EMR 203
L’Evangelo come mi è stato rivelato
Dettaglio
Matteo, Tommaso, Filippo e Simone lo Zelota non dicono nulla in questo capitolo, ma sono presenti.
Note del tema
Comfort di lettura
EMR 203
Matteo, Tommaso, Filippo e Simone lo Zelota non dicono nulla in questo capitolo, ma sono presenti.
EMR 203.1 · Volume 3
Gesù esce con i suoi da una casa prossima alle mura e credo sempre nel rione di Bezeta, perché per uscire dalle mura si deve ancora passare davanti alla casa di Giuseppe, che è presso la porta che ho sentito definire “di Erode”. La città è semideserta nella sera placida e lunare. Comprendo che è stata consumata la Pasqua in una delle case di Lazzaro, che però non è per nulla la casa del Cenacolo. Questa è proprio agli antipodi di quella. Una a nord, l’altra a sud di Gerusalemme.
Sulla porta di casa Gesù si accomiata, col suo garbo gentile, da Giovanni di Endor, che Egli lascia a custodia delle donne e
che ringrazia per questa custodia. Bacia Marjziam, che è venuto anche lui sulla porta, e poi si avvia fuori della porta detta di Erode.
Per uscire dalle mura, bisogna passare davanti alla casa di Giuseppe, che si trova vicino alla porta che ho sentito chiamare Porta di Erode. Giuseppe d'Arimatea, che li aveva invitati la sera prima.
EMR 203.4 · Volume 3
«C’è un’altra ragione, Simone…».
«Dilla, Maestro. Sono contento di ricredermi sul compagno».
«Giuda è geloso. È inquieto per gelosia».
«Geloso? Di chi? Non ha moglie e, anche l’avesse e fosse con le donne, io credo che nessuno di noi userebbe spregio al condiscepolo…».
«È geloso di Me. Considera: Giuda si è alterato dopo Endor e dopo Esdrelon. Ossia quando ha visto che Io mi sono occupato di Giovanni e di Jabé. Ma ora che Giovanni, soprattutto Giovanni, verrà allontanato passando da Me a Isacco, vedrai che torna allegro e buono».
«E… bene! Non mi vorrai però dire che non è preso da un demonietto. E soprattutto… No, lo dico! E soprattutto non mi vorrai dire che si è migliorato in questi mesi. Ero geloso anche io l’anno scorso… Non avrei voluto nessuno più di noi sei, i primi sei, lo ricordi? Ora, ora… lasciami invocare Dio una volta tanto a testimonio del mio pensiero. Ora dico che sono felice più aumentano i discepoli intorno a Te. Oh! vorrei avere tutti gli uomini e portarli a Te e tutti i mezzi per poter sovvenire chi ne ha bisogno, perché la miseria non sia a nessuno di ostacolo per venire a Te. Dio vede se dico il vero. Ma perché sono così ora? Perché mi sono lasciato cambiare da Te. Lui… non è cambiato. Anzi… Va’ là, Maestro… Un demonietto lo ha preso…».
«Non lo dire. Non lo pensare. Prega perché guarisca. La gelosia è una malattia…».
«Che al tuo fianco guarisce se uno lo vuole. Ah! lo sopporterò, per Te… Ma che fatica!…».
«Ti ho dato il premio per essa: il bambino. E ora ti insegno a pregare…».
«Oh! sì, fratello. Parliamo di questo… e il mio omonimo sia ricordato solo come uno che ha bisogno di questo. Mi pare che ha già il suo castigo. Non è con noi in quest’ora!», dice Giuda Taddeo.
Pietro fu sorpreso dall'atteggiamento di Giuda e Gesù spiegò che era geloso. Simone di Giona disse allora che anche lui era stato geloso l'anno scorso, ma che ora era cambiato.
EMR 203.13 · Volume 3
«Alzatevi e andiamo. Rientreremo in città all’aurora. Anzi, domani tu, Simone, e tu, fratello mio (indica Giuda), andrete a prendere le donne e il bambino. Tu, Simone di Giona, e voi altri, starete con Me finché costoro tornano. Poi andremo insieme a Betania».
E scendono fino al Getsemani nella cui casa entrano per il riposo.
EMR 204.1 · Volume 3
Nella pace del sabato Gesù si riposa presso un campo di lino tutto in fiore appartenente a Lazzaro. Più che presso, direi che si è immerso nell’alto lino e, seduto sull’orlo di un solco, si assorbe nei suoi pensieri. Non c’è vicino a Lui che qualche silenziosa farfalla o qualche frusciante lucertola, che lo guarda con gli occhietti di giaietto, alzando il capino triangolare dalla gola chiara e palpitante. E null’altro. Nell’ora tarda del meriggio tace anche il minimo soffio di vento fra gli alti steli.
Da lontano, forse dal giardino di Lazzaro, viene la canzone di una donna, e con essa i gridi festosi del bambino che giuoca con qualcuno. Poi una, due, tre voci che chiamano: «Maestro!», «Gesù!».
Gesù si scuote e si alza. Per quanto il lino, al suo completo sviluppo, sia molto alto, Gesù emerge per un bel pezzo da questo mare verde e azzurro.
«Eccolo là, Giovanni!», grida lo Zelote.
E Giovanni a sua volta chiama: «Madre! Il Maestro è qui, nel lino».
E, mentre Gesù si avvicina al sentiero che porta verso le case, ecco giungere Maria.
Gesù riposa accanto a un campo di lino in piena fioritura: il lino è coltivato nella maggior parte dei Paesi temperati e caldi. I suoi fiori sono blu, il che ha spinto Aragona a scrivere: "Un grande campo di lino blu che rispecchia il cielo". Le piante crescono di 10 mm al giorno e possono raggiungere gli 80 cm e 1 m di altezza.
EMR 204.3-9 · Volume 3
«La Luce venga a voi tutti».
«Salve, Maestro!», saluta Quintilliano, vestito da cittadino.
Le dame si alzano per salutare. Sono Plautina, Valeria e Lidia, più un’altra, anziana, che non so chi sia né che sia, se dello stesso grado o di grado inferiore. Sono tutte vestite molto semplicemente e nulla le distingue.
«Abbiamo voluto sentirti. Tu non sei mai venuto. Ero di… guardia al tuo arrivo. Ma non ti ho mai visto».
«Io pure non ho mai visto un milite, che mi era amico, alla porta dei Pesci. Aveva nome Alessandro…».
«Alessandro? Non so di preciso se è quello. Ma so che tempo fa dovemmo levare, per calmare i giudei, un milite colpevole di… avere parlato con Te. Ora è ad Antiochia. Ma forse tornerà. Auf! come sono seccanti i… quelli che vogliono comandare anche ora che sono soggetti! E bisogna barcamenare per non andare a cose grosse… Ci fanno la vita difficile, credilo… Ma Tu sei buono e sapiente. Ci parli? Forse presto lascerò la Palestina. Vorrei avere qualcosa di Te da ricordare».
«Vi parlerò. Sì. Non deludo mai. Che volete sapere?».
Quintilliano guarda le dame interrogativamente… «Quello che vuoi, Maestro», dice Valeria.
204.4
Plautina si alza di nuovo e dice: «Ho molto pensato… avrei tanto da conoscere… tutto, per giudicare. Ma, se è lecito chiedere, vorrei sapere come si costruisce una fede, la tua, per esempio, su un terreno che Tu hai detto privo di fede vera. Hai detto che le nostre credenze sono vane. Allora rimaniamo senza nulla. Come giungere ad avere?».
«Prenderò l’esempio da una cosa che voi avete. I templi. I vostri edifici sacri, veramente belli, la cui unica imperfezione è di essere dedicati al Nulla, vi possono insegnare come si può giungere ad avere una fede e dove collocare la fede. Osservate. Dove vengono costruiti? Quale luogo è possibilmente scelto per essi? Come sono costruiti? Il luogo generalmente è spazioso, libero ed elevato. E, se spazioso e libero non è, lo si fa tale demolendo quanto lo ingombra e stringe. Se non è elevato lo si sopraeleva su uno stereobate più elevato di quello usuale di tre gradini, usato per i templi posti già su una naturale elevazione. Chiusi in una cinta sacra, per lo più, e formata da colonnati e portici entro cui sono chiusi gli alberi sacri agli dèi, fontane e altari, statue e stele, sono preceduti solitamente dal propileo, oltre il quale è l’altare dove vengono fatte le preci al nume. Di fronte a questo vi è il luogo del sacrificio, perché il sacrificio precede la preghiera. Molte volte, e specie nei più grandiosi, il peristilio li cinge di una ghirlanda di marmi preziosi. Nell’interno vi è il vestibolo anteriore, esterno o interno al peristilio, la cella del nume, il vestibolo posteriore. Marmi, statue, frontoni, acrotèri e timpani, tutti politi, preziosi, decorati, fanno del tempio un edificio nobilissimo anche alla vista più rozza. Non è così?».
«Così è, Maestro. Li hai visti e studiati molto bene», conferma e loda Plautina.
«Ma se ci consta che non è mai uscito dalla Palestina!?», esclama Quintilliano.
«Non sono mai uscito per andare a Roma o ad Atene. Ma non ignoro l’architettura di Grecia e di Roma, e nel genio dell’uomo che ha decorato il Partenone Io ero presente, perché Io sono dovunque è vita e manifestazione di vita. Là dove un saggio pensa, uno scultore scolpisce, un poeta compone, una madre canta su una cuna, un uomo fatica sui solchi, un medico lotta con i morbi, un vivente respira, un animale vive, un albero vegeta, là Io sono insieme a Colui da cui vengo. Nel boato del terremoto o nel fragore dei fulmini, nella luce delle stelle o nel flusso delle maree, nel volo dell’aquila o nel sibilo della zanzara, Io sono col Creatore altissimo».
«Sicché… Tu… Tu sai tutto? E il pensiero e le opere umane?», chiede ancora Quintilliano.
«Io so».
I romani si guardano stupiti.
204.5
Un silenzio lungo e poi, timidamente, prega Valeria: «Svolgi il tuo pensiero, Maestro, perché noi si sappia cosa fare».
«Sì. La fede si costruisce come si costruiscono i templi di cui siete tanto orgogliosi. Si fa spazio al tempio, si fa libertà intorno ad esso, si fa elevazione ad esso».
«Ma il tempio dove mettere la fede, questa deità vera, dove è?», chiede Plautina.
«Non è deità, Plautina, la fede. È una virtù. Non vi sono deità nella fede vera. Ma vi è un unico e vero Dio».
«Allora… Egli è lassù, solo, nel suo Olimpo? E che fa se è solo?».
«Basta a Se stesso e si occupa di ogni cosa che è nel creato. Ti ho detto prima: anche al sibilo della zanzara è presente Dio. Non si annoia, non dubitare. Non è un povero uomo, padrone di un immenso impero in cui si sente odiato e in cui vive tremando. È l’Amore, e vive amando. La sua Vita è Amore continuo. Basta a Se stesso perché è infinito e potentissimo, è la Perfezione. Ma tante sono le cose create, che vivono per il suo continuo volere, che Egli non ha tempo di annoiarsi. La noia è frutto dell’ozio e del vizio. Nel Cielo del vero Dio non vi è ozio e non vi è vizio. Ma presto Egli avrà, oltre agli angeli che ora lo servono, un popolo di giusti giubilanti in Lui, e sempre più questo popolo si accrescerà per i credenti futuri nel vero Dio».
«Gli angeli sarebbero i geni?», chiede Lidia.
«No. Sono esseri spirituali, come lo è Dio che li ha creati».
«E i geni che sono allora?».
«Quali voi li immaginate sono menzogna. Non esistono, così come voi li immaginate. Ma per quell’istintivo bisogno dell’uomo di cercare la verità – e questo per pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi, perché è delusa nel suo desiderio, perché è affamata nella sua nostalgia del Dio vero che essa sola ricorda, in quel corpo in cui ella abita e che è retto da una mente pagana – anche voi avete sentito che l’uomo non è solo carne, e che al suo peribile corpo è unito un che di immortale. E così lo hanno le città e le nazioni. Ecco allora che credete, che sentite il bisogno di credere ai “geni”. E vi date il genio individuale, quello della famiglia, della città, delle nazioni. Voi avete il “genio di Roma”. Avete il “genio dell’imperatore”. E li adorate come divinità minori. Entrate nella vera fede. Avrete conoscenza ed amicizia dell’angelo vostro, al quale darete venerazione, non adorazione. Solo Dio va adorato».
204.6
«Hai detto: “Pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi perché delusa”. Ma l’anima da chi viene?», domanda Pubblio Quintilliano.
«Da Dio. Egli è il Creatore».
«Ma non nasciamo da donna per connubio con uomo? Anche i nostri dèi sono generati così».
«I vostri dèi non sono. Sono i fantasmi del vostro pensiero che ha bisogno di credere. Perché questo bisogno è più imperioso di quello del respirare. Anche chi dice di non credere crede. A qualcosa crede. Il fatto solo di dire: “Io non credo in Dio” presuppone un’altra fede. In se stesso, magari, nella propria mente superba. Ma credere si crede sempre. È come il pensiero. Se voi dite: “Io non voglio pensare”, oppure: “Io non credo a Dio”, solo per queste due frasi che dite mostrate di pensare che non volete credere a Quello che sapete esistere e che non volete pensare. Circa l’uomo, per essere esatti nell’esprimere il concetto, dovete dire: “L’uomo è generato come tutti gli animali da un connubio fra maschio e femmina. Ma l’anima, ossia quella cosa che differenzia l’animale-uomo dall’animale-bruto, viene da Dio. Egli la crea di volta in volta che un uomo è generato, meglio, è concepito in un seno, e la innesta in questa carne che altrimenti sarebbe solamente animale”».
«E noi l’abbiamo? Noi pagani? A sentire i tuoi connazionali non parrebbe…», dice ironico Quintilliano.
«Ogni nato da donna l’ha».
«Tu hai detto però che il peccato la uccide. Come allora in noi peccatori è viva?», chiede Plautina.
«Voi non peccate nella fede, credendo di essere nel Vero.
Quando conoscerete la Verità e persisterete nell’errore, allora peccherete. Ugualmente molte cose, che per gli israeliti sono peccato, per voi non lo sono. Perché nessuna legge divina ve le proibisce. Il peccato è quando uno scientemente si ribella all’ordine dato da Dio e dice: “So che ciò che faccio è male. Ma lo voglio fare ugualmente”. Dio è giusto. Non può punire uno che fa il male credendo di fare il bene. Punisce chi, avendo avuto modo di conoscere Bene e Male, sceglie quest’ultimo e vi persiste».
«Allora in noi l’anima è, e viva e presente?».
«Sì».
«E sofferente? Credi proprio che essa si ricordi di Dio? Noi non ci ricordiamo del seno che ci ha portati. Non potremmo dire come era fatto nel suo interno. L’anima, se ho ben capito, viene spiritualmente generata da Dio. Può mai ricordarsi di questo se il corpo non ricorda la lunga sosta nel seno?».
«L’anima non è bruta, Plautina. L’embrione sì. Tanto vero che l’anima viene data quando il feto è già formato[2]. L’anima è, a somiglianza di Dio, eterna e spirituale. Eterna dal momento che viene creata, mentre Dio è il perfettissimo Eterno e perciò non ha principio nel tempo come non avrà fine. L’anima, lucida, intelligente, spirituale, opera di Dio, si ricorda[3]. E soffre perché desidera Dio, il vero Dio da cui viene, e ha fame di Dio. Ecco perché pungola il corpo, torpido a cercare di accostarsi a Dio».
204.7
«Allora noi abbiamo un’anima come l’hanno quelli che voi dite “giusti” del vostro popolo? Proprio uguale?».
«No, Plautina. A seconda di quello che intendi dire, cambia. Se vuoi dire per l’origine e la natura, è in tutto uguale a quella dei nostri santi. Se dici per formazione, allora ti dico che è già diversa. Se poi vuoi dire per perfezione raggiunta avanti la morte, allora la diversità può essere assoluta. Ma questo non solo in voi pagani. Anche un figlio di questo popolo può essere assolutamente diverso, nella vita futura, da un santo. L’anima subisce tre fasi. La prima è di creazione. La seconda di ricreazione. La terza di perfezione. La prima è comune a tutti gli uomini. La seconda è propria dei giusti che con la loro volontà portano l’anima ad una rinascita ancora più completa, unendo le loro buone azioni alla bontà dell’opera di Dio, e fanno perciò un’anima già spiritualmente più perfetta della prima; per cui fanno, fra la prima e la terza, da anello di congiunzione. La terza è propria dei beati, o santi se così vi piace, i quali hanno superato di mille e mille gradi l’iniziale anima loro, adatta all’uomo, e ne hanno fatto un che di adatto a riposare in Dio».
204.8
«Come possiamo fare spazio, libertà, elevazione all’anima?».
«Con l’abbattere le inutili cose che avete nel vostro io. Liberarlo da tutte le idee sbagliate, e coi detriti di queste demolizioni fare l’elevazione per il tempio sovrano. L’anima va portata sempre più in alto, sui tre gradini. Oh! voi romani amate i simboli. Guardate i tre gradini alla luce del simbolo. Possono dirvi i loro nomi: penitenza, pazienza, costanza. Oppure: umiltà, purezza, giustizia. Oppure: sapienza, generosità, misericordia. O infine il trinomio splendido: fede, speranza, carità. Guardate ancora il simbolo della cinta che, ornata e robusta, cinge l’area del tempio. Occorre saper circondare l’anima, regina del corpo, tempio allo Spirito eterno, di una barriera che la difenda senza però impedirle la luce né opprimerla con la vista di brutture. Una cinta sicura, e scalpellata dal desiderio di amore, da ciò che è inferiore: la carne e il sangue, verso ciò che è superiore: lo spirito. Scalpellare con la volontà. Levare angoli, scheggiature, macchie, vene di debolezza dal marmo del nostro io perché sia perfetto intorno all’anima. E nello stesso tempo, della cinta messa a riparo del tempio, fare misericordioso rifugio ai più infelici che non conoscono ciò che è Carità. I portici: l’effondersi dell’amore, della pietà, del desiderio che altri vengano a Dio, simili ad amorose braccia che si stendono a far velo sulla cuna di un orfano. E oltre la cinta le piante più belle e più profumate, omaggio al Creatore. Seminate sul terreno prima nudo e poi coltivate le piante: le virtù d’ogni nome, la seconda cinta viva e fiorita intorno al sacrario; e fra le piante, fra le virtù, le fontane, altro amore, altra purificazione prima di accostarsi al propileo vicino al quale, e prima di salire all’altare, si deve compiere il sacrificio della carnalità, svenarsi delle lussurie. E poi passare oltre, all’altare, per deporvi l’offerta, e poi ancora accostarsi alla cella dove è Dio, superando il vestibolo. E la cella che sarà? Una dovizia di spirituali ricchezze perché nulla è mai troppo per fare cornice a Dio. Avete inteso? Mi avete chiesto come si costruisce la fede. Vi ho detto: “secondo il metodo con cui si alzano i templi”. Vedete che è vero.
204.9
Avete altro da dirmi?».
«No, Maestro. Credo che Flavia abbia scritto le cose che hai detto. Claudia le vuole sapere. Hai scritto?».
«Esattamente», dice la donna passando le tavolette cerate.
«Ci rimarrà tempo[4] per poterle rileggere», dice Plautina.
«È cera. Si cancella. Scrivetevele nei cuori. Non si cancellerà più».
«Maestro, sono ingombri di templi vani. Vi gettiamo contro la tua Parola per atterrarli. Ma è lavoro lungo», dice Plautina con un sospiro. E termina: «Ricordati di noi presso il tuo Cielo…».
«Andate sicure che lo farò. Vi lascio. Sappiate che la vostra venuta mi è stata cara. Addio, Publio Quintilliano. Ricordati di Gesù di Nazaret».
Le dame salutano e se ne vanno per prime. Poi, pensieroso, se ne va Quintilliano. Gesù li guarda andare in compagnia di Massimino, che li riconduce ai loro carri.
Le donne romane vennero ad incontrare Gesù a Betania.
Le signore si alzano per salutare. Ci sono Plautina, Valéria e Lidia e, in più, un'altra donna anziana, che non so chi sia o cosa sia, se sia dello stesso rango o inferiore. È Flavia Domitilla, che scrive su tavolette di cera ciò che Gesù dice (EMV 204,9).
- L'anima non è materia prima, Plautina. Lo è l'embrione. È tanto vero che l'anima viene data solo quando il feto è già formato INFUSIONE DELL'ANIMA: L'embrione, sì, invece di:il feto, sì, è una correzione di Maria Valtorta sul manoscritto originale, dove inserisce: "È tanto vero che l'anima viene data quando il feto è già formato". Questa frase è presente nella traduzione francese di Felix Sauvage del 1985, ma è stata tolta perché sarebbe in contraddizione con altre affermazioni del capitolo, ma questa affermazione, che è in linea con quella di San Tommaso d'Aquino (vedi sotto), è confermata da altre affermazioni come in EMV 118: L 'uomo è prima di tutto solo un embrione animale, non diverso da quello di una pecora.
L'anima è, a somiglianza di Dio, eterna e spirituale. Questa posizione è stata sostenuta da San Tommaso d'Aquino, Dottore della Chiesa, nella tradizione di Aristotele. Egli stimava il tempo di insufflazione a 40 giorni (circa 6 settimane). Oggi, con il progredire della scienza, Giovanni Paolo II, senza decidere il momento esatto dell'insufflazione, ci ricorda che fin dall'origine dell'embrione c'è una definizione personale da rispettare (tutti ne veniamo). Lo studio antropologico ci porta a riconoscere che, in virtù dell'unità sostanziale del corpo con lo spirito, il genoma umano non ha solo un significato biologico; è portatore di una dignità antropologica che ha la sua fonte nell'anima spirituale che lo penetra e gli dà vita"(Discorso ai membri della Pontificia Accademia per la Vita, 24 febbraio 1998 {it}). Da parte sua, San Tommaso d'Aquino affermava: "L'anima preesiste nell'embrione; lì è prima nutritiva, poi sensibile e infine intellettiva"(Summa Theologica, Parte I, Domanda 118, da dove viene l'anima dell'uomo, Articolo 2, Risposta).
L'anima, lucida, intelligente, spirituale, opera di Dio, lo ricorda. Di questo si è già parlato sopra, in EMV 204.5, così come in EMV 94.7, EMV 121.7, EMV 154.7 (con una nota), EMV 157.5, EMV 169.5, EMV 344.7 (in bocca a un bambino), EMV 428.4 (con una nota), EMV 534.6 (in bocca a un vecchio), EMV 554.10, EMV 556.8.
Il ricordo che le anime hanno di Dio è trattato in modo più specifico in : EMV 10,9 | EMV 286,7 | EMV 290,9. Inoltre, Maria "non fu mai priva del ricordo di Dio", come si legge in EMV 4,6; ciò è illustrato in EMV 10,8/10 e nelle ultime righe diEMV 11,4. L'anima di Maria è menzionata anche in EMV 136,6 e in EMV 348,9/10.
EMR 204.10 · Volume 3
204.10 «Che pensi, Maestro?», chiede Lazzaro.
«Che vi sono molti infelici al mondo».
«E io sono uno di quelli».
«Perché, amico mio?».
«Perché tutti vengono a Te, e Maria no. È dunque la rovina più grande?».
Gesù lo guarda e sorride.
«Tu sorridi? Ma non ti duole che Maria sia inconvertibile? Non ti duole che io soffra? Marta non fa che piangere dalla sera del lunedì. Chi era quella donna? Non sai che per una intera giornata abbiamo sperato fosse lei?».
«Sorrido perché sei un bambino impaziente… E sorrido perché penso che sprecate male energia e lacrime. Fosse stata lei, Io sarei corso a dirvelo».
«Allora non era proprio?».
«Oh! Lazzaro!…».
«Hai ragione. Pazienza! Ancora pazienza!… Ecco, Maestro, i gioielli che mi hai dato per la vendita. Sono divenuti denaro per i poveri. Erano molto belli. Di donna».
«Erano di “quella” donna».
«Me lo sono immaginato. Ah! fossero stati di Maria… Ma lei, ma lei!… Perdo la speranza, mio Signore!…».
Gesù lo abbraccia senza parlare per un poco. Poi dice: «Ti prego tacere di questi gioielli con chicchessia. Ella deve scomparire dalle ammirazioni e dagli appetiti, come una nuvola che il vento porta altrove senza che ne resti traccia sull’azzurro».
«Sta’ sicuro, Maestro… e, in cambio, portami Maria, la nostra infelice Maria…».
«La pace sia con te, Lazzaro. Quel che ho promesso farò».
EMR 205.1-2 · Volume 3
«Giovanni di Endor, vieni qui con Me. Ti devo parlare», dice Gesù affacciandosi sull’uscio.
L’uomo accorre lasciando il bambino al quale insegnava qualcosa. «Che mi vuoi dire, Maestro?», chiede.
«Vieni con Me qui sopra».
Salgono sulla terrazza e si siedono dalla parte più riparata perché, per quanto sia mattina, il sole è già forte. Gesù gira lo sguardo sulla campagna coltivata, in cui i grani di giorno in giorno divengono d’oro e gli alberi gonfiano le loro frutta. Pare volere attingere il pensiero da quella metamorfosi vegetale.
«Senti, Giovanni. Oggi Io credo che verrà Isacco per condurmi i contadini di Giocana prima della loro partenza. Ho detto a Lazzaro di prestare a Isacco un carro per fare loro accelerare il ritorno senza tema di giungere con un ritardo che provocherebbe loro un castigo. E Lazzaro lo fa. Perché Lazzaro fa tutto ciò che Io dico. Ma da te Io voglio un’altra cosa. Ho qui una somma che mi è stata data da una creatura per i poveri del Signore. Generalmente è un mio apostolo l’incaricato di tenere le monete e di dare gli oboli. È Giuda di Keriot generalmente; qualche volta gli altri. Giuda non è presente. Gli altri non voglio siano a cognizione di quel che voglio fare. Anche Giuda questa volta non lo sarebbe. Lo farai tu, in mio nome…».
«Io, Signore?… Io?… Oh! non ne sono degno!…».
«Ti devi abituare a lavorare in mio nome. Non sei venuto per questo?».
«Sì. Ma pensavo dovere lavorare a ricostruire la povera anima mia».
«E Io te ne do il mezzo. In che hai peccato? Contro la misericordia e l’amore. Con l’odio hai demolito la tua anima. Con l’amore e la misericordia la ricostruirai. Io te ne do il materiale. Ti adibirò particolarmente alle opere di misericordia e di amore. Tu sei anche capace di curare, tu sei capace di parlare. Per questo sei atto ad avere cura delle infelicità fisiche e mora li, e hai capacità di farlo. Inizierai con quest’opera. Tieni la borsa. La darai a Michea e ai suoi amici. Fànne parti uguali. Ma fàlle così come Io dico. La dividi per dieci, poi ne dai quattro parti a Michea: una per sé, una per Saulo, una per Gioele e una per Isaia. E le altre sei le dai a Michea perché le dia al vecchio padre di Jabé, per sé e per i suoi compagni. Potranno così avere qualche conforto».
«Va bene. Ma che dico loro per giustificare?».
«Dirai: “Questo è perché vi ricordiate di pregare per un’anima che si redime”».
«Ma potranno pensare che sia io! Non è giusto!».
«Perché? Non ti vuoi redimere?».
«Non è giusto che pensino che sia io il donatore».
«Lascia, e fa’ come Io dico».
«Ubbidisco… ma almeno concedimi di mettere anche io qualche cosa. Tanto… ora non mi occorre più nulla. Libri non ne compero più, polli da nutrire non ne ho più. A me basta tanto poco… Tieni, Maestro. Serbo solo un minimo per le spese dei sandali…», ed estrae da una borsa che aveva in cintura molte monete e le aggiunge alle monete di Gesù.
«Dio ti benedica per la tua misericordia…
205.2
Giovanni, fra poco ci lasceremo perché tu andrai con Isacco».
«Me ne duole, Maestro. Ma ubbidisco».
«Anche a Me duole di allontanarti. Ma ho tanto bisogno di discepoli peregrinanti. Io non basto più. Presto lancerò gli apostoli, poi manderò i discepoli. E tu farai molto bene. Ti serberò a speciali missioni. Intanto con Isacco ti formerai. È tanto buono e lo Spirito di Dio lo ha veramente istruito durante la lunga malattia. Ed è l’uomo che tutto ha sempre perdonato… Lasciarci, del resto, non vuole dire non vederci più. Ci incontreremo sovente, e ogni volta che ci ritroveremo parlerò proprio per te, ricordatelo…».
Giovanni si piega su se stesso, si nasconde il volto fra le mani con un aspro scoppio di pianto, e geme: «Oh! allora dimmi subito qualche cosa che mi persuada che io sono perdonato… che io posso servire Dio… Se sapessi, ora che è caduto il fumo dell’odio, come vedo la mia anima… e come… e come penso a Dio…».
«Lo so, non piangere. Resta nell’umiltà, ma non ti avvilire.
L’avvilimento è ancora superbia. Solo, solo umiltà abbi. Suvvia, non piangere…».
Giovanni di Endor si calma poco a poco… Quando lo vede calmato, Gesù dice: «Vieni, andiamo sotto quel folto di meli e raduniamo i compagni e le donne. Parlerò a tutti, ma ti dirò come Dio ti ama».
Scendono, radunandosi intorno gli altri man mano che vanno, e si siedono poi a cerchio sotto l’ombra del pometo. Anche Lazzaro, che parlava con lo Zelote, si aggiunge alla compagnia. Venti persone in tutto.
Ho chiesto a Lazzaro di prestare a Isacco un carro, in modo che potessero tornare a casa più velocemente. Non devono avere paura di un ritardo che potrebbe portare a una punizione. Yokhanan (Giocana) diede loro solo sei giorni per arrivare e tornare per la Pasqua. Cfr. EMV 190.
Ho qui una somma che mi è stata data per i poveri del Signore. Aglaia. Cfr. EMV 200.
EMR 205.1 · Volume 3
«Giovanni di Endor, vieni qui con Me. Ti devo parlare», dice Gesù affacciandosi sull’uscio.
L’uomo accorre lasciando il bambino al quale insegnava qualcosa. «Che mi vuoi dire, Maestro?», chiede.
«Vieni con Me qui sopra».
Salgono sulla terrazza e si siedono dalla parte più riparata perché, per quanto sia mattina, il sole è già forte. Gesù gira lo sguardo sulla campagna coltivata, in cui i grani di giorno in giorno divengono d’oro e gli alberi gonfiano le loro frutta. Pare volere attingere il pensiero da quella metamorfosi vegetale.
«Senti, Giovanni. Oggi Io credo che verrà Isacco per condurmi i contadini di Giocana prima della loro partenza. Ho detto a Lazzaro di prestare a Isacco un carro per fare loro accelerare il ritorno senza tema di giungere con un ritardo che provocherebbe loro un castigo. E Lazzaro lo fa. Perché Lazzaro fa tutto ciò che Io dico. Ma da te Io voglio un’altra cosa. Ho qui una somma che mi è stata data da una creatura per i poveri del Signore. Generalmente è un mio apostolo l’incaricato di tenere le monete e di dare gli oboli. È Giuda di Keriot generalmente; qualche volta gli altri. Giuda non è presente. Gli altri non voglio siano a cognizione di quel che voglio fare. Anche Giuda questa volta non lo sarebbe. Lo farai tu, in mio nome…».
«Io, Signore?… Io?… Oh! non ne sono degno!…».
«Ti devi abituare a lavorare in mio nome. Non sei venuto per questo?».
«Sì. Ma pensavo dovere lavorare a ricostruire la povera anima mia».
«E Io te ne do il mezzo. In che hai peccato? Contro la misericordia e l’amore. Con l’odio hai demolito la tua anima. Con l’amore e la misericordia la ricostruirai. Io te ne do il materiale. Ti adibirò particolarmente alle opere di misericordia e di amore. Tu sei anche capace di curare, tu sei capace di parlare. Per questo sei atto ad avere cura delle infelicità fisiche e mora li, e hai capacità di farlo. Inizierai con quest’opera. Tieni la borsa. La darai a Michea e ai suoi amici. Fànne parti uguali. Ma fàlle così come Io dico. La dividi per dieci, poi ne dai quattro parti a Michea: una per sé, una per Saulo, una per Gioele e una per Isaia. E le altre sei le dai a Michea perché le dia al vecchio padre di Jabé, per sé e per i suoi compagni. Potranno così avere qualche conforto».
«Va bene. Ma che dico loro per giustificare?».
«Dirai: “Questo è perché vi ricordiate di pregare per un’anima che si redime”».
«Ma potranno pensare che sia io! Non è giusto!».
«Perché? Non ti vuoi redimere?».
«Non è giusto che pensino che sia io il donatore».
«Lascia, e fa’ come Io dico».
«Ubbidisco… ma almeno concedimi di mettere anche io qualche cosa. Tanto… ora non mi occorre più nulla. Libri non ne compero più, polli da nutrire non ne ho più. A me basta tanto poco… Tieni, Maestro. Serbo solo un minimo per le spese dei sandali…», ed estrae da una borsa che aveva in cintura molte monete e le aggiunge alle monete di Gesù.
«Dio ti benedica per la tua misericordia…»
Ho chiesto a Lazzaro di prestare a Isacco un carro, in modo che potessero tornare a casa più velocemente. Non devono avere paura di un ritardo che potrebbe portare a una punizione. Yokhanan (Giocana) diede loro solo sei giorni per arrivare e tornare per la Pasqua. Cfr. EMV 190.
Ho qui una somma che mi è stata data per i poveri del Signore. Aglaia. Cfr. EMV 200.
EMR 205.2 · Volume 3
Scendono, radunandosi intorno gli altri man mano che vanno, e si siedono poi a cerchio sotto l’ombra del pometo. Anche Lazzaro, che parlava con lo Zelote, si aggiunge alla compagnia. Venti persone in tutto.
È difficile stabilire con esattezza chi siano le venti persone. Con Gesù e gli apostoli, sono dodici, escluso Giuda. Possiamo aggiungere Maria Salome e Maria di Alfeo, poiché hanno fatto il viaggio in MVA 198 e Maria menziona la loro presenza nei capitoli precedenti. Sono presenti anche la Vergine, Marziam, Lazzaro e Giovanni di Endor. Marta e Massimino hanno finalmente tutti i motivi per assistere alla lezione di Gesù.
In ogni caso, il gruppo presente ascolterà la parabola del figliol prodigo.