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Note della parola chiave

Giuda di Alfeo (apostolo)

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Comfort di lettura

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EMR 213.4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

La sinagoga si svuota e tutti parlano e gesticolano sulla profezia e sulla stima che Gesù ha di Giuda. Quelli di Keriot sono esaltati dall’onore dato loro dal Messia scegliendo il luogo di un apostolo, e proprio dell’apostolo di Keriot, per iniziare il magistero apostolico e anche per il dono della profezia.

Per quanto sia triste, è un grande onore averla avuta e con le parole di amore che la precedono… Nella sinagoga restano Gesù e il gruppo degli apostoli; anzi passano nel giardinetto che è fra la sinagoga e la casa del sinagogo. Giuda si è seduto e piange.

«Perché piangi? Non ne vedo il motivo…», dice l’altro Giuda.

«Ma, ecco. Quasi quasi farei anche io come lui. Avete sentito? Ora bisogna parlare noi…», dice Pietro.

«Ma un poco lo abbiamo già fatto sul monte. Sempre meglio faremo. Tu e Giovanni siete stati subito capaci», dice Giacomo di Zebedeo per rincuorare.

«Il peggio è per me… ma Dio mi aiuterà. Non è vero, Maestro?», interroga Andrea.

Gesù, che scorreva dei rotoli che si era portati con Sé, si volta e dice: «Cosa dicevi?».

«Che Dio mi aiuterà quando dovrò parlare. Cercherò di ripetere le tue parole il meglio che posso. Ma mio fratello ha paura e Giuda piange».

«Piangi? Perché?», domanda Gesù.

«Perché veramente io ho peccato. Andrea e Tommaso lo possono dire. Io ho fatto maldicenza su Te, e Tu mi benefichi chiamandomi “carissimo discepolo” e volendomi maestro qui… Quanto amore!…».

«Ma non lo sapevi che ti amavo?».

«Sì. Ma… Grazie, Maestro. Non mormorerò mai più, perché veramente io sono le tenebre e Tu sei la Luce».

Ritorna il sinagogo invitandoli nella sua casa, e nell’andare dice: «Penso alle tue parole. Se ho ben compreso, in Keriot, come hai trovato un prediletto, il nostro Giuda di Simone, profetizzi di trovarvi un indegno. Ciò mi accora. Meno male che Giuda compenserà l’altro…».

«Con tutto me stesso», dice Giuda che si è ripreso.

Gesù non parla, ma guarda i suoi interlocutori e fa un gesto aprendo le braccia come per dire: «Così è».

Dettaglio

Gesù ha appena lanciato la predicazione degli apostoli a Kerioth, dicendo: "Nella città del mio discepolo più caro non farò il mio solito insegnamento. Ci fermeremo qui per qualche giorno e voglio che lui ve lo riporti. È da qui che voglio che inizi il contatto diretto, continuo tra gli apostoli e il popolo". La predicazione era ormai terminata.

Annotazione

Ho davvero peccato. Andrea e Tommaso possono dirlo. Ho parlato male di voi, e voi mi ricompensate chiamandomi "mio carissimo discepolo" e volendo che insegni qui... Che amore! Giuda ha parlato in EMV 210.

EMR 214.3-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Poi Giuda racconta quanto ha fatto nella giornata. Comprendo che è andato lui ad avvisare la madre della loro venuta, e che poi ha iniziato a parlare nelle campagne di Keriot avendo a compagno Andrea. Dice poi: «Domani vorrei veniste tutti, però. Non voglio brillare da me. Andremo, per quanto si può, un giudeo e un galileo. Io con Giovanni, per esempio, e Simone con Tommaso. Se venisse l’altro Simone! Però voi due (e accenna ai figli di Alfeo) potete andare da voi. Ho detto anche a chi non lo voleva sapere che siete i fratelli del Maestro. E anche voi due (e accenna Filippo e Bartolomeo) potete andare insieme. Ho detto che Natanaele è un rabbi venuto al seguito del Maestro. È cosa che fa impressione. E… rimanete voi tre. Ma appena viene lo Zelote si potrà fare una coppia di più. E poi ci alterneremo perché voglio vi conoscano tutti…». Giuda è pieno di brio. «Ho parlato sul decalogo, Maestro, cercando di illustrare specialmente le parti in cui so che questa zona più manca…».

«Non avere la mano pesante, Giuda. Te ne prego. Abbi sempre presente che ottiene di più la dolcezza che l’intransigenza e che sei uomo tu pure. Perciò esaminati e rifletti come è facile anche a te cascare e come ti irriti per rimproveri troppo aperti», dice Gesù mentre la madre di Giuda piega la testa avvampando nel volto.

«Non temere, Maestro. Mi sforzo di imitare Te in tutto.

Però, nel paese che vediamo anche da quella porta (mangiano a porte aperte e si vede un bell’orizzonte da questa camera sopraelevata) vi è un infermo che vorrebbe guarire. E non lo si può trasportare. Potresti venire con me?».

«Domani, Giuda. Domani mattina senza fallo. E se vi sono altri malati ditemelo o conducetemeli».

«Vuoi proprio beneficare la mia patria, Maestro?».

«Sì. Perché non si dica che sono stato ingiusto verso chi non mi ha fatto del male. Benefico anche i malvagi! Perché allora non i buoni di Keriot? Voglio lasciare un ricordo indelebile di Me…».

«Ma come? Non torniamo più qui?».

«Ci torneremo ancora, ma…».

214.4

«Ecco la Madre, la Madre con Simone!», trilla il bambino che vede Maria e Simone salire la scala che conduce alla terrazza su cui è la stanza.

EMR 216.2-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Gesù va dunque per le messi. La giornata è calda. La zona deserta. Non si vede un uomo per i campi. Solo spighe mature e alberi qua e là. Sole, grani, uccelli, lucertole, ciuffi verdi e fermi nell’aria tranquilla: ecco ciò che è intorno a Gesù. Ai due estremi della via maestra che percorre Gesù, nastro polveroso e abbacinante fra il mareggiare dei grani, è da una parte un paesello, dall’altra una fattoria. Niente altro.

Tutti procedono in silenzio, accaldati. Si sono levati i mantelli, ma certo soffrono ugualmente sotto le vesti di lana, anche se leggere. Solo Gesù, i due cugini e Giuda Iscariota, sono vestiti di lino o di canapa. Certo la veste di Gesù e dell’Iscariota sono di lino bianco; le altre dei figli di Alfeo, per la loro compattezza, mi sembrano più pesanti del lino e sono anche tinte in un colore avorio carico, proprio come lo ha la canapa non imbiancata. Gli altri sono come al solito e vanno asciugandosi il sudore col lino che fa da velo al capo.

Raggiungono un gruppetto di alberi ad un crocevia. Si fermano a quell’ombra salutare e bevono avidi dalle loro fiaschette.

«È calda come fosse levata dal fuoco», brontola Pietro.

«Ci fosse almeno un ruscello! Ma niente, niente!», sospira Bartolomeo. «Fra poco non ne ho più».

«Quasi dico che è meglio la montagna», geme Giacomo di Zebedeo congestionato dal calore.

«Meglio di tutto è la barca. Fresca, riposante, pulita, ah!». Il cuore di Pietro va verso il suo lago e la sua barca.

«Avete ragione tutti. Ma i peccatori sono in montagna come al piano. Se non ci avessero cacciato dall’Acqua Speciosa e perseguitato alle calcagna, sarei venuto qui fra tebet e scebat. Ma presto saremo lungo la marina. L’aria è là temperata dal vento del largo», conforta Gesù.

«Eh! ci vuole. Qui si sembra lucci morenti. Ma come fanno ad essere così belli i grani se non c’è acqua?», chiede Pietro.

«Ci sono acque sotterranee. Mantengono umido il terreno», spiega Gesù.

«Era meglio se erano di sopra, anziché disotto. Che me ne faccio se sono disotto? Non sono una radice io!», dice d’impeto Pietro mentre tutti ridono.

Ma poi Giuda Taddeo si fa serio e dice: «È egoista il suolo come lo sono gli animi, ed è arido ugualmente. Se ci lasciavano sostare a quel paese e passare il sabato così, si sarebbe avuto ombra, acqua, riposo. Ma ci hanno cacciati…».

«Anche cibo si avrebbe avuto. Ma neanche quello. Io ho fame. Ci fossero delle frutta! Ma le piante da frutta sono vicine alle case. E chi ci va? Se sono tutti dell’umore di quelli là…», dice Tommaso accennando al paese lasciato alle spalle, a oriente.

«Prendi il mio cibo. Io non ho mai molta fame», dice lo Zelote.

«Prendete anche il mio», dice Gesù. «Chi si sente più affamato mangi».

Ma messe insieme le cibarie di Gesù, dello Zelote e di Natanaele, appaiono molto pochine, e l’occhio sgomento di Tommaso e dei giovani lo dice. Ma tacciono sbocconcellando le microscopiche parti.

Lo Zelote, paziente, va verso un punto dove un filare verde sul terreno arso fa supporre esistere dell’umidore. Vi è infatti un filo d’acqua in fondo ad un greto, proprio un filo destinato a scomparire fra breve. Dà un grido ai lontani perché vengano a quel ristoro, e tutti vanno, di corsa, seguendo l’ombra saltuaria di un filare di piante poste sull’argine del torrentello semiasciutto, e là possono rinfrescarsi i piedi polverosi, lavarsi il viso sudato, e prima ancora empire le ormai vuote fiaschette e poi lasciarle nell’acqua, là dove è ombra, per averle più fresche.

Si siedono ai piedi di un albero e sonnecchiano stanchi.

216.3

Gesù li guarda con amore e compassione e crolla il capo.

Lo vede in quell’atto lo Zelote, che è andato ancora a bere, e gli chiede: «Che hai, Maestro?».

Gesù si alza, va dallo Zelote e circondandolo con un braccio lo porta seco verso un altro albero dicendo: «Che ho? Mi affliggo per la vostra stanchezza. Se non sapessi ciò che Io sto facendo di voi, non mi darei pace di darvi tanti disagi».

«Disagi? No, Maestro! È la nostra gioia. Tutto si annulla nel venire con Te. Siamo tutti felici, credilo. Non c’è rimpianto, non c’è…».

«Taci, Simone. L’umanità grida anche nei buoni. E non avete torto, umanamente parlando, di gridare. Vi ho levato alle vostre case, alle famiglie, agli interessi, e voi siete venuti pensando che ben altro fosse il seguirmi… Ma il vostro gridare di ora, il vostro interno gridare, si placherà un giorno, e allora capirete che sarà stato bello venire per nebbie e fango, per polvere e solleone, perseguitati, assetati, stanchi, senza cibo, dietro al Maestro perseguitato, disamato, calunniato… e più, più ancora. Tutto vi parrà bello allora. Perché allora avrete un altro pensiero, e tutto vedrete in un’altra luce. E mi benedirete di avervi condotto per la mia via difficile…».

«Sei triste, Maestro. E il mondo giustifica la tua tristezza. Ma noi no. Noi siamo tutti contenti…».

«Tutti? Ne sei sicuro?».

«Pensi diverso Tu?».

«Sì, Simone. Diverso. Tu sei sempre contento. Tu hai capito.

Molti altri no. Vedi quelli che dormono? Sai quanti pensieri rimuginano anche nel sonno? E tutti quelli che sono fra i discepoli? Credi tu che saranno fedeli finché tutto sarà compiuto? Guarda, facciamo questo vecchio giuoco che certo hai fatto tu pure da bambino (e Gesù coglie un tondo soffione che si erge fra i sassi e che ha raggiunto la perfetta maturazione. Lo porta delicatamente alla bocca, soffia e il soffione si dissolve in minuscoli ombrellini che se ne vanno per l’aria, vagando col loro fiocchetto in alto retto sul manico minuscolo). Vedi? Guarda… Quanti me ne sono ricaduti in grembo come innamorati di Me? Contali… Sono ventitré. Erano almeno tre volte tanti. E gli altri? Guarda. Chi vaga ancora, chi è già caduto come per pesantezza, chi orgoglioso sale, superbo del suo pennacchio d’argento, chi cade nella fanghiglia che abbiamo fatto con le nostre fiaschette. Solo… Guarda, guarda!… Anche dei ventitré che mi erano sulle ginocchia, sette se ne sono andati. È bastato quel calabrone col suo volo per farli volare via!… Di che temevano? O di che sono stati sedotti? Forse del pungiglione o forse dei bei colori neri e gialli, dell’aspetto leggiadro, delle ali iridescenti… Se ne sono andati… Dietro ad una menzognera bellezza… Simone, così sarà dei miei discepoli. Chi per irrequietezza, chi per incostanza, chi per pesantezza, chi per orgoglio, chi per leggerezza, chi per appetito di fango, chi per paura e chi per ingenuità, se ne andranno. Credi tu che tutti quelli che ora mi dicono: “Vengo con Te” Io li troverò, nell’ora decisiva della mia missione, al mio fianco? Erano più di settanta certo i pennacchietti del soffione che il Padre mio creò… e ora sul mio grembo ce ne sono solo sette, perché altri se ne sono andati per questa onda di vento che ha fatto dire di sì agli steli più sottili. Così sarà. E penso a che lotte sono in voi per essermi fedeli…

216.4

Vieni, Simone. Andiamo a guardare quelle libellule che danzano sull’acqua. A meno che tu preferisca riposare».

«No, Maestro. Le tue parole mi hanno contristato. Ma io spero che il lebbroso guarito, l’uomo perseguitato al quale Tu hai dato riabilitazione, il solitario al quale Tu hai donato compagnia, il nostalgico di affetti al quale Tu hai aperto il Cielo e il mondo perché trovasse e desse amore, non ti abbandonerà…»

Dettaglio

André, Filippo, Giacomo di Alfeo, Giuda e Giovanni non parlano in questo episodio, ma sono presenti per tutto il capitolo. Gli apostoli si lamentano del caldo, della sete e della fame, e Gesù finisce per spiegare loro che un giorno saranno felici di aver vissuto quel periodo; poi racconta la parabola del dente di leone per parlare dell’infedeltà dei discepoli. Simone lo Zelota è messo molto in risalto, poiché è lui a dialogare con Cristo.

Annotazione

Se non ci avessero cacciati dalla Belle Eau e se non ci fossero stati sempre alle calcagna, sarei venuto qui tra Tebet e Shebat. All’inizio di gennaio. I discepoli cacciati dalla «Belle Eau», una proprietà di Lazzaro sulle rive del Giordano, cfr. EMV 133,5-7, quando gli apostoli vengono a conoscenza della minaccia. Vengono cacciati in EMV 137, in particolare in EMV 137.5.

EMR 217.1-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Ancora lo stesso luogo, ma il sole è meno implacabile perché si avvia al tramonto.

«Occorre andare per raggiungere quella casa», dice Gesù.

E vanno. La raggiungono. Chiedono pane e ristoro. Ma il fattore li respinge duramente.

«Razza di filistei! Vipere! Sempre quelli! Sono nati da quel ceppo e dànno i frutti di veleno», brontolano i discepoli affamati e stanchi. «Vi sia reso ciò che date».

«Ma perché mancate di carità? Non è più il tempo del taglione. Venite avanti. Ancora non è notte, e morenti di fame non siete. Un poco di sacrificio perché queste anime giungano ad avere fame di Me», esorta Gesù.

Ma i discepoli, e credo più per dispetto che per insopportabile fame, entrano nel bel mezzo di un campo e si dànno a cogliere spighe, le sgranano sulle palme e si mettono a mangiarle.

«Sono buone, Maestro», urla Pietro. «Non ne prendi? E poi hanno un doppio sapore… Ne vorrei mangiare tutto il campo».

«Hai ragione! Così si pentirebbero di non averci dato un pane», dicono gli altri e vanno camminando fra le spighe e mangiando di gusto.

Gesù cammina solo sulla strada polverosa. A un cinque o sei metri indietro sono lo Zelote con Bartolomeo, ma parlano fra di loro.

217.2

Un altro quadrivio, per una via secondaria che traversa la via maestra, e fermi a quel punto un gruppo di arcigni farisei, certo di ritorno dalle funzioni del sabato, alle quali hanno assistito[1] nel paesotto che si vede in fondo a questa via secondaria, largo, piatto, come fosse un bestione acquattato nella sua tana.

Gesù li vede, li guarda mite e sorridente, e saluta: «La pace sia con voi».

In luogo della risposta al saluto, uno dei farisei chiede arrogantemente: «Chi sei?».

«Gesù di Nazaret».

«Vedete che è Lui?», dice uno agli altri.

Intanto Natanaele e Simone si accostano al Maestro mentre gli altri, camminando fra i solchi, vengono verso la via. Masticano ancora e hanno nel cavo delle mani chicchi di grano.

Il fariseo che ha parlato per primo, forse il più potente, torna a parlare con Gesù che si è fermato in attesa di sentire il resto: «Ah! Tu dunque sei il famoso Gesù di Nazaret? Come mai fin qui?».

«Perché anche qui vi sono anime da salvare».

«Bastiamo noi a questo. Noi sappiamo salvare le nostre e sappiamo salvare quelle dei nostri dipendenti».

«Se così è, bene fate. Ma Io sono stato mandato per evangelizzare e salvare».

«Mandato! Mandato! E chi ce lo prova? Non le tue opere certo!».

«Perché dici così? Non ti preme la tua vita?».

«Ah! già! Tu sei quello che amministri la morte a quelli che non ti adorano. Vuoi allora uccidere tutta la classe sacerdotale, farisaica, quella degli scribi e molte altre, perché esse non ti adorano e non ti adoreranno mai. Mai, capisci? Mai, noi, gli eletti di Israele, ti adoreremo. E neppure ti ameremo».

«Non vi forzo ad amarmi e vi dico: “Adorate Dio”, perché…».

«Ossia Te, perché Tu sei Dio, vero? Ma noi non siamo i pidocchiosi popolani galilei, né gli stolti di Giuda che vengono dietro a Te dimenticando i nostri rabbi…».

«Non ti inquietare, uomo. Io non chiedo nulla. Compio la mia missione, insegno ad amare Dio e torno a ripetere il Decalogo perché è troppo dimenticato e, ancor di più, è male applicato. Io voglio dare la Vita. Quella eterna. Io non auguro morte corporale, né, meno ancora, morte spirituale. La vita che ti domandavo se non ti premeva di perdere, era quella dell’anima tua, perché Io la tua anima l’amo, anche se essa non mi ama. E mi addoloro vedendo che tu la uccidi coll’offendere il Signore spregiando il suo Messia».

Il fariseo sembra preso da una convulsione tanto si agita, si scompone le vesti, si spennacchia le frange, si leva il copricapo e si arruffa i capelli, e grida: «Udite! Udite! A me, a Gionata di Uziel, discendente diretto di Simone il Giusto, a me, questo si dice. Io offendere il Signore! Non so chi mi tenga da maledirti, ma…».

«La paura ti tiene. Ma fàllo pure. Non ne sarai incenerito lo stesso. A suo tempo lo sarai e mi invocherai allora. Ma fra Me e te vi sarà, allora, un ruscello rosso: il mio Sangue».

«Va bene.

217.3

Ma intanto, Tu, che ti dici santo, perché permetti certe cose? Tu, che ti dici Maestro, perché non istruisci i tuoi apostoli prima degli altri? Guardali lì, dietro a Te!… Eccoli con ancora lo strumento del peccato fra le mani! Li vedi? Hanno colto delle spighe, ed è sabato. Hanno colto delle spighe non loro. Hanno violato il sabato e hanno rubato».

«Avevamo fame. Abbiamo chiesto al paese, dove siamo giunti ieri sera, alloggio e cibo. Ci hanno cacciati. Solo una vecchierella ci ha dato del suo pane e un pugno d’ulive. Dio glielo renda centuplicato perché ha dato tutto ciò che aveva, chiedendo soltanto una benedizione. Abbiamo camminato per un miglio e poi abbiamo sostato, come di legge, bevendo l’acqua di un rio. Poi, venuto il tramonto, siamo andati a quella casa… Ci hanno respinto. Tu vedi che in noi c’era volontà di ubbidire alla Legge», risponde Pietro[2].

«Ma non lo avete fatto. Non è lecito in sabato fare opera manuale e non è mai lecito prendere ciò che è di altri. Io e i miei amici ne siamo scandalizzati».

«Io, invece, no. Non avete mai letto[3] come Davide a Nobe prese i pani sacri della Proposizione per cibarsi lui ed i suoi compagni? I pani sacri erano di Dio, nella sua casa, riserbati per ordine eterno ai sacerdoti. È detto: “Apparterranno ad Aronne e ai suoi figli che li mangeranno in luogo santo perché sono cosa santissima”. Eppure Davide li prese per sé e per i suoi compagni, perché ebbe fame. Or dunque, se il santo re entrò nella casa di Dio e mangiò i pani della Proposizione in sabato, lui a cui non era lecito cibarsene, eppure non gli fu ascritto a peccato, perché Dio continuò anche dopo questo ad averlo caro, come puoi tu dire che noi siamo peccatori se cogliamo sul suolo di Dio le spighe cresciute e maturate per suo volere, le spighe che sono anche degli uccelli, e che tu neghi che se ne cibino gli uomini, figli del Padre?», chiede Gesù.

«Li avevano chiesti quei pani, non li avevano presi senza chiedere. E ciò cambia aspetto. E poi non è vero che Dio non ascrisse questo a peccato a Davide. Lo colpì ben duramente Dio!».

«Ma non per questo. Per la lussuria, per il censimento, non per…», ribatte il Taddeo.

«Oh! basta! Non è lecito e non è lecito. Non avete diritto di farlo e non lo farete.

217.4

Andatevene. Non vi vogliamo nelle nostre terre. Non abbiamo bisogno di voi. Non sappiamo che fare di voi».

«Ce ne andremo», dice Gesù impedendo ai suoi di ribattere oltre.

«E per sempre, ricordalo. Che mai più Gionata di Uziel ti trovi al suo cospetto. Via!».

«Sì. Via. Eppure ci troveremo ancora. E allora sarà Gionata quello che mi vorrà vedere per ripetere la condanna e per liberare per sempre il mondo di Me. Ma allora sarà il Cielo che ti dirà: “Non ti è lecito di farlo”, e quel “non ti è lecito” ti suonerà nel cuore come urlo di buccina per tutta la vita, e oltre la vita. Come nei giorni di sabato i sacerdoti nel Tempio violano il riposo sabatico e non fanno peccato, così noi, servi del Signore, possiamo, posto che l’uomo ci nega l’amore, attingere amore e soccorso dal Padre santissimo, senza per questo commettere colpe. Qui c’è Uno che è ben più grande del Tempio e può prendere ciò che vuole di quanto è nel creato, perché Dio ha messo tutto a far da sgabello alla Parola. Ed Io prendo e dono. Così le spighe del Padre, posate sulla immensa tavola che è la Terra, come la Parola. Prendo e dono. Ai buoni come ai malvagi. Perché Misericordia sono. Ma voi non sapete cosa è la Misericordia. Se sapeste cosa vuol dire il mio essere Misericordia, capireste anche che Io non voglio che quella. Se voi sapeste cosa è la Misericordia non avreste condannato degli innocenti. Ma voi non lo sapete. Voi non sapete neppure che Io non vi condanno, voi non sapete che Io vi perdonerò, che chiederò, anzi, perdono al Padre per voi. Perché Io voglio misericordia e non castigo. Ma voi non sapete. Non volete sapere. E questo è un peccato più grande di quello che mi ascrivete, di quello che dite abbiano fatto questi innocenti. Del resto sappiate che il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, e che il Figlio dell’uomo è padrone anche del sabato. Addio…».

Si volge ai discepoli: «Venite. Andiamo a cercare un letto fra le sabbie che sono ormai vicine. Avremo sempre a compagne le stelle e ci daranno ristoro le rugiade. Dio provvederà, Lui che mandò la manna ad Israele, a nutrire noi pure, poveri e fedeli a Lui».

E Gesù lascia in asso il gruppo astioso e se ne va coi suoi, mentre la sera scende con le prime ombre violette… Trovano finalmente una siepe di fichi d’India sulla cui cima, irta di palette pungenti, sono dei fichi che iniziano a maturare. Ma tutto è buono per chi ha fame. E, pungendosi, colgono i più maturi e vanno, finché i campi cessano in dune sabbiose. Viene da lontano un rumore di mare.

«Sostiamo qui. La sabbia è soffice e calda. Domani entreremo in Ascalona», dice Gesù, e tutti cadono stanchi ai piedi di un’alta duna.

Dettaglio

Gli apostoli hanno fame e cominciano a raccogliere spighe di grano nei campi, non avendo ricevuto cibo dagli abitanti (EMV 217.1). Gesù incontra allora un gruppo di farisei, tra cui Jonathas ben Ouziel, un membro del Sinedrio. Questi gli è ostile e rimprovera al Maestro il comportamento dei discepoli.

Gesù gli rivolgerà una prima profezia in 217.2 e una seconda in 217.4.

In questo episodio intervengono solo Simone Pietro e Giuda (EMV 217.3), ma gli altri discepoli sono presenti.

Annotazione

Razza di filistei! Vipere! Sempre gli stessi! Sono nati dallo stesso ceppo e producono frutti avvelenati, borbottano i discepoli affamati e stanchi. Che vi sia restituito ciò che date! Il paese dei Filistei, di cui fa parte Ashqelôn (Ascalona), si estende dall’attuale Striscia di Gaza fino a Jaffa. Tra i Filistei e gli ebrei regnava una grande inimicizia. Essa risale alle guerre che li videro opposti, di cui l’episodio di Davide contro Golia è il più famoso. Questo paese è ancora identificato come tale nel II secolo a.C. Cfr. 1 Maccabei (libro dei martiri d’Israele) 3,24: Giuda lo inseguì lungo la discesa di Bet-Oron fino alla pianura; ottocento uomini delle loro truppe furono uccisi, e il resto fuggì nel paese dei Filistei.

Non avete mai letto come Davide, a Nob, prese i pani consacrati per sfamare se stesso e i suoi compagni? I pani consacrati appartenevano a Dio, nella sua casa, riservati per un ordine eterno ai sacerdoti. Si dice: «Apparterranno ad Aronne e ai suoi figli, che li mangeranno in un luogo sacro, poiché è una cosa santissima». Cfr. 1 Samuele 21, 1-4 e Levitico 24, 9.

Dio punì severamente Davide per la sua lussuria e per il censimento: riguardo alla sua lussuria, cfr. 2 Samuele 12, 9-14 (vedi anche 94.7). Per il censimento, cfr. 2 Samuele 24, 1-17 e 1 Cronache 21, 1-17.

Ai buoni come ai cattivi, poiché io sono la Misericordia. Ma voi ignorate che cosa sia la misericordia. Se sapeste cosa significa, capireste anche che io non voglio altro che essa. Cfr . Osea 6,6 ripreso anche in Matteo 9,13.

Alla fine trovano una siepe di fichi d’India, sulle cui cime, irte di spine, i fichi cominciano a maturare. Questa menzione incuriosisce: si ritiene che il fico d’India, o fico d’India, sia stato importato dal Messico da Cristoforo Colombo. Si tratta di un grossolano anacronismo o di una rara conoscenza di Maria Valtorta? Vedi il commento.

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Libro del Levitico 24, 9

Lv 24, 9: Apparterranno ad Aronne e ai suoi figli, che li mangeranno in luogo santo; poiché per loro è cosa santissima tra le offerte bruciate a Yahweh. È una legge perpetua.

Primo Libro di Samuele, 21, 1-7

1 Sam 1-7: Davide si alzò e se ne andò, mentre Gionata tornò in città. Davide si recò a Nob, dal sommo sacerdote Achimelech; e Achimelech, spaventato, corse incontro a Davide e gli disse: « Perché sei solo e non c’è nessuno con te ? » Davide rispose al sacerdote Achimelech: «Il re mi ha dato un ordine e mi ha detto: “Che nessuno sappia nulla della faccenda per la quale ti mando e ti ho dato un ordine. Ho indicato ai miei uomini un determinato luogo di ritrovo. E ora, cosa hai a disposizione ? Dammi cinque pani, o quello che c’è. » Il sacerdote rispose a Davide e disse: «Non ho a disposizione pane comune, ma c’è del pane consacrato; a condizione che i tuoi uomini si siano astenuti dalle donne. » Davide rispose al sacerdote e gli disse: «Ci siamo astenuti dalle donne da tre giorni, da quando sono partito, e i vasi dei miei uomini sono cosa santa; e se il viaggio è profano, tuttavia è santificato per quanto riguarda il vaso? » Allora il sacerdote gli diede il pane consacrato, poiché non c’era lì altro pane se non il pane dell’offerta, che era stato tolto dalla presenza del Signore per essere sostituito con pane fresco nel momento stesso in cui veniva rimosso.

Secondo libro di Samuele 12, 9-14

2 Sam 12, 9-14: Perché hai disprezzato la parola del Signore, compiendo ciò che è male ai suoi occhi? Hai fatto morire di spada Uria l’Hittita; hai preso sua moglie per farne tua moglie e l’hai fatto uccidere dalla spada dei figli di Ammon. E ora la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché mi hai disprezzato e hai preso la moglie di Uria l’Hittita per farne tua moglie. Così dice Yahweh: «Ecco, io farò sorgere la sventura su di te proprio dalla tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle al tuo vicino, ed egli giacerà con le tue mogli alla luce di questo sole. Tu infatti hai agito in segreto; io invece farò questo alla presenza di tutto Israele e alla luce del sole».

Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore». E Natan disse a Davide: «Il Signore ha perdonato il tuo peccato; non morirai. Ma, poiché con questa tua azione hai fatto sì che i nemici del Signore lo disprezzassero, il figlio che ti è nato morirà».

Secondo libro di Samuele 24, 1-17

2 Sam 24, 1-17: L’ ira di Yahweh si accese di nuovo contro Israele, ed egli incitò Davide contro di loro, dicendo: «Va’, fai il censimento di Israele e di Giuda». » Il re disse a Joab, capo dell’esercito, che era con lui: «Percorri dunque tutte le tribù d’Israele, da Dan fino a Bersabea; fate il censimento del popolo, affinché io conosca il numero del popolo. » Joab disse al re: «Che Yahweh, il tuo Dio, aggiunga al popolo cento volte tanto quanto c’è, e che gli occhi del re, mio signore, lo vedano! Ma perché il re, mio signore, trova piacere nel fare questo? » Ma la parola del re prevalse su quella di Joab e dei capi dell’esercito; e Joab e i capi dell’esercito si allontanarono dal re per fare il censimento del popolo d’Israele.

Dopo aver attraversato il Giordano, si accamparono ad Aroër, a destra della città, che si trova in mezzo alla valle di Gad, e poi a Jazer. Giunsero in Galaad e nel paese di Thachthim-Hodsi; poi giunsero a Dan-Jaan e nei dintorni di Sidone. Giunsero alla fortezza di Tiro e in tutte le città degli Hivvei e dei Cananei, per poi arrivare nel Negeb di Giuda, a Beersheba. Dopo aver così percorso tutto il paese, tornarono a Gerusalemme al termine di nove mesi e venti giorni. Joab consegnò al re l’elenco del censimento del popolo: in Israele c’erano ottocentomila uomini da guerra armati di spada, e in Giuda cinquecentomila uomini. Il cuore di Davide si strinse dopo aver contato il popolo, e Davide disse al Signore: «Ho commesso un grande peccato con ciò che ho fatto! Ora, o Signore, ti prego, perdona l’iniquità del tuo servo, poiché ho agito da vero stolto».

Il giorno seguente, quando Davide si alzò, la parola del Signore fu rivolta a Gad, il profeta, il veggente di Davide, in questi termini: «Va’ a dire a Davide: Così dice il Signore: Ti pongo davanti tre cose; scegline una, e io te la farò. » Gad andò da Davide e gli riferì la parola del Signore, dicendogli: «Vorresti che nel tuo paese ci fosse una carestia di sette anni, o che tu fuggissi per tre mesi davanti ai tuoi nemici che ti inseguiranno, o che nel tuo paese ci fosse una pestilenza per tre giorni? Ora, rifletti e vedi cosa devo rispondere a colui che mi ha mandato». » Davide rispose a Gad: «Sono in grande angoscia. Ah! Cadiamo nelle mani del Signore, poiché le sue misericordie sono grandi; ma che io non cada nelle mani degli uomini! » E il Signore mandò una pestilenza in Israele dal mattino di quel giorno fino al tempo stabilito; e morirono, da Dan a Beersheba, settantamila uomini tra il popolo. L’angelo stava stendendo la mano su Gerusalemme per distruggerla. Ma il Signore si pentì di quel male e disse all’angelo che stava sterminando il popolo: «Basta! Ritira ora la tua mano. » L’angelo di Yahweh si trovava vicino all’aia di Areuna, il Gebuseo. Vedendo l’angelo che colpiva il popolo, Davide disse a Yahweh: «Ecco, sono io che ho peccato, sono io il colpevole; ma quelle pecore, che cosa hanno fatto? Che la tua mano ricada dunque su di me e sulla casa di mio padre!»

Quel giorno Gad andò da Davide e gli disse: «Sali ed erigi un altare al Signore sull’aia di Areuna, il Gebuseo». Davide salì, secondo la parola di Gad, come il Signore aveva ordinato. Areuna, guardando, vide il re e i suoi servi che si dirigevano verso di lui; Areuna uscì e si prostrò davanti al re, con il volto a terra, dicendo: «Perché il mio signore, il re, viene dal suo servo?» E Davide rispose: «Per acquistare da te questa piana per costruire un altare a Yahweh, affinché la piaga si allontani dal popolo». Areuna disse a Davide: «Che il mio signore, il re, prenda la piana e offra in sacrificio ciò che riterrà opportuno! Ecco i buoi per l’olocausto, i carri e i gioghi dei buoi per la legna. Tutto questo, o re, Areuna lo dona al re». E Areuna disse ancora al re: «Che Yahweh, il tuo Dio, ti sia favorevole! » Ma il re disse ad Areuna: «No! Voglio comprarlo da te a prezzo d’argento, e non offrirò a Yahweh, il mio Dio, olocausti che non mi costino nulla. » E Davide acquistò l’aia e i buoi per cinquanta sicli d’argento. 25E Davide costruì lì un altare a Yahweh e offrì olocausti e sacrifici di ringraziamento.

Così Yahweh si placò verso il paese, e la piaga si allontanò da Israele.

Primo libro delle Cronache 21, 1-17

1 Cr 21, 1-17: Satana si levò contro Israele e incitò Davide a fare il censimento di Israele. E Davide disse a Joab e ai capi del popolo: «Andate, contate Israele da Bersabea fino a Dan e riferitemi il numero, affinché io sappia quanti sono». » Joab rispose: «Che Yahweh aggiunga al suo popolo cento volte tanto quanti sono! O re, mio signore, non sono forse tutti servi del mio signore? Perché dunque il mio signore chiede questo? Perché far cadere il peccato su Israele ?» Ma la parola del re prevalse su quella di Joab. Joab partì e percorse tutto Israele, poi tornò a Gerusalemme. E Joab consegnò a Davide l’elenco del censimento del popolo: in tutto Israele c’erano undici centomila uomini abili a maneggiare la spada, e in Giuda quattrocentosettanta mila uomini abili a maneggiare la spada. Non fece il censimento dei Levi e dei Beniaminiti in mezzo a loro, poiché l’ordine del re era sgradito a Joab.

Dio vide di cattivo occhio questa faccenda e colpì Israele. E Davide disse a Dio: «Ho commesso un grande peccato facendo questo. Ora, ti prego, togli l’iniquità dal tuo servo, poiché ho agito da vero stolto». » Yahweh parlò a Gad, il veggente di Davide, dicendo: «Va’ e parla a Davide così: “Così dice Yahweh: Ti propongo tre cose; scegline una, e io te la farò.”» Gad andò da Davide e gli disse: «Così dice Yahweh: Scegli: o tre anni di carestia, o tre mesi durante i quali sarai in fuga davanti ai tuoi avversari e colpito dalla spada dei tuoi nemici, o tre giorni durante i quali la spada di Yahweh e la peste saranno nel paese, e l’angelo di Yahweh opererà la distruzione in tutto il territorio d’Israele. Ora, vedi cosa devo rispondere a colui che mi ha mandato». Davide disse a Gad: «Sono in una crudele angoscia. Ah, che io cada nelle mani del Signore, poiché la sua misericordia è grande, e non cada nelle mani degli uomini!»

E il Signore mandò una pestilenza in Israele, e perirono settantamila uomini in Israele. E Dio mandò un angelo a Gerusalemme per distruggerla; e mentre distruggeva, il Signore vide e si pentì di quel male, e disse all’angelo che distruggeva: «Basta! Ritira ora la tua mano». » L’angelo di Yahweh si trovava vicino all’aia di Ornan, il Gebuseo. Davide, alzando gli occhi, vide l’angelo di Yahweh in piedi tra la terra e il cielo, con in mano la spada sguainata, puntata contro Gerusalemme. Allora Davide e gli anziani, coperti di sacchi, si prostrarono con la faccia a terra. E Davide disse a Dio: «Non sono forse io che ho ordinato di fare il censimento del popolo? Sono io che ho peccato e ho fatto il male; ma queste, queste pecore, che cosa hanno fatto? Yahvé, mio Dio, che la tua mano ricada dunque su di me e sulla casa di mio padre, ma non sul tuo popolo per la sua rovina».

Libro di Osea 6, 6

Os 6, 6: Rimase di nuovo incinta e partorì una figlia. E il Signore disse a Osea: «Chiamala Lo-Ruhama (cioè “Non-amata”), perché non amo più la casa d’Israele e non voglio più perdonarla».

Vangelo di Matteo 9, 13

Mt 9, 13: «Andate a imparare che cosa significa: “Misericordia io voglio e non sacrificio”. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Vangelo secondo Matteo 12, 1-8

Mt 12, 1-8: In quel tempo, un giorno di sabato, Gesù passava per i campi di grano; i suoi discepoli avevano fame e cominciarono a strappare delle spighe e a mangiarle. Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli fanno ciò che non è lecito fare di sabato!» Ma egli disse loro: «Non avete letto ciò che fece Davide, quando lui e quelli che lo accompagnavano avevano fame? Entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta; ora, né lui né gli altri avevano il diritto di mangiarli, ma solo i sacerdoti. Oppure, non avete letto nella Legge che nel giorno di sabato i sacerdoti, nel Tempio, violano il riposo sabbatico senza commettere alcuna colpa? Ebbene, vi dico: qui c’è qualcuno più grande del Tempio. Se aveste compreso che cosa significa: «Misericordia io voglio e non sacrificio», non avreste condannato coloro che non hanno commesso alcuna colpa. Infatti, il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

Vangelo secondo Marco 2, 23-28

Mc 2, 23-28: Un giorno di sabato, Gesù camminava tra i campi di grano; e i suoi discepoli, lungo il cammino, cominciarono a strappare delle spighe. I farisei gli dicevano: «Guarda cosa fanno nel giorno di sabato! Non è permesso». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto ciò che fece Davide, quando era nel bisogno e aveva fame, lui e quelli che lo accompagnavano? Al tempo del sommo sacerdote Abiatar, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta che nessuno ha il diritto di mangiare, se non i sacerdoti, e ne diede anche a coloro che lo accompagnavano. » E diceva loro ancora: «Il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato. Ecco perché il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

Vangelo di Luca 6, 1-5

Lc 6, 1-5: Un giorno di sabato, Gesù attraversava i campi; i suoi discepoli strappavano delle spighe e le mangiavano, dopo averle sgranate con le mani. Allora alcuni farisei dissero: «Perché fate ciò che non è permesso nel giorno di sabato?». Gesù rispose loro: «Non avete letto ciò che fece Davide un giorno in cui aveva fame, lui e quelli che lo accompagnavano? Entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede a coloro che lo accompagnavano, mentre solo i sacerdoti hanno il diritto di mangiarli». E diceva loro ancora: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».