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Note del tema

Apostoli

Pagina 72 di 89

Comfort di lettura

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EMR 194.1 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Come un fiume che si arricchisce per sempre nuovi affluenti, così la via che da Sichem va a Gerusalemme si fa sempre più folta di popolo, man mano che da altre vie secondarie i paesi riversano i fedeli diretti alla Città santa. Cosa che aiuta non poco Pietro nel tenere distratto il bambino che rasenta i colli natii, sotto le cui zolle franate sono sepolti i genitori, senza avvedersene.

Dopo una lunga marcia, interrotta – dopo che Silo, erta sul suo monte, è stata lasciata a sinistra – per prendere riposo e cibo in una verde vallata sonante d’acque pure e cristalline, i gitanti si rimettono in cammino e superano un monticello calcareo, piuttosto nudo, su cui il sole picchia senza misericordia. Si inizia la discesa per una serie di vigneti bellissimi, che mettono i loro festoni sulle balze dei monti calcarei, ma solatii al sommo.

Pietro ha un arguto sorriso e fa un cenno a Gesù, che a sua volta sorride. Il bambino non si accorge di nulla, intento come è ad ascoltare Giovanni di Endor che gli parla di altre terre da lui viste e nelle quali crescono uve dolcissime, che però non servono tanto al vino quanto a fare dolciumi più buoni delle focacce di miele.

EMR 194.2-5 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Ecco una nuova salita molto ripida poiché, lasciata la via maestra, polverosa e affollata, la comitiva ha preferito prendere questa scorciatoia boscosa. E, giunti alla cima, ecco in lontananza splendere, già distintamente, un mare lucente, sospeso sopra un agglomerato bianco, forse case nitide di calcina.

«Jabé», chiama Gesù, «vieni qui. Vedi quel punto d’oro? È la Casa del Signore. Là tu giurerai di ubbidire alla Legge. Ma la conosci bene?».

«La mamma me ne parlava e il padre mi insegnava i precetti. So leggere e… e credo sapere ciò che “essi” mi hanno detto prima di morire…». Il bambino, che è accorso con un sorriso alla chiamata di Gesù, piange ora, col capino basso e la mano che trema nella mano di Gesù.

«Non piangere. Senti. Sai dove siamo? Questa è Betel. Qui il santo Giacobbe fece il suo sogno angelico. Lo sai? Lo ricordi?».

«Sì, Signore. Vide una scala che toccava dalla Terra al Cielo, e su e giù andavano gli angeli, e la mamma mi diceva che nell’ora della morte, se si era stati sempre buoni, si vedeva la stessa cosa e si andava per quella scala alla Casa di Dio. Tante cose mi diceva la mamma… Ma ora non me le dirà più… le ho tutte qui ed è tutto quello che ho di lei…». Le lacrime scendono sul visetto tanto triste.

«Ma non piangere così! Senti, Jabé. Ho anche Io una Madre che si chiama Maria, e che è santa e buona e sa dire tante cose. È più sapiente di un maestro, e più buona e bella di un angelo. Ora andiamo da Lei. Ti vorrà tanto bene. Ti dirà tante cose. E poi con Lei è la mamma di Giovanni, anche lei tanto buona e di nome Maria. E la madre di mio fratello Giuda, anche lei dolce come un pan di miele, e anche lei ha nome Maria. Ti vorranno tanto bene. Ma tanto. Perché sei un bravo bambino, e per amor mio che ti amo tanto. E poi tu crescerai con loro e fatto grande sarai un santo di Dio, predicherai come un dottore il Gesù che ti ha ridato una madre qui, e che aprirà le porte dei Cieli alla tua madre morta, al padre tuo, e che te l’aprirà anche a te, alla tua ora. Tu non avrai neppure bisogno di salire la lunga scala dei Cieli all’ora della morte. L’avrai già salita durante la vita tua, essendo un buon discepolo, e ti troverai là, alla soglia aperta del Paradiso, ed Io ci sarò e ti dirò: “Vieni, amico mio e figlio di Maria” e staremo insieme».

Il sorriso fulgido di Gesù, che cammina un poco curvo per essere più vicino al visetto alzato del bambino che gli cammina a lato con la manina nella sua, e il racconto meraviglioso rasciugano le lacrime e fanno spuntare un sorriso.

194.3

Il bambino, che deve essere tutt’altro che stolto, ma che è solo intontito dal tanto dolore e privazione che ha patito, interessato alla storia chiede: «Ma Tu dici che aprirai le porte dei Cieli. Non sono serrate per il gran Peccato? La mamma mi diceva che nessuno poteva entrare finché non fosse venuto il perdono e che i giusti lo attendevano nel Limbo».

«Così è. Ma poi Io andrò al Padre dopo avere predicato la parola di Dio e… e avervi ottenuto il perdono, e dirò: “Padre mio, ora tutta la tua volontà Io l’ho compiuta. Ora Io voglio il mio premio per il mio sacrificio. Vengano, i giusti che attendono, al tuo Regno”. E il Padre mi dirà: “Sia come Tu vuoi”. Ed allora Io scenderò a chiamare tutti i giusti, e il Limbo aprirà le sue porte al suono della mia voce, e usciranno esultanti i santi Patriarchi, i luminosi Profeti, le donne benedette d’Israele e poi, sai quanti bambini? Come un prato in fiore di bambini di ogni età! E cantando mi verranno dietro, ascendendo al bel Paradiso».

«E ci sarà la mia mamma?».

«Certamente».

«Tu non mi hai detto che ci sarà con Te sulla porta del Cielo quando sarò anche io morto…».

«Ella, e con lei il padre tuo, non avranno bisogno di essere su quella porta. Come fulgidi angeli intrecceranno sempre voli dal Cielo alla Terra, da Gesù al piccolo loro Jabé, e quando tu sarai per morire faranno come fanno quei due uccellini, là, in quella siepe. Li vedi?». Gesù prende in braccio il bambino perché veda meglio. «Vedi come stanno sulle loro piccole uova? Attendono che si schiudano e dopo stenderanno le ali sulla loro covata per proteggerla da ogni male e poi, quando sarà cresciuta e pronta al volo, la sorreggeranno con le loro forti ali portandola su, su, su… verso il sole. I tuoi parenti faranno così con te».

«Proprio così sarà?».

«Proprio così».

«Ma Tu glielo dirai di ricordarsi di venire?».

«Non ce ne sarà bisogno perché essi ti amano, ma Io lo dirò loro».

«Oh! come ti voglio bene!». Il bambino, ancora in braccio a Gesù, gli si stringe al collo e lo bacia con una espansione così gioiosa che commuove.

Gesù ricambia il bacio e lo posa.

194.4

«Oh! bene! Ora andiamo avanti. Verso la Città santa. Dobbiamo arrivarci verso sera di domani. Perché tanta fretta? Me lo sai dire? Non sarebbe lo stesso arrivare dopo domani?».

«No. Non sarebbe lo stesso. Perché domani è Parasceve e dopo il tramonto non si cammina che per sei stadi. Oltre non si può perché è incominciato il sabato e il suo riposo».

«Si ozia dunque in sabato».

«No. Si prega il Signore altissimo».

«Come si chiama?».

«Adonai. Ma i santi possono dire il suo Nome».

«Anche i bambini buoni. Dillo se lo sai».

«Jaavé» (questo piccolo dice così: un G molto dolce che diviene quasi un J, e l’a molto lunga[1]).

«E perché si prega il Signore altissimo al sabato?».

«Perché Egli lo ha detto a Mosè, dandogli le tavole della Legge».

«Ah, sì? E che ha detto?».

«Ha detto di santificare il sabato. “Lavorerai per sei giorni, ma il settimo riposerai e farai riposare, perché così ho fatto Io pure dopo la creazione”».

«Come? Il Signore si è riposato? Si era stancato a creare? E ha proprio creato Lui? Come lo sai? Io so che Dio non si stanca mai».

«Non si era stancato perché Dio non cammina e non muove le braccia. Ma lo ha fatto per insegnare ad Adamo, e a noi, e per avere un giorno in cui noi si pensi a Lui. E ha creato Lui, tutto, sicuro. Lo dice il Libro del Signore».

«Ma il Libro è stato scritto da Lui?».

«No. Ma è la Verità. E va creduto per non andare da Lucifero».

«Mi hai detto che Dio non cammina e non muove le braccia.

Come allora ha creato? Come è? Una statua?».

«Non è un idolo, è Dio. E Dio è… Dio è… lasciami pensare e ricordare come diceva la mamma mia, e meglio ancora di lei quell’uomo che va in tuo nome a trovare i poveri di Esdrelon… La mamma diceva, per farmi capire Dio: “Dio è come il mio amore per te. Non ha corpo, ma pure c’è”. E quell’uomo piccolo, con un sorriso così dolce, diceva: “Dio è uno Spirito eterno, uno e trino, e la seconda Persona ha preso carne per amore di noi, poveri, ed ha nome…”. Oh! mio Signore! Ma ora che ci penso… sei Tu!». Il bambino sbalordito si getta a terra adorando.

Accorrono tutti credendo che sia caduto, ma Gesù fa un cenno di silenzio col dito sulle labbra, poi dice: «Alzati, Jabé. I bambini non devono avere paura di Me!».

Il bambino alza la testa venerabondo e guarda Gesù con mutata espressione, quasi di paura.

Ma Gesù sorride e gli tende la mano dicendo: «Sei un sapiente, piccolo israelita.

194.5

Continuiamo l’esame fra noi. Ora che mi hai riconosciuto, sai se di Me si parla nel Libro?».

«Oh! sì, Signore! Dal principio a ora. Tutto parla di Te. Tu sei il Salvatore promesso. Ora capisco perché aprirai le porte del Limbo. Oh! Signore! Signore! E mi vuoi bene tanto?».

«Sì, Jabé».

«No. Più Jabé. Dàmmi un nome che voglia dire che Tu mi hai amato, che Tu mi hai salvato…».

«Il nome lo sceglierò insieme alla Madre. Va bene?».

«Ma che voglia proprio dire così. E lo prenderò dal giorno che diventerò figlio della Legge».

«Lo prenderai da quel giorno».

Betel è superata, e in una valletta fresca e ricca d’acqua sostano a prendere cibo.

Jabé è rimasto mezzo intontito dalla rivelazione e mangia in silenzio, accettando con venerazione ogni boccone che gli porge Gesù. Ma piano piano si rinfranca e, specie dopo una bella giocata con Giovanni mentre gli altri riposano sull’erba verde, torna a Gesù insieme al ridente Giovanni e fanno un crocchietto a tre.

«Non mi hai più detto chi parla di Me nel Libro».

«I Profeti, Signore. E prima ancora ne parla il Libro fin da quando è cacciato Adamo e poi a Giacobbe e ad Abramo e a Mosè… Oh!… Mi diceva mio padre che era andato da Giovanni – non questo, l’altro Giovanni, quello del Giordano – che egli, il gran Profeta, ti chiamava l’Agnello… Ecco, ora capisco l’agnello di Mosè… La Pasqua sei Tu!».

Giovanni lo stuzzica: «Ma quale è il Profeta che ha profetato meglio di Lui?».

«Isaia e Daniele. Ma… mi piace di più Daniele, ora che ti amo come il padre mio. Lo posso dire? Dire che ti amo come ho amato mio padre? Sì? Ebbene, ora preferisco Daniele».

«Perché? Chi parla tanto del Cristo è Isaia».

«Sì. Ma parla di dolori del Cristo. Invece Daniele parla del bell’angelo e della tua venuta. È vero… lui pure dice che il Cristo sarà immolato. Ma io penso che l’Agnello sarà immolato d’un colpo solo. Non come dicono Isaia e Davide. Io piangevo sempre quando li sentivo leggere, e la mamma non me li disse più». Quasi quasi piange anche ora, mentre carezza una mano di Gesù.

«Non ci pensare per ora. Ascolta. I precetti li sai?».

«Sì, Signore. Credo di saperli. Nel bosco me li ripetevo per non dimenticarli e per sentire le parole della mamma e del padre mio. Ma ora non piango più (veramente c’è un grande luccicore nelle pupille) perché ora ho Te».

Giovanni sorride e si abbraccia il suo Gesù dicendo: «Le mie stesse parole! Tutti i pargoli di cuore parlano uguale».

«Sì. Perché le loro parole vengono da un’unica sapienza.»

EMR 194.2 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Ecco una nuova salita molto ripida poiché, lasciata la via maestra, polverosa e affollata, la comitiva ha preferito prendere questa scorciatoia boscosa. E, giunti alla cima, ecco in lontananza splendere, già distintamente, un mare lucente, sospeso sopra un agglomerato bianco, forse case nitide di calcina.

«Jabé», chiama Gesù, «vieni qui. Vedi quel punto d’oro? È la Casa del Signore. Là tu giurerai di ubbidire alla Legge. Ma la conosci bene?».

«La mamma me ne parlava e il padre mi insegnava i precetti. So leggere e… e credo sapere ciò che “essi” mi hanno detto prima di morire…». Il bambino, che è accorso con un sorriso alla chiamata di Gesù, piange ora, col capino basso e la mano che trema nella mano di Gesù.

«Non piangere. Senti. Sai dove siamo? Questa è Betel. Qui il santo Giacobbe fece il suo sogno angelico. Lo sai? Lo ricordi?».

«Sì, Signore. Vide una scala che toccava dalla Terra al Cielo, e su e giù andavano gli angeli, e la mamma mi diceva che nell’ora della morte, se si era stati sempre buoni, si vedeva la stessa cosa e si andava per quella scala alla Casa di Dio. Tante cose mi diceva la mamma… Ma ora non me le dirà più… le ho tutte qui ed è tutto quello che ho di lei…». Le lacrime scendono sul visetto tanto triste.

«Ma non piangere così! Senti, Jabé. Ho anche Io una Madre che si chiama Maria, e che è santa e buona e sa dire tante cose. È più sapiente di un maestro, e più buona e bella di un angelo. Ora andiamo da Lei. Ti vorrà tanto bene. Ti dirà tante cose. E poi con Lei è la mamma di Giovanni, anche lei tanto buona e di nome Maria. E la madre di mio fratello Giuda, anche lei dolce come un pan di miele, e anche lei ha nome Maria. Ti vorranno tanto bene. Ma tanto. Perché sei un bravo bambino, e per amor mio che ti amo tanto. E poi tu crescerai con loro e fatto grande sarai un santo di Dio, predicherai come un dottore il Gesù che ti ha ridato una madre qui, e che aprirà le porte dei Cieli alla tua madre morta, al padre tuo, e che te l’aprirà anche a te, alla tua ora. Tu non avrai neppure bisogno di salire la lunga scala dei Cieli all’ora della morte. L’avrai già salita durante la vita tua, essendo un buon discepolo, e ti troverai là, alla soglia aperta del Paradiso, ed Io ci sarò e ti dirò: “Vieni, amico mio e figlio di Maria” e staremo insieme».

Il sorriso fulgido di Gesù, che cammina un poco curvo per essere più vicino al visetto alzato del bambino che gli cammina a lato con la manina nella sua, e il racconto meraviglioso rasciugano le lacrime e fanno spuntare un sorriso.

Annotazione

Libro della Genesi 28, 10-19

Gen 28, 10-19 : Giacobbe lasciò Bersabea e andò ad Haran. Giunto in un luogo, vi rimase tutta la notte, perché il sole era tramontato. Prese una delle pietre che si trovavano lì, ne fece il suo giaciglio e si sdraiò in quel luogo. Poi fece un sogno ed ecco che una scala era posta sulla terra e la sua cima arrivava fino al cielo; ed ecco che gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa e Yahweh era in piedi in cima. Egli disse: "Io sono Yahweh, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. Io darò questa terra su cui giaci a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra; ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a mezzogiorno; e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Ecco, io sono con voi, vi custodirò dovunque andrete e vi ricondurrò in questa terra. Perché non vi lascerò finché non avrò fatto ciò che vi ho detto". "

Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: "Certamente Yahweh è in questo luogo e io non lo sapevo! "E, spaventato, aggiunse: "Quanto è terribile questo luogo! Questa è la casa di Dio, questa è la porta del cielo". "Giacobbe si alzò di buon mattino, prese la pietra che aveva fatto per il suo capezzale, la eresse a monumento e versò olio sulla sua sommità. Chiamò il luogo Bethel, ma il nome originario della città era Luz.

EMR 194.4-5 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Mi hai detto che Dio non cammina e non muove le braccia.

Come allora ha creato? Come è? Una statua?».

«Non è un idolo, è Dio. E Dio è… Dio è… lasciami pensare e ricordare come diceva la mamma mia, e meglio ancora di lei quell’uomo che va in tuo nome a trovare i poveri di Esdrelon… La mamma diceva, per farmi capire Dio: “Dio è come il mio amore per te. Non ha corpo, ma pure c’è”. E quell’uomo piccolo, con un sorriso così dolce, diceva: “Dio è uno Spirito eterno, uno e trino, e la seconda Persona ha preso carne per amore di noi, poveri, ed ha nome…”. Oh! mio Signore! Ma ora che ci penso… sei Tu!». Il bambino sbalordito si getta a terra adorando.

Accorrono tutti credendo che sia caduto, ma Gesù fa un cenno di silenzio col dito sulle labbra, poi dice: «Alzati, Jabé. I bambini non devono avere paura di Me!».

Il bambino alza la testa venerabondo e guarda Gesù con mutata espressione, quasi di paura.

Ma Gesù sorride e gli tende la mano dicendo: «Sei un sapiente, piccolo israelita.

194.5

Continuiamo l’esame fra noi. Ora che mi hai riconosciuto, sai se di Me si parla nel Libro?».

«Oh! sì, Signore! Dal principio a ora. Tutto parla di Te. Tu sei il Salvatore promesso. Ora capisco perché aprirai le porte del Limbo. Oh! Signore! Signore! E mi vuoi bene tanto?».

«Sì, Jabé».

«No. Più Jabé. Dàmmi un nome che voglia dire che Tu mi hai amato, che Tu mi hai salvato…».

«Il nome lo sceglierò insieme alla Madre. Va bene?».

«Ma che voglia proprio dire così. E lo prenderò dal giorno che diventerò figlio della Legge».

«Lo prenderai da quel giorno».

Betel è superata, e in una valletta fresca e ricca d’acqua sostano a prendere cibo.

Jabé è rimasto mezzo intontito dalla rivelazione e mangia in silenzio, accettando con venerazione ogni boccone che gli porge Gesù. Ma piano piano si rinfranca e, specie dopo una bella giocata con Giovanni mentre gli altri riposano sull’erba verde, torna a Gesù insieme al ridente Giovanni e fanno un crocchietto a tre.

«Non mi hai più detto chi parla di Me nel Libro».

«I Profeti, Signore. E prima ancora ne parla il Libro fin da quando è cacciato Adamo e poi a Giacobbe e ad Abramo e a Mosè… Oh!… Mi diceva mio padre che era andato da Giovanni – non questo, l’altro Giovanni, quello del Giordano – che egli, il gran Profeta, ti chiamava l’Agnello… Ecco, ora capisco l’agnello di Mosè… La Pasqua sei Tu!».

Giovanni lo stuzzica: «Ma quale è il Profeta che ha profetato meglio di Lui?».

«Isaia e Daniele. Ma… mi piace di più Daniele, ora che ti amo come il padre mio. Lo posso dire? Dire che ti amo come ho amato mio padre? Sì? Ebbene, ora preferisco Daniele».

«Perché? Chi parla tanto del Cristo è Isaia».

«Sì. Ma parla di dolori del Cristo. Invece Daniele parla del bell’angelo e della tua venuta. È vero… lui pure dice che il Cristo sarà immolato. Ma io penso che l’Agnello sarà immolato d’un colpo solo. Non come dicono Isaia e Davide. Io piangevo sempre quando li sentivo leggere, e la mamma non me li disse più». Quasi quasi piange anche ora, mentre carezza una mano di Gesù.

«Non ci pensare per ora. Ascolta. I precetti li sai?».

«Sì, Signore. Credo di saperli. Nel bosco me li ripetevo per non dimenticarli e per sentire le parole della mamma e del padre mio. Ma ora non piango più (veramente c’è un grande luccicore nelle pupille) perché ora ho Te».

Giovanni sorride e si abbraccia il suo Gesù dicendo: «Le mie stesse parole! Tutti i pargoli di cuore parlano uguale».

«Sì. Perché le loro parole vengono da un’unica sapienza.»

Dettaglio

Gesù sta parlando con un bambino che ha accolto. Deve superare l'esame di maggiore età nel Tempio, così Cristo interroga il ragazzo.

EMR 195.1-3 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Il cielo è a pioggia e Pietro mi pare un Enea capovolto, perché in luogo di portare via il proprio padre ha sulle spalle il piccolo Jabé, tutto ricoperto dal mantellone di Pietro. La testolina si vede emergere sopra il capo canuto di Pietro, che ha le braccia del piccolo intorno al collo e che ride diguazzando nelle pozzanghere.

«Ce la poteva risparmiare questa», brontola l’Iscariota, nervoso per l’acqua che viene dal cielo, che schizza sulle vesti dal suolo.

«Eh! si potrebbero risparmiare tante cose!», risponde Giovanni di Endor fissando col suo unico occhio, che credo veda per due, il bel Giuda.

«Che vuoi dire?».

«Voglio dire che è inutile pretendere che gli elementi abbiano riguardi per noi, quando noi non ne abbiamo coi nostri simili, e in materia ben più grave che non siano due gocce d’acqua o uno spruzzo di fango».

«È vero. Ma a me piace entrare in città ordinato, pulito. Ho molte amicizie, io, e in alto».

«Attento allora di non cascare».

«Mi stuzzichi?».

«Nooh! Ma sono un vecchio maestro e… un vecchio scolaro.

Da quando vivo imparo. Prima ho imparato a vegetare, poi ho osservato la vita, poi ho conosciuto l’amarezza della vita, ho esercitato una inutile giustizia, quella del “solo” contro Dio e contro la società. Dio mi ha castigato con il rimorso, la società con le catene, perciò il giustiziato, in fondo, sono stato io. Infine, ora, ho imparato, sto imparando, a “vivere”. Ora, essendo maestro e scolaro, tu capisci che mi viene naturale di ripetere le lezioni».

«Ma io sono l’apostolo…».

«E io sono un disgraziato, lo so, e non dovrei permettermi di insegnare a te. Ma, vedi, non si sa mai ciò che si può diventare. Credevo di morire onesto e venerato pedagogo in Cipro, e divenni omicida e ergastolano. Ma quando alzavo il coltello per farmi vendetta, e quando trascinavo la catena odiando l’universo, se mi avessero detto che sarei divenuto un discepolo del Santo, avrei dubitato della mente di chi me lo avesse detto. Eppure… tu lo vedi! Perciò chissà che anche a te, apostolo, io non possa dare qualche lezione buona. Per la mia esperienza.

Non per la santità. Non ci penso neppure».

«Ha ragione quel romano a chiamarti Diogene».

«Già. Ma però Diogene cercava l’uomo e non lo trovò. Io, più fortunato di lui, ho trovato una serpe dove credevo essere la donna e un cuculo dove vedevo l’uomo amico, ma dopo aver vagato per tanti anni, reso folle da questa conoscenza, ho trovato l’Uomo, il Santo».

«Io non conosco altra sapienza che quella d’Israele».

«Se così è, hai già di che salvarti. Ora però hai anche la scienza, anzi la sapienza di Dio».

«È la stessa cosa».

«Oh! no! Come un giorno nebbioso rispetto ad uno pieno di sole».

«Insomma, mi vuoi ammaestrare? Io non ne ho voglia».

«Lasciami parlare! Prima parlavo ai bambini: erano svagati. Poi alle ombre: mi maledivano. Poi ai polli: erano già migliori dei due primi, molto migliori. Ora parlo con me stesso non potendo ancora parlare con Dio. Perché me lo vuoi impedire? Ho mezza vista, la vita spezzata dalle miniere, il cuore malato da tanti anni. Lascia almeno che non mi si sterilisca la mente».

«Gesù è Dio».

«Lo so, lo credo. Più di te. Perché io sono rinato per sua opera, tu no. Ma per quanto Lui sia il Buono, è sempre Lui, Dio, ed il povero disgraziato che io sono non osa trattarlo con la tua famigliarità. Gli parla la mia anima… ma il labbro non osa. L’anima, e penso che Egli la senta nei suoi pianti di riconoscente e penitente amore».

195.2

«È vero, Giovanni. Io sento la tua anima». Gesù entra nella conversazione dei due. Giuda arrossisce di vergogna, l’uomo di Endor di gioia. «Io sento la tua anima, è vero. E sento anche il lavoro della tua mente. Hai detto bene. Quando ti sarai formato in Me, molto ti gioverà essere stato maestro e scolaro attento. Parla, parla, anche con te stesso…».

«Una volta, Maestro, e non è molto, mi hai detto che è male parlare col proprio io», osserva impertinente Giuda.

«È vero, l’ho detto[1]. Ma era perché tu facevi mormorazione col tuo proprio io. Quest’uomo non mormora, medita, e con fine buono. Non fa male».

«Insomma, ho torto!». Giuda è aggressivo.

«No, hai dell’uggia nel cuore. Ma non sempre può essere sereno. I contadini desiderano la pioggia. È carità pregare perché essa venga. È carità anche questa. Ma guarda, ecco un bell’arcobaleno che da Atarot fa arco su Rama. Siamo già oltre Atarot, il triste vallone è superato, qui tutto è coltivato e ridente sotto il sole che rompe le nubi. Quando saremo a Rama, saremo a trentasei stadi da Gerusalemme. La rivedremo dopo quel colle, che segna il luogo dell’orrenda libidine commessa dai gabaoiti[2]. Tremenda cosa il morso della carne, Giuda…».

Giuda non risponde e si dilunga sguazzando con ira nelle pozzanghere.

195.3

«Ma che ha, oggi, quello?», chiede Bartolomeo.

«Taci, che Simone di Giona non senta. Evitiamo questioni e… non avveleniamo Simone. È così felice col suo bambino!».

«Sì, Maestro. Ma non sta bene. Glielo dirò».

«È giovane, Natanaele. Anche tu lo fosti…».

«Sì… ma… Non deve mancarti di rispetto!». Senza volere alza la voce.

Accorre Pietro: «Che c’è? Chi manca di rispetto? Il nuovo discepolo?», e guarda Giovanni di Endor, che si è discretamente ritirato quando ha capito che Gesù correggeva l’apostolo, e che sta parlando con Giacomo d’Alfeo e Simone Zelote.

«Neanche per idea. È rispettoso come una fanciulla».

«Ah! bene! Se no… eh! era in pericolo il suo occhio. Allora… allora è Giuda!…».

«Senti, Simone, non potresti occuparti del tuo piccolo? Me lo hai levato e poi vuoi occuparti di una conversazione amichevole fra Me e Natanaele. Non ti pare che vuoi fare troppe cose?».

Gesù sorride così tranquillo che Pietro resta incerto sul suo giudizio. Guarda Bartolomeo… ma questo ha alzato il suo volto aquilino a scrutare il cielo… Pietro sente cadere il sospetto. L’apparizione della Città, ormai vicina, visibile in tutta la sua bellezza di colli, di uliveti, di case e del Tempio in specie, questa vista che doveva essere sempre fonte di emozione e d’orgoglio per gli israeliti, finisce di distrarlo del tutto.

Dettaglio

Barthélémy e Pierre intervengono maggiormente in EMV 195,3, seguendo quanto avviene in EMV 195,1-2.

Annotazione

- Questo romano ha ragione a chiamarti Diogene. In 192.6.

- È vero, l'ho detto io. In EMV 183,1.

Quando arriveremo a Ramah, saremo a trentasei furlong da Gerusalemme. 36 x 185 m = 6,6 km.

Ghibea o Gibeah: ai tempi dei giudici, un vecchio invitò un levita di Efraim e la sua concubina a fermarsi da lui per la notte. Poco dopo, alcuni uomini di Ghibea, dei furfanti, circondarono la casa, chiedendo che il levita fosse consegnato loro per poter avere rapporti con lui. Il vecchio offrì loro sua figlia, ma essi rifiutarono. Il levita diede loro la sua concubina. Essi abusarono di lei per tutta la notte, tanto che al mattino morì. Pezzi del suo corpo furono inviati alle tribù di Israele come segno della loro infamia (Giudici 19:15-30). Poiché la tribù di Beniamino si schierò con i colpevoli di Ghibea, le altre tribù mossero loro guerra. Per due volte subirono gravi perdite prima di sconfiggere definitivamente i Beniaminiti e consegnare Ghibea al fuoco (Giudici 20).

EMR 195.2-3 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Gesù è Dio».

«Lo so, lo credo. Più di te. Perché io sono rinato per sua opera, tu no. Ma per quanto Lui sia il Buono, è sempre Lui, Dio, ed il povero disgraziato che io sono non osa trattarlo con la tua famigliarità. Gli parla la mia anima… ma il labbro non osa. L’anima, e penso che Egli la senta nei suoi pianti di riconoscente e penitente amore».

195.2

«È vero, Giovanni. Io sento la tua anima». Gesù entra nella conversazione dei due. Giuda arrossisce di vergogna, l’uomo di Endor di gioia. «Io sento la tua anima, è vero. E sento anche il lavoro della tua mente. Hai detto bene. Quando ti sarai formato in Me, molto ti gioverà essere stato maestro e scolaro attento. Parla, parla, anche con te stesso…».

«Una volta, Maestro, e non è molto, mi hai detto che è male parlare col proprio io», osserva impertinente Giuda.

«È vero, l’ho detto. Ma era perché tu facevi mormorazione col tuo proprio io. Quest’uomo non mormora, medita, e con fine buono. Non fa male».

«Insomma, ho torto!». Giuda è aggressivo.

«No, hai dell’uggia nel cuore. Ma non sempre può essere sereno. I contadini desiderano la pioggia. È carità pregare perché essa venga. È carità anche questa. Ma guarda, ecco un bell’arcobaleno che da Atarot fa arco su Rama. Siamo già oltre Atarot, il triste vallone è superato, qui tutto è coltivato e ridente sotto il sole che rompe le nubi. Quando saremo a Rama, saremo a trentasei stadi da Gerusalemme. La rivedremo dopo quel colle, che segna il luogo dell’orrenda libidine commessa dai gabaoiti. Tremenda cosa il morso della carne, Giuda…».

Giuda non risponde e si dilunga sguazzando con ira nelle pozzanghere.

Dettaglio

Giuda parla con Giovanni di Endor.

Annotazione

- Esatto, l'ho detto. In EMV 183,1.

Ghibea o Gibeah: ai tempi dei giudici, un vecchio invitò un levita di Efraim e la sua concubina a passare la notte da lui. Poco dopo, alcuni uomini di Ghibea, dei furfanti, circondarono la casa, chiedendo che il levita fosse consegnato loro per poter avere rapporti con lui. Il vecchio offrì loro sua figlia, ma essi rifiutarono. Il levita diede loro la sua concubina. Essi abusarono di lei per tutta la notte, tanto che al mattino morì. Pezzi del suo corpo furono inviati alle tribù di Israele come segno della loro infamia (Giudici 19:15-30). Poiché la tribù di Beniamino si schierò con i colpevoli di Ghibea, le altre tribù mossero loro guerra. Per due volte subirono gravi perdite prima di sconfiggere definitivamente i Beniaminiti e consegnare Ghibea al fuoco (Giudici 20).

Libro dei Giudici 19, 10-30

Gdc 19, 10-30 : Il marito non accettò di passare la notte; si alzò e partì. Arrivò fino a Jebus, che è Gerusalemme, con i suoi due asini e la sua concubina. Quando si avvicinarono a Jebus, era molto buio. Allora il servo disse al suo padrone: "Vieni, ti prego, andiamo in questa città dei Gebusei e passiamo lì la notte". Il padrone gli disse: "Non ci allontaneremo da una città sconosciuta dove non ci sono figli d'Israele; andremo fino a Ghibea" e disse al servo: "Andiamo, cerchiamo di raggiungere uno di questi luoghi per passare la notte, o Ghibea o Ramah". Camminarono e il sole tramontava quando erano vicini a Ghiba, che appartiene a Beniamino. Così girarono di qua e andarono a passare la notte a Gibeba.

Quando il levita arrivò, si fermò nella piazza della città; e non c'era nessuno che permettesse loro di passare la notte in casa sua. 16Ma un vecchio tornava la sera dal lavoro nei campi; era un uomo della regione montuosa di Efraim, che abitava a Ghibea; la gente del luogo era Beniamina. Quando alzò lo sguardo, vide il viaggiatore nella piazza della città e il vecchio gli disse: "Dove vai e da dove vieni?". Egli rispose: "Stiamo andando da Betlemme di Giuda ai margini del paese collinare di Efraim, da dove vengo io". Sono stato a Betlemme di Giuda e ora vado alla casa di Yahweh, e non c'è nessuno che mi accolga nella sua casa. Ma abbiamo paglia e foraggio per i nostri asini, pane e vino per me, per la tua serva e per il giovane che è con i tuoi servi; non ci manca nulla". Il vecchio disse: "Pace a voi! Provvederò a tutte le vostre necessità, ma non passate la notte in piazza". I viaggiatori si lavarono i piedi e poi mangiarono e bevvero.

Mentre si rallegravano in cuor loro, ecco che uomini della città, uomini perversi, circondarono la casa e, bussando forte alla porta, dissero al vecchio, il padrone di casa: "Porta fuori l'uomo che è entrato in casa tua, perché lo conosciamo". Il padrone di casa uscì da loro e disse: "No, fratelli miei, vi prego di non fare il male; poiché quest'uomo è entrato in casa mia, non commettete questa infamia. Ecco mia figlia, che è vergine, e la sua concubina; ve le porterò fuori e voi farete loro violenza e le tratterete come volete; ma non fate un'azione così infame a quest'uomo". Gli uomini non vollero ascoltare. Così l'uomo prese la sua concubina e la portò fuori. La conobbero e abusarono di lei tutta la notte fino al mattino, quando all'alba la mandarono via.

Verso il mattino, la donna cadde sulla porta della casa del marito e rimase lì fino alla luce del giorno. Il marito si alzò al mattino, aprì la porta di casa e uscì per continuare il suo viaggio. Ed ecco che la donna, sua concubina, giaceva sulla porta della casa con le mani sulla soglia. Egli le disse: "Alzati e andiamo". Ma nessuno rispose. Allora il marito la fece salire sull'asino e partì per la sua casa.

Quando arrivò a casa, prese un coltello e afferrò la concubina, tagliandola in dodici pezzi, arto per arto, e la mandò per tutto il paese d'Israele. Tutti quelli che videro questo fatto dissero: "Non è mai accaduto né si è visto nulla di simile da quando i figli d'Israele sono usciti dalla terra d'Egitto fino a oggi; pensateci, consultatevi e decidete".

EMR 195.3 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Guarda Giovanni di Endor, che si è discretamente ritirato quando ha capito che Gesù correggeva l’apostolo [Giuda], e che sta parlando con Giacomo d’Alfeo e Simone Zelote.

Dettaglio

Pierre guarda Giovanni di Endor.

EMR 195.3-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

L’apparizione della Città, ormai vicina, visibile in tutta la sua bellezza di colli, di uliveti, di case e del Tempio in specie, questa vista che doveva essere sempre fonte di emozione e d’orgoglio per gli israeliti, finisce di distrarlo del tutto.

Il sole ben caldo dell’aprile di Giudea ha presto asciugato le pietre della via consolare. Ora le pozze d’acqua bisogna proprio cercarle. Gli apostoli si rassettano sul bordo della via, riabbassano le vesti che si erano rimborsate, si lavano i piedi fangosi in un chiaro ruscello, si aggiustano i capelli, si drappeggiano nei mantelli. E così fa Gesù. Vedo che tutti fanno così.

195.4

L’entrata a Gerusalemme doveva essere una cosa importante. Presentarsi alle mura in questo tempo di festa era come presentarsi ad un sovrano. La Città santa era la «vera» regina degli israeliti. Lo capisco bene quest’anno che posso notare, su questa via consolare, le turbe e il loro comportamento. Qui i cortei delle diverse famiglie si ordinano, le donne tutte da loro, gli uomini in altro gruppo, i bambini o con questo o con quello, ma tutti seri e nello stesso tempo sereni. Alcuni ripiegano il mantello più usato ed estraggono un altro, nuovo, dalle sacche da viaggio, o cambiano i sandali. E poi l’andatura diviene solenne, già ieratica. In ogni gruppo c’è il solista che dà tono, e gli inni vengono intonati, i vecchi, gloriosi inni di Davide. E la gente si guarda con occhi più buoni, come raddolciti dall’aver visto la Casa di Dio, e guarda questa Casa santa, enorme cubo di marmo sormontato dalle cupole d’oro, messo come perla al centro del recinto imponente del Tempio.

Qui – nella comitiva apostolica che si forma così: davanti Gesù e Pietro, aventi in mezzo il bambino; dietro Simone, l’Iscariota e Giovanni; poi Andrea, che ha forzato Giovanni di Endor a mettersi fra lui e Giacomo di Zebedeo; in quarta fila i due cugini del Signore con Matteo; ultimi Tommaso con Filippo e Bartolomeo – qui è Gesù che intona con la sua potente e bellissima voce di un leggero tono baritonale[3], fuso, a renderlo più prezioso, a vibrazioni tenorili; e risponde Giuda Iscariota, uno schietto tenore, e Giovanni dalla voce limpida di chi è molto giovane ancora, e le due voci baritonali dei cugini di Gesù e il quasi basso di Tommaso che è un baritono talmente profondo da non essere quasi più tale. Gli altri, dotati di voci meno belle, seguono in sordina il coro-pieno di quelli che sono virtuosi fra di loro. (I salmi sono quelli noti, detti graduali[4]).

Il piccolo Jabé, voce d’angelo fra le voci robuste degli uomini, canta molto bene, forse perché lo conosce meglio degli altri, il salmo 121: «Mi sono rallegrato per quello che mi è stato detto: “Andremo alla casa del Signore”». E veramente è tutto luminoso di gioia nel visetto solo pochi giorni prima tanto triste.

Ecco le mura ormai prossime. Ecco la porta dei Pesci. Ecco le vie sopraffollate.

Subito al Tempio per una prima preghiera. E poi la pace nella pace del Getsemani, la cena, il riposo.

Il viaggio verso Gerusalemme è compiuto.

Dettaglio

Pietro è distratto dall'apparizione della Città Santa.

Annotazione

I salmi sono quelli noti, chiamati graduali. Questi sono i salmi dal 120 al 134, noti anche come "cantici dell'ascesa", secondo la nuova numerazione. Il Sal 121, citato sotto, è diventato il Sal 122.

Nota aggiuntiva da maria-valtorta.org :

I 15 GRADUALI: sono i Salmi dal 119 (ebraico 120) al 133 (ebraico 134), conosciuti anche come CANTICHE DEI MONTI. Venivano cantati nelle tre feste di pellegrinaggio dai pellegrini o dai sacerdoti sui quindici gradini che salivano al Tempio di Gerusalemme.

Il piccolo Yabeç, con la sua voce d'angelo in mezzo alle voci robuste degli uomini, canta molto bene il Salmo 121 - forse perché lo conosce meglio degli altri: "Mi sono rallegrato perché mi hanno detto: "Andremo alla casa del Signore". Salmo 121 (ebraico 122): "Come mi sono rallegrato quando mi hanno detto: "Andremo alla casa del Signore!" ...".

Questa è la Porta dei Pesci. A nord di Gerusalemme, proprio accanto al Tempio.

EMR 196.1 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

La mattina del sabato è stata occupata, per la maggior parte del tempo, in ristoro dei corpi stanchi e delle vesti polverose e sgualcite dal viaggio. Nelle ampie cisterne del Getsemani, che l’acqua piovana ha fatto colme, e nel Cedron che fa tutto una sinfonia sui sassi, spumoso, pieno, per le acquate degli ultimi giorni, vi è tant’acqua che è un vero invito. E l’uno dopo l’altro i pellegrini, sfidando la frescura, scendono a tuffarvisi e poi, rivestiti a nuovo da capo a piedi, con ancora i capelli un poco stesi dagli spruzzi del torrente, attingono acqua alle cisterne per riversarla in capaci vasche dove sono le vesti, colore per colore.

«Oh! bene!», dice Pietro contento. «Lì si purgheranno e Maria le laverà con minor fatica» (suppongo che sia la donna che è al Getsemani). «Solo tu, piccolino, non ti puoi mutare. Ma domani…». Infatti ha una vesticciola pulita il fanciullo, tratta dal sacchettino suo, un sacchettino che potrebbe bastare ad una bambola tanto è piccino. Ma la vesticciola è ancor più stinta e lacera dell’altra, e Pietro la guarda con apprensione, mormorando: «Come faccio a portarlo in città? Quasi farei in due un mio mantello, perché con un mantello… si coprirebbe tutto».

Gesù, che sente questo soliloquio paterno, dice: «È meglio farlo riposare ora. Questa sera andremo a Betania…».

«Ma io voglio comperargli la veste. Gliel’ho promesso…».

«Lo farai certamente. Ma è meglio consigliarsi con la Madre. Sai… le donne… hanno più capacità di noi negli acquisti… e ne sarà felice di occuparsi di un bambino… Andrete insieme!».

L’idea di andare con Maria a fare gli acquisti rapisce al settimo cielo l’apostolo. Non so se Gesù esprima tutto il suo pensiero o se ne trattenga una parte, ossia quella che avrebbe detto come sua Madre ha un gusto più fino che salva da accozzi di colori atroci. Fatto è che ottiene lo scopo senza mortificare il suo Pietro.