186.2
Gesù, tagliato il lago in direzione nord-ovest sud-est, si raccomanda a Pietro di sbarcare presso Ippo. E Pietro ubbidisce senza discutere, scendendo con la barca fino all’imboccatura di un fiumiciattolo che la primavera e il recente temporale fanno pieno e fragoroso e che sbocca nel lago da una gola aspra e scogliosa, come è tutta la costa in questo punto. I garzoni assicurano le barche – ve ne è uno per ogni barca – e ricevono l’ordine di attendere fino a sera per tornare a Cafarnao.
«E fate i pesci con chi vi interroga», consiglia Pietro. «A chi vi domanda dove è il Maestro rispondete sicuri: “Non lo so”. A chi vuole sapere dove è diretto, lo stesso. Tanto è verità.
Non lo sapete».
Si separano, e Gesù intraprende la salita di un ripido sentiero che si inerpica sulla scogliera quasi a picco. Gli apostoli lo seguono per il sentiero malagevole fino al sommo della scogliera, che si placa in un pianoro sparso di querce sotto le quali pasturano molti porci.
«Fetidi animali!», esclama Bartolomeo. «Ci impediscono di passare…».
«No. Non ci impediscono. Vi è posto per tutti», risponde calmo Gesù.
Del resto i guardiani, vedendo degli israeliti, cercano di radunare i porci sotto le querce lasciando libero il sentiero. E gli apostoli passano, facendo mille boccacce, fra le lordure lasciate dagli animali, che grufolano ben pingui e sempre cercanti maggiore pinguedine.
Gesù è passato senza tante storie, dicendo ai guardiani del branco: «Dio vi rimuneri per la vostra gentilezza».
I guardiani, povera gente di poco meno sporca dei loro porci e in compenso infinitamente più magra, lo guardano stupiti e poi bisbigliano fra di loro. Uno dice: «Ma che non sia israelita?». Al che gli altri rispondono: «Non vedi che ha le frange alla veste?».
Il gruppo apostolico si riunisce, ora che può procedere in gruppo su una viottola abbastanza ampia. (...)
186.5
«Ma cosa è questo rovinìo?». Si scansano tutti dal fianco del monte perché pietre e terriccio rotolano e rimbalzano per la china, e si guardano attorno stupiti.
«Ecco, ecco! Ecco là! Due… nudi affatto… vengono verso noi e gesticolano. Folli…».
«O indemoniati», risponde Gesù all’Iscariota, che ha visto per primo due ossessi venire verso Gesù.
Devono essere usciti da qualche caverna nel monte. Urlano. E uno, il più veloce nella corsa, si precipita verso Gesù. Pare uno strano uccellaccio spogliato delle penne, tanto va svelto e tanto remiga con le braccia come fossero ali. Si abbatte ai piedi di Gesù gridando: «Qui sei, Padrone del mondo? Che ho a fare con Te, Gesù, Figlio di Dio altissimo? Già è venuta l’ora del nostro castigo? Perché sei venuto prima del tempo a tormentarci?».
L’altro indemoniato, sia perché fosse legato nella favella, sia perché posseduto da un demonio che lo fa tardo, non fa che buttarsi bocconi e piangere piano e poi, messosi a sedere, resta come inerte, giocherellando coi sassi e coi suoi piedi nudi.
Il demonio continua a parlare per bocca del primo, che si divincola al suolo in un parossismo di terrore. Si direbbe che voglia reagire e non possa che adorare, attratto e respinto nello stesso tempo dal potere di Gesù. Urla: «Ti scongiuro in nome di Dio, cessa di tormentarmi! Lasciami andare!».
«Sì. Ma fuori di costui. Spirito immondo, esci da costoro e di’ il tuo nome».
«Legione è il mio nome perché siamo molti. Teniamo questi da anni e per essi spezziamo lacci e catene, né c’è forza d’uomo che li possa tenere. Terrore essi sono, per causa di noi, e ce ne serviamo per farti bestemmiare. Ci vendichiamo su questi del tuo anatema. Abbassiamo l’uomo sotto la belva per irriderti, e non c’è lupo, sciacallo e iena, non avvoltoio e vampiro simili a questi che noi teniamo. Ma non ci cacciare. Troppo orrido è l’inferno!…».
«Uscite! In nome di Gesù, uscite!». Gesù ha una voce di tuono e i suoi occhi dardeggiano splendori.
«Lasciami almeno entrare[2] in quel branco di porci che Tu hai incontrato».
«Andate».
Con un urlo bestiale i demoni si separano dai due disgraziati e, fra un improvviso turbine di vento che fa ondeggiare le querce come steli, si abbattono sui numerosissimi porci, che con stridi veramente demoniaci si danno a correre come invasati attraverso le querce, si urtano, si feriscono, si mordono e infine si precipitano nel lago quando, giunti sul ciglio dell’alta scogliera, non hanno più che l’acqua sottostante per rifugio. Mentre i guardiani, travolti e desolati, urlano di spavento, le bestie, centinaia, con un succedersi di tonfi precipitano nelle acque quiete, spezzandole in un ribollire di spume, affondano, rigalleggiano, mostrando a turno i tondi ventri o i musi puntuti nei cui occhi è il terrore, e infine affogano.
I pastori, urlando, corrono verso la città.
186.6
Gli apostoli, andati verso il luogo del disastro, tornano dicendo: «Non se ne è salvato uno! Hai reso loro un brutto servizio!».
Gesù, calmo, risponde: «Meglio che periscano duemila porci che non un solo uomo. Date una veste a costoro. Non possono stare così».
Lo Zelote apre un sacco e dà una delle sue vesti. Tommaso dà l’altra. I due sono ancora un poco imbambolati come uscissero da un pesante sonno pieno di incubi.
«Date loro del cibo. Che tornino a vivere da uomini».
E mentre i due mangiano il pane e ulive che viene loro dato e bevono alla fiasca di Pietro, Gesù li osserva.
Infine parlano: «Chi sei Tu?», dice uno.
«Gesù di Nazaret».
«Non ti conosciamo», dice l’altro.
«L’anima vostra mi ha conosciuto. Alzatevi ora e andate alle vostre case».
«Abbiamo molto sofferto, io credo, ma non ricordo bene.
Chi è costui?», dice quello che parlava per il demonio, e accenna al compagno.
«Non lo so. Era con te».
«Chi sei? E perché sei qui?», chiede al compagno.
Colui che era come muto, e che è il più inerte ancora, dice:
«Sono Demetrio. Qui è Sidone?».
«Sidone è sul mare, uomo. Qui sei oltre il lago di Galilea».
«E perché sono qui?».
Nessuno può dare una risposta.
186.7
Sta giungendo della gente seguita dai pastori. Pare impaurita e curiosa. Quando poi vede i due rivestiti e composti, il suo stupore aumenta.
«Quello è Marco di Giosia!… E quello è il figlio del mercante pagano!…».
«E quello è Colui che li ha guariti e che ha fatto perire i nostri porci perché folli dei demoni entrati in loro», dicono i guardiani delle bestie.
«Signore, Tu sei potente, lo riconosciamo. Ma già troppo male ci hai fatto! Un danno di molti talenti. Vattene, te ne preghiamo, che il tuo potere non abbia a far scoscendere il monte e a farlo sprofondare nel lago. Va’ via…».
«Vado. Non mi impongo a nessuno», e Gesù si rivolge per la via già fatta, senza discutere.
Lo segue, in coda agli apostoli, l’indemoniato che parlava. Dietro, a distanza, molti cittadini, per vedere se parte proprio.
186.8
Rifanno il ripido sentiero e tornano alla foce del torrentello, presso le barche. I cittadini restano sul ciglione a guardare. Il liberato scende dietro Gesù.
Nelle barche i garzoni sono esterrefatti. Hanno visto la pioggia dei porci nel lago e ancora contemplano i corpi che affiorano sempre più numerosi, sempre più gonfi, con le tonde pance all’aria e le corte zampette stecchite come quattro pioli infissi su un lardoso vescicone. «Ma che è avvenuto?», chiedono.
«Ve lo diremo. Ora sciogliete e andiamo… Dove, Signore?», dice Pietro.
«Nel golfo di Tarichea».
L’uomo che li ha seguiti, ora che li vede salire nelle barche, supplica: «Prendimi con Te, Signore».
«No. Va’ a casa tua; i tuoi hanno diritto di averti. E parla ad essi delle grandi cose che ti ha fatto il Signore e come ha avuto pietà di te. Questa parte di Terra ha bisogno di credere. Accendi le fiamme della fede per riconoscenza al Signore. Va’. Addio».
«Confortami almeno con la tua benedizione, che il demonio non mi riprenda».
«Non temere. Se non vuoi non verrà. Ma ti benedico. Va’ in pace».
Le barche si staccano dalla riva in direzione da est a ovest. Solo allora, mentre fendono i flutti sparsi delle vittime suine, gli abitanti della città, che non ha voluto il Signore, si ritirano dal ciglione e se ne vanno.