La mattinata splendida invita veramente a passeggiare lasciando i letti e le case, e gli abitanti della casa dello Zelote, come tante api al primo sole, sorgono molto presto ed escono a respirare l’aria pura nel frutteto di Lazzaro che circonda la casetta ospitale. Presto si aggiungono anche quelli che sono ospitati da Lazzaro, ossia Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Andrea e Giacomo di Zebedeo. Il sole entra festoso per tutte le finestre e porte spalancate, e le stanze, semplici e linde, si ve stono di una tinta d’oro che avviva i colori delle vesti e fa più lucenti i colori dei capelli e delle pupille.
Maria d’Alfeo e Salome sono intente a servire questi uomini dal gagliardo appetito. Maria invece sta sorvegliando un servo di Lazzaro che mette in ordine i capellucci di Margziam pareggiandoli con più sapienza di quanto non avesse fatto il suo primo parrucchiere.
«Per ora così», dice il servo. «Poi, quando avrai offerto a Dio le tue chiome di bambino, te li raccorcerò per bene. Viene il caldo e starai meglio senza capelli sul collo. E ti si rinforzeranno. Sono aridi e friabili, trascurati. Lo vedi, Maria? Hanno bisogno di cure. Ora li ungo per tenerli al posto. Senti, bambino, che buon odore? È l’olio che usa Marta. Mandorla, palma e midollo del più fino con essenza rara. Fa molto bene. La mia padrona ha detto di tenere questo vasetto per il bambino. Oh!
ecco! Ora sembri il figlio del re», e il servo, che forse è il barbiere della casa di Lazzaro, dà un buffetto sulla guancia di Margziam, saluta Maria e se ne va soddisfatto.
«Vieni che ti vesto», dice Maria al bambino, che per ora ha unicamente una tunichella a maniche corte; credo sia la camicia o quanto a quei tempi ne faceva funzione. E per la finezza del lino comprendo che faceva parte del corredo di Lazzaro bambino. Maria leva l’asciugatoio in cui era quasi fasciato Marjziam e lo riveste della sottoveste di lino increspata alla radice del collo e ai polsi, e della sopraveste rossa, di lana, dall’ampia scollatura e dalle ampie maniche. Il lino splendente esce candidissimo dalla scollatura e dalle maniche della stoffa rossa e opaca. La mano di Maria deve aver provveduto nella notte a regolare la lunghezza della veste e delle maniche, e ora va tutto bene, specie quando Maria gli cinge la vita colla morbida fascia della cintura terminata in un fiocco di lana bianca e rossa. Il bambino non sembra più il povero esserino di pochi giorni or sono.
«Ora vai a giocare, senza sporcarti, mentre io mi preparo», dice Maria accarezzandolo. E il bambino esce, saltellando contento, a cercare i suoi grandi amici.
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Il primo a vederlo è Tommaso: «Ma come sei bello! Di nozze! Mi fai scomparire», dice il sempre allegro Tommaso, grassoccio, tranquillo. E lo prende per mano dicendo: «Vieni che andiamo dalle donne. Ti cercavano per darti l’imbeccata».
Entrano nella cucina e Tommaso fa sobbalzare le due Marie curve sui fornelli gridando col suo vocione: «C’è qui un giovanotto che vi desidera», e ridendo presenta il bambino che si era nascosto dietro la robusta persona.
«Oh! caro! Ma vieni che ti do un bacio! Guarda, Salome, come sta bene!», esclama Maria d’Alfeo.
«Davvero! Ora ha solo bisogno di farsi più robusto. Ma ci penserò io. Vieni che ti bacio anche io», risponde Salome.
«Ma Gesù lo affida ai pastori…», obbietta Tommaso.
«Neanche per idea! In questo il mio Gesù sbaglia. Cosa volete fare e saper fare voi uomini? Litigare – perché, sia detto per caso, siete piuttosto litigiosi… come capretti che si amano ma si danno cornate – mangiare, parlare, avere mille bisogni, e pretendere dal Maestro tutta l’attenzione su di voi… altrimenti sono bronci… I bambini hanno bisogno delle mamme.
Non è vero… come ti chiami?».
«Marjziam».
«Ah! già! Ma benedetta la mia Maria! Poteva metterti un nome più facile!».
«È quasi come il suo!», esclama Salome.
«Sì. Ma il suo è più semplice. Non ci sono quelle tre lettere al centro… Tre sono troppe…».
È entrato l’Iscariota e dice: «Ha messo il nome esatto nel suo significato, secondo l’antica lingua incorrotta».
«Va bene. Ma è difficile, e io ne levo una e dico Marziam. È più facile e non cascherà il mondo per questo. Vero, Simone?».
Pietro, che sta passando davanti alla finestra parlando con Giovanni di Endor, si affaccia e dice: «Che vuoi?».
«Dicevo che io il bambino lo chiamo Marziam. È più facile».
«Hai ragione, donna. Se la Madre me lo permette, lo chiamo anche io così. Ma come stai bene! Però anche io, eh? Guardate!». Infatti è tutto spazzolato, sbarbato sulle guance, con capelli e barba regolati, unti, la veste senza sgualciture, i sandali che sembrano nuovi tanto sono mondi e lucidati con non so che. Le donne lo ammirano ed egli ride contento.
Il bambino ha finito il suo pasto ed esce per andare dal suo grande amico, che egli chiama sempre: «Padre».
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Ecco Gesù che viene dalla casa di Lazzaro insieme allo stesso, e al bambino che gli corre incontro dice: «La pace fra noi, Marjziam. Diamoci il bacio di pace».
Lazzaro, salutato dal bambino, lo carezza e gli dà un dolcetto.
Tutti si riuniscono intorno a Gesù. Anche Maria, rivestita di una veste di lino color turchese su cui è drappeggiato il mantello più scuro, viene verso suo Figlio sorridendo.
«Possiamo andare, allora», dice Gesù. «Tu, Simone, colla Madre mia e il bambino, se proprio vuoi spendere anche ora che Lazzaro ha provveduto».
«Ma certo! E poi… potrò dire di avere potuto per una volta camminare al fianco di tua Madre. Grande onore».
«E allora vai. Tu, Simone, mi accompagnerai dai tuoi amici lebbrosi…».
«Davvero, Maestro? Allora se permetti vado avanti di corsa, a radunarli… Mi raggiungerai. Tanto lo sai dove sono…».
«Va bene. Vai. Gli altri facciano quello che credono. Siete tutti liberi fino a mercoledì mattina. All’ora di terza tutti alla porta Dorata».
«Io vengo con Te, Maestro», dice Giovanni.
«Io pure», dice Giacomo suo fratello.
«Ed anche noi», dicono i due cugini.
«Vengo anche io», dice Matteo e con lui lo dice Andrea.
«E io? Vorrei venire anche io… ma se vado per le spese non posso venire…», dice Pietro, preso fra due voglie.
«Si può fare. Prima si va dai lebbrosi, intanto mia Madre col bambino va in una casa amica di Ofel. Poi la raggiungiamo e tu vai con Lei, mentre Io e gli altri andiamo da Giovanna. Ci riuniremo al Getsemnì per il cibo, e poi verso il tramonto torneremo qui».
«Io, se permetti, vado da alcuni amici…», dice Giuda Iscariota.
«Ma l’ho detto. Fate quello che credete».
«Allora io andrò dai parenti. Forse è già venuto mio padre.
Se c’è te lo conduco», dice Tommaso.
«Noi due, che dici Filippo? Si potrebbe andare da Samuele».
«Ben detto», risponde questo a Bartolomeo.
«E tu, Giovanni?», chiede Gesù all’uomo di Endor. «Preferisci rimanere qui per sistemare i tuoi libri o venire con Me?».
«Veramente preferirei venire con Te… I libri… mi piacciono già meno. Preferisco leggere Te, Libro vivente».
«Allora vieni. Addio, Lazzaro, a…».
«Ma vengo anche io. Le gambe stanno un poco meglio e ti lascerò, dopo i lebbrosi, andando al Getsemnì ad attenderti».
«Andiamo. La pace a voi, donne».
Fino alle vicinanze di Gerusalemme stanno tutti uniti. Poi si separano, andando l’Iscariota per conto suo, entrando in città probabilmente da quella porta che è verso la torre Antonia; mentre Tommaso, con Filippo e Natanaele, fanno ancora qualche decina di metri con Gesù e i compagni e poi entrano in città dal sobborgo di Ofel, insieme a Maria e al bambino.