si acconciarono, e corsero alla mensola dove erano le lampade. Cinque di esse languivano ormai… Il lucignolo, non più nutrito dall’olio, tutto consumato, fumigava con sprazzi sempre più deboli, pronto a spegnersi al minimo soffio d’aria; mentre le altre cinque lampade, alimentate prima del sonno dalle prudenti, avevano fiamme ancor vive che si fecero ancora più vive per il nuovo olio aggiunto al vasello del lume.

“Oh!”, pregarono le stolte, “dateci un poco del vostro olio, perché altrimenti le lampade si spegneranno al solo muoverle. Le vostre sono già belle!…”. Ma le prudenti risposero: “Fuori è il vento della notte e cade la guazza a grosse gocce. Mai non basta l’olio per fare una robusta fiamma che possa resistere ai venti e all’umidore. Se ve ne diamo, accadrà che a noi pure vacillerà la luce. E ben triste sarebbe il corteo delle vergini senza il palpitare delle fiammelle! Andate, correte dal venditore più vicino, pregate, bussate, fatelo alzare perché vi dia olio”. E quelle, affannate, sgualcendo i veli, macchiandosi le vesti, perdendo le ghirlande nell’urtarsi e nel correre, seguirono il consiglio delle compagne.

Ma, mentre andavano a comprare l’olio, ecco spuntare dal fondo della via lo sposo con la sposa. Le cinque vergini, munite di lampade accese, gli corsero incontro, e in mezzo a loro gli sposi entrarono in casa per la fine della cerimonia, quando le vergini avrebbero scortato per ultimo la sposa fino alla camera nuziale. L’uscio venne chiuso dopo l’entrata degli sposi, e chi fuori era fuori rimase. E così fu per le cinque stolte che, giunte infine con l’olio, trovarono la porta serrata e inutilmente vi picchiarono contro, ferendosi le mani e gemendo: “Signore, signore, aprici! Siamo del corteo delle nozze. Siamo le vergini propiziatorie, scelte per portare onore e fortuna al tuo talamo”.

Ma lo sposo, dall’alto della casa, lasciando per un momento gli invitati più intimi da cui si accomiatava mentre la sposa entrava nella stanza nuziale, disse: “In verità vi dico che non vi conosco. Non so chi siate. I vostri visi non erano festanti intorno alla mia amata. Usurpatrici siete. Siate perciò lasciate fuori dalla casa delle nozze”. E le cinque stolte, piangendo, se ne andarono per le strade buie, con l’ormai inutile lume, con le vesti sgualcite, i veli strappati, le ghirlande disfatte o perdute…

206.4

Ed ora sentite il sermone chiuso nella parabola.

Vi ho detto al principio che il Regno dei Cieli è la casa degli sponsali compiuti fra Dio e le anime. Alle nozze celesti sono chiamati tutti i fedeli, perché Dio ama tutti i suoi figli. Chi prima, chi poi, si trova al momento degli sponsali, e l’esservi arrivati è gran sorte. Ma ora udite ancora. Voi sapete come le fanciulle reputino onore e fortuna esser chiamate ad ancelle intorno alla sposa. Applichiamo al nostro caso i personaggi e capirete meglio.

Lo sposo è Dio. La sposa, l’anima di un giusto che, superato il periodo del fidanzamento nella casa del Padre, ossia nella tutela e ubbidienza della e alla dottrina di Dio, vivendo secondo giustizia, viene portata nella casa dello Sposo per le nozze. Le ancelle-vergini sono le anime dei fedeli che, per l’esempio lasciato dalla sposa – essere stata scelta dallo Sposo per le sue virtù è segno che costei era un esempio vivo di santità – cercano di giungere allo stesso onore, santificandosi.

206.5

Sono in veste bianca, netta e fresca, in bianchi veli, coronate di fiori. Hanno lampade accese in mano. Le lampade sono ben pulite, dal lucignolo nutrito di olio del più puro perché non sia maleodorante.

In veste bianca. La giustizia fermamente praticata dà candida veste e presto verrà il giorno che candidissima sarà, senza neppur più il lontano ricordo di macchia, di un candore supernaturale, di un candore angelico.

In veste netta. Occorre con l’umiltà tenere sempre netta la veste. Tanto facile è offuscare la purezza del cuore. E chi non è mondo di cuore non può vedere Dio. L’umiltà è come acqua che lava. L’umile si accorge subito, perché ha occhio non offuscato da fumi di orgoglio, di essersi offuscata la veste e corre dal suo Signore e dice: “Ho levato la nettezza a questo mio cuore. Io piango per mondarmi, ai tuoi piedi piango. E tu, mio Sole, imbianca dei tuoi benigni perdoni, dei tuoi paterni amori, la veste mia!”.

In veste fresca. Oh! la freschezza del cuore! I bambini l’hanno per dono di Dio. I giusti l’hanno per dono di Dio e volontà propria. I santi l’hanno per dono di Dio e per volontà portata all’eroismo. Ma i peccatori, dall’anima lacerata, bruciata, avvelenata, insozzata, non potranno allora mai più avere una veste fresca? Oh! sì che la possono avere. Cominciano ad averla dal momento che si guardano con ribrezzo, l’aumentano quando decidono di cambiare vita, la perfezionano quando con la penitenza si lavano, si disintossicano, si medicano, si ricompongono la loro povera anima; e con l’aiuto di Dio, che non nega soccorso a chi gli chiede santo aiuto, e con la volontà propria, portata al supereroismo – perché in loro non necessita di tutelare ciò che hanno, ma di ricostruire ciò che loro hanno abbattuto, perciò doppia e tripla e settupla fatica – e infine con una penitenza instancabile, implacabile verso l’io che fu peccatore, riportano la loro anima ad una nuova freschezza d’infanzia, fatta preziosa dall’esperienza che li fa maestri di altri che sono[1] come erano loro un tempo, ossia peccatori. In bianchi veli. L’umiltà! Io ho detto: “Quando pregate o fate penitenza, fate che il mondo non se ne avveda”. Nei libri sapienziali è detto: “Non è bene svelare il segreto del Re”. L’umiltà è il velo candido messo a difesa sul bene che si fa e sul bene che Dio ci concede. Non gloria per l’amore di privilegio che Dio concede, non stolta gloria umana. Il dono verrebbe subito ritolto. Ma interno canto del cuore al suo Dio: “L’anima mia ti magnifica, o Signore… perché Tu hai rivolto il tuo sguardo alla bassezza della tua serva”».

Gesù ha una breve sosta e getta uno sguardo verso sua Madre, che avvampa sotto il suo velo e si china tutta, come per ravviare i capelli del bambino che è seduto ai suoi piedi, ma in realtà per celare il suo commosso ricordo… «Coronata di fiori. L’anima deve intessersi la sua quotidiana ghirlanda di atti virtuosi, perché al cospetto dell’Altissimo non devono stare cose vizze, né si deve stare in aspetto sciatto. Quotidiana, ho detto. Perché l’anima non sa quando Dio-Sposo può apparire per dire: “Vieni”. Perciò non stancarsi mai di rinnovare la corona. Non abbiate paura. I fiori avvizziscono. Ma i fiori delle corone virtuose non avvizziscono. L’angelo di Dio, che ogni uomo ha al suo fianco, le raccoglie queste ghirlande quotidiane e le porta in Cielo. E là faranno da trono al novello beato quando entrerà come sposa nella casa nuziale.

206.6

Hanno le lampade accese. E per onorare lo Sposo e per guidarsi nella via. Come è fulgida la fede, e che dolce amica ella è! Fa una fiamma raggiante come una stella, una fiamma che ride perché è sicura nella sua certezza, una fiamma che rende luminoso anche lo strumento che la regge. Anche la carne dell’uomo nutrito di fede pare, fin da questa Terra, farsi più luminosa e spirituale, immune da precoce appassimento. Perché chi crede si regge sulle parole e sui comandi di Dio per giungere a possedere Dio, suo fine, e perciò fugge ogni corruzione, non ha turbamenti, paure, rimorsi, non è obbligato ad uno sforzo per ricordarsi le sue menzogne o per nascondere le sue male azioni, e si conserva bello e giovane della bella incorruzione del santo. Una carne e un sangue, una mente e un cuore puliti da ogni lussuria per contenere l’olio della fede, per dare luce senza fumo. Una costante volontà per nutrire sempre questa luce.

La vita di ogni giorno, con le sue delusioni, constatazioni, contatti, tentazioni, attriti, tende a sminuire la fede. No! Non deve avvenire. Andate giornalmente alle fonti dell’olio soave, dell’olio sapienziale, dell’olio di Dio. Lampada poco nutrita può essere spenta dal minimo vento, può essere spenta dalla pesante guazza della notte. La notte… L’ora delle tenebre, del peccato, della tentazione viene per tutti. È la notte per l’anima. Ma se questa ha se stessa colma di fede, non può la fiamma essere spenta dal vento del mondo, dal caligo delle sensualità.

Infine vigilanza, vigilanza, vigilanza. Chi imprudente si fida dicendo: “Oh! Dio verrà in tempo, mentre ho ancora luce in me”, chi si induce a dormire in luogo di vegliare, e dormire sprovvisto di quanto necessita per sorgere sollecito alla prima chiamata, chi si riduce all’ultimo momento per procurarsi l’olio della fede o il lucignolo robusto della buona volontà, incorre nel pericolo di rimanere fuori quando giunge lo Sposo. Vegliate dunque con prudenza, con costanza, con purezza, con fiducia per essere sempre pronti alla chiamata di Dio, perché in realtà non sapete quando Esso verrà.

206.7

Miei cari discepoli, Io non voglio indurvi a tremare di Dio, ma anzi ad avere fede nella sua bontà. Sia voi che restate, come voi che andate, pensate che, se farete ciò che fecero le vergini savie, sarete chiamati non solo a fare corteggio allo Sposo, ma, come per la fanciulla Ester, divenuta regina[2] al posto di Vasti, sarete scelti ed eletti a spose, avendo lo Sposo “trovato in voi ogni grazia e favore sopra ogni altro”. Io vi benedico, voi che andate. Portate in voi e ai compagni questa mia parola. La pace del Signore sia sempre con voi».

Annotazione

Se vi comporterete come vergini sagge, non solo sarete chiamate ad accompagnare lo Sposo, ma, come la giovane Ester, che divenne regina al posto di Vashti, sarete scelte ed elette come spose. Vashti - Vashti significa "amata" in persiano. Prima moglie di Assuero (= Serse, 486-465), re di Persia, che la ripudiò perché si rifiutò di partecipare a un banchetto (Ester 2, 1-18). Ester è citata anche in EMV 136,2 e EMV 414,1.

Vangelo di Matteo 25, 1-13

Mt 25, 1-13: "Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci giovani invitate a nozze, che presero le loro lampade e andarono incontro allo sposo. Cinque di loro erano negligenti e cinque lungimiranti; le negligenti portarono le loro lampade senza olio, ma le lungimiranti presero fiaschette d'olio con le loro lampade. Poiché lo sposo tardava, tutte si assopirono e si addormentarono. Nel cuore della notte si udì un grido: "Ecco lo sposo! Andategli incontro". Allora tutte le fanciulle si svegliarono e cominciarono a preparare le loro lampade. Le più spensierate chiesero alle più lungimiranti: "Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si stanno spegnendo". Le ragazze previdenti risposero: "Non basterà mai né per noi né per voi; andate invece dai mercanti e compratene un po' per voi". Mentre andavano a comprarne, arrivò lo sposo. Quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze e la porta fu chiusa. Più tardi, entrarono le altre ragazze e dissero: "Signore, Signore, aprici!". Egli rispose loro: "Amen, vi dico che non vi conosco".

Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.

Libro di Ester 2, 1-18

Ester 2, 1-18: Dopo queste cose, quando l'ira del re Assuero si fu placata, egli si ricordò di Vashti, di ciò che aveva fatto e della decisione che era stata presa su di lei. Allora i servi del re, che erano in servizio presso di lui, dissero: "Si cerchino fanciulle per il re, vergini e di bell'aspetto; il re incarichi i funzionari di tutte le province del suo regno di radunare tutte le fanciulle, vergini e di bell'aspetto, a Shushan, la capitale, nella casa delle donne, sotto la supervisione di Egeo, eunuco del re e guardiano delle donne, che provvederà alla loro cura; e la fanciulla che piacerà al re diventi regina al posto di Vashti". " Il re acconsentì e così fece.

A Shushan, la capitale, c'era un ebreo di nome Mardocheo, figlio di Iair, figlio di Semei, figlio di Cis, della stirpe di Beniamino, che era stato portato via da Gerusalemme tra i prigionieri deportati con Jeconia, re di Giuda, da Nabucodonosor, re di Babilonia. Egli allevò Edissa, cioè Ester, figlia di suo zio, perché non aveva né padre né madre. Era una bella ragazza dal viso grazioso; quando il padre e la madre morirono, Mardocheo la adottò come figlia.

Quando l'ordine del re e il suo editto furono pubblicati e un gran numero di ragazze furono radunate a Shushan, la capitale, sotto la supervisione di Egeo, anche Ester fu presa e portata nella casa del re, sotto la supervisione di Egeo, il guardiano delle donne. La ragazza gli piacque e conquistò il suo favore; egli si affrettò a fornirle le cose necessarie per la sua toilette e il suo sostentamento, a darle sette giovani ragazze scelte dalla casa del re e a farle trascorrere del tempo con loro nel miglior appartamento della casa delle donne. Ester non menzionò il suo popolo o la sua nascita, perché Mardocheo le aveva proibito di parlarne. Ogni giorno Mardocheo girava per il cortile della casa delle donne per vedere come stava Ester e come veniva trattata.

Quando giunse il momento in cui ogni ragazza si recò dal re Assuero, dopo aver trascorso dodici mesi a fare ciò che era prescritto per le donne - e questo era il periodo della loro purificazione: per sei mesi si purificavano con l'olio di mirra e per sei mesi con le spezie e i profumi usati dalle donne - e la ragazza si recò dal re, le fu permesso di portare con sé ciò che voleva, di andare dalla casa delle donne alla casa del re. Vi si recava la sera e il mattino seguente si recava nella seconda casa delle donne, sotto la supervisione di Susagaz, l'eunuco del re e guardiano delle concubine. Non tornava dal re se non quando il re la voleva e la chiamava per nome.

Quando fu il suo turno di andare dal re, Ester, figlia di Abihail, lo zio di Mardocheo che l'aveva adottata come figlia, non chiese nulla di più di quello che le aveva assegnato l'eunuco del re e guardiano delle donne, Ageo; ma Ester era gradita a tutti coloro che la vedevano. Ester fu portata nella casa reale del re Assuero nel decimo mese, il mese di Tebeth, nel settimo anno del suo regno. Il re amava Ester più di ogni altra donna, ed ella conquistò il suo favore e la sua simpatia più di ogni altra giovane ragazza. Le mise in testa la corona reale e la nominò regina al posto di Vashti. Il re diede un grande banchetto a tutti i suoi principi e servitori, il banchetto di Ester; diede riposo alle province e fece lauti guadagni.

EMR 206.5 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

L’umiltà! Io ho detto: “Quando pregate o fate penitenza, fate che il mondo non se ne avveda”. Nei libri sapienziali è detto: “Non è bene svelare il segreto del Re”. L’umiltà è il velo candido messo a difesa sul bene che si fa e sul bene che Dio ci concede. Non gloria per l’amore di privilegio che Dio concede, non stolta gloria umana. Il dono verrebbe subito ritolto. Ma interno canto del cuore al suo Dio: “L’anima mia ti magnifica, o Signore… perché Tu hai rivolto il tuo sguardo alla bassezza della tua serva”.

EMR 206.6 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Come è fulgida la fede, e che dolce amica ella è! Fa una fiamma raggiante come una stella, una fiamma che ride perché è sicura nella sua certezza, una fiamma che rende luminoso anche lo strumento che la regge. Anche la carne dell’uomo nutrito di fede pare, fin da questa Terra, farsi più luminosa e spirituale, immune da precoce appassimento. Perché chi crede si regge sulle parole e sui comandi di Dio per giungere a possedere Dio, suo fine, e perciò fugge ogni corruzione, non ha turbamenti, paure, rimorsi, non è obbligato ad uno sforzo per ricordarsi le sue menzogne o per nascondere le sue male azioni, e si conserva bello e giovane della bella incorruzione del santo. Una carne e un sangue, una mente e un cuore puliti da ogni lussuria per contenere l’olio della fede, per dare luce senza fumo. Una costante volontà per nutrire sempre questa luce.

La vita di ogni giorno, con le sue delusioni, constatazioni, contatti, tentazioni, attriti, tende a sminuire la fede. No! Non deve avvenire. Andate giornalmente alle fonti dell’olio soave, dell’olio sapienziale, dell’olio di Dio. Lampada poco nutrita può essere spenta dal minimo vento, può essere spenta dalla pesante guazza della notte. La notte… L’ora delle tenebre, del peccato, della tentazione viene per tutti. È la notte per l’anima. Ma se questa ha se stessa colma di fede, non può la fiamma essere spenta dal vento del mondo, dal caligo delle sensualità.

EMR 207.1 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Simone di Giona si fa avanti, raggiungendo il gruppo di Gesù, e chiede: «Si va di qui a Betlemme? Giovanni dice che l’altra volta avete fatto un’altra strada».

«È vero», risponde Gesù. «Ma perché venivamo da Gerusalemme. Di qui è più breve. Al sepolcro di Rachele, che le donne vogliono vedere, ci separeremo come avete deciso tempo fa. Ci riuniremo poi a Betsur, dove mia Madre desidera sostare».

«Già, l’abbiamo detto… Ma sarebbe così bello che ci fossimo tutti… la Madre in specie… perché, infine, la regina di Betlemme e della grotta è Lei, e Lei sa proprio bene tutto… Sentito da Lei… sarebbe diverso, ecco».

Annotazione

Andiamo da qui a Betlemme? Giovanni dice che l'ultima volta avete preso un'altra strada. Viaggio di Gesù, Giovanni, Giuda e Simone lo Zelota. Cfr. da EMV 70 a EMV 74.

Ci incontreremo poi a Bet-çur: BET-ÇUR (casa del guardiano). Betsur (pronunciato Betsour) nell'originale di Maria Valtorta. Tradotto da Béthsur (1985) e da Bet-Çur (2016) nelle edizioni francesi. Altre grafie incontrate: Bethsur, Beth-Tsur, Beth-Zur, Bethsour. Oggi Beit Sur, 6 km a nord di Hebron.

Dove mia Madre desidera fermarsi: per incontrare un'amica del Tempio: Élise. Vedi EMV 208 qui sotto.

Genesi 35,18-19 - Rachele, la figlia più giovane di Labano. Era molto bella. Giacobbe la incontrò al pozzo dove abbeverava le sue greggi, vicino ad Haran, in Mesopotamia. Appena la vide, l'amò. Giacobbe, che non aveva proprietà proprie, non poteva pagare la somma che ogni pretendente dava ai genitori di una ragazza. Così servì il suocero per 7 anni per avere Rachele. Allo stesso tempo, Giacobbe, isolato e in fuga, era felice di essere legato a un gruppo patriarcale. Stipulò un contratto e gli fu data una moglie del clan. Da quel momento in poi, non poteva andarsene e prendere moglie e figli senza permesso, nemmeno alla fine del contratto. Alla fine dei primi 7 anni, Labano ingannò Giacobbe per fargli sposare Lia, la sua figlia maggiore, che apparentemente era molto meno attraente. Il figlio di Isacco servì altri 7 anni per avere la più giovane, l'unica che amava. Rachele divenne sua moglie(Genesi 29:1-30), madre di Giuseppe(Genesi 30:22-25) e poi di Beniamino; morì quando nacque Beniamino(Genesi 35:16-20; 48:7). Giacobbe la seppellì un po' più a nord di Efrata, meglio conosciuta come Betlemme. La tomba si trovava in un luogo che i viaggiatori attraversavano nel tragitto da Betel a Betlemme (fonte BibleOnLine).

Libro della Genesi 35, 16-19

Gen 35, 16-19 : Partono da Betel. Mancava ancora un po' di strada prima di arrivare a Efrata, quando Rachele partorì e il suo travaglio fu doloroso. Durante i dolori del parto, la levatrice le disse: "Non temere, perché stai per avere un altro figlio". Mentre la sua anima se ne andava - perché stava morendo - lo chiamò Benoni; ma suo padre lo chiamò Beniamino. Rachele morì e fu sepolta sulla strada di Efrata, che è Betlemme. 20Giacobbe costruì un monumento sulla sua tomba; è il monumento della Tomba di Rachele, che si trova ancora oggi.

EMR 207.2 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Proseguono la strada per la fresca valle che va in direzione est-ovest. Poi piegano lievemente a nord per costeggiare un colle che sporge e raggiungono così la via, che da Gerusalemme conduce a Betlemme, proprio presso il cubo sormontato da una cupoletta tonda della tomba di Rachele. Tutti si accostano a pregare con riverenza.

«Qui abbiamo sostato io e Giuseppe… È tutto uguale come allora. Solo differisce la stagione. Allora era una fredda giornata di casleu. Aveva piovuto e le strade si erano fatte pantanose, poi era venuto vento gelido e forse nella notte era venuta brina. Le strade si erano indurite ma, tutte solcate dai carri e dalle folle, erano come un mare pieno di buche, e il mio asinello faticava molto…».

«E tu no, Madre mia?».

«Oh! io avevo Te!…», e lo guarda con un tal viso beato che commuove.

Poi riprende a parlare:

«Veniva la sera e Giuseppe era molto preoccupato… Si stava levando sempre più forte un vento tagliente… La gente si affrettava verso Betlemme, urtandosi l’una coll’altra, e molti insolentivano il mio asinello che andava così piano, cercando il posto dove mettere gli zoccoli… Pareva sapesse che c’eri Tu… e che facevi l’ultimo sonno nella cuna del mio seno. Faceva freddo… Ma io ero in un ardore. Ti sentivo venire… Venire? Potresti dire: “C’ero, Mamma, da nove mesi”. Sì. Ma ora era come Tu venissi dai Cieli. I Cieli si abbassavano, si abbassavano su me, ed io ne vedevo gli splendori… Vedevo ardere la Divinità nella sua gioia del prossimo tuo natale, e quei fuochi mi penetravano, mi incendiavano, mi astraevano… da tutto… Freddo… vento… folle… nulla! Io vedevo Dio… Ogni tanto, con sforzo, riuscivo a riportare il mio spirito sulla Terra e sorridevo a Giuseppe, che aveva paura del freddo e della fatica per me, e che guidava l’asinello per tema che inciampasse, e che mi ravvolgeva nella coperta per tema che mi raffreddassi… Ma nulla poteva accadere. Le scosse io non le sentivo. Mi pareva di procedere su un cammino di stelle, fra nuvole di candore, sorretta da angeli… E sorridevo… Prima a Te… Ti guardavo, attraverso le barriere della carne, dormire coi pugnelli stretti nel tuo lettino di rose vive, mio boccio di giglio… Poi sorridevo allo sposo così afflitto, così afflitto, per rincuorarlo… Poi alla gente, che non sapeva che già respirava nell’aura del Salvatore…

Sostammo presso la tomba di Rachele per fare riposare un momento l’asinello e per mangiare un poco di pane e ulive, le nostre provviste da poveri. Ma io non avevo fame. Non potevo avere fame… Ero nutrita dalla mia gioia…

EMR 207.10 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Ora venite qui fuori, presso il rio, all’ombra dell’albero buono che, se fosse più inoltrata l’estate, vi darebbe le sue mele oltre che l’ombra; venite. Mangeremo prima di andare… Dove, Figlio mio?».

«A Jala. È vicino. E domani andremo a Betsur».

Si siedono all’ombra del melo e Maria si mette proprio contro il tronco robusto.

Bartolomeo fissamente la guarda, così giovane e ancora animata celestialmente dalla rievocazione fatta, accettare dal Figlio il cibo che Egli ha benedetto e sorridergli con occhi d’amore, e mormora: «“All’ombra di lui mi sono assisa e il suo cibo è dolce al mio palato”».

Gli risponde Giuda Taddeo: «È vero. Languente ella è d’amore. Ma non si può certo dire che “sotto un melo fu risvegliata”».

«E perché no, fratello? Che ne sappiamo noi dei segreti del Re?», risponde Giacomo di Alfeo.

E Gesù sorridendo: «La nuova Eva è stata concepita dal Pensiero ai piedi del paradisiaco pomo perché del suo riso e del suo pianto fugasse il serpente e disintossicasse l’attossicato frutto. Lei si è fatta albero dal frutto redentore. Venite, amici, e mangiatene. Perché nutrirsi della sua dolcezza è nutrirsi del miele di Dio».

«Maestro, rispondi ad un mio antico desiderio di sapere. Il Cantico che noi stiamo citando prevede Lei?», chiede piano Bartolomeo mentre Maria si occupa del bambino e parla con le donne.

«Dal principio del Libro si parla di Lei, e di Lei si parlerà nei libri futuri finché la parola dell’uomo si muterà nel sempiterno osanna della eterna Città di Dio», e Gesù si volge alle donne.

«Come si sente che è di Davide! Che sapienza, che poesia!», dice lo Zelote parlando coi compagni.

Dettaglio

La Vergine Maria racconta la nascita di suo Figlio.

Annotazione

Libro dei canti 2, 3

Ct 2,3 "Come un melo tra gli alberi della foresta è il mio amico tra i giovani, mi piace molto sedermi alla sua ombra. Quanto è dolce il suo frutto per il mio palato".

Libro dei Cantici 8, 5

Ct 8,5 : Chi è questa che sale dal deserto, appoggiata al suo amato? LA NASCITA. Lì ti ha concepito tua madre, lì ti ha concepito, lì ti ha dato alla luce.

EMR 207.11 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Ecco», interloquisce l’Iscariota che, ancora sotto l’impressione del giorno avanti, poco parla pur cercando di mettersi nella libertà che aveva prima, «ecco, io vorrei capire perché dovette proprio avvenire l’Incarnazione. Solo Dio può parlare in modo da sconfiggere Satana. Solo Dio può avere potere di redenzione. E non lo metto in dubbio. Però, ecco, mi pare che il Verbo poteva avvilirsi meno di quanto abbia fatto nascendo come tutti gli uomini, assoggettandosi alle miserie dell’infanzia e così via. Non avrebbe potuto apparire con forma umana, già adulto, in apparenza di adulto? O, se proprio voleva una madre, scegliersela, ma adottiva, come fece per il padre? Mi pare che una volta gliene chiesi, ma non mi rispose ampiamente, o non lo ricordo io».

«Chiediglielo! Posto che siamo in argomento…», dice Tommaso.

«Io no. L’ho fatto inquietare e ancora non mi sento perdonato. Chiedeteglielo voi per me».

«Ma scusa! Noi accettiamo tutto senza tante delucidazioni, e dobbiamo essere noi a fare domande? Non è giusto!», rimbecca Giacomo di Zebedeo.

«Cosa è che non è giusto?», domanda Gesù.

Un silenzio, poi lo Zelote si fa interprete di tutti e ripete le domande di Giuda di Keriot e le risposte degli altri.

«Io non serbo rancore. Questo per prima cosa. Faccio le osservazioni che devo, soffro e perdono. Questo per chi ha paura, frutto ancora del suo turbamento. Riguardo alla Incarnazione reale da Me fatta, dico: è giusto che così sia stato. In futuro molti e molti cadranno in errori sulla mia Incarnazione, prestandomi appunto le erronee forme che Giuda vorrebbe avessi preso. Uomo apparentemente compatto nel corpo, ma in realtà fluido come giuoco di luce, per cui sarei e non sarei una carne. E sarebbe e non sarebbe una maternità quella di Maria. In verità Io sono una carne e in verità Maria è la Madre del Verbo incarnato. Se l’ora della nascita non fu che un’estasi, è perché Ella è la nuova Eva senza peso di colpa e senza eredità di castigo. Ma non ci fu avvilimento in Me a riposare in Lei. Era forse avvilita la manna chiusa nel Tabernacolo? No, anzi ne era onorata per essere in quella dimora. Altri diranno che Io, non essendo carne reale, non patii e non morii durante la mia sosta sulla Terra. Sì, non potendo negare che Io ci fui, si negherà la mia Incarnazione reale o la mia Divinità vera. No, che in verità Io sono Uno col Padre in eterno, e Io sono unito a Dio come Carne, perché in verità si può che l’Amore abbia raggiunto l’irraggiungibile nella sua Perfezione rivestendosi di Carne per salvare la carne. A tutti questi errori risponde la mia intera vita, che dà sangue dalla nascita alla morte, e che si è assoggettata a tutto quanto è comune all’uomo, fuorché al peccato. Nato, sì, da Lei. E per vostro bene. Voi non sapete quanto si tempera la Giustizia da quando ha la Donna a sua collaboratrice. Ti ho fatto contento, Giuda?».

«Sì, Maestro».

«Fa’ tu l’altrettanto con Me».

L’Iscariota curva il capo confuso e forse anche realmente toccato da tanta bontà.

La sosta si prolunga all’ombra fresca del melo. Chi dorme e chi sonnecchia. Ma Maria si alza e torna nella grotta, e Gesù la segue…