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Note della parola chiave

Jean d'Endor (Félix)

Tema: I reprobi e gli schiavi accolti da Gesù · Pagina 2 di 3

Comfort di lettura

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EMR 194.1 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Come un fiume che si arricchisce per sempre nuovi affluenti, così la via che da Sichem va a Gerusalemme si fa sempre più folta di popolo, man mano che da altre vie secondarie i paesi riversano i fedeli diretti alla Città santa. Cosa che aiuta non poco Pietro nel tenere distratto il bambino che rasenta i colli natii, sotto le cui zolle franate sono sepolti i genitori, senza avvedersene.

Dopo una lunga marcia, interrotta – dopo che Silo, erta sul suo monte, è stata lasciata a sinistra – per prendere riposo e cibo in una verde vallata sonante d’acque pure e cristalline, i gitanti si rimettono in cammino e superano un monticello calcareo, piuttosto nudo, su cui il sole picchia senza misericordia. Si inizia la discesa per una serie di vigneti bellissimi, che mettono i loro festoni sulle balze dei monti calcarei, ma solatii al sommo.

Pietro ha un arguto sorriso e fa un cenno a Gesù, che a sua volta sorride. Il bambino non si accorge di nulla, intento come è ad ascoltare Giovanni di Endor che gli parla di altre terre da lui viste e nelle quali crescono uve dolcissime, che però non servono tanto al vino quanto a fare dolciumi più buoni delle focacce di miele.

EMR 195.1-3 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Il cielo è a pioggia e Pietro mi pare un Enea capovolto, perché in luogo di portare via il proprio padre ha sulle spalle il piccolo Jabé, tutto ricoperto dal mantellone di Pietro. La testolina si vede emergere sopra il capo canuto di Pietro, che ha le braccia del piccolo intorno al collo e che ride diguazzando nelle pozzanghere.

«Ce la poteva risparmiare questa», brontola l’Iscariota, nervoso per l’acqua che viene dal cielo, che schizza sulle vesti dal suolo.

«Eh! si potrebbero risparmiare tante cose!», risponde Giovanni di Endor fissando col suo unico occhio, che credo veda per due, il bel Giuda.

«Che vuoi dire?».

«Voglio dire che è inutile pretendere che gli elementi abbiano riguardi per noi, quando noi non ne abbiamo coi nostri simili, e in materia ben più grave che non siano due gocce d’acqua o uno spruzzo di fango».

«È vero. Ma a me piace entrare in città ordinato, pulito. Ho molte amicizie, io, e in alto».

«Attento allora di non cascare».

«Mi stuzzichi?».

«Nooh! Ma sono un vecchio maestro e… un vecchio scolaro.

Da quando vivo imparo. Prima ho imparato a vegetare, poi ho osservato la vita, poi ho conosciuto l’amarezza della vita, ho esercitato una inutile giustizia, quella del “solo” contro Dio e contro la società. Dio mi ha castigato con il rimorso, la società con le catene, perciò il giustiziato, in fondo, sono stato io. Infine, ora, ho imparato, sto imparando, a “vivere”. Ora, essendo maestro e scolaro, tu capisci che mi viene naturale di ripetere le lezioni».

«Ma io sono l’apostolo…».

«E io sono un disgraziato, lo so, e non dovrei permettermi di insegnare a te. Ma, vedi, non si sa mai ciò che si può diventare. Credevo di morire onesto e venerato pedagogo in Cipro, e divenni omicida e ergastolano. Ma quando alzavo il coltello per farmi vendetta, e quando trascinavo la catena odiando l’universo, se mi avessero detto che sarei divenuto un discepolo del Santo, avrei dubitato della mente di chi me lo avesse detto. Eppure… tu lo vedi! Perciò chissà che anche a te, apostolo, io non possa dare qualche lezione buona. Per la mia esperienza.

Non per la santità. Non ci penso neppure».

«Ha ragione quel romano a chiamarti Diogene».

«Già. Ma però Diogene cercava l’uomo e non lo trovò. Io, più fortunato di lui, ho trovato una serpe dove credevo essere la donna e un cuculo dove vedevo l’uomo amico, ma dopo aver vagato per tanti anni, reso folle da questa conoscenza, ho trovato l’Uomo, il Santo».

«Io non conosco altra sapienza che quella d’Israele».

«Se così è, hai già di che salvarti. Ora però hai anche la scienza, anzi la sapienza di Dio».

«È la stessa cosa».

«Oh! no! Come un giorno nebbioso rispetto ad uno pieno di sole».

«Insomma, mi vuoi ammaestrare? Io non ne ho voglia».

«Lasciami parlare! Prima parlavo ai bambini: erano svagati. Poi alle ombre: mi maledivano. Poi ai polli: erano già migliori dei due primi, molto migliori. Ora parlo con me stesso non potendo ancora parlare con Dio. Perché me lo vuoi impedire? Ho mezza vista, la vita spezzata dalle miniere, il cuore malato da tanti anni. Lascia almeno che non mi si sterilisca la mente».

«Gesù è Dio».

«Lo so, lo credo. Più di te. Perché io sono rinato per sua opera, tu no. Ma per quanto Lui sia il Buono, è sempre Lui, Dio, ed il povero disgraziato che io sono non osa trattarlo con la tua famigliarità. Gli parla la mia anima… ma il labbro non osa. L’anima, e penso che Egli la senta nei suoi pianti di riconoscente e penitente amore».

195.2

«È vero, Giovanni. Io sento la tua anima». Gesù entra nella conversazione dei due. Giuda arrossisce di vergogna, l’uomo di Endor di gioia. «Io sento la tua anima, è vero. E sento anche il lavoro della tua mente. Hai detto bene. Quando ti sarai formato in Me, molto ti gioverà essere stato maestro e scolaro attento. Parla, parla, anche con te stesso…».

«Una volta, Maestro, e non è molto, mi hai detto che è male parlare col proprio io», osserva impertinente Giuda.

«È vero, l’ho detto[1]. Ma era perché tu facevi mormorazione col tuo proprio io. Quest’uomo non mormora, medita, e con fine buono. Non fa male».

«Insomma, ho torto!». Giuda è aggressivo.

«No, hai dell’uggia nel cuore. Ma non sempre può essere sereno. I contadini desiderano la pioggia. È carità pregare perché essa venga. È carità anche questa. Ma guarda, ecco un bell’arcobaleno che da Atarot fa arco su Rama. Siamo già oltre Atarot, il triste vallone è superato, qui tutto è coltivato e ridente sotto il sole che rompe le nubi. Quando saremo a Rama, saremo a trentasei stadi da Gerusalemme. La rivedremo dopo quel colle, che segna il luogo dell’orrenda libidine commessa dai gabaoiti[2]. Tremenda cosa il morso della carne, Giuda…».

Giuda non risponde e si dilunga sguazzando con ira nelle pozzanghere.

195.3

«Ma che ha, oggi, quello?», chiede Bartolomeo.

«Taci, che Simone di Giona non senta. Evitiamo questioni e… non avveleniamo Simone. È così felice col suo bambino!».

«Sì, Maestro. Ma non sta bene. Glielo dirò».

«È giovane, Natanaele. Anche tu lo fosti…».

«Sì… ma… Non deve mancarti di rispetto!». Senza volere alza la voce.

Accorre Pietro: «Che c’è? Chi manca di rispetto? Il nuovo discepolo?», e guarda Giovanni di Endor, che si è discretamente ritirato quando ha capito che Gesù correggeva l’apostolo, e che sta parlando con Giacomo d’Alfeo e Simone Zelote.

«Neanche per idea. È rispettoso come una fanciulla».

«Ah! bene! Se no… eh! era in pericolo il suo occhio. Allora… allora è Giuda!…».

«Senti, Simone, non potresti occuparti del tuo piccolo? Me lo hai levato e poi vuoi occuparti di una conversazione amichevole fra Me e Natanaele. Non ti pare che vuoi fare troppe cose?».

Gesù sorride così tranquillo che Pietro resta incerto sul suo giudizio. Guarda Bartolomeo… ma questo ha alzato il suo volto aquilino a scrutare il cielo… Pietro sente cadere il sospetto. L’apparizione della Città, ormai vicina, visibile in tutta la sua bellezza di colli, di uliveti, di case e del Tempio in specie, questa vista che doveva essere sempre fonte di emozione e d’orgoglio per gli israeliti, finisce di distrarlo del tutto.

Dettaglio

Barthélémy e Pierre intervengono maggiormente in EMV 195,3, seguendo quanto avviene in EMV 195,1-2.

Annotazione

- Questo romano ha ragione a chiamarti Diogene. In 192.6.

- È vero, l'ho detto io. In EMV 183,1.

Quando arriveremo a Ramah, saremo a trentasei furlong da Gerusalemme. 36 x 185 m = 6,6 km.

Ghibea o Gibeah: ai tempi dei giudici, un vecchio invitò un levita di Efraim e la sua concubina a fermarsi da lui per la notte. Poco dopo, alcuni uomini di Ghibea, dei furfanti, circondarono la casa, chiedendo che il levita fosse consegnato loro per poter avere rapporti con lui. Il vecchio offrì loro sua figlia, ma essi rifiutarono. Il levita diede loro la sua concubina. Essi abusarono di lei per tutta la notte, tanto che al mattino morì. Pezzi del suo corpo furono inviati alle tribù di Israele come segno della loro infamia (Giudici 19:15-30). Poiché la tribù di Beniamino si schierò con i colpevoli di Ghibea, le altre tribù mossero loro guerra. Per due volte subirono gravi perdite prima di sconfiggere definitivamente i Beniaminiti e consegnare Ghibea al fuoco (Giudici 20).

EMR 196.2-9 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Gesù passeggia osservando Jabé che giuoca allegro con Giovanni e con i più giovani. Anche l’Iscariota, passata la sua stizza di ieri, è allegro e giuoca. I più anziani osservano e sorridono.

«Cosa dirà tua Madre di questo fanciullo?», chiede Bartolomeo.

«Io dico che dirà: “È molto esile”», dice Tommaso.

«Oh! no! Dirà: “Povero fanciullo!”», risponde Pietro.

«Ti dirà invece: “Sono contenta che tu lo ami”», obbietta Filippo.

«La Madre non ne avrebbe mai dubitato. Ma io credo che non parlerà. Se lo prenderà sul cuore», dice lo Zelote.

«E Tu, Maestro, che dici che dirà?».

«Farà quello che voi dite. Ma molte cose, tutte anzi, le penserà e le dirà nel suo cuore, e nel baciarlo dirà solo: “Che tu sia benedetto!”, e lo curerà come fosse un uccellino caduto dal nido.

196.3

Un giorno, udite, mi raccontava di quando era una fanciullina. Non aveva ancora tre anni perché ancora non era nel Tempio, e il cuore le si frangeva d’amore dando, come fiore e uliva pigiati e franti nel torchio, tutti i suoi oli e i suoi profumi. E in un delirio d’amore diceva alla madre sua che voleva esser vergine per piacere di più al Salvatore, ma che avrebbe voluto essere peccatrice per potere essere salvata, e quasi piangeva perché la madre non la capiva e non sapeva dirle come si può fare ad essere la “pura” e la “peccatrice” insieme. Le dette pace suo padre portandole un piccolo passero che egli aveva salvato mentre pericolava sull’orlo di una fontana. Le fece la parabola dell’uccellino[1], dicendo che Dio l’aveva salvata in anticipo e che perciò Lei lo doveva benedire due volte. E la piccola Vergine di Dio, la grandissima Vergine Maria, esercitò la sua prima maternità spirituale su quel nidiace che Ella rese al volo quando fu forte, ma che non lasciò mai più l’orto di Nazaret, consolando coi suoi voli e coi suoi cinguettii la triste casa e i tristi cuori di Anna e Gioacchino dopo che Maria fu nel Tempio. Morì poco prima che spirasse Anna… Aveva finito il suo compito…

196.4

Mia Madre si era votata alla verginità per l’amore. Ma aveva, essendo creatura perfetta, la maternità nel sangue e nello spirito. Perché la donna è fatta per essere madre, ed è aberrazione quando è sorda a questo sentimento, che è amore di seconda potenza…».

Si sono accostati anche gli altri, piano piano.

«Cosa vuoi dire, Maestro, dicendo amore di seconda potenza?», chiede Giuda Taddeo.

«Fratello mio, vi sono molti amori e di diverse potenze. Vi è l’amore di prima potenza: quello che si dà a Dio. Poi l’amore di seconda potenza: quello materno o paterno, perché se il primo è tutto spirituale, questo è per due parti spirituale e per una sola carnale. Vi si mescola, sì, il sentimento affettivo umano, ma vi predomina il superiore, perché un padre e una madre, sanamente e santamente tali, non danno solo cibo e carezze alla carne del figlio, ma anche nutrimento e amore alla mente e allo spirito della loro creatura. E tanto è vero ciò che dico, che chi si vota all’infanzia, anche se unicamente per istruirla, finisce ad amarla come fosse sua carne».

«Io li amavo infatti molto i miei discepoli», dice Giovanni di Endor.

«Ho compreso che dovevi essere un buon maestro vedendo come ti comporti con Jabé».

L’uomo di Endor si china e bacia la mano di Gesù senza parlare.

«Continua, ti prego, la tua classificazione degli amori», prega lo Zelote.

«Vi è l’amore per la compagna: amore di terza potenza perché fatto per metà – parlo sempre dei sani e santi amori – di spirito e per metà di carne. L’uomo per la sposa è un maestro e un padre, oltre che sposo; e la donna per lo sposo è un angelo e una madre oltre che sposa. Questi sono i tre amori più elevati».

196.5

«E l’amore del prossimo? Non sbagli? O lo hai dimenticato?», chiede l’Iscariota.

Gli altri lo guardano stupiti e… feroci per l’osservazione. Ma Gesù risponde placido:

«No, Giuda. Ma osserva. Dio va amato perché è Dio, dunque non necessita nessuna spiegazione per persuadere a questo amore. Egli è Colui che è, ossia il Tutto; e l’uomo, il nulla che diviene parte[2] del Tutto per l’anima infusa dall’Eterno – senza quella l’uomo sarebbe uno dei tanti animali bruti che vivono sulla terra o nelle acque o nell’aria – deve adorarlo per dovere e per meritare di sopravvivere nel Tutto, ossia per meritare di divenire parte del popolo santo[3] di Dio in Cielo, cittadino della Gerusalemme che non conoscerà profanazioni e distruzioni in eterno.

L’amore dell’uomo, e specie della donna, alla prole, ha indicazione di comando nelle parole di Dio ad Adamo ed Eva dopo averli benedetti, vedendo di aver fatto “cosa buona”, in un lontano sesto giorno, il primo sesto giorno del creato. Disse loro: “Crescete e moltiplicatevi e riempite la Terra…”.

Vedo la tua inespressa obbiezione e ti rispondo subito così: posto che nel creato avanti la colpa tutto era regolato e basato sull’amore, questo moltiplicarsi dei figli sarebbe stato amore, santo, puro, potente, perfetto. E Dio lo ha dato per primo comando all’uomo: “Crescete, moltiplicatevi”. “Amate perciò, dopo di Me, i vostri figli”. L’amore quale ora è, il generatore attuale dei figli, allora non era. La malizia non era e con essa non era l’esecrata fame del senso. L’uomo amava la donna e la donna l’uomo, naturalmente, non naturalmente secondo natura quale noi l’intendiamo o, meglio, come voi uomini l’intendete, ma secondo natura di figli di Dio: soprannaturalmente[4].

Dolci, primi giorni d’amore fra i due che erano fratelli, perché nati da un Padre unico, e che pure erano sposi, e che nell’amarsi si guardavano con gli innocenti occhi di due gemelli nella cuna; e l’uomo provava l’amor di padre per la compagna “osso delle sue ossa e carne della sua carne”, così come è il figlio per un padre; e la donna conosceva la gioia d’esser figlia, ossia protetta da un amore ben alto, perché sentiva di avere in sé qualcosa di quello splendido uomo che l’amava, con innocenza e angelico ardore, nei bei prati dell’Eden!

Dopo, nell’ordine dei comandi dati da Dio, con un sorriso, ai suoi pargoli diletti, viene quello che lo stesso Adamo, dotato per la Grazia di una intelligenza seconda solo a quella di Dio, decreta, parlando della compagna e di tutte le donne in lei, il decreto del pensiero di Dio, che si rifletteva netto sul terso specchio dello spirito di Adamo e fioriva in pensiero e in parola: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie e i due saranno una carne sola”.

Se non ci fossero stati i tre piloni dei tre amori sopraddetti, avrebbe potuto esserci l’amore di prossimo? No. Non avrebbe potuto esserci. L’amore di Dio fa Dio amico e insegna l’amore. Chi non ama Dio, che è buono, non può certo amare il prossimo, che in maggioranza è difettoso. Se non ci fossero stati amor coniugale e paternità nel mondo, non avrebbe potuto esserci prossimo, perché il prossimo è fatto dei figli nati dagli uomini. Sei persuaso?».

«Sì, Maestro. Non avevo riflettuto».

«È infatti difficile risalire alle sorgenti. L’uomo è ormai confitto da secoli e millenni nel fango, e quelle sorgenti sono talmente sulle cime! La prima, poi, è una sorgente che viene da un abisso di altezza: Dio… Ma Io vi prendo per mano e vi conduco alle sorgenti. So dove sono…».

196.6

«E gli altri amori?», chiedono insieme Simone Zelote e l’uomo d’Endor.

«Il primo della seconda serie è quello del prossimo. In realtà è il quarto in potenza. Poi viene l’amore alla scienza. Indi l’amore al lavoro».

«E basta?».

«E basta».

«Ma vi sono molti altri amori!», esclama Giuda Iscariota.

«No. Vi sono altre fami. Ma non sono amori. Sono “disamori”. Negano Dio, negano l’uomo. Non possono perciò essere amori, perché sono negazioni e la negazione è odio».

«Se io nego di acconsentire al male è odio?», chiede ancora Giuda Iscariota.

«Miseri noi! Ma sei più cavilloso di uno scriba! Mi dici che hai? È l’aria fina di Giudea che ti pizzica i nervi come un crampo?», esclama Pietro.

«No. Mi piace istruirmi e avere molte idee, e chiare. Qui è facile parlare per l’appunto con scribi. Non voglio rimanere a corto di argomenti».

«E credi di potere, in quel momento che ti occorre, tirare fuori la filaccia del colore richiesto dal sacco dove zavorri tutti questi cenci?», interroga Pietro.

«Cenci le parole del Maestro? Tu bestemmi!».

«Non mi fare lo scandalizzato. In bocca a Lui non sono cenci, ma una volta che vengono malmenate da noi lo divengono. Prova tu a dare un bisso prezioso in mano di un bambino… Dopo poco è uno sbrendolo sporco e lacerato. Quello che succede a noi… Ora se tu pretendi di pescare al momento buono il brandellino che ti serve, fra che è brandellino e fra che è sporco… uhm! non so che combinerai».

«Tu non ci pensare. Sono affari miei».

«Oh! sta’ certo che non ci penso! Ne ho basta dei miei. E poi!… Mi contento che tu non faccia danno al Maestro. Perché, in questo caso, penserei anche agli affari tuoi…».

«Quando farò male lo farai. Ma non sarà mai, perché io so fare… Non sono un ignorante io…».

«Lo sono io, lo so. Ma, appunto perché lo so, non zavorro nulla per sventolarlo poi al momento buono. Ma mi raccomando a Dio, e Dio mi aiuterà per amore del suo Messia di cui io sono il servo più infimo e più fedele».

«Fedeli siamo tutti!», ribatte arrogante Giuda.

«Oh! cattivo! Perché offendi il padre mio? È vecchio, è buono. Non devi. Sei un cattivo uomo e mi fai paura», dice Jabé severo, rompendo il silenzio attento in cui era.

«E due!», esclama a bassa voce Giacomo di Zebedeo urtando col gomito Andrea. Ha parlato piano, ma l’Iscariota ha sentito.

«Vedi, Maestro, se le parole dello stolto bambino di Magdala hanno lasciato un segno?», dice Giuda acceso di stizza.

196.7

«Ma non sarebbe più bello continuare la lezione del Maestro anziché sembrare tanti capretti imbizziti?», chiede il pacifico Tommaso.

«Ma sì, Maestro. Parlaci ancora di tua Madre. È così luminosa la sua infanzia! Ci fa l’anima vergine per riflesso, ed io, povero peccatore, ne ho tanto bisogno!», esclama Matteo.

«Che vi devo dire? Sono tanti episodi, uno più dolce dell’altro…».

«Lei te li ha narrati?».

«Qualcuno. Ma molti di più Giuseppe, come il più bel racconto a Me fanciullo, e anche Alfeo di Sara che, essendo di pochi anni più vecchio di mia Madre, le fu amico nei brevi anni che Lei fu a Nazaret».

«Oh! racconta…», prega Giovanni.

Sono tutti in cerchio, seduti all’ombra degli ulivi, con Jabé al centro che guarda fisso Gesù come udisse una paradisiaca fiaba.

«Vi dirò la lezione di castità che diede mia Madre, pochi giorni avanti l’entrata nel Tempio, al suo piccolo amico e a molti altri.

Si era sposata quel giorno una fanciulla di Nazaret, parente di Sara, e anche Gioacchino ed Anna erano stati invitati alle nozze. Con essi la piccola Maria, che con altri bambini aveva l’incarico di gettare petali sfogliati sul cammino della sposa. Dicono che era bellissima, da piccina, e tutti se la contendevano dopo la festosa entrata della sposa. Era molto difficile vedere Maria perché Ella viveva molto in casa, amando una grotticella, che Lei chiama tuttora “dei suoi sponsali”, più di ogni luogo. Quando perciò era vista, bionda, rosea e gentile, era accasciata dalle carezze. La chiamavano “il fiore di Nazaret”, oppure “la perla di Galilea”, o anche “la pace di Dio” a ricordo di un arcobaleno enorme venuto improvviso al suo primo vagito. Era ed è infatti tutto questo e più ancora. È il Fiore del Cielo e del creato, è la Perla del Paradiso, è la Pace di Dio… Sì, la Pace. Io sono il Pacifico perché sono Figlio del Padre e figlio di Maria: la Pace infinita e la Pace soave.

Quel giorno tutti la volevano baciare e prendere in grembo. E Lei, schiva di baci e di contatti, disse con una gravità gentile: “Ve ne prego. Non mi sgualcite”. Credettero parlasse della sua veste di lino, cinta di una fascia d’azzurro alla vita, ai piccoli polsi, al collo… oppure della ghirlandetta di fiorellini azzurri di cui Anna l’aveva incoronata per trattenerle a posto i riccioli lievi, e l’assicurarono che non le avrebbero sgualcita né veste né ghirlanda. Ma Lei, sicura, piccola donna di tre anni ritta fra un cerchio di adulti, disse seria: “Non penso a ciò che si ripara. Parlo dell’anima mia. È di Dio. E non vuole esser toccata che da Dio”. Le obbiettarono: “Ma noi baciamo te, non la tua anima”. Ed Essa: “Il mio corpo è tempio dell’anima e vi è sacerdote lo Spirito. Il popolo non è ammesso nel recinto sacerdotale. Ve ne prego. Non entrate nel recinto di Dio”.

Alfeo, che aveva allora oltre otto anni e che l’amava molto, fu colpito da questa risposta e il giorno dopo, trovandola presso la sua grotticella, intenta a cogliere fiori, le chiese: “Maria, quando sarai donna mi vorresti per sposo?”. Ancora in lui durava l’effervescenza della festa nuziale a cui aveva assistito. Ed Ella: “Io ti amo molto. Ma non ti vedo come uomo. Ti dico un segreto. Io vedo solo l’anima dei viventi. Quella la amo molto, con tutto il cuore. Ma non vedo altro che Dio come ‘vero Vivente’ a cui potrò dare me stessa”.

Ecco un episodio».

«“Vero Vivente”!!! Ma sai che è parola profonda!», esclama Bartolomeo.

E Gesù, umilmente e con un sorriso: «Ella era la Madre della Sapienza».

«Era?… Ma non aveva tre anni?».

«Era. Io vivevo già in Lei, essendo Dio in Lei[5], dal suo concepimento, nella sua Unità e Trinità perfettissima».

196.8

«Ma, scusa se io colpevole oso parlare, ma Gioacchino ed Anna sapevano che Ella era la Vergine prescelta?», chiede Giuda Iscariota.

«Non lo sapevano».

«E allora come poté dire Gioacchino che Dio l’aveva salvata in anticipo? Ciò non allude al suo privilegio sulla colpa?».

«Vi allude. Ma Gioacchino parlava per bocca di Dio, come tutti i profeti. Lui pure non comprese la sublime verità soprannaturale che lo Spirito metteva sulle sue labbra. Perché era un giusto, Gioacchino. Tanto da meritare quella paternità. Ed era un umile. Non vi è infatti giustizia dove è superbia. Lui era giusto ed umile. Consolò la Figlia per amor di padre. L’istruì per sapienza di sacerdote, ché tale era essendo tutore dell’Arca di Dio. La consacrò come pontefice del titolo più dolce: “La Senza Macchia”. Un giorno verrà che un altro canuto pontefice dirà al mondo: “Ella è la Concepita senza Macchia”, e darà al mondo dei credenti questa verità, come articolo di fede non impugnabile, perché nel mondo d’allora, sempre più sprofondantesi in un grigiore nebbioso di eresie e di vizi, splenda, pienamente discoperta, la Tutta Bella di Dio, incoronata di stelle, vestita di raggi di luna meno puri di Lei e, sugli astri appoggiata, la Regina del Creato e dell’Increato. Perché Dio-Re ha per Regina, nel suo Regno, Maria».

«Allora Gioacchino era profeta?».

«Era un giusto. La sua anima disse come un’eco ciò che Dio diceva alla sua anima amata da Dio».

196.9

«Quando andiamo da questa Mamma, Signore?», chiede con occhi di desiderio Jabé.

«Questa sera. Che le dirai vedendola?».

«“Ti saluto, Madre del Salvatore”. Va bene così?».

«Molto bene», conferma Gesù accarezzandolo.

«Ma oggi non andremo al Tempio?», chiede Filippo.

«Prima di partire per Betania vi andremo. E tu starai buono qui. Non è vero?».

«Sì, Signore».

La moglie di Giona, il conduttore dell’uliveto, che si è accostata piano piano, dice: «Perché non lo porti? Ne ha desiderio il bambino…».

Gesù la fissa con insistenza senza parlare.

La donna capisce e lo dice: «Ho capito! Ma devo avere ancora un piccolo mantello di Marco. Lo vado a cercare», e corre via lesta.

Jabé tira Giovanni per una manica: «Saranno severi i maestri?».

«Oh! no. Non avere paura. E poi non è per oggi. In pochi giorni, con la Madre, sarai più sapiente di un dottore», lo conforta Giovanni.

Gli altri sentono e sorridono delle apprensioni di Jabé.

«Ma chi lo presenterà come fosse il padre?», chiede Matteo.

«Io. È naturale! A meno… che lo voglia presentare il Maestro», dice Pietro.

«No, Simone. Io non lo farò. Ti lascio questo onore».

«Grazie, Maestro. Ma… ci sarai anche Tu?».

«Certamente. Tutti ci saremo. È il “nostro” bambino…».

Torna Maria di Giona con un mantello viola scuro, ancora buono. Ma che colore! Lei stessa lo dice: «Marco non me lo volle mai usare perché non gli piaceva il colore».

Sfido io! È atroce! E il povero Jabé, così olivastro come è, sembra un annegato fra quel viola violento. Ma egli non si vede… e perciò è felice di quel mantello in cui può drappeggiarsi come un adulto… «Il pasto è pronto, Maestro. La servente ha levato ora dallo spiedo l’agnello».

«Andiamo, allora».

E, scendendo dal luogo dove sono, entrano nella vasta cucina per il pasto.

Annotazione

Le raccontò la parabola dell'uccellino: si veda il paradosso del "peccatore per amore" espresso dall'Immacolato e la parabola dell'uccellino: cfr. EMV 7.5.

Egli è Colui che è, cioè il Tutto; e l'uomo è il nulla che diventa parte del Tutto grazie all'anima infusa in lui dall'Eterno. "Parte" è stato corretto (secondo la spiegazione data nella nota a EMV 167.9) in "partecipante" su una copia dattiloscritta; si aggiunge a fondo pagina: "Se l'anima sa rimanere in stato di grazia, così deificata, non per identità di sostanza, ma per elevazione all'ordine soprannaturale". "

Nota da EMV 167: "Pacco di Dio" sembra essere stato cambiato in pacco nato da Dio da una correzione poco chiara di Maria Valtorta su una copia dattiloscritta, alla quale ha aggiunto la seguente nota: "Alla parola pacco non si deve dare il significato di "parte di Dio" infusa in noi, ma di "trono", "sede" infusa o "spiritata" (dal "soffio vitale" di cui si parla in Genesi 2,7) da Dio, quindi cosa di Dio venuta da Dio nell'uomo". San Tommaso d'Aquino la chiama "una capacità di Dio" che Dio riempie di sé, affinché tutti possiamo partecipare alla sua vita divina".

Questa spiegazione di Maria Valtorta (e il testo diEMV 10.9) va tenuta presente ogni volta che l'opera parla dell'anima come "parte" o "particella" di Dio.

Essa può essere collegata alle note di EMV 4.6, EMV 54.5, EMV 165.4, EMV 170.4, EMV 365.16, EMV 444.4, EMV 463.4, EMV 524.7, EMV 537.11.

"Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra...". "Secondo Genesi 1:28.

L'uomo amò la donna e la donna amò l'uomo, naturalmente, non naturalmente secondo la natura come la intendiamo noi, o meglio come la intendete voi uomini, ma secondo la natura dei figli di Dio: soprannaturalmente". "Soprannaturalmente": Maria Valtorta annota su una copia dattiloscritta: senza che il disordine della malizia si unisca o addirittura "si sostituisca" alle leggi ordinate di Dio, insite nella moltiplicazione e nel popolamento della terra. Aggiunge a margine: Finché l'uomo rimase in questo ordine, non nacque in lui il veleno della triplice concupiscenza che lo rese delirante, poi ribelle, infine decaduto.

L'uomo sentiva l'amore di un padre per il suo compagno "osso delle sue ossa e carne della sua carne", come un figlio per un padre. Secondo Genesi 2, 23.

"L'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne". "Secondo Genesi 2, 24.

Libro della Genesi 1, 28

Gn 1, 28: Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, e abbiate dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che si muove sulla terra".

Libro della Genesi 2, 23-24

Gn 2, 23-24 : E l'uomo disse: "Questa è osso delle mie ossa e carne della mia carne! Questa sarà chiamata donna, perché è stata tratta dall'uomo. Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne.

EMR 197.1-2 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Pietro è proprio solenne mentre entra in veste di padre nel recinto del Tempio, tenendo per mano Jabé. Sembra persino più alto tanto procede impettito.

Dietro, in gruppo, tutti gli altri. Gesù è l’ultimo, occupato in una conversazione serrata con Giovanni di Endor, che pare vergognarsi di entrare nel Tempio.

Pietro chiede al suo protetto: «Ci sei mai stato?», avendo per risposta la frase: «Quando sono nato, padre. Ma non me ne ricordo», cosa che fa ridere di gusto Pietro, che la ripete ai compagni, che ridono loro pure dicendo bonari e arguti: «Forse dormivi e perciò…», oppure: «Siamo tutti come te. Non ci ricordiamo di quando siamo venuti qui di nascita».

197.2

Anche Gesù chiede la stessa cosa al suo protetto e ne ha una risposta analoga o quasi. Perché Giovanni di Endor dice:

«Eravamo proseliti e ci venni in braccio a mia madre, proprio per una Pasqua, perché sono nato ai primi di adar e la madre, lei era di Giudea, si mise in viaggio appena poté, per offrire in tempo il suo maschio al Signore. Forse troppo presto… perché si ammalò e non guarì più. Io avevo meno di due anni quando rimasi senza madre. La prima sventura della mia vita. Ma ero il suo primogenito, l’unigenito rimasi per la sua malattia, ed ella era fiera di morire per avere ubbidito alla Legge. Mi diceva il padre: “Ella è morta contenta per averti offerto al Tempio”… Povera madre! Che offristi? Un futuro assassino…».

«Giovanni, non dire così. Allora eri Felice, ora sei Giovanni. Abbi presente la grande grazia che Dio ti ha fatto, questa sempre. Ma abbandona l’avvilimento di ciò che fosti… Non sei tornato più al Tempio?».

«Oh! sì. A dodici anni e da allora sempre finché… finché potei farlo… Dopo, quando avrei potuto farlo, non lo feci più, perché te l’ho detto che culto avevo, uno solo: l’Odio… E anche per questo non oso inoltrarmi qui. Mi sento straniero nella Casa del Padre… Io l’ho abbandonato per troppo tempo…».

«Tu vi torni preso per mano da Me che sono il Figlio del Padre. Se Io ti conduco davanti all’altare è perché so che tutto è perdonato».

Giovanni di Endor ha un aspro singhiozzo e dice: «Grazie, mio Dio».

«Sì, ringrazia l’Altissimo. Lo vedi che aveva spirito profetico tua madre, vera israelita? Tu sei il maschio sacro al Signore e non più riscattato. Sei mio, sei di Dio, discepolo, e perciò futuro sacerdote del tuo Signore nella nuova èra e religione che avrà nome da Me. Io ti assolvo di tutto, Giovanni. Procedi sereno verso il Santo. In verità ti dico che fra questi che abitano questo recinto ve ne sono molti più colpevoli di te e indegni di te di accostarsi all’altare»…

Annotazione

Sono nato nei primi giorni di Adar. Quindi a metà febbraio.

EMR 198.1-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Attraverso alla ombrosa strada che congiunge il monte degli Ulivi a Betania – e potrei dire che il monte giunge con le sue propaggini verdi sino alle campagne di Betania – Gesù coi suoi cammina sollecito verso la città di Lazzaro.

E non vi è ancora entrato che viene riconosciuto, e volontarie staffette corrono in tutti i sensi ad avvertire della sua venuta. Per cui ecco accorrere Lazzaro e Massimino da un lato, Isacco con Timoneo e Giuseppe dall’altro, terza viene Marta con Marcella che alza il suo velo per curvarsi a baciare la veste di Gesù, e subito dopo accorrono Maria d’Alfeo e Maria Salome che venerano il Maestro e poi si abbracciano i figli; e mentre il piccolo Jabé, sempre per mano di Gesù, sballottato da tutti questi irruenti arrivi, osserva stupefatto, e Giovanni di Endor, sentendosi estraneo, si ritira in fondo al gruppo, in disparte, ecco farsi avanti, sul sentiero che conduce alla casa di Simone, la Madre.

Gesù abbandona la mano di Jabé e dolcemente respinge gli amici per affrettarsi verso di Lei. Le note parole rompono l’aria, squillando come un assolo d’amore sul brusio della folla:

«Figlio!», «Mamma!». Si baciano, e nel bacio di Maria è l’affanno di chi ha temuto per tanto tempo ed ora, nello sciogliersi del terrore che l’ha tenuto, sente la stanchezza dello sforzo fatto, misura in tutta l’estensione il pericolo in cui è incorso… Gesù la carezza, Lui che comprende, e dice: «Oltre il mio angelo avevo il tuo, Madre, a vegliarmi. Non poteva accadermi nulla di male».

«Ne sia data lode al Signore. Ma ho tanto sofferto!».

«Volevo venire più sollecito, ma ho dovuto fare altra via per ubbidire a te. E bene fu, perché il tuo comando, Madre mia, come sempre è fiorito in bene».

«La tua ubbidienza, Figlio!».

«Il tuo comando sapiente, Madre…».

Si sorridono come due innamorati. Ma è possibile che questa Donna sia Madre di quest’Uomo? Dove sono i sedici anni di differenza? La freschezza e la grazia del volto e del corpo verginale fanno di Maria la sorella del suo Figlio, che è nella pienezza della sua bellissima virilità.

«Non mi chiedi perché è fiorito in bene?», chiede Gesù sempre sorridendo.

«So che il mio Gesù non mi tiene nascosto nulla».

«Mamma cara!». La bacia ancora… La gente si è tenuta lontana qualche metro e mostra di non osservare la scena. Ma scommetto che non c’è uno, di tutti questi occhi che pare guardino altrove, che non sbirci la dolce scena.

198.2

Quello che guarda più di tutti è Jabé, che Gesù ha lasciato andare quando è corso ad abbracciare sua Madre e che è rimasto solo, perché nell’affollarsi delle domande e delle risposte l’attenzione è distratta dal povero bambino… Guarda, guarda, poi china il capo, lotta con il pianto… ma infine non ce la fa e scoppia in pianto, gemendo: «Mamma! Mamma!».

Tutti, Gesù e Maria per i primi, si volgono, e tutti cercano riparare o sapere chi è il bambino.

Maria d’Alfeo accorre, e accorre Pietro – erano insieme – dicendo entrambi: «Perché piangi?».

Ma prima che fra il suo grande pianto Jabé possa trovare fiato per parlare, è accorsa Maria e lo ha preso in braccio dicendo:

«Sì, figliolino mio, la Mamma! Non piangere più… e scusa se non ti ho visto prima. Ecco, amici, il mio figliolino…». Si capisce che Gesù, nel fare i pochi metri, le deve avere detto: «È un orfanello che ho preso con Me». Il resto lo ha intuito Maria.

Il bambino piange ancora, ma meno desolatamente, e posto che Maria lo tiene in braccio e lo bacia, finisce col sorridere col visetto ancora lavato di pianto.

«Vieni che ti asciugo tutte queste lacrime. Non devi piangere più! Dàmmi un bacio…».

Jabé… non chiedeva che quello, e dopo tante carezze di uomini barbuti si crogiola tutto nel baciare la guancia liscia di Maria.

198.3

Ma Gesù ha cercato e scorto Giovanni di Endor e lo va a prendere nel suo angolino remoto. E mentre tutti gli apostoli salutano Maria, Gesù viene a Lei tenendo per mano Giovanni di Endor e dice: «Ecco, Madre, l’altro discepolo. Questi due figli ti ha ottenuto il tuo comando».

«La tua ubbidienza, Figlio», ripete Maria e poi saluta l’uomo dicendo: «La Pace è con te».

L’uomo, il rude, inquieto uomo di Endor, che tanto si è già mutato da quel mattino in cui il capriccio dell’Iscariota ha portato Gesù a Endor, finisce di spogliarsi del suo passato mentre si inchina a Maria. Io credo sia così, tanto il volto che si rialza dopo il profondo inchino appare sereno, veramente «pacificato».

Si avviano tutti verso la casa di Simone: Maria con Jabé in braccio, Gesù tenendo per mano Giovanni di Endor e poi, intorno e dietro, Lazzaro e Marta, gli apostoli con Massimino, Isacco, Giuseppe, Timoneo.

EMR 198.9 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Isacco racconta quanto ha potuto sapere del Battista. C’è chi lo dice in Macheronte e chi a Tiberiade. I discepoli non sono ancora tornati… «Ma non lo avevano seguito?».

«Sì. Ma presso Doco i catturatori traversarono il fiume col prigioniero e non si sa se poi sono risaliti al lago o scesi a Macheronte. Giovanni, Mattia e Simeone si sono sguinzagliati per sapere e non lo abbandoneranno certo».

«E tu, Isacco, non mi abbandonerai certo questo nuovo discepolo. Per ora sta con Me. Voglio faccia la Pasqua con Me».

«Io la farò in Gerusalemme, in casa di Giovanna. Mi ha visto e mi ha offerto una stanza per me e i compagni. Vengono tutti, quest’anno. E saremo con Gionata».

«Anche quelli del Libano?».

«Anche. Ma non potranno forse venire i discepoli di Giovanni».

«Vengono quelli di Giocana, lo sai?».

«Davvero? Starò alla porta, presso i sacerdoti che immolano. Li vedrò e li porterò con me».

«Attendili proprio per l’ultima ora. Non hanno che tempo misurato. Ma hanno l’agnello».

«Io pure. Splendido. Me lo ha dato Lazzaro. Immoleremo questo, e l’altro, il loro, servirà loro per il ritorno».

Annotazione

I pastori del Libano, cioè Daniele e Beniamino.

EMR 199.2 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Come ti chiami?».

«Marjziam».

«Ah! già! Ma benedetta la mia Maria! Poteva metterti un nome più facile!».

«È quasi come il suo!», esclama Salome.

«Sì. Ma il suo è più semplice. Non ci sono quelle tre lettere al centro… Tre sono troppe…».

È entrato l’Iscariota e dice: «Ha messo il nome esatto nel suo significato, secondo l’antica lingua incorrotta».

«Va bene. Ma è difficile, e io ne levo una e dico Marziam. È più facile e non cascherà il mondo per questo. Vero, Simone?».

Pietro, che sta passando davanti alla finestra parlando con Giovanni di Endor, si affaccia e dice: «Che vuoi?».

«Dicevo che io il bambino lo chiamo Marziam. È più facile».

«Hai ragione, donna. Se la Madre me lo permette, lo chiamo anche io così. Ma come stai bene! Però anche io, eh? Guardate!». Infatti è tutto spazzolato, sbarbato sulle guance, con capelli e barba regolati, unti, la veste senza sgualciture, i sandali che sembrano nuovi tanto sono mondi e lucidati con non so che. Le donne lo ammirano ed egli ride contento.

Il bambino ha finito il suo pasto ed esce per andare dal suo grande amico, che egli chiama sempre: «Padre».

Dettaglio

Marie d'Alphée chiede al giovane Marziam come si chiama.

Annotazione

"Come ti chiami?

- Marziam.

- Capisco! Ma la mia benedetta Maria avrebbe potuto darti un nome più facile!

- È quasi il suo! esclama Salomé.

- Sì, ma il suo è più semplice. Non ha quelle tre consonanti in mezzo... Tre sono troppe...". MaRGZiam, semplificato in Marziam nella nuova traduzione in accordo con quanto espresso da Maria di Alfeo e Pietro nel resto del testo.

"Prese il nome esatto per quello che significava, in accordo con la lingua antica". Senza dubbio l'ebraico, dato che l'aramaico (una lingua strettamente correlata) era diventato la lingua comune al tempo di Gesù. Questa vicinanza è perfettamente colta nella riflessione di Salomè. Conosciamo questa vicinanza anche dalla preghiera di Gesù sulla croce: Elôi, elôi, lama sabachthani, una citazione aramaica che è leggermente diversa in Matteo 27,46 e in Marco 15,34. Questa vicinanza non esclude però le differenze, poiché il capitolo 8 del libro di Neemia riferisce che gli esuli che tornavano a Gerusalemme sentivano leggere la Torah "nella lingua antica", ma non la capivano: bisognava tradurla.

EMR 199.3 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Ecco Gesù che viene dalla casa di Lazzaro insieme allo stesso, e al bambino che gli corre incontro dice: «La pace fra noi, Marjziam. Diamoci il bacio di pace».

Lazzaro, salutato dal bambino, lo carezza e gli dà un dolcetto.

Tutti si riuniscono intorno a Gesù. Anche Maria, rivestita di una veste di lino color turchese su cui è drappeggiato il mantello più scuro, viene verso suo Figlio sorridendo.

«Possiamo andare, allora», dice Gesù. «Tu, Simone, colla Madre mia e il bambino, se proprio vuoi spendere anche ora che Lazzaro ha provveduto».

«Ma certo! E poi… potrò dire di avere potuto per una volta camminare al fianco di tua Madre. Grande onore».

«E allora vai. Tu, Simone, mi accompagnerai dai tuoi amici lebbrosi…».

«Davvero, Maestro? Allora se permetti vado avanti di corsa, a radunarli… Mi raggiungerai. Tanto lo sai dove sono…».

«Va bene. Vai. Gli altri facciano quello che credono. Siete tutti liberi fino a mercoledì mattina. All’ora di terza tutti alla porta Dorata».

«Io vengo con Te, Maestro», dice Giovanni.

«Io pure», dice Giacomo suo fratello.

«Ed anche noi», dicono i due cugini.

«Vengo anche io», dice Matteo e con lui lo dice Andrea.

«E io? Vorrei venire anche io… ma se vado per le spese non posso venire…», dice Pietro, preso fra due voglie.

«Si può fare. Prima si va dai lebbrosi, intanto mia Madre col bambino va in una casa amica di Ofel. Poi la raggiungiamo e tu vai con Lei, mentre Io e gli altri andiamo da Giovanna. Ci riuniremo al Getsemnì per il cibo, e poi verso il tramonto torneremo qui».

«Io, se permetti, vado da alcuni amici…», dice Giuda Iscariota.

«Ma l’ho detto. Fate quello che credete».

«Allora io andrò dai parenti. Forse è già venuto mio padre.

Se c’è te lo conduco», dice Tommaso.

«Noi due, che dici Filippo? Si potrebbe andare da Samuele».

«Ben detto», risponde questo a Bartolomeo.

«E tu, Giovanni?», chiede Gesù all’uomo di Endor. «Preferisci rimanere qui per sistemare i tuoi libri o venire con Me?».

«Veramente preferirei venire con Te… I libri… mi piacciono già meno. Preferisco leggere Te, Libro vivente».

«Allora vieni. Addio, Lazzaro, a…».

«Ma vengo anche io. Le gambe stanno un poco meglio e ti lascerò, dopo i lebbrosi, andando al Getsemnì ad attenderti».

«Andiamo. La pace a voi, donne».

Fino alle vicinanze di Gerusalemme stanno tutti uniti. Poi si separano, andando l’Iscariota per conto suo, entrando in città probabilmente da quella porta che è verso la torre Antonia; mentre Tommaso, con Filippo e Natanaele, fanno ancora qualche decina di metri con Gesù e i compagni e poi entrano in città dal sobborgo di Ofel, insieme a Maria e al bambino.

Annotazione

Tu, Simone, mi accompagnerai dai tuoi amici lebbrosi... Simone lo Zelota è un ex lebbroso, guarito da Gesù.

Siete tutti liberi fino a mercoledì mattina. All'ora della tregua, tutti si recano alla Porta d'Oro. Questa porta conduce direttamente al Tempio da Betania e dal Getsemani.

Nel frattempo, mia Madre e il bambino vanno in una casa amica a Ophel. Questo quartiere è a sud del Tempio e quindi a est della città.

Cosa ne pensi, Filippo, del fatto che noi due andiamo a casa di Samuele? Probabilmente Samuele, il fidanzato di Annalia.

Probabilmente entra in città dalla porta vicino alla Torre Antonia. La porta dei Pesci.

EMR 199.7 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

…E di nuovo siamo, a sera, nella casetta di Betania. Molti, stanchi, si sono già ritirati. Ma Pietro passeggia avanti e indietro per il sentiero, alzando la testa molto sovente verso la terrazza dove sono seduti in colloquio Gesù e Maria. Giovanni di Endor, invece, parla con lo Zelote stando seduti sotto un melograno tutto in fiore.

EMR 200.1 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Gesù rientra solo nella casa dello Zelote. La sera sta scendendo, placida e serena dopo tanto sole. Gesù si affaccia alla porta della cucina, saluta e poi sale a meditare nella stanza superiore, già preparata per la cena.

Non pare molto lieto il Signore. Sospira spesso e passeggia avanti e indietro per lo stanzone, gettando ogni tanto uno sguardo sulla campagna circostante, che è visibile dalle molte porte di questa ampia stanza che fa da cubo sopra il piano terreno. Esce anche a passeggiare sulla terrazza, facendo il giro della casa, e si immobilizza sul lato posteriore a guardare Giovanni di Endor, che cortesemente attinge acqua ad un pozzo per offrirla alla indaffarata Salome. Guarda, scrolla il capo, sospira.

La potenza del suo sguardo attira Giovanni, che si volge a guardare e che chiede: «Maestro, mi vuoi?».

«No, ti guardavo solamente».

«È buono Giovanni. Mi aiuta», dice Salome.

«Anche di questo aiuto Dio gliene darà compenso».

Gesù, dopo queste parole, rientra nella stanza e si siede.