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EMR 192.5-6 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Sono già nei pressi di Engannim – che deve essere una bella cittadina, ben munita di acqua portata dai colli con un aereo acquedotto, probabilmente opera romana – quando li fa rifugiare sul bordo della via il rumore di un drappello militare che sopraggiunge. Gli zoccoli dei cavalli suonano sulla via che qui, nei pressi della città, mostra una larva di pavimentazione affiorante dalla polvere accumulata insieme a detriti sulla via, vergine di ogni scopa.

«Salve, Maestro! Come qui?», grida Publio Quintilliano smontando da cavallo e avvicinandosi a Gesù con un aperto sorriso, tenendo per la briglia il cavallo. I suoi soldati si mettono al passo per secondare il superiore.

«Vado a Gerusalemme per la Pasqua».

«Io pure. Si rinforza la guardia per le feste, anche perché Ponzio Pilato viene per esse in città, e vi è Claudia. Noi siamo a staffetta di lei. Sono vie così insicure! Le aquile fugano gli sciacalli», ride il soldato e guarda Gesù. Continua più piano:

«Doppia guardia quest’anno, per proteggere le spalle del sozzo Antipa. Vi è molto malcontento per l’arresto del Profeta. Malcontento in Israele e… malcontento, per riflesso, fra noi. Ma… abbiamo già pensato a far giungere una… benigna suonata di… flauti al Sommo Sacerdote e compari», e a bassa voce termina: «Va’ sicuro. Tutti gli unghioni sono rientrati nelle zampe. Ah! Ah! Hanno paura di noi. Basta che ci si schiarisca la voce che lo prendono per un ruggito. Parlerai a Gerusalemme? Vieni presso il Pretorio. Claudia parla di Te come di un grande filosofo. È bene per Te perché… il proconsole è Claudia».

192.6

Si guarda intorno e vede Pietro carico, rosso, sudato. «Quel bambino?».

«Un orfano che ho preso con Me».

«Ma quel tuo uomo fatica troppo! Fanciullo, hai paura venire per qualche metro a cavallo? Ti metterò sotto la clamide e andrò piano. Ti renderò a… a questo uomo quando saremo alle porte».

Il bambino non fa resistenza, deve essere dolce come un agnello, e Publio lo issa con sé in sella.

E nel dare ordine ai soldati di andare adagio vede anche l’uomo di Endor. Lo fissa e dice: «Tu qui?».

«Io. Ho cessato di vendere le uova ai romani. Ma i polli ci sono ancora. Ora sono col Maestro…».

«Buon per te! Ne avrai più conforto. Addio! Salve, Maestro. Ti aspetto a quel ciuffo d’alberi». E sprona.

«Lo conosci? E ti conosce?», chiedono in molti a Giovanni di Endor.

«Sì, come fornitore di polli. Prima non mi conosceva. Ma una volta fui chiamato al comando a Naim, per fissare le quote, e c’era lui. D’allora, quando andavo a comperare libri o utensili a Cesarea, mi ha sempre salutato. Mi chiama Ciclope o Diogene. Non è cattivo, e per quanto io abbia odio ai romani pure non l’ho offeso, perché mi poteva essere utile».

«Hai sentito, Maestro? Ha fatto bene il mio discorso al centurione di Cafarnao. Ora vado più quieto», dice Pietro.

Raggiungono il folto di alberi alla cui ombra si è appiedata la pattuglia.

«Ecco che rendo il fanciullo. Hai ordini, Maestro?».

«No, Pubblio. Dio ti si mostri».

«Salve», e rimonta e sprona, seguito dai suoi con un grande sferragliar di zoccoli e corazze.

Annotazione

C'è molto malcontento a causa dell'arresto del profeta: in EMV 180.

Il mio discorso al centurione di Cafarnao ha avuto effetto: in EMV 182.

EMR 193.2 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Una sosta per il pasto e ancora la marcia verso Gerusalemme. Ma deve avere molto piovuto, oppure essere un luogo ricco di acque sotterranee, perché le praterie sembrano un basso acquitrino tanto l’acqua luccica fra le erbe folte, salendo a lambire la via un poco sopraelevata, ma che perciò non evita di essere molto fangosa. Gli adulti si rialzano le vesti per non renderle una crosta di fango, e Giuda Taddeo si mette sulle spalle il bambino per farlo riposare e per potere attraversare più presto la zona inondata e forse malsana.

Il giorno è al declino quando, dopo aver costeggiato nuove colline e superato un’altra valletta rocciosa ed asciutta, entrano in un paese elevato su un terrapieno roccioso e, facendosi strada fra i molti pellegrini, cercano alloggio in una specie di albergo molto rustico: una grande tettoia sotto cui è stesa abbondante paglia, e nulla più. Piccole lampadette accese qua e là illuminano le cene delle famiglie pellegrinanti, famiglie povere, come quella apostolica, perché i ricchi, per lo più, si sono drizzati le tende fuori del paese, sdegnosi di contatti coi popolani del luogo e coi poveri pellegrinanti.

E scende notte e silenzio… Il primo a cadere dormente è il bambino, che si reclina stanco in grembo a Pietro che poi lo sistema sulla paglia e lo copre con cura.

Gesù raduna gli adulti in una preghiera e poi ognuno si getta sulla lettiera per ristorarsi dal molto cammino.

EMR 193.3 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Il giorno di poi. La comitiva apostolica, partita al mattino, sta per entrare a sera in Sichem dopo avere superato Samaria, di bell’aspetto, cinta di mura, incoronata di edifici belli e maestosi, intorno ai quali si stringono belle case, ordinate. Ho l’impressione che la città, come Tiberiade, sia da poco ricostruita e con sistemi presi da Roma. Intorno, oltre le mura, una cerchia di terre fertilissime e ben coltivate.

EMR 193.3-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Ora ecco che fra due alti monti, fra i più alti della zona, si vede d’infilata una valle, e al centro di essa, fertilissima, irrigua, ecco Sichem. È qui che Gesù e i suoi vengono raggiunti dalla carovana fastosa della corte del Console che si trasporta per le feste a Gerusalemme. Schiavi a piedi e schiavi sui carri per tutelare il trasporto degli arredi… Mio Dio, quanta roba potevano portarsi dietro a quei tempi!!! E, con gli schiavi, carri veri e propri, carichi di un po’ di tutto, e persino di lettighe intere, e carrozze da viaggio: sono ampi carri a quattro ruote, ben molleggiati, coperti, sotto cui sono ricoverate le dame. E poi altri carri e schiavi… Una tenda si sposta, sollevata dalla mano ingioiellata di una donna, e appare il profilo severo di Plautina, che saluta senza parlare ma con un sorriso. E così pure fa Valeria, che ha la sua piccina fra i ginocchi, tutta trilli e risatine. L’altro carro da viaggio, ancora più pomposo, passa senza che nessuna tenda si scosti. Ma quando già è passato, si sporge sul dietro di esso, fra le cortine allacciate, il volto roseo di Lidia che fa un gesto di inchino. La carovana si allontana…

193.4

«Viaggiano bene loro!», dice Pietro stanco e sudato. «Ma se Dio ci aiuta dopodomani sera saremo a Gerusalemme».

«No, Simone. Io non posso che deviare andando verso il Giordano».

«Ma perché, Signore?».

«Per quel bambino. È molto triste, e troppo lo sarebbe rivedendo il monte della sciagura».

«Ma non lo vediamo! O meglio, ne vediamo l’altra parte… e… e ci penso io a tenerlo distratto. Io e Giovanni… Si distrae subito, povero tortorino senza nido. Andare verso il Giordano! Ohibò! Meglio di qui. Via diretta. Più breve. Più sicura. No. No. Questa, questa. Lo vedi? Anche le romane la fanno. Lungo il mare e il fiume fumano le febbri, a queste prime acque d’estate. Qui è sano. E poi… Quando si arriva se la si allunga ancora? Pensa in che orgasmo sarà tua Madre dopo il brutto fatto del Battista!…».

Pietro la vince e Gesù acconsente.

EMR 195.3-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

L’apparizione della Città, ormai vicina, visibile in tutta la sua bellezza di colli, di uliveti, di case e del Tempio in specie, questa vista che doveva essere sempre fonte di emozione e d’orgoglio per gli israeliti, finisce di distrarlo del tutto.

Il sole ben caldo dell’aprile di Giudea ha presto asciugato le pietre della via consolare. Ora le pozze d’acqua bisogna proprio cercarle. Gli apostoli si rassettano sul bordo della via, riabbassano le vesti che si erano rimborsate, si lavano i piedi fangosi in un chiaro ruscello, si aggiustano i capelli, si drappeggiano nei mantelli. E così fa Gesù. Vedo che tutti fanno così.

195.4

L’entrata a Gerusalemme doveva essere una cosa importante. Presentarsi alle mura in questo tempo di festa era come presentarsi ad un sovrano. La Città santa era la «vera» regina degli israeliti. Lo capisco bene quest’anno che posso notare, su questa via consolare, le turbe e il loro comportamento. Qui i cortei delle diverse famiglie si ordinano, le donne tutte da loro, gli uomini in altro gruppo, i bambini o con questo o con quello, ma tutti seri e nello stesso tempo sereni. Alcuni ripiegano il mantello più usato ed estraggono un altro, nuovo, dalle sacche da viaggio, o cambiano i sandali. E poi l’andatura diviene solenne, già ieratica. In ogni gruppo c’è il solista che dà tono, e gli inni vengono intonati, i vecchi, gloriosi inni di Davide. E la gente si guarda con occhi più buoni, come raddolciti dall’aver visto la Casa di Dio, e guarda questa Casa santa, enorme cubo di marmo sormontato dalle cupole d’oro, messo come perla al centro del recinto imponente del Tempio.

Qui – nella comitiva apostolica che si forma così: davanti Gesù e Pietro, aventi in mezzo il bambino; dietro Simone, l’Iscariota e Giovanni; poi Andrea, che ha forzato Giovanni di Endor a mettersi fra lui e Giacomo di Zebedeo; in quarta fila i due cugini del Signore con Matteo; ultimi Tommaso con Filippo e Bartolomeo – qui è Gesù che intona con la sua potente e bellissima voce di un leggero tono baritonale[3], fuso, a renderlo più prezioso, a vibrazioni tenorili; e risponde Giuda Iscariota, uno schietto tenore, e Giovanni dalla voce limpida di chi è molto giovane ancora, e le due voci baritonali dei cugini di Gesù e il quasi basso di Tommaso che è un baritono talmente profondo da non essere quasi più tale. Gli altri, dotati di voci meno belle, seguono in sordina il coro-pieno di quelli che sono virtuosi fra di loro. (I salmi sono quelli noti, detti graduali[4]).

Il piccolo Jabé, voce d’angelo fra le voci robuste degli uomini, canta molto bene, forse perché lo conosce meglio degli altri, il salmo 121: «Mi sono rallegrato per quello che mi è stato detto: “Andremo alla casa del Signore”». E veramente è tutto luminoso di gioia nel visetto solo pochi giorni prima tanto triste.

Ecco le mura ormai prossime. Ecco la porta dei Pesci. Ecco le vie sopraffollate.

Subito al Tempio per una prima preghiera. E poi la pace nella pace del Getsemani, la cena, il riposo.

Il viaggio verso Gerusalemme è compiuto.

Dettaglio

Pietro è distratto dall'apparizione della Città Santa.

Annotazione

I salmi sono quelli noti, chiamati graduali. Questi sono i salmi dal 120 al 134, noti anche come "cantici dell'ascesa", secondo la nuova numerazione. Il Sal 121, citato sotto, è diventato il Sal 122.

Nota aggiuntiva da maria-valtorta.org :

I 15 GRADUALI: sono i Salmi dal 119 (ebraico 120) al 133 (ebraico 134), conosciuti anche come CANTICHE DEI MONTI. Venivano cantati nelle tre feste di pellegrinaggio dai pellegrini o dai sacerdoti sui quindici gradini che salivano al Tempio di Gerusalemme.

Il piccolo Yabeç, con la sua voce d'angelo in mezzo alle voci robuste degli uomini, canta molto bene il Salmo 121 - forse perché lo conosce meglio degli altri: "Mi sono rallegrato perché mi hanno detto: "Andremo alla casa del Signore". Salmo 121 (ebraico 122): "Come mi sono rallegrato quando mi hanno detto: "Andremo alla casa del Signore!" ...".

Questa è la Porta dei Pesci. A nord di Gerusalemme, proprio accanto al Tempio.

EMR 196.2-9 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Gesù passeggia osservando Jabé che giuoca allegro con Giovanni e con i più giovani. Anche l’Iscariota, passata la sua stizza di ieri, è allegro e giuoca. I più anziani osservano e sorridono.

«Cosa dirà tua Madre di questo fanciullo?», chiede Bartolomeo.

«Io dico che dirà: “È molto esile”», dice Tommaso.

«Oh! no! Dirà: “Povero fanciullo!”», risponde Pietro.

«Ti dirà invece: “Sono contenta che tu lo ami”», obbietta Filippo.

«La Madre non ne avrebbe mai dubitato. Ma io credo che non parlerà. Se lo prenderà sul cuore», dice lo Zelote.

«E Tu, Maestro, che dici che dirà?».

«Farà quello che voi dite. Ma molte cose, tutte anzi, le penserà e le dirà nel suo cuore, e nel baciarlo dirà solo: “Che tu sia benedetto!”, e lo curerà come fosse un uccellino caduto dal nido.

196.3

Un giorno, udite, mi raccontava di quando era una fanciullina. Non aveva ancora tre anni perché ancora non era nel Tempio, e il cuore le si frangeva d’amore dando, come fiore e uliva pigiati e franti nel torchio, tutti i suoi oli e i suoi profumi. E in un delirio d’amore diceva alla madre sua che voleva esser vergine per piacere di più al Salvatore, ma che avrebbe voluto essere peccatrice per potere essere salvata, e quasi piangeva perché la madre non la capiva e non sapeva dirle come si può fare ad essere la “pura” e la “peccatrice” insieme. Le dette pace suo padre portandole un piccolo passero che egli aveva salvato mentre pericolava sull’orlo di una fontana. Le fece la parabola dell’uccellino[1], dicendo che Dio l’aveva salvata in anticipo e che perciò Lei lo doveva benedire due volte. E la piccola Vergine di Dio, la grandissima Vergine Maria, esercitò la sua prima maternità spirituale su quel nidiace che Ella rese al volo quando fu forte, ma che non lasciò mai più l’orto di Nazaret, consolando coi suoi voli e coi suoi cinguettii la triste casa e i tristi cuori di Anna e Gioacchino dopo che Maria fu nel Tempio. Morì poco prima che spirasse Anna… Aveva finito il suo compito…

196.4

Mia Madre si era votata alla verginità per l’amore. Ma aveva, essendo creatura perfetta, la maternità nel sangue e nello spirito. Perché la donna è fatta per essere madre, ed è aberrazione quando è sorda a questo sentimento, che è amore di seconda potenza…».

Si sono accostati anche gli altri, piano piano.

«Cosa vuoi dire, Maestro, dicendo amore di seconda potenza?», chiede Giuda Taddeo.

«Fratello mio, vi sono molti amori e di diverse potenze. Vi è l’amore di prima potenza: quello che si dà a Dio. Poi l’amore di seconda potenza: quello materno o paterno, perché se il primo è tutto spirituale, questo è per due parti spirituale e per una sola carnale. Vi si mescola, sì, il sentimento affettivo umano, ma vi predomina il superiore, perché un padre e una madre, sanamente e santamente tali, non danno solo cibo e carezze alla carne del figlio, ma anche nutrimento e amore alla mente e allo spirito della loro creatura. E tanto è vero ciò che dico, che chi si vota all’infanzia, anche se unicamente per istruirla, finisce ad amarla come fosse sua carne».

«Io li amavo infatti molto i miei discepoli», dice Giovanni di Endor.

«Ho compreso che dovevi essere un buon maestro vedendo come ti comporti con Jabé».

L’uomo di Endor si china e bacia la mano di Gesù senza parlare.

«Continua, ti prego, la tua classificazione degli amori», prega lo Zelote.

«Vi è l’amore per la compagna: amore di terza potenza perché fatto per metà – parlo sempre dei sani e santi amori – di spirito e per metà di carne. L’uomo per la sposa è un maestro e un padre, oltre che sposo; e la donna per lo sposo è un angelo e una madre oltre che sposa. Questi sono i tre amori più elevati».

196.5

«E l’amore del prossimo? Non sbagli? O lo hai dimenticato?», chiede l’Iscariota.

Gli altri lo guardano stupiti e… feroci per l’osservazione. Ma Gesù risponde placido:

«No, Giuda. Ma osserva. Dio va amato perché è Dio, dunque non necessita nessuna spiegazione per persuadere a questo amore. Egli è Colui che è, ossia il Tutto; e l’uomo, il nulla che diviene parte[2] del Tutto per l’anima infusa dall’Eterno – senza quella l’uomo sarebbe uno dei tanti animali bruti che vivono sulla terra o nelle acque o nell’aria – deve adorarlo per dovere e per meritare di sopravvivere nel Tutto, ossia per meritare di divenire parte del popolo santo[3] di Dio in Cielo, cittadino della Gerusalemme che non conoscerà profanazioni e distruzioni in eterno.

L’amore dell’uomo, e specie della donna, alla prole, ha indicazione di comando nelle parole di Dio ad Adamo ed Eva dopo averli benedetti, vedendo di aver fatto “cosa buona”, in un lontano sesto giorno, il primo sesto giorno del creato. Disse loro: “Crescete e moltiplicatevi e riempite la Terra…”.

Vedo la tua inespressa obbiezione e ti rispondo subito così: posto che nel creato avanti la colpa tutto era regolato e basato sull’amore, questo moltiplicarsi dei figli sarebbe stato amore, santo, puro, potente, perfetto. E Dio lo ha dato per primo comando all’uomo: “Crescete, moltiplicatevi”. “Amate perciò, dopo di Me, i vostri figli”. L’amore quale ora è, il generatore attuale dei figli, allora non era. La malizia non era e con essa non era l’esecrata fame del senso. L’uomo amava la donna e la donna l’uomo, naturalmente, non naturalmente secondo natura quale noi l’intendiamo o, meglio, come voi uomini l’intendete, ma secondo natura di figli di Dio: soprannaturalmente[4].

Dolci, primi giorni d’amore fra i due che erano fratelli, perché nati da un Padre unico, e che pure erano sposi, e che nell’amarsi si guardavano con gli innocenti occhi di due gemelli nella cuna; e l’uomo provava l’amor di padre per la compagna “osso delle sue ossa e carne della sua carne”, così come è il figlio per un padre; e la donna conosceva la gioia d’esser figlia, ossia protetta da un amore ben alto, perché sentiva di avere in sé qualcosa di quello splendido uomo che l’amava, con innocenza e angelico ardore, nei bei prati dell’Eden!

Dopo, nell’ordine dei comandi dati da Dio, con un sorriso, ai suoi pargoli diletti, viene quello che lo stesso Adamo, dotato per la Grazia di una intelligenza seconda solo a quella di Dio, decreta, parlando della compagna e di tutte le donne in lei, il decreto del pensiero di Dio, che si rifletteva netto sul terso specchio dello spirito di Adamo e fioriva in pensiero e in parola: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie e i due saranno una carne sola”.

Se non ci fossero stati i tre piloni dei tre amori sopraddetti, avrebbe potuto esserci l’amore di prossimo? No. Non avrebbe potuto esserci. L’amore di Dio fa Dio amico e insegna l’amore. Chi non ama Dio, che è buono, non può certo amare il prossimo, che in maggioranza è difettoso. Se non ci fossero stati amor coniugale e paternità nel mondo, non avrebbe potuto esserci prossimo, perché il prossimo è fatto dei figli nati dagli uomini. Sei persuaso?».

«Sì, Maestro. Non avevo riflettuto».

«È infatti difficile risalire alle sorgenti. L’uomo è ormai confitto da secoli e millenni nel fango, e quelle sorgenti sono talmente sulle cime! La prima, poi, è una sorgente che viene da un abisso di altezza: Dio… Ma Io vi prendo per mano e vi conduco alle sorgenti. So dove sono…».

196.6

«E gli altri amori?», chiedono insieme Simone Zelote e l’uomo d’Endor.

«Il primo della seconda serie è quello del prossimo. In realtà è il quarto in potenza. Poi viene l’amore alla scienza. Indi l’amore al lavoro».

«E basta?».

«E basta».

«Ma vi sono molti altri amori!», esclama Giuda Iscariota.

«No. Vi sono altre fami. Ma non sono amori. Sono “disamori”. Negano Dio, negano l’uomo. Non possono perciò essere amori, perché sono negazioni e la negazione è odio».

«Se io nego di acconsentire al male è odio?», chiede ancora Giuda Iscariota.

«Miseri noi! Ma sei più cavilloso di uno scriba! Mi dici che hai? È l’aria fina di Giudea che ti pizzica i nervi come un crampo?», esclama Pietro.

«No. Mi piace istruirmi e avere molte idee, e chiare. Qui è facile parlare per l’appunto con scribi. Non voglio rimanere a corto di argomenti».

«E credi di potere, in quel momento che ti occorre, tirare fuori la filaccia del colore richiesto dal sacco dove zavorri tutti questi cenci?», interroga Pietro.

«Cenci le parole del Maestro? Tu bestemmi!».

«Non mi fare lo scandalizzato. In bocca a Lui non sono cenci, ma una volta che vengono malmenate da noi lo divengono. Prova tu a dare un bisso prezioso in mano di un bambino… Dopo poco è uno sbrendolo sporco e lacerato. Quello che succede a noi… Ora se tu pretendi di pescare al momento buono il brandellino che ti serve, fra che è brandellino e fra che è sporco… uhm! non so che combinerai».

«Tu non ci pensare. Sono affari miei».

«Oh! sta’ certo che non ci penso! Ne ho basta dei miei. E poi!… Mi contento che tu non faccia danno al Maestro. Perché, in questo caso, penserei anche agli affari tuoi…».

«Quando farò male lo farai. Ma non sarà mai, perché io so fare… Non sono un ignorante io…».

«Lo sono io, lo so. Ma, appunto perché lo so, non zavorro nulla per sventolarlo poi al momento buono. Ma mi raccomando a Dio, e Dio mi aiuterà per amore del suo Messia di cui io sono il servo più infimo e più fedele».

«Fedeli siamo tutti!», ribatte arrogante Giuda.

«Oh! cattivo! Perché offendi il padre mio? È vecchio, è buono. Non devi. Sei un cattivo uomo e mi fai paura», dice Jabé severo, rompendo il silenzio attento in cui era.

«E due!», esclama a bassa voce Giacomo di Zebedeo urtando col gomito Andrea. Ha parlato piano, ma l’Iscariota ha sentito.

«Vedi, Maestro, se le parole dello stolto bambino di Magdala hanno lasciato un segno?», dice Giuda acceso di stizza.

196.7

«Ma non sarebbe più bello continuare la lezione del Maestro anziché sembrare tanti capretti imbizziti?», chiede il pacifico Tommaso.

«Ma sì, Maestro. Parlaci ancora di tua Madre. È così luminosa la sua infanzia! Ci fa l’anima vergine per riflesso, ed io, povero peccatore, ne ho tanto bisogno!», esclama Matteo.

«Che vi devo dire? Sono tanti episodi, uno più dolce dell’altro…».

«Lei te li ha narrati?».

«Qualcuno. Ma molti di più Giuseppe, come il più bel racconto a Me fanciullo, e anche Alfeo di Sara che, essendo di pochi anni più vecchio di mia Madre, le fu amico nei brevi anni che Lei fu a Nazaret».

«Oh! racconta…», prega Giovanni.

Sono tutti in cerchio, seduti all’ombra degli ulivi, con Jabé al centro che guarda fisso Gesù come udisse una paradisiaca fiaba.

«Vi dirò la lezione di castità che diede mia Madre, pochi giorni avanti l’entrata nel Tempio, al suo piccolo amico e a molti altri.

Si era sposata quel giorno una fanciulla di Nazaret, parente di Sara, e anche Gioacchino ed Anna erano stati invitati alle nozze. Con essi la piccola Maria, che con altri bambini aveva l’incarico di gettare petali sfogliati sul cammino della sposa. Dicono che era bellissima, da piccina, e tutti se la contendevano dopo la festosa entrata della sposa. Era molto difficile vedere Maria perché Ella viveva molto in casa, amando una grotticella, che Lei chiama tuttora “dei suoi sponsali”, più di ogni luogo. Quando perciò era vista, bionda, rosea e gentile, era accasciata dalle carezze. La chiamavano “il fiore di Nazaret”, oppure “la perla di Galilea”, o anche “la pace di Dio” a ricordo di un arcobaleno enorme venuto improvviso al suo primo vagito. Era ed è infatti tutto questo e più ancora. È il Fiore del Cielo e del creato, è la Perla del Paradiso, è la Pace di Dio… Sì, la Pace. Io sono il Pacifico perché sono Figlio del Padre e figlio di Maria: la Pace infinita e la Pace soave.

Quel giorno tutti la volevano baciare e prendere in grembo. E Lei, schiva di baci e di contatti, disse con una gravità gentile: “Ve ne prego. Non mi sgualcite”. Credettero parlasse della sua veste di lino, cinta di una fascia d’azzurro alla vita, ai piccoli polsi, al collo… oppure della ghirlandetta di fiorellini azzurri di cui Anna l’aveva incoronata per trattenerle a posto i riccioli lievi, e l’assicurarono che non le avrebbero sgualcita né veste né ghirlanda. Ma Lei, sicura, piccola donna di tre anni ritta fra un cerchio di adulti, disse seria: “Non penso a ciò che si ripara. Parlo dell’anima mia. È di Dio. E non vuole esser toccata che da Dio”. Le obbiettarono: “Ma noi baciamo te, non la tua anima”. Ed Essa: “Il mio corpo è tempio dell’anima e vi è sacerdote lo Spirito. Il popolo non è ammesso nel recinto sacerdotale. Ve ne prego. Non entrate nel recinto di Dio”.

Alfeo, che aveva allora oltre otto anni e che l’amava molto, fu colpito da questa risposta e il giorno dopo, trovandola presso la sua grotticella, intenta a cogliere fiori, le chiese: “Maria, quando sarai donna mi vorresti per sposo?”. Ancora in lui durava l’effervescenza della festa nuziale a cui aveva assistito. Ed Ella: “Io ti amo molto. Ma non ti vedo come uomo. Ti dico un segreto. Io vedo solo l’anima dei viventi. Quella la amo molto, con tutto il cuore. Ma non vedo altro che Dio come ‘vero Vivente’ a cui potrò dare me stessa”.

Ecco un episodio».

«“Vero Vivente”!!! Ma sai che è parola profonda!», esclama Bartolomeo.

E Gesù, umilmente e con un sorriso: «Ella era la Madre della Sapienza».

«Era?… Ma non aveva tre anni?».

«Era. Io vivevo già in Lei, essendo Dio in Lei[5], dal suo concepimento, nella sua Unità e Trinità perfettissima».

196.8

«Ma, scusa se io colpevole oso parlare, ma Gioacchino ed Anna sapevano che Ella era la Vergine prescelta?», chiede Giuda Iscariota.

«Non lo sapevano».

«E allora come poté dire Gioacchino che Dio l’aveva salvata in anticipo? Ciò non allude al suo privilegio sulla colpa?».

«Vi allude. Ma Gioacchino parlava per bocca di Dio, come tutti i profeti. Lui pure non comprese la sublime verità soprannaturale che lo Spirito metteva sulle sue labbra. Perché era un giusto, Gioacchino. Tanto da meritare quella paternità. Ed era un umile. Non vi è infatti giustizia dove è superbia. Lui era giusto ed umile. Consolò la Figlia per amor di padre. L’istruì per sapienza di sacerdote, ché tale era essendo tutore dell’Arca di Dio. La consacrò come pontefice del titolo più dolce: “La Senza Macchia”. Un giorno verrà che un altro canuto pontefice dirà al mondo: “Ella è la Concepita senza Macchia”, e darà al mondo dei credenti questa verità, come articolo di fede non impugnabile, perché nel mondo d’allora, sempre più sprofondantesi in un grigiore nebbioso di eresie e di vizi, splenda, pienamente discoperta, la Tutta Bella di Dio, incoronata di stelle, vestita di raggi di luna meno puri di Lei e, sugli astri appoggiata, la Regina del Creato e dell’Increato. Perché Dio-Re ha per Regina, nel suo Regno, Maria».

«Allora Gioacchino era profeta?».

«Era un giusto. La sua anima disse come un’eco ciò che Dio diceva alla sua anima amata da Dio».

196.9

«Quando andiamo da questa Mamma, Signore?», chiede con occhi di desiderio Jabé.

«Questa sera. Che le dirai vedendola?».

«“Ti saluto, Madre del Salvatore”. Va bene così?».

«Molto bene», conferma Gesù accarezzandolo.

«Ma oggi non andremo al Tempio?», chiede Filippo.

«Prima di partire per Betania vi andremo. E tu starai buono qui. Non è vero?».

«Sì, Signore».

La moglie di Giona, il conduttore dell’uliveto, che si è accostata piano piano, dice: «Perché non lo porti? Ne ha desiderio il bambino…».

Gesù la fissa con insistenza senza parlare.

La donna capisce e lo dice: «Ho capito! Ma devo avere ancora un piccolo mantello di Marco. Lo vado a cercare», e corre via lesta.

Jabé tira Giovanni per una manica: «Saranno severi i maestri?».

«Oh! no. Non avere paura. E poi non è per oggi. In pochi giorni, con la Madre, sarai più sapiente di un dottore», lo conforta Giovanni.

Gli altri sentono e sorridono delle apprensioni di Jabé.

«Ma chi lo presenterà come fosse il padre?», chiede Matteo.

«Io. È naturale! A meno… che lo voglia presentare il Maestro», dice Pietro.

«No, Simone. Io non lo farò. Ti lascio questo onore».

«Grazie, Maestro. Ma… ci sarai anche Tu?».

«Certamente. Tutti ci saremo. È il “nostro” bambino…».

Torna Maria di Giona con un mantello viola scuro, ancora buono. Ma che colore! Lei stessa lo dice: «Marco non me lo volle mai usare perché non gli piaceva il colore».

Sfido io! È atroce! E il povero Jabé, così olivastro come è, sembra un annegato fra quel viola violento. Ma egli non si vede… e perciò è felice di quel mantello in cui può drappeggiarsi come un adulto… «Il pasto è pronto, Maestro. La servente ha levato ora dallo spiedo l’agnello».

«Andiamo, allora».

E, scendendo dal luogo dove sono, entrano nella vasta cucina per il pasto.

Annotazione

Le raccontò la parabola dell'uccellino: si veda il paradosso del "peccatore per amore" espresso dall'Immacolato e la parabola dell'uccellino: cfr. EMV 7.5.

Egli è Colui che è, cioè il Tutto; e l'uomo è il nulla che diventa parte del Tutto grazie all'anima infusa in lui dall'Eterno. "Parte" è stato corretto (secondo la spiegazione data nella nota a EMV 167.9) in "partecipante" su una copia dattiloscritta; si aggiunge a fondo pagina: "Se l'anima sa rimanere in stato di grazia, così deificata, non per identità di sostanza, ma per elevazione all'ordine soprannaturale". "

Nota da EMV 167: "Pacco di Dio" sembra essere stato cambiato in pacco nato da Dio da una correzione poco chiara di Maria Valtorta su una copia dattiloscritta, alla quale ha aggiunto la seguente nota: "Alla parola pacco non si deve dare il significato di "parte di Dio" infusa in noi, ma di "trono", "sede" infusa o "spiritata" (dal "soffio vitale" di cui si parla in Genesi 2,7) da Dio, quindi cosa di Dio venuta da Dio nell'uomo". San Tommaso d'Aquino la chiama "una capacità di Dio" che Dio riempie di sé, affinché tutti possiamo partecipare alla sua vita divina".

Questa spiegazione di Maria Valtorta (e il testo diEMV 10.9) va tenuta presente ogni volta che l'opera parla dell'anima come "parte" o "particella" di Dio.

Essa può essere collegata alle note di EMV 4.6, EMV 54.5, EMV 165.4, EMV 170.4, EMV 365.16, EMV 444.4, EMV 463.4, EMV 524.7, EMV 537.11.

"Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra...". "Secondo Genesi 1:28.

L'uomo amò la donna e la donna amò l'uomo, naturalmente, non naturalmente secondo la natura come la intendiamo noi, o meglio come la intendete voi uomini, ma secondo la natura dei figli di Dio: soprannaturalmente". "Soprannaturalmente": Maria Valtorta annota su una copia dattiloscritta: senza che il disordine della malizia si unisca o addirittura "si sostituisca" alle leggi ordinate di Dio, insite nella moltiplicazione e nel popolamento della terra. Aggiunge a margine: Finché l'uomo rimase in questo ordine, non nacque in lui il veleno della triplice concupiscenza che lo rese delirante, poi ribelle, infine decaduto.

L'uomo sentiva l'amore di un padre per il suo compagno "osso delle sue ossa e carne della sua carne", come un figlio per un padre. Secondo Genesi 2, 23.

"L'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne". "Secondo Genesi 2, 24.

Libro della Genesi 1, 28

Gn 1, 28: Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, e abbiate dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che si muove sulla terra".

Libro della Genesi 2, 23-24

Gn 2, 23-24 : E l'uomo disse: "Questa è osso delle mie ossa e carne della mia carne! Questa sarà chiamata donna, perché è stata tratta dall'uomo. Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne.

EMR 197 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Pietro è proprio solenne mentre entra in veste di padre nel recinto del Tempio, tenendo per mano Jabé. Sembra persino più alto tanto procede impettito.

Dietro, in gruppo, tutti gli altri. Gesù è l’ultimo, occupato in una conversazione serrata con Giovanni di Endor, che pare vergognarsi di entrare nel Tempio.

Pietro chiede al suo protetto: «Ci sei mai stato?», avendo per risposta la frase: «Quando sono nato, padre. Ma non me ne ricordo», cosa che fa ridere di gusto Pietro, che la ripete ai compagni, che ridono loro pure dicendo bonari e arguti: «Forse dormivi e perciò…», oppure: «Siamo tutti come te. Non ci ricordiamo di quando siamo venuti qui di nascita».

Dettaglio

I Dodici sono presenti in questo capitolo, anche se non sono tutti nominati.

EMR 197.3-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Pietro intanto si industria di spiegare al bambino le cose più degne di rilievo nel Tempio, ma chiama in suo soccorso gli altri più colti, e specie Bartolomeo e Simone, perché si trova a suo agio con questi anziani in questa sua veste di padre.

Sono presso il gazofilacio per fare le loro offerte quando li chiama Giuseppe d’Arimatea.

«Qui siete? Da quando?», dice dopo i saluti reciproci.

«Da ieri sera».

«Il Maestro?».

«È là, con un discepolo novello. Ora verrà».

Giuseppe guarda il bambino e chiede a Pietro: «Un tuo nipotino?».

«No… sì… Insomma, nulla come sangue, molto come fede, tutto come amore».

«Non ti capisco…».

«Un orfanello… perciò nulla come sangue. Un discepolo… perciò molto come fede. Un figlio… perciò tutto come amore. Il Maestro lo ha raccolto… e io me lo carezzo. Deve divenire maggiorenne in questi giorni…».

«Già dodici anni? Così piccino?».

«Eh!… ma te lo dirà il Maestro… Giuseppe, tu sei buono… uno dei pochi che buoni siano qui dentro… Dimmi, mi aiuteresti in questa faccenda? Sai… io lo presento come fosse mio figlio. Ma sono galileo e ho una brutta lebbra addosso…».

«Lebbra?!», esclama e interroga spaurito Giuseppe, scostandosi.

«Non avere paura!… Ho la lebbra di essere di Gesù! La più odiosa per quelli del Tempio, salvo poche eccezioni».

«Noooh! Non lo dire!».

«È verità e va detta… Perciò temo che saranno crudeli con il piccolo per via di me e di Gesù. Poi non so come sappia la Legge, l’Halascia, l’Haggadha e i Midrasciot. Gesù dice che sa assai…».

«Eh! ma se lo dice Gesù! Non avere paura!».

«Pur di darmi un dispiacere quelli…».

«Ci vuoi molto bene a questo piccolo! Lo tieni sempre con te?».

«Non posso!… Io cammino sempre… Il bambino è piccolo e gracile…».

«Ma io ci verrei volentieri con te…», dice Jabé che si è rassicurato per le carezze di Giuseppe.

Pietro sfavilla di gioia… Ma dice: «Il Maestro dice che non si deve e non lo faremo… Ma ci vedremo lo stesso… Giuseppe… mi aiuti?».

«Ma sì! Verrò io con te. Davanti a me non faranno ingiustizie. Quando?

197.4

Oh! Maestro! Dàmmi la tua benedizione!».

«La pace a te, Giuseppe. Ho piacere di vederti e in buona salute».

«Io pure, Maestro, e anche gli amici ti vedranno con gioia.

Sei al Getsemani?».

«Ero. Dopo la preghiera vado a Betania».

«Da Lazzaro?».

«No, da Simone. Ho anche la Madre mia e la madre dei miei fratelli e quella di Giovanni e Giacomo. Verrai a trovarmi?».

«Lo chiedi? Grande gioia e grande onore. Te ne ringrazio.

Verrò con diversi amici…».

«Va’ piano, Giuseppe, con gli amici!…», consiglia Simone Zelote.

«Oh! li conoscete già. Prudenza dice: “L’aria non oda”. Ma quando li vedrete capirete che sono amici».

«Allora…».

«Maestro, Simone di Giona mi diceva della cerimonia del piccolo. Sei venuto mentre chiedevo quando intendete farla. Ci voglio essere io pure».

«Il mercoledì avanti Pasqua. Voglio che faccia la sua Pasqua da figlio della Legge».

«Molto bene. È inteso. Verrò a prendervi a Betania. Ma lunedì verrò con gli amici».

«È detto».

«Maestro, ti lascio. La pace sia con Te. È l’ora dell’incenso».

«Addio, Giuseppe. La pace sia con te.»

Annotazione

Non so come faccia a conoscere la Legge, la Halakhah, la Haggadah e i Midrashim. Gesù dice che ne sa abbastanza... Per salvaguardare la Legge, base religiosa e legale della comunità ebraica, i rabbini, dopo l'esilio, la circondarono con un'esegesi chiamata Midrash (Interpretazione). I midrashim sono commenti a passi delle Scritture. Tra i famosi autori di queste tradizioni midrashiche vi sono Hillel, Schammei e Gamaliel.

Ilmidrash si riferisce anche al ramo della conoscenza rabbinica che si occupa delle regole della legge tradizionale (scritta), in contrapposizione alla Mishnah (tradizione orale). Questa interpretazione della Legge mosaica ha dato origine a nuove prescrizioni, regole di comportamento da seguire nel culto e nella legge (le Halâkoth). L'interpretazione delle parti storiche del Pentateuco ha dato origine a storie e leggende(la Haggadah). Tuttavia, per motivi legati alla Legge mosaica, questi midrashim dovevano essere trasmessi solo oralmente di generazione in generazione, anche se alla fine la loro autorità era quasi pari a quella della Legge.

Tempo di incenso. L'incenso veniva bruciato nel Tempio al mattino e alla sera, come prescritto in Esodo 30, 7-8.

Libro dell'Esodo 30, 7-8

Es 30, 7-8 : Quando Aronne verrà ad accendere le lampade ogni mattina, vi brucerà sopra l'incenso. E quando verrà ad accendere le lampade al tramonto, vi brucerà di nuovo l'incenso. Di generazione in generazione, l'incenso salirà in perpetuo davanti al Signore.