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Note del tema

La Creazione

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Comfort di lettura

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EMR 206.6 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Come è fulgida la fede, e che dolce amica ella è! Fa una fiamma raggiante come una stella, una fiamma che ride perché è sicura nella sua certezza, una fiamma che rende luminoso anche lo strumento che la regge. Anche la carne dell’uomo nutrito di fede pare, fin da questa Terra, farsi più luminosa e spirituale, immune da precoce appassimento. Perché chi crede si regge sulle parole e sui comandi di Dio per giungere a possedere Dio, suo fine, e perciò fugge ogni corruzione, non ha turbamenti, paure, rimorsi, non è obbligato ad uno sforzo per ricordarsi le sue menzogne o per nascondere le sue male azioni, e si conserva bello e giovane della bella incorruzione del santo. Una carne e un sangue, una mente e un cuore puliti da ogni lussuria per contenere l’olio della fede, per dare luce senza fumo. Una costante volontà per nutrire sempre questa luce.

La vita di ogni giorno, con le sue delusioni, constatazioni, contatti, tentazioni, attriti, tende a sminuire la fede. No! Non deve avvenire. Andate giornalmente alle fonti dell’olio soave, dell’olio sapienziale, dell’olio di Dio. Lampada poco nutrita può essere spenta dal minimo vento, può essere spenta dalla pesante guazza della notte. La notte… L’ora delle tenebre, del peccato, della tentazione viene per tutti. È la notte per l’anima. Ma se questa ha se stessa colma di fede, non può la fiamma essere spenta dal vento del mondo, dal caligo delle sensualità.

EMR 208.5-6 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

I tre grandi bacini scavati nella roccia del monte, un’opera veramente grandiosa, splendono nella superficie limpidissima e nella nappa d’acqua che dal primo bacino scende nel secondo più vasto e da questo nel terzo, che è veramente un piccolo lago e che poi la convoglia nelle sue tubazioni verso città lontane. Ma per la umidità del suolo in questa zona, tutto il monte, dalla sorgente alle piscine e da queste al suolo, è di una fertilità bellissima, e fiori più composti di quelli selvaggi ridono per le coste verdi insieme ad erbe profumate e rare. Sembra che qui siano stati seminati dall’uomo i fiori dei giardini e le erbe profumate, che spargono per l’aria, per il sole che le scalda, i loro aromi di cannella, canfora, garofano, lavanda e altri odori piccanti, fragranti, forti, soavi, in una fusione meravigliosa dei migliori odori della terra. Io direi che è una sinfonia di profumi, perché realmente è il poema delle erbe e dei fiori nelle tinte e nelle fragranze.

Tutti gli apostoli sono seduti all’ombra di un albero carico di grandi fiori bianchi di cui non so il nome – delle enormi campanelle di smalto bianco, pendule – ondeggianti al minimo soffio di vento, e ad ogni ondulio è un’onda di fragranza che si sparge. Non conosco il nome di quest’albero. Nel fiore mi ricorda quell’arbusto che è in Calabria, che là chiamano «bottaro», ma nel fusto no certo, perché questo è un albero alto, dal tronco robusto, non un arbusto.

Gesù li chiama ed essi accorrono.

«Abbiamo trovato quasi subito Giuseppe che tornava da un mercato. Questa sera saranno tutti a Betsur. Noi ci siamo riuniti chiamandoci a gran voce e siamo stati qui, al fresco», spiega Pietro.

«Che bel posto! Pare un giardino! Fra noi si discuteva se era naturale o meno, e c’è chi si ostina in una cosa o nell’altra», dice Tommaso.

«La terra di Giudea ha di queste meraviglie», dice l’Iscariota, inevitabilmente portato alla superbia da tutto, anche dai fiori e dalle erbe.

«Sì, ma… io credo che, se per esempio il giardino di Giovanna a Tiberiade venisse abbandonato e divenisse selvaggio, anche la Galilea avrebbe la meraviglia di rose splendide fra le rovine», ribatte Giacomo di Zebedeo.

«E non sei in errore. In questa zona erano i giardini di Salomone, celebri nel mondo di allora come i suoi palazzi. Forse qui ha sognato il Cantico dei cantici, applicando alla Città santa tutte le bellezze cresciute qui per suo volere», dice Gesù.

«Allora avevo ragione io!», dice il Taddeo.

«Avevi ragione. Sai, Maestro? Egli citava l’Ecclesiaste, riunendo l’idea dei giardini a quella dei serbatoi, e terminava dicendo[2]: “Però si accorse che ogni cosa è vanità e niente dura sotto al sole, fuorché la Parola del mio Gesù”», dice l’altro fratello Giacomo.

«Io ti ringrazio. Ma ringraziamo anche Salomone. Suoi o non suoi gli originari fiori. Certamente sue le vasche che alimentano erbe e uomini. Ne sia benedetto. Andiamo allora fino a quel grande rosaio scapigliato che ha fatto una galleria fiorita da albero ad albero. Lì sosteremo. Siamo quasi a mezza via»…

208.6 …E il cammino riprende verso l’ora di nona, quando le ombre si allungano da ogni albero di questa zona molto ben coltivata in ogni sua parte. Sembra di passare in un immenso orto botanico, perché ogni specie di pianta da fusto, da frutto, o di bellezza, vi è rappresentata. I lavoratori della terra spesseggiano per ogni dove ma non si interessano della comitiva che passa. Non è la sola, d’altronde. Altri gruppi di ebrei sono sulla strada, di ritorno dalle feste pasquali.

La strada è abbastanza buona nonostante sia tagliata fra i monti, e i panorami sempre variati levano la monotonia dell’andare. Ruscelli e torrenti fanno virgole di argento liquido e scrivono parole che poi cantano coi loro mille meandri che si intersecano, che si effondono sotto i boschi, o si nascondono sotto caverne e poi ne escono più belli. Sembra che giuochino con le piante ed i sassi come lieti bambini.

EMR 212.2 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Il Cristo si rifugia nei cuori fedeli e da lì guarda, da lì parla, da lì benedice l’Umanità e poi… e poi si dà a questi cuori ed essi… ed essi toccano il Cielo con la sua beatitudine, pur rimanendo qui, ma ardendo, fino ad averne delizioso tormento di tutto quanto è l’essere: nei sensi e negli organi, nei sentimenti e nel pensiero, e nello spirito infine… Lacrime e sorrisi, gemiti e canto, sfinimento e pure urgenza di vita sono i nostri compagni, più che compagni sono il nostro stesso essere, perché come le ossa sono nella carne e le vene e i nervi sotto l’epidermide e tutto forma un solo uomo, così ugualmente tutte queste cose accese, nate dall’essersi dato a noi Gesù, sono in noi, nella nostra povera umanità. E che siamo noi in quei momenti, che non potrebbero durare eterni perché, se durassero più di attimi, si morrebbe arsi e spezzati? Noi non siamo più uomini. Non siamo più gli animali dotati di ragione viventi sulla Terra. Siamo, siamo, oh! Signore! Lascia che io lo dica una volta, non per superbia, ma per cantare le tue glorie, perché il tuo sguardo mi brucia e mi fa delirare… Noi siamo allora serafini. E m’è stupore che da noi non escano fiamme e ardori sensibili alle persone e alle materie, così come è nelle apparizioni dei dannati. Perché, se è vero che il fuoco d’Inferno è tale che solo un riflesso emanato da un dannato può ardere il legno e far sgocciolare i metalli, che è mai il tuo fuoco, o Dio, che tutto hai di infinito e perfetto?

Non si muore, no, di febbre, non si arde per essa, non ci si consuma di febbre da mali della carne. Tu sei la febbre di noi, Amore! E di questo si arde, si muore, ci si consuma, di questo e per questo si lacerano le fibre del cuore che non può resistere a tanto. Ma ho detto male, perché l’amore è delirio, l’amore è cascata che frange le dighe e scende atterrando tutto quanto non è lui, l’amore è affollarsi di sensazioni nella mente tutte vere, tutte presenti, ma non può la mano trascriverle tanto è veloce la mente nel tradurre in pensiero il sentimento che prova il cuore. Non è vero che si muore. Si vive. Di una vita decuplicata. Di una vita duplice, vivendo da uomini e da beati: la vita della Terra, quella del Cielo. Si raggiunge e si supera, oh! ne sono certa, la vita senza tare, senza menomazioni né limitazioni, che Tu, Padre, Figlio e Spirito Santo, Tu, Dio Creatore, uno e trino, avevi dato ad Adamo, preludio della Vita dopo la assunzione a Te, da godersi in Cielo dopo un placido passaggio dal Paradiso terrestre a quello celeste, e un valico fatto sulle amorose braccia degli angeli, così come fu il dolce sonno e il dolce assurgere di Maria al Cielo, per venire a Te, a Te, a Te! Si vive la vera Vita.

E poi ci si ritrova qui e, come io faccio ora, ci si stupisce, ci si vergogna di esser andati tant’oltre e si dice: «Signore, io non sono degno di tanto. Perdona, Signore», e ci si batte il petto, perché abbiamo terrore di avere commesso superbia, e si cala un più fitto velo sullo splendore che, se non continua a fiammeggiare con una supercompleta ardenza, per pietà della nostra limitatezza, si raccoglie però al centro del cuore nostro, pronto a rifiammeggiare potente per un nuovo momento di beatitudine, voluta da Dio. Si cala il velo sul sacrario dove Dio arde dei suoi fuochi, delle sue luci, dei suoi amori… e sfiniti e pur rigenerati si riprende l’andare come… ebbri di un vino forte e soave, che non ottunde ragione ma che ci preserva da avere occhi e pensieri per ciò che non sia il Signore, Tu, mio Gesù, anello di congiunzione fra la nostra miseria e la Divinità, mezzo di redenzione per la nostra colpa, creatore di beatitudine per la nostra anima, Tu, Figlio, che con le mani ferite metti le nostre mani fra quelle spirituali del Padre e dello Spirito perché noi si sia in Voi, ora e sempre. Amen.

EMR 212.6 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Meditate, l’uomo è obbligato a conoscere Dio per dovere di riconoscenza e per rispetto verso la propria intelligenza.

Per riconoscenza. Dio ha creato l’uomo dandogli il dono ineffabile della vita e provvedendolo del dono superineffabile della Grazia. Perduta questa per colpa propria, l’uomo si sente fare una grande promessa: “Io ti renderò la Grazia”. È Dio, l’offeso, che dice così all’offensore, quasi fosse Lui, Dio, il colpevole che è in obbligo di riparare. E Dio mantiene la promessa. Ecco, Io sono qui per rendere la Grazia all’uomo. Dio non si limita a dare il soprannaturale, ma piega la sua Essenza spirituale a provvedere alle pesanti necessità della carne e del sangue dell’uomo, e dà calore di sole, sollievo di acqua, grani, viti, alberi d’ogni specie e animali d’ogni specie. Così l’uomo ha da Dio tutti i mezzi per la vita. È il Benefattore. Bisogna essergli riconoscenti e mostrarlo con lo sforzarsi a conoscerlo.

Per rispetto verso la propria ragione. Il mentecatto, l’ebete, non sono grati a chi li cura perché non comprendono le cure nel vero loro valore, e a chi li lava e imbocca, li conduce o li pone a letto, a chi veglia perché non vadano in pericoli, hanno odio perché, bestiali come sono per causa del loro malanno, confondono le cure con le torture. L’uomo che manca verso Dio è uno che disonora se stesso, essere dotato di ragione. Solo gli ebeti o i folli non riescono a distinguere il padre dall’estraneo, il benefattore dal nemico. Ma l’uomo intelligente conosce suo padre e il suo benefattore e si compiace di sempre più conoscerlo, anche nelle cose che egli ignora perché avvenute prima che egli fosse nato o fosse beneficato dal padre o dal benefattore. Così si deve fare anche con il Signore per mostrare che intelligenti si è, e non bruti.

Ma troppi in Israele sono simili a questi folli che non riconoscono il padre e il benefattore.

EMR 216.1 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Una pianura percossa dal sole che arroventa i grani maturi e ne estrae un odore che già ricorda il pane. L’odore del sole, dei bucati, delle messi, l’odore dell’estate.

Perché ogni stagione, potrei dire ogni mese, e anche ogni ora del giorno, ha il suo odore, così come ogni località ha il suo, per uno dai sensi molto affinati e lo spirito di osservazione molto acuto. È ben diverso l’odore di un giorno invernale e con del vento tagliente, da quello pastoso di un giorno d’inverno che sia nebbioso, o dall’odore che sparge la neve. E quanto diversi da questi l’odore della primavera che viene e che si preannuncia così, in un profumo che non è profumo, ma che è ben diverso dall’odore dell’inverno. Ci si alza una mattina ed ecco che l’aria ha un odore diverso: il primo sospiro della primavera. E su, su, per l’odore dei frutteti in fiore, poi dei giardini, delle messi, fino a quello caldo delle vendemmie, e dentro, come un intermezzo, l’odore della terra dopo un temporale… E le ore? Sarebbe stolto dire che l’odore dell’aurora è come quello del meriggio, e questo come quello della sera o della notte. Il primo, fresco e verginale; l’altro, ridente e gaudente; l’altro ancora, stanco e pure saturo di tutto quanto esalò, nel giorno, i suoi odori; l’ultimo, quello notturno, pacato, raccolto, quasi la terra fosse un’enorme cuna raccogliente il riposo dei suoi piccini.

E i luoghi? Oh! l’odore delle marine così diverso dalle albe alle sere, dai meriggi alle notti, dalle burrasche alle calme, dalle plaghe scogliose a quelle a spiaggia bassa! E l’odore delle alghe che si scoprono dopo le maree, e sembra che il mare abbia aperto le sue viscere per farci aspirare l’afrore del fondo. Così diverso questo odore da quello delle pianure interne, e questo dai luoghi di collina, e questo dagli alti monti.

È tanta l’infinità del Creatore, che ha potuto imprimere un segno, o di luce, o di colore, o di profumo, o di suono, o di forma, o di altezza, su ognuna delle infinite cose che Egli ha creato. Bellezza infinita dell’Universo, che non ti vedo più che così, attraverso le visioni e il ricordo di ciò che vidi, amando Dio e pregandolo attraverso le sue opere e per la gioia che il vederle mi davano, quanto sei vasta, potente, inesauribile e scevra di stanchezze! Non ne hai e non ne dai. Ma anzi l’uomo si rinnova nel guardarti, Universo del mio Signore, si fa più buono, più puro, si eleva, dimentica… Oh! poterti sempre guardare, e dimenticare gli uomini nella loro parte inferiore, e amarli nella e per la loro anima e per condurli a Dio!

Ed ecco che seguendo Gesù, che va con gli apostoli per questa pianura piena di messi, io divago di nuovo lasciandomi prendere dalla gioia di parlare del mio Dio nelle sue splendide opere. È amore anche questo, perché la creatura loda nella creatura ciò che in essa ama o loda, semplicemente, la creatura che ama. E così è anche fra creatura e Creatore. Chi lo ama lo loda, e tanto più lo ama tanto più lo loda per Se stesso e per le sue opere. Ma ora impongo silenzio al cuore e vado dietro a Gesù, non come adoratrice ma come fedele cronista.

Dettaglio

Maria Valtorta loda il Creatore nella Creazione.

EMR 216.4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Maestro… che pensi di Giuda? Lo scorso anno Tu hai pianto con me per lui. Poi… non so… Maestro, lascia stare quelle due libellule, guarda me, ascolta me. Non direi questo a nessuno. Non ai compagni. Non agli amici. Ma a Te sì. Io non riesco ad amarlo Giuda. Me ne confesso. È lui che respinge il mio desiderio di amarlo. Non che mi usi spregio, no, ché anzi è fin cortigianesco col vecchio Zelote che egli indovina più esperto degli altri nel conoscere gli uomini. Ma è il suo modo di fare. Ti pare sincero? Dimmelo».

Gesù tace per qualche momento, come affascinato dalle due libellule che, posate a pelo d’acqua, fanno un piccolo arcobaleno con le elitre iridescenti, un prezioso arcobaleno che serve ad attirare un curioso moscerino il quale è distrutto da una delle voraci bestiole, la quale a sua volta viene presa a volo da un appiattato rospo, o ranocchio che sia, che se la pappa a volo insieme al moscerino abbattuto.

Gesù si muove, rialzandosi, perché si era quasi sdraiato per vedere i piccoli drammi della natura, e dice: «Così è. La libellula ha le sue robuste mascelle per nutrirsi delle erbe e le sue robuste ali per abbattere i moscerini, e il ranocchio ha l’ampia gola per inghiottire le libellule. Ognuno ha il suo, e il suo usa. Andiamo, Simone. Gli altri si svegliano».

«Non mi hai risposto, Signore. Non l’hai voluto fare».

«Ma ti ho risposto! Mio vecchio sapiente, medita e troverai…». E Gesù risale il greto e va dai discepoli che si svegliano e lo cercano.

Dettaglio

Simone il Zelota e Gesù sono soli e sono andati a guardare due libellule che danzano sull'acqua.

Annotazione

L’anno scorso hai pianto con me per lui. Cfr. EMV 83.3/4.

«Rifletti e troverai». Troveremo la chiave di lettura collegando la frase precedente: «Ogni essere ha i propri mezzi e ne fa uso» al passo diMatteo 12,33-35(dai frutti si riconosce l’albero) e al testodi EMV 219.4eEMV 222.5

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Vangelo secondo Matteo 12, 33-35

Mt 12, 33-35: O dite che l’albero è buono e il suo frutto buono; oppure dite che l’albero è cattivo e il suo frutto cattivo: perché è dai suoi frutti che si riconosce l’albero. Razza di vipere, come potete dire cose buone, essendo malvagi come siete? Perché dalla pienezza del cuore parla la bocca. L’uomo buono attinge cose buone dal tesoro buono del suo cuore, e l’uomo malvagio attinge cose malvagie da un tesoro malvagio.

EMR 217.4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Qui c’è Uno che è ben più grande del Tempio e può prendere ciò che vuole di quanto è nel creato, perché Dio ha messo tutto a far da sgabello alla Parola. Ed Io prendo e dono. Così le spighe del Padre, posate sulla immensa tavola che è la Terra, come la Parola. Prendo e dono. Ai buoni come ai malvagi. Perché Misericordia sono. Ma voi non sapete cosa è la Misericordia. Se sapeste cosa vuol dire il mio essere Misericordia, capireste anche che Io non voglio che quella. Se voi sapeste cosa è la Misericordia non avreste condannato degli innocenti. Ma voi non lo sapete. Voi non sapete neppure che Io non vi condanno, voi non sapete che Io vi perdonerò, che chiederò, anzi, perdono al Padre per voi. Perché Io voglio misericordia e non castigo. Ma voi non sapete. Non volete sapere. E questo è un peccato più grande di quello che mi ascrivete, di quello che dite abbiano fatto questi innocenti. Del resto sappiate che il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, e che il Figlio dell’uomo è padrone anche del sabato.

Dettaglio

Gesù si rivolge ai farisei che gli sono ostili.

Annotazione

Sia ai buoni che ai cattivi, perché io sono la Misericordia. Ma voi non sapete cosa sia la misericordia. Se sapeste cosa significa, capireste anche che io non voglio altro che quella. Cfr . Osea 6,6, ripreso anche in Matteo 9,13.

EMR 217.4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Si volge ai discepoli: «Venite. Andiamo a cercare un letto fra le sabbie che sono ormai vicine. Avremo sempre a compagne le stelle e ci daranno ristoro le rugiade. Dio provvederà, Lui che mandò la manna ad Israele, a nutrire noi pure, poveri e fedeli a Lui».

E Gesù lascia in asso il gruppo astioso e se ne va coi suoi, mentre la sera scende con le prime ombre violette… Trovano finalmente una siepe di fichi d’India sulla cui cima, irta di palette pungenti, sono dei fichi che iniziano a maturare. Ma tutto è buono per chi ha fame. E, pungendosi, colgono i più maturi e vanno, finché i campi cessano in dune sabbiose. Viene da lontano un rumore di mare.

«Sostiamo qui. La sabbia è soffice e calda. Domani entreremo in Ascalona», dice Gesù, e tutti cadono stanchi ai piedi di un’alta duna.

Dettaglio

Obiezione sollevata: i fichi d’India sono un anacronismo. Vedi la nota.

Contesto: Gesù se ne va dopo essere stato avvicinato da un gruppo di farisei ostili.

Annotazione

Alla fine trovano una siepe di fichi d’India, sulle cui cime, irte di spine, i fichi cominciano a maturare. Questa menzione suscita curiosità: si ritiene infatti che il fico d’India, o fico d’India, sia stato importato dal Messico da Cristoforo Colombo. Si tratta di un grossolano anacronismo o di una rara conoscenza di Maria Valtorta? Vedi il commento e un video sull’argomento.