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Note della parola chiave

Profezie di Gesù Cristo

Tema: Gesù Cristo · Pagina 9 di 10

Comfort di lettura

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EMR 203.5 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

È una preghiera tanto perfetta che i marosi delle eresie e il corso dei secoli non l’intaccheranno. Il cristianesimo sarà spezzettato dal morso di Satana e molte parti della mia carne mistica verranno staccate, separate, facenti cellule a sé, nel vano desiderio di crearsi a corpo perfetto come sarà il Corpo mistico del Cristo, ossia quello dato da tutti i fedeli uniti nella Chiesa apostolica che sarà, finché sarà la Terra, l’unica vera Chiesa. Ma queste particelle separate, prive perciò dei doni che Io lascerò alla Chiesa Madre per nutrire i miei figli, si chiameranno però sempre cristiane, avendo culto al Cristo, e sempre si ricorderanno, nel loro errore, di essere venute dal Cristo. Ebbene, esse pure pregheranno con questa universale preghiera. Ricordatevela bene. Meditatela continuamente. Applicatela alle vostre azioni. Non occorre altro per santificarsi. Se uno fosse solo, in un posto di pagani, senza chiese, senza libri, avrebbe già tutto lo scibile da meditare in questa preghiera e una chiesa aperta nel suo cuore per questa preghiera.

Avrebbe una regola e una santificazione sicura.

Dettaglio

Gesù sta parlando del Padre Nostro.

EMR 203.8 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

“Venga il Regno tuo in Terra come in Cielo”.

Desideratelo con tutte le vostre forze questo avvento. Sarebbe la gioia sulla Terra se esso venisse. Il Regno di Dio nei cuori, nelle famiglie, fra i cittadini, fra le nazioni. Soffrite, faticate, sacrificatevi per questo Regno. Sia la Terra uno specchio che riflette nei singoli la vita dei Cieli. Verrà. Un giorno tutto questo verrà. Secoli e secoli di lacrime e sangue, di errori, di persecuzioni, di caligine rotta da sprazzi di luce irraggianti dal Faro mistico della mia Chiesa – che, se barca è, e non verrà sommersa, è anche scogliera incrollabile ad ogni maroso, e alta terrà la Luce, la mia Luce, la Luce di Dio – precederanno il momento in cui la Terra possederà il Regno di Dio. E sarà allora come il fiammeggiare intenso di un astro che, raggiunto il perfetto del suo esistere, si disgrega, fiore smisurato dei giardini eterei, per esalare in un rutilante palpito la sua esistenza e il suo amore ai piedi del suo Creatore. Ma venire verrà. E poi sarà il Regno perfetto, beato, eterno del Cielo.

EMR 213.2-3 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Io non avrò (...) parole di pubblico ammaestramento, ma vi darò una cosa privilegiata. Una profezia. Vi prego di ricordarvela per i tempi futuri, quando l’evento più orrendo dell’Umanità avrà offuscato il sole e, nelle tenebre, potranno i cuori essere tratti in giudizi d’errore. Non voglio che voi siate indotti in errore, voi che dal primo momento foste buoni con Me. Non voglio che il mondo possa dire: “Keriot fu nemica del Cristo”. Giusto Io sono. Non posso permettere che la critica, astiosa o innamorata di Me, possa, ognuna per il pungolo del suo sentimento, accusarvi di colpe verso di Me. Come non si può da numerosa famiglia pretendere una uguale santità nei figli, così non la si può pretendere per una popolosa città. Ma sarebbe forte anticarità dire per un figlio malvagio o per un cittadino non buono: “Tutta la famiglia o tutta la città è anatema”.

Udite dunque, ricordate poi, siate fedeli sempre, e come Io vi amo tanto da volervi difendere da una accusa ingiusta, così voi sappiate amare gli incolpevoli. Sempre. Quali che siano. Quale che sia la loro parentela coi colpevoli.

213.3

Ora udite. Verrà un tempo che in Israele vi saranno delatori del tesoro e della patria i quali, nella speranza di farsi amici gli stranieri, parleranno male del vero Sommo Sacerdote, accusandolo di alleanza coi nemici d’Israele e di atti malvagi verso i figli di Dio. E per giungere a questo saranno capaci di commettere delitti addossandone le responsabilità all’Innocente. E verrà il tempo, sempre in Israele, in cui, più ancora che ai tempi di Onia, un infame, tramando di essere lui il Pontefice, andrà dai potenti in Israele e li corromperà con l’oro, ancor più infame, di mendaci parole, e intanto sviserà la verità dei fatti, non parlerà contro le colpe, ma anzi, perseguendo i suoi indegni scopi, si volgerà a corrompere i costumi per avere più facile presa sugli animi privati dell’amicizia con Dio: tutto per giungere al suo scopo. E riuscirà. Oh! certo! Poiché, se nella stessa dimora sul monte Moria non sono i ginnasi dell’empio Giasone, in realtà essi sono nei cuori degli abitatori del monte che per franchigia sono disposti a vendere ciò che è ben più di un terreno, ma è la loro stessa coscienza. I frutti dell’antico errore si vedono ora, e chi ha occhi per vedere vede ciò che avviene là dove dovrebbe essere carità, purezza, giustizia, bontà, religione santa e profonda. Ma se sono frutti che già fanno tremare, i frutti nati dai semi di questi non solo saranno oggetto di tremore ma di maledizione divina.

Ed eccoci alla vera profezia. In verità vi dico che da colui che ha carpito il posto e la fiducia, mediante un giuoco lungo e astuto, sarà dato, per denaro, nelle mani dei nemici il Sommo Sacerdote, il vero Sacerdote. Tratto in inganno con proteste d’affetto, indicato ai carnefici con un atto d’amore, Egli sarà ucciso senza riguardo alla giustizia.

Quali accuse saranno fatte al Cristo, poiché di Me Io parlo, per giustificare il diritto di ucciderlo? Quale sorte sarà serbata a coloro che questo faranno? Una sorte immediata di orrenda giustizia. Una sorte non individuale ma collettiva per i complici del traditore. Una sorte più lontana e ancor più orrenda di quella dell’uomo che il rimorso porterà a coronare il suo animo di demonio dell’ultimo delitto contro se stesso. Perché quello in un attimo avrà fine. Quest’ultimo castigo sarà lungo, tremendo. Trovatelo nelle frasi: “e acceso di sdegno ordinò che Andronico fosse spogliato della porpora e ucciso nel luogo dove aveva commesso empietà contro Onia”. Sì, la razza sacerdotale sarà colpita nei figli oltreché negli esecutori. E il destino della massa complice leggetelo in queste[2]: “La voce di questo sangue grida a Me dalla Terra. Or dunque tu sarai maledetto…”. E sarà detta da Dio a tutto un popolo che non avrà saputo tutelare il dono del Cielo. Perché, se è vero che Io sono venuto per redimere, guai a coloro che saranno assassini e non redenti, fra questo popolo che ha per prima redenzione la mia Parola.

Ho detto. Ricordatevelo. E quando sentirete dire che Io sono un malfattore, dite: “No. Egli lo ha detto. Questo è il segnato che si compie ed Egli è la Vittima uccisa per i peccati del mondo”»…

Dettaglio

Gesù fa una profezia a Kerioth, da cui proviene Giuda. Egli sa che Giuda lo tradirà, ma non vuole che la sua città sia vittima di un'accusa ingiusta, così dà loro una profezia.

Annotazione

Secondo libro dei Maccabei, 4

2 M 4 : Simone, questo informatore dell'erario e del suo paese, parlava male di Onia: era lui, diceva, che aveva sobillato Eliodoro e che era l'autore di tutto il male. Il benefattore della città, il difensore dei suoi concittadini e il fedele osservante delle leggi, osava farlo passare per un avversario dello Stato. L'odio si spinse a tal punto che uno dei sostenitori di Simone commise un omicidio. Allora Onia, considerando il pericolo di queste divisioni e gli sfoghi di Apollonio, governatore militare della Coele-Siria e della Fenicia, che incoraggiava la malvagità di Simone, si recò dal re, non per accusare i suoi concittadini, ma in vista degli interessi generali e particolari di tutto il suo popolo. Infatti, vedeva che senza l'intervento del re sarebbe stato impossibile pacificare la situazione e che Simone non avrebbe rinunciato alle sue imprese criminali.

Ma dopo la morte di Seleuco, gli successe Antioco, soprannominato Epifane, e Giasone, fratello di Onia, si mise in testa di usurpare il pontificato. In un incontro con il re, gli promise trecentosessanta talenti d'argento e ottanta talenti presi da altre entrate. Promise inoltre di impegnarsi per iscritto a versare altri centocinquanta talenti se gli fosse stato permesso di fondare, di sua autorità e secondo i suoi desideri, un ginnasio con un efebo e di registrare gli abitanti di Gerusalemme come cittadini di Antiochia. Il re acconsentì a tutto. Non appena Giasone ottenne il potere, si accinse a introdurre le usanze greche tra i suoi concittadini. Abolì le franchigie che i re, per umanità, avevano concesso ai Giudei grazie all'impresa di Giovanni, padre di Eupolemo, che era stato inviato in ambasceria per concludere un trattato di alleanza e amicizia con i Romani, e, distruggendo le istituzioni legittime, stabilì usanze contrarie alla legge. Si compiaceva di fondare un ginnasio ai piedi dell'Acropoli e allevava i bambini più nobili mettendoli sotto il suo cappello. L'ellenismo crebbe a tal punto e ci fu una tale inclinazione verso costumi stranieri, come risultato dell'eccessiva perversione di Giasone, un uomo senza Dio e per nulla sommo sacerdote, che i sacerdoti non mostrarono più alcuno zelo per il servizio dell'altare e, disprezzando il tempio e trascurando i sacrifici, si affrettarono a partecipare, nel palaestra, agli esercizi proibiti dalla legge, non appena si udì il richiamo al lancio del disco. Non badando agli onori della patria, tenevano in grande considerazione le distinzioni dei Greci. Ne conseguirono gravi disgrazie e proprio nel popolo di cui imitavano lo stile di vita e a cui volevano assomigliare in tutto, trovarono nemici e oppressori. Infatti, non si violano impunemente le leggi divine; ma questo è ciò che dimostreranno gli eventi successivi.

Mentre a Tiro si celebravano i giochi quinquennali, ai quali il re assisteva, il criminale Giasone inviò da Gerusalemme degli spettatori, cittadini di Antiochia, che portavano trecento dracme d'argento per il sacrificio di Ercole; ma quelli che li portavano chiesero che il denaro fosse usato non per i sacrifici, che non erano appropriati, ma per coprire altre spese. Così le trecento dracme erano effettivamente destinate da chi le aveva inviate al sacrificio in onore di Ercole; ma furono utilizzate, secondo il desiderio di chi le portava, per la costruzione di triremi.

Apollonio, figlio di Menesteo, essendo stato inviato in Egitto in occasione dell'intronizzazione del re Tolomeo Filometore, Antioco venne a sapere che il re era mal disposto nei suoi confronti e, volendo mettersi al sicuro da lui, si recò a Giaffa e poi a Gerusalemme. Ricevuto magnificamente da Giasone e da tutta la città, fece il suo ingresso alla luce delle fiaccole e tra le acclamazioni; poi condusse il suo esercito in Fenicia allo stesso modo.

Trascorsi tre anni, Giasone inviò Menelao, il fratello di Simone di cui sopra, a portare il denaro al re e a pagare le tasse di registrazione per gli affari importanti. Menelao, però, si raccomandò al re, lo onorò sotto le spoglie di un uomo di alto rango e si fece assegnare il pontificato sovrano, offrendo trecento talenti d'argento in più rispetto a Giasone. Ricevute le lettere di investitura dal re, tornò a Gerusalemme senza nulla di degno del sacerdozio, ma con gli istinti di un tiranno crudele e la furia di una bestia selvaggia. Così Giasone, che aveva ingannato il proprio fratello, ingannato a sua volta da un altro, dovette fuggire nella terra degli Ammoniti. Quanto a Menelao, ottenne il potere; ma, non avendo rispettato la somma promessa al re, nonostante le lamentele di Sostrato, comandante dell'Acropoli, incaricato di riscuotere le tasse, entrambi furono convocati dal re.

Menelao lasciò il fratello Lisimaco al suo posto come sommo sacerdote e Sostrato lasciò Crato, governatore di Cipro, al suo posto. Nel frattempo, gli abitanti di Tarso e Mallas si ribellarono, perché queste due città erano state date in dono ad Antiochide, concubina del re. Il re partì quindi in fretta per sedare la rivolta, lasciando Andronico, uno dei grandi dignitari, come suo luogotenente. Menelao, ritenendo le circostanze favorevoli, prese alcuni vasi d'oro dal tempio e li consegnò ad Andronico, riuscendo a venderne altri a Tiro e alle città vicine.

Quando Onia seppe con certezza che Menelao aveva commesso questo nuovo crimine, glielo rimproverò, dopo essersi ritirato in un luogo di rifugio a Dafne, vicino ad Antiochia. Menelao, quindi, prese da parte Andronico e lo esortò a mettere a morte Onia. Andronico si recò dunque da Onia e, con l'inganno, giurò sulla sua mano destra; poi, benché sospettoso, lo convinse a uscire dal suo rifugio e lo mise subito a morte, senza alcun riguardo per la giustizia. Così non solo i Giudei, ma anche molte altre nazioni si indignarono e si addolorarono per l'ingiusta uccisione di quest'uomo.

Quando il re tornò dalla Cilicia, i Giudei di Antiochia, insieme ai Greci, anch'essi nemici della violenza, si rivolsero a lui per l'ingiusta uccisione di Onia. Antioco ne fu profondamente addolorato e, mosso da compassione per Onia, versò lacrime al ricordo della moderazione e della saggia condotta del defunto. Arroventato dall'ira, fece immediatamente spogliare Andronico della porpora, gli strappò le vesti e, dopo averlo condotto per tutta la città, degradò il furfante proprio nel luogo in cui aveva compiuto l'empio attentato a Onia; il Signore lo colpì così con un giusto castigo.

Quando Lisimaco, d'accordo con Menelao, commise un gran numero di furti sacrileghi in città e si sparse la voce, il popolo si sollevò contro Lisimaco, anche se molti vasi d'oro erano già stati dispersi. Quando Lisimaco vide che la folla era stata sobillata e gli animi accesi, armò circa tremila uomini e cominciò a commettere atti di violenza sotto il comando di un certo Tiranno, un uomo di età avanzata e non meno perverso. Ma quando seppero dell'attacco di Lisimaco, alcuni presero delle pietre, altri dei grossi bastoni, altri ancora raccolsero della cenere che si trovava in giro e li scagliarono tumultuosamente contro i sostenitori di Lisimaco. In questo modo ferirono molti dei suoi uomini, ne uccisero diversi, misero in fuga tutti gli altri e massacrarono lo stesso sacrilego vicino al tesoro del tempio.

Sulla base di questi fatti iniziò un'indagine contro Menelao. Quando il re giunse a Tiro, i tre uomini inviati dagli anziani spiegarono la giustizia del loro caso. Ritenendosi convinto, Menelao promise a Tolomeo, figlio di Dorymene, una grande somma di denaro perché il re lo favorisse. Tolomeo allora portò il re sotto il peristilio, come per rinfrescarsi, e gli fece cambiare idea. Il re dichiarò Menelao innocente delle accuse mosse contro di lui, pur essendo colpevole di ogni crimine, e condannò a morte uomini sfortunati che, se avessero fatto valere le loro ragioni anche davanti agli Sciti, sarebbero stati riconosciuti innocenti; e uomini che avevano difeso la città, il popolo e gli oggetti sacri, subirono senza indugio questa ingiusta punizione. I Tiri stessi si indignarono e fecero alle vittime un magnifico funerale. Quanto a Menelao, grazie all'avidità dei potenti, mantenne la sua dignità, crescendo nella malizia e nel crudele flagello dei suoi concittadini.

Libro della Genesi 4, 10-11

Gn 4, 10-11 : Yahweh disse: "Che cosa hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida dalla terra verso di me. Ora sei maledetto dalla terra, che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano".

EMR 217.1-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Ancora lo stesso luogo, ma il sole è meno implacabile perché si avvia al tramonto.

«Occorre andare per raggiungere quella casa», dice Gesù.

E vanno. La raggiungono. Chiedono pane e ristoro. Ma il fattore li respinge duramente.

«Razza di filistei! Vipere! Sempre quelli! Sono nati da quel ceppo e dànno i frutti di veleno», brontolano i discepoli affamati e stanchi. «Vi sia reso ciò che date».

«Ma perché mancate di carità? Non è più il tempo del taglione. Venite avanti. Ancora non è notte, e morenti di fame non siete. Un poco di sacrificio perché queste anime giungano ad avere fame di Me», esorta Gesù.

Ma i discepoli, e credo più per dispetto che per insopportabile fame, entrano nel bel mezzo di un campo e si dànno a cogliere spighe, le sgranano sulle palme e si mettono a mangiarle.

«Sono buone, Maestro», urla Pietro. «Non ne prendi? E poi hanno un doppio sapore… Ne vorrei mangiare tutto il campo».

«Hai ragione! Così si pentirebbero di non averci dato un pane», dicono gli altri e vanno camminando fra le spighe e mangiando di gusto.

Gesù cammina solo sulla strada polverosa. A un cinque o sei metri indietro sono lo Zelote con Bartolomeo, ma parlano fra di loro.

217.2

Un altro quadrivio, per una via secondaria che traversa la via maestra, e fermi a quel punto un gruppo di arcigni farisei, certo di ritorno dalle funzioni del sabato, alle quali hanno assistito[1] nel paesotto che si vede in fondo a questa via secondaria, largo, piatto, come fosse un bestione acquattato nella sua tana.

Gesù li vede, li guarda mite e sorridente, e saluta: «La pace sia con voi».

In luogo della risposta al saluto, uno dei farisei chiede arrogantemente: «Chi sei?».

«Gesù di Nazaret».

«Vedete che è Lui?», dice uno agli altri.

Intanto Natanaele e Simone si accostano al Maestro mentre gli altri, camminando fra i solchi, vengono verso la via. Masticano ancora e hanno nel cavo delle mani chicchi di grano.

Il fariseo che ha parlato per primo, forse il più potente, torna a parlare con Gesù che si è fermato in attesa di sentire il resto: «Ah! Tu dunque sei il famoso Gesù di Nazaret? Come mai fin qui?».

«Perché anche qui vi sono anime da salvare».

«Bastiamo noi a questo. Noi sappiamo salvare le nostre e sappiamo salvare quelle dei nostri dipendenti».

«Se così è, bene fate. Ma Io sono stato mandato per evangelizzare e salvare».

«Mandato! Mandato! E chi ce lo prova? Non le tue opere certo!».

«Perché dici così? Non ti preme la tua vita?».

«Ah! già! Tu sei quello che amministri la morte a quelli che non ti adorano. Vuoi allora uccidere tutta la classe sacerdotale, farisaica, quella degli scribi e molte altre, perché esse non ti adorano e non ti adoreranno mai. Mai, capisci? Mai, noi, gli eletti di Israele, ti adoreremo. E neppure ti ameremo».

«Non vi forzo ad amarmi e vi dico: “Adorate Dio”, perché…».

«Ossia Te, perché Tu sei Dio, vero? Ma noi non siamo i pidocchiosi popolani galilei, né gli stolti di Giuda che vengono dietro a Te dimenticando i nostri rabbi…».

«Non ti inquietare, uomo. Io non chiedo nulla. Compio la mia missione, insegno ad amare Dio e torno a ripetere il Decalogo perché è troppo dimenticato e, ancor di più, è male applicato. Io voglio dare la Vita. Quella eterna. Io non auguro morte corporale, né, meno ancora, morte spirituale. La vita che ti domandavo se non ti premeva di perdere, era quella dell’anima tua, perché Io la tua anima l’amo, anche se essa non mi ama. E mi addoloro vedendo che tu la uccidi coll’offendere il Signore spregiando il suo Messia».

Il fariseo sembra preso da una convulsione tanto si agita, si scompone le vesti, si spennacchia le frange, si leva il copricapo e si arruffa i capelli, e grida: «Udite! Udite! A me, a Gionata di Uziel, discendente diretto di Simone il Giusto, a me, questo si dice. Io offendere il Signore! Non so chi mi tenga da maledirti, ma…».

«La paura ti tiene. Ma fàllo pure. Non ne sarai incenerito lo stesso. A suo tempo lo sarai e mi invocherai allora. Ma fra Me e te vi sarà, allora, un ruscello rosso: il mio Sangue».

«Va bene.

217.3

Ma intanto, Tu, che ti dici santo, perché permetti certe cose? Tu, che ti dici Maestro, perché non istruisci i tuoi apostoli prima degli altri? Guardali lì, dietro a Te!… Eccoli con ancora lo strumento del peccato fra le mani! Li vedi? Hanno colto delle spighe, ed è sabato. Hanno colto delle spighe non loro. Hanno violato il sabato e hanno rubato».

«Avevamo fame. Abbiamo chiesto al paese, dove siamo giunti ieri sera, alloggio e cibo. Ci hanno cacciati. Solo una vecchierella ci ha dato del suo pane e un pugno d’ulive. Dio glielo renda centuplicato perché ha dato tutto ciò che aveva, chiedendo soltanto una benedizione. Abbiamo camminato per un miglio e poi abbiamo sostato, come di legge, bevendo l’acqua di un rio. Poi, venuto il tramonto, siamo andati a quella casa… Ci hanno respinto. Tu vedi che in noi c’era volontà di ubbidire alla Legge», risponde Pietro[2].

«Ma non lo avete fatto. Non è lecito in sabato fare opera manuale e non è mai lecito prendere ciò che è di altri. Io e i miei amici ne siamo scandalizzati».

«Io, invece, no. Non avete mai letto[3] come Davide a Nobe prese i pani sacri della Proposizione per cibarsi lui ed i suoi compagni? I pani sacri erano di Dio, nella sua casa, riserbati per ordine eterno ai sacerdoti. È detto: “Apparterranno ad Aronne e ai suoi figli che li mangeranno in luogo santo perché sono cosa santissima”. Eppure Davide li prese per sé e per i suoi compagni, perché ebbe fame. Or dunque, se il santo re entrò nella casa di Dio e mangiò i pani della Proposizione in sabato, lui a cui non era lecito cibarsene, eppure non gli fu ascritto a peccato, perché Dio continuò anche dopo questo ad averlo caro, come puoi tu dire che noi siamo peccatori se cogliamo sul suolo di Dio le spighe cresciute e maturate per suo volere, le spighe che sono anche degli uccelli, e che tu neghi che se ne cibino gli uomini, figli del Padre?», chiede Gesù.

«Li avevano chiesti quei pani, non li avevano presi senza chiedere. E ciò cambia aspetto. E poi non è vero che Dio non ascrisse questo a peccato a Davide. Lo colpì ben duramente Dio!».

«Ma non per questo. Per la lussuria, per il censimento, non per…», ribatte il Taddeo.

«Oh! basta! Non è lecito e non è lecito. Non avete diritto di farlo e non lo farete.

217.4

Andatevene. Non vi vogliamo nelle nostre terre. Non abbiamo bisogno di voi. Non sappiamo che fare di voi».

«Ce ne andremo», dice Gesù impedendo ai suoi di ribattere oltre.

«E per sempre, ricordalo. Che mai più Gionata di Uziel ti trovi al suo cospetto. Via!».

«Sì. Via. Eppure ci troveremo ancora. E allora sarà Gionata quello che mi vorrà vedere per ripetere la condanna e per liberare per sempre il mondo di Me. Ma allora sarà il Cielo che ti dirà: “Non ti è lecito di farlo”, e quel “non ti è lecito” ti suonerà nel cuore come urlo di buccina per tutta la vita, e oltre la vita. Come nei giorni di sabato i sacerdoti nel Tempio violano il riposo sabatico e non fanno peccato, così noi, servi del Signore, possiamo, posto che l’uomo ci nega l’amore, attingere amore e soccorso dal Padre santissimo, senza per questo commettere colpe. Qui c’è Uno che è ben più grande del Tempio e può prendere ciò che vuole di quanto è nel creato, perché Dio ha messo tutto a far da sgabello alla Parola. Ed Io prendo e dono. Così le spighe del Padre, posate sulla immensa tavola che è la Terra, come la Parola. Prendo e dono. Ai buoni come ai malvagi. Perché Misericordia sono. Ma voi non sapete cosa è la Misericordia. Se sapeste cosa vuol dire il mio essere Misericordia, capireste anche che Io non voglio che quella. Se voi sapeste cosa è la Misericordia non avreste condannato degli innocenti. Ma voi non lo sapete. Voi non sapete neppure che Io non vi condanno, voi non sapete che Io vi perdonerò, che chiederò, anzi, perdono al Padre per voi. Perché Io voglio misericordia e non castigo. Ma voi non sapete. Non volete sapere. E questo è un peccato più grande di quello che mi ascrivete, di quello che dite abbiano fatto questi innocenti. Del resto sappiate che il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, e che il Figlio dell’uomo è padrone anche del sabato. Addio…».

Si volge ai discepoli: «Venite. Andiamo a cercare un letto fra le sabbie che sono ormai vicine. Avremo sempre a compagne le stelle e ci daranno ristoro le rugiade. Dio provvederà, Lui che mandò la manna ad Israele, a nutrire noi pure, poveri e fedeli a Lui».

E Gesù lascia in asso il gruppo astioso e se ne va coi suoi, mentre la sera scende con le prime ombre violette… Trovano finalmente una siepe di fichi d’India sulla cui cima, irta di palette pungenti, sono dei fichi che iniziano a maturare. Ma tutto è buono per chi ha fame. E, pungendosi, colgono i più maturi e vanno, finché i campi cessano in dune sabbiose. Viene da lontano un rumore di mare.

«Sostiamo qui. La sabbia è soffice e calda. Domani entreremo in Ascalona», dice Gesù, e tutti cadono stanchi ai piedi di un’alta duna.

Dettaglio

Gli apostoli hanno fame e cominciano a raccogliere spighe di grano nei campi, non avendo ricevuto cibo dagli abitanti (EMV 217.1). Gesù incontra allora un gruppo di farisei, tra cui Jonathas ben Ouziel, un membro del Sinedrio. Questi gli è ostile e rimprovera al Maestro il comportamento dei discepoli.

Gesù gli rivolgerà una prima profezia in 217.2 e una seconda in 217.4.

In questo episodio intervengono solo Simone Pietro e Giuda (EMV 217.3), ma gli altri discepoli sono presenti.

Annotazione

Razza di filistei! Vipere! Sempre gli stessi! Sono nati dallo stesso ceppo e producono frutti avvelenati, borbottano i discepoli affamati e stanchi. Che vi sia restituito ciò che date! Il paese dei Filistei, di cui fa parte Ashqelôn (Ascalona), si estende dall’attuale Striscia di Gaza fino a Jaffa. Tra i Filistei e gli ebrei regnava una grande inimicizia. Essa risale alle guerre che li videro opposti, di cui l’episodio di Davide contro Golia è il più famoso. Questo paese è ancora identificato come tale nel II secolo a.C. Cfr. 1 Maccabei (libro dei martiri d’Israele) 3,24: Giuda lo inseguì lungo la discesa di Bet-Oron fino alla pianura; ottocento uomini delle loro truppe furono uccisi, e il resto fuggì nel paese dei Filistei.

Non avete mai letto come Davide, a Nob, prese i pani consacrati per sfamare se stesso e i suoi compagni? I pani consacrati appartenevano a Dio, nella sua casa, riservati per un ordine eterno ai sacerdoti. Si dice: «Apparterranno ad Aronne e ai suoi figli, che li mangeranno in un luogo sacro, poiché è una cosa santissima». Cfr. 1 Samuele 21, 1-4 e Levitico 24, 9.

Dio punì severamente Davide per la sua lussuria e per il censimento: riguardo alla sua lussuria, cfr. 2 Samuele 12, 9-14 (vedi anche 94.7). Per il censimento, cfr. 2 Samuele 24, 1-17 e 1 Cronache 21, 1-17.

Ai buoni come ai cattivi, poiché io sono la Misericordia. Ma voi ignorate che cosa sia la misericordia. Se sapeste cosa significa, capireste anche che io non voglio altro che essa. Cfr . Osea 6,6 ripreso anche in Matteo 9,13.

Alla fine trovano una siepe di fichi d’India, sulle cui cime, irte di spine, i fichi cominciano a maturare. Questa menzione incuriosisce: si ritiene che il fico d’India, o fico d’India, sia stato importato dal Messico da Cristoforo Colombo. Si tratta di un grossolano anacronismo o di una rara conoscenza di Maria Valtorta? Vedi il commento.

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Libro del Levitico 24, 9

Lv 24, 9: Apparterranno ad Aronne e ai suoi figli, che li mangeranno in luogo santo; poiché per loro è cosa santissima tra le offerte bruciate a Yahweh. È una legge perpetua.

Primo Libro di Samuele, 21, 1-7

1 Sam 1-7: Davide si alzò e se ne andò, mentre Gionata tornò in città. Davide si recò a Nob, dal sommo sacerdote Achimelech; e Achimelech, spaventato, corse incontro a Davide e gli disse: « Perché sei solo e non c’è nessuno con te ? » Davide rispose al sacerdote Achimelech: «Il re mi ha dato un ordine e mi ha detto: “Che nessuno sappia nulla della faccenda per la quale ti mando e ti ho dato un ordine. Ho indicato ai miei uomini un determinato luogo di ritrovo. E ora, cosa hai a disposizione ? Dammi cinque pani, o quello che c’è. » Il sacerdote rispose a Davide e disse: «Non ho a disposizione pane comune, ma c’è del pane consacrato; a condizione che i tuoi uomini si siano astenuti dalle donne. » Davide rispose al sacerdote e gli disse: «Ci siamo astenuti dalle donne da tre giorni, da quando sono partito, e i vasi dei miei uomini sono cosa santa; e se il viaggio è profano, tuttavia è santificato per quanto riguarda il vaso? » Allora il sacerdote gli diede il pane consacrato, poiché non c’era lì altro pane se non il pane dell’offerta, che era stato tolto dalla presenza del Signore per essere sostituito con pane fresco nel momento stesso in cui veniva rimosso.

Secondo libro di Samuele 12, 9-14

2 Sam 12, 9-14: Perché hai disprezzato la parola del Signore, compiendo ciò che è male ai suoi occhi? Hai fatto morire di spada Uria l’Hittita; hai preso sua moglie per farne tua moglie e l’hai fatto uccidere dalla spada dei figli di Ammon. E ora la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché mi hai disprezzato e hai preso la moglie di Uria l’Hittita per farne tua moglie. Così dice Yahweh: «Ecco, io farò sorgere la sventura su di te proprio dalla tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle al tuo vicino, ed egli giacerà con le tue mogli alla luce di questo sole. Tu infatti hai agito in segreto; io invece farò questo alla presenza di tutto Israele e alla luce del sole».

Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore». E Natan disse a Davide: «Il Signore ha perdonato il tuo peccato; non morirai. Ma, poiché con questa tua azione hai fatto sì che i nemici del Signore lo disprezzassero, il figlio che ti è nato morirà».

Secondo libro di Samuele 24, 1-17

2 Sam 24, 1-17: L’ ira di Yahweh si accese di nuovo contro Israele, ed egli incitò Davide contro di loro, dicendo: «Va’, fai il censimento di Israele e di Giuda». » Il re disse a Joab, capo dell’esercito, che era con lui: «Percorri dunque tutte le tribù d’Israele, da Dan fino a Bersabea; fate il censimento del popolo, affinché io conosca il numero del popolo. » Joab disse al re: «Che Yahweh, il tuo Dio, aggiunga al popolo cento volte tanto quanto c’è, e che gli occhi del re, mio signore, lo vedano! Ma perché il re, mio signore, trova piacere nel fare questo? » Ma la parola del re prevalse su quella di Joab e dei capi dell’esercito; e Joab e i capi dell’esercito si allontanarono dal re per fare il censimento del popolo d’Israele.

Dopo aver attraversato il Giordano, si accamparono ad Aroër, a destra della città, che si trova in mezzo alla valle di Gad, e poi a Jazer. Giunsero in Galaad e nel paese di Thachthim-Hodsi; poi giunsero a Dan-Jaan e nei dintorni di Sidone. Giunsero alla fortezza di Tiro e in tutte le città degli Hivvei e dei Cananei, per poi arrivare nel Negeb di Giuda, a Beersheba. Dopo aver così percorso tutto il paese, tornarono a Gerusalemme al termine di nove mesi e venti giorni. Joab consegnò al re l’elenco del censimento del popolo: in Israele c’erano ottocentomila uomini da guerra armati di spada, e in Giuda cinquecentomila uomini. Il cuore di Davide si strinse dopo aver contato il popolo, e Davide disse al Signore: «Ho commesso un grande peccato con ciò che ho fatto! Ora, o Signore, ti prego, perdona l’iniquità del tuo servo, poiché ho agito da vero stolto».

Il giorno seguente, quando Davide si alzò, la parola del Signore fu rivolta a Gad, il profeta, il veggente di Davide, in questi termini: «Va’ a dire a Davide: Così dice il Signore: Ti pongo davanti tre cose; scegline una, e io te la farò. » Gad andò da Davide e gli riferì la parola del Signore, dicendogli: «Vorresti che nel tuo paese ci fosse una carestia di sette anni, o che tu fuggissi per tre mesi davanti ai tuoi nemici che ti inseguiranno, o che nel tuo paese ci fosse una pestilenza per tre giorni? Ora, rifletti e vedi cosa devo rispondere a colui che mi ha mandato». » Davide rispose a Gad: «Sono in grande angoscia. Ah! Cadiamo nelle mani del Signore, poiché le sue misericordie sono grandi; ma che io non cada nelle mani degli uomini! » E il Signore mandò una pestilenza in Israele dal mattino di quel giorno fino al tempo stabilito; e morirono, da Dan a Beersheba, settantamila uomini tra il popolo. L’angelo stava stendendo la mano su Gerusalemme per distruggerla. Ma il Signore si pentì di quel male e disse all’angelo che stava sterminando il popolo: «Basta! Ritira ora la tua mano. » L’angelo di Yahweh si trovava vicino all’aia di Areuna, il Gebuseo. Vedendo l’angelo che colpiva il popolo, Davide disse a Yahweh: «Ecco, sono io che ho peccato, sono io il colpevole; ma quelle pecore, che cosa hanno fatto? Che la tua mano ricada dunque su di me e sulla casa di mio padre!»

Quel giorno Gad andò da Davide e gli disse: «Sali ed erigi un altare al Signore sull’aia di Areuna, il Gebuseo». Davide salì, secondo la parola di Gad, come il Signore aveva ordinato. Areuna, guardando, vide il re e i suoi servi che si dirigevano verso di lui; Areuna uscì e si prostrò davanti al re, con il volto a terra, dicendo: «Perché il mio signore, il re, viene dal suo servo?» E Davide rispose: «Per acquistare da te questa piana per costruire un altare a Yahweh, affinché la piaga si allontani dal popolo». Areuna disse a Davide: «Che il mio signore, il re, prenda la piana e offra in sacrificio ciò che riterrà opportuno! Ecco i buoi per l’olocausto, i carri e i gioghi dei buoi per la legna. Tutto questo, o re, Areuna lo dona al re». E Areuna disse ancora al re: «Che Yahweh, il tuo Dio, ti sia favorevole! » Ma il re disse ad Areuna: «No! Voglio comprarlo da te a prezzo d’argento, e non offrirò a Yahweh, il mio Dio, olocausti che non mi costino nulla. » E Davide acquistò l’aia e i buoi per cinquanta sicli d’argento. 25E Davide costruì lì un altare a Yahweh e offrì olocausti e sacrifici di ringraziamento.

Così Yahweh si placò verso il paese, e la piaga si allontanò da Israele.

Primo libro delle Cronache 21, 1-17

1 Cr 21, 1-17: Satana si levò contro Israele e incitò Davide a fare il censimento di Israele. E Davide disse a Joab e ai capi del popolo: «Andate, contate Israele da Bersabea fino a Dan e riferitemi il numero, affinché io sappia quanti sono». » Joab rispose: «Che Yahweh aggiunga al suo popolo cento volte tanto quanti sono! O re, mio signore, non sono forse tutti servi del mio signore? Perché dunque il mio signore chiede questo? Perché far cadere il peccato su Israele ?» Ma la parola del re prevalse su quella di Joab. Joab partì e percorse tutto Israele, poi tornò a Gerusalemme. E Joab consegnò a Davide l’elenco del censimento del popolo: in tutto Israele c’erano undici centomila uomini abili a maneggiare la spada, e in Giuda quattrocentosettanta mila uomini abili a maneggiare la spada. Non fece il censimento dei Levi e dei Beniaminiti in mezzo a loro, poiché l’ordine del re era sgradito a Joab.

Dio vide di cattivo occhio questa faccenda e colpì Israele. E Davide disse a Dio: «Ho commesso un grande peccato facendo questo. Ora, ti prego, togli l’iniquità dal tuo servo, poiché ho agito da vero stolto». » Yahweh parlò a Gad, il veggente di Davide, dicendo: «Va’ e parla a Davide così: “Così dice Yahweh: Ti propongo tre cose; scegline una, e io te la farò.”» Gad andò da Davide e gli disse: «Così dice Yahweh: Scegli: o tre anni di carestia, o tre mesi durante i quali sarai in fuga davanti ai tuoi avversari e colpito dalla spada dei tuoi nemici, o tre giorni durante i quali la spada di Yahweh e la peste saranno nel paese, e l’angelo di Yahweh opererà la distruzione in tutto il territorio d’Israele. Ora, vedi cosa devo rispondere a colui che mi ha mandato». Davide disse a Gad: «Sono in una crudele angoscia. Ah, che io cada nelle mani del Signore, poiché la sua misericordia è grande, e non cada nelle mani degli uomini!»

E il Signore mandò una pestilenza in Israele, e perirono settantamila uomini in Israele. E Dio mandò un angelo a Gerusalemme per distruggerla; e mentre distruggeva, il Signore vide e si pentì di quel male, e disse all’angelo che distruggeva: «Basta! Ritira ora la tua mano». » L’angelo di Yahweh si trovava vicino all’aia di Ornan, il Gebuseo. Davide, alzando gli occhi, vide l’angelo di Yahweh in piedi tra la terra e il cielo, con in mano la spada sguainata, puntata contro Gerusalemme. Allora Davide e gli anziani, coperti di sacchi, si prostrarono con la faccia a terra. E Davide disse a Dio: «Non sono forse io che ho ordinato di fare il censimento del popolo? Sono io che ho peccato e ho fatto il male; ma queste, queste pecore, che cosa hanno fatto? Yahvé, mio Dio, che la tua mano ricada dunque su di me e sulla casa di mio padre, ma non sul tuo popolo per la sua rovina».

Libro di Osea 6, 6

Os 6, 6: Rimase di nuovo incinta e partorì una figlia. E il Signore disse a Osea: «Chiamala Lo-Ruhama (cioè “Non-amata”), perché non amo più la casa d’Israele e non voglio più perdonarla».

Vangelo di Matteo 9, 13

Mt 9, 13: «Andate a imparare che cosa significa: “Misericordia io voglio e non sacrificio”. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Vangelo secondo Matteo 12, 1-8

Mt 12, 1-8: In quel tempo, un giorno di sabato, Gesù passava per i campi di grano; i suoi discepoli avevano fame e cominciarono a strappare delle spighe e a mangiarle. Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli fanno ciò che non è lecito fare di sabato!» Ma egli disse loro: «Non avete letto ciò che fece Davide, quando lui e quelli che lo accompagnavano avevano fame? Entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta; ora, né lui né gli altri avevano il diritto di mangiarli, ma solo i sacerdoti. Oppure, non avete letto nella Legge che nel giorno di sabato i sacerdoti, nel Tempio, violano il riposo sabbatico senza commettere alcuna colpa? Ebbene, vi dico: qui c’è qualcuno più grande del Tempio. Se aveste compreso che cosa significa: «Misericordia io voglio e non sacrificio», non avreste condannato coloro che non hanno commesso alcuna colpa. Infatti, il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

Vangelo secondo Marco 2, 23-28

Mc 2, 23-28: Un giorno di sabato, Gesù camminava tra i campi di grano; e i suoi discepoli, lungo il cammino, cominciarono a strappare delle spighe. I farisei gli dicevano: «Guarda cosa fanno nel giorno di sabato! Non è permesso». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto ciò che fece Davide, quando era nel bisogno e aveva fame, lui e quelli che lo accompagnavano? Al tempo del sommo sacerdote Abiatar, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta che nessuno ha il diritto di mangiare, se non i sacerdoti, e ne diede anche a coloro che lo accompagnavano. » E diceva loro ancora: «Il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato. Ecco perché il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

Vangelo di Luca 6, 1-5

Lc 6, 1-5: Un giorno di sabato, Gesù attraversava i campi; i suoi discepoli strappavano delle spighe e le mangiavano, dopo averle sgranate con le mani. Allora alcuni farisei dissero: «Perché fate ciò che non è permesso nel giorno di sabato?». Gesù rispose loro: «Non avete letto ciò che fece Davide un giorno in cui aveva fame, lui e quelli che lo accompagnavano? Entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede a coloro che lo accompagnavano, mentre solo i sacerdoti hanno il diritto di mangiarli». E diceva loro ancora: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».