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Note del tema

Interazione con gli apostoli

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Comfort di lettura

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EMR 214.5-7 · Tome 3, p. 438-441

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Vedere nel suo contesto

Citazione

…Maria Ss. e Maria madre di Giuda sono insieme. Non nella casa di città, ma in quella di campagna. Sono sole. Gli apostoli con Gesù sono fuori, le discepole col bambino sono per lo splendido pometo e si sentono le loro voci unite al rumore di panni sbattuti sui lavatoi. Forse fanno il bucato mentre il bambino giuoca.

La madre di Giuda, seduta in una stanza in penombra a fianco di Maria, parla alla stessa: «Questi giorni di pace rimarranno come un dolce sogno in me. Troppo brevi! Troppo!

Comprendo che non si deve essere egoisti e che è giusto che voi andiate da quella povera donna e da tanti altri infelici. Ma se potessi! Se potessi fermare il tempo, o venire con voi!… Ma non posso. Non ho parenti all’infuori di mio figlio e devo curare i beni della casa…».

«Comprendo… Separarti dal figlio ti è dolore. Noi madri vorremmo sempre essere con i figli. Ma noi li diamo per una ben grande ragione e non li perdiamo. Neppure la morte ce li leva i figli, se sono loro, e se siamo noi, in grazia agli occhi di Dio. Ma noi li abbiamo ancora sulla Terra, anche se la volontà di Dio li strappa al nostro seno per darli al mondo per il suo bene. Possiamo sempre raggiungerli, e anche l’eco delle loro opere ci dà come una carezza al cuore, perché le loro opere sono il profumo della loro anima».

214.6

«Cosa è tuo Figlio per te, Donna?», chiede piano Maria di Giuda.

E Maria Ss., sicura, risponde: «È la mia gioia».

«La tua gioia!!!…», e poi uno scoppio di pianto mentre la madre di Giuda si curva su se stessa come per nascondere questo pianto. Tocca quasi con la fronte i ginocchi tanto si curva su se stessa.

«Perché piangi, mia povera amica? Perché? Dillo a me. Io sono felice nella mia maternità, ma so capire anche le madri non felici…».

«Sì. Non felici! E io ne sono una. Tuo Figlio è la tua gioia… Il mio è il mio dolore. Lo è stato almeno. Ora, da quando è con tuo Figlio, meno mi affligge. Oh! fra tutti quelli che pregano per la tua santa Creatura, acciò abbia bene e trionfo, non ce ne è una, dopo te, beata, che preghi quanto questa infelice che ti parla… Dimmi il vero: che pensi tu di mio figlio? Siamo due madri, l’una di fronte all’altra; fra noi è Dio. E parliamo dei nostri figli. Tu non puoi che trovare facile parlare del tuo. Io… io devo far forza a me stessa per parlarne. Ma pure quanto bene, o quanto dolore, mi può venire da questo parlarne! E anche se è dolore sarà sempre un sollievo averne parlato… Quella donna di Betsur fu quasi folle per la morte dei figli, non è vero? Ma io ti giuro che delle volte ho pensato e penso, guardando il mio Giuda bello, sano, intelligente, ma non buono, non virtuoso, non dritto di animo, non sano di sentimenti, che preferirei piangerlo morto piuttosto che saperlo… che saperlo molto inviso a Dio. Tu, dimmi, che pensi di mio figlio? Sii schietta. È più di un anno che questa domanda mi brucia il cuore. Ma a chi chiedere? Ai cittadini? Essi non sapevano ancora che il Messia era e che Giuda voleva andare con Lui. Io lo sapevo. Me lo aveva detto venendo qui dopo la Pasqua, esaltato, violento, come sempre quando lo prende un capriccio e come sempre sprezzante dei consigli di sua madre. Ai suoi amici di Gerusalemme? Una santa prudenza e una pia speranza me ne trattenevano. Non volevo dire a quelli, che io non posso amare perché tutto sono fuorché santi: “Giuda segue il Messia”. E speravo che il capriccio cadesse come tanti altri, come tutti, costando magari lacrime e desolazioni, come per più di una fanciulla che qui e altrove egli innamorò di sé e poi mai prese per sposa. Non sai che ci sono luoghi dove egli non va più perché potrebbe incontrare un giusto castigo? Anche l’essere del Tempio fu un capriccio. Non sa ciò che si vuole. Mai. Suo padre, Dio lo perdoni, lo ha guastato. Io non ho mai avuto voce presso i due uomini della mia casa. Ho solo dovuto piangere e riparare con umiliazioni d’ogni sorta… Quando è morta Joanna – e, benché nessuno lo dicesse, io so che morì di dolore quando, dopo aver aspettato per tutta la sua giovinezza, Giuda dichiarò che egli non voleva moglie, mentre poi era noto che a Gerusalemme aveva mandato amici ad interrogare una donna ricca e con empori fino a Cipro per la figlia sua – io ho dovuto piangere molto, molto per i rimproveri della madre della fanciulla morta, come se io fossi complice del figlio mio. No. Non lo sono. Ma non sono nulla presso di lui. Lo scorso anno, quando fu qui il Maestro, compresi che Egli aveva capito… e fui per parlare. Ma è doloroso, doloroso è per una madre dover dire: “Temi di mio figlio. È un avido, un duro di cuore, un vizioso, un superbo, un instabile”. E questo è. Io… io prego perché un miracolo, Lui che ne fa tanti, tuo Figlio lo faccia sul mio Giuda… Ma tu, tu, dimmi: che pensi di lui?».

214.7

Maria, che è sempre rimasta zitta e con espressione di pietoso dolore davanti a questo lamento materno, al quale non può il suo animo retto dare smentita, dice piano: «Povera madre!… Che penso? Sì, tuo figlio non è l’anima limpida di Giovanni, né il mite Andrea, né il fermo Matteo che si è voluto cambiare ed è cambiato. È… instabile, sì, è così. Ma pregheremo tanto per lui, io e te. Non piangere. Forse nel tuo amore di madre, che vorrebbe potersi gloriare del figlio, tu lo vedi più deforme di quanto non sia…».

«No! No! Io vedo giusto e ho tanta paura».

La stanza è piena del pianto della madre di Giuda, e nella penombra biancheggia il volto di Maria, fatto più pallido da questa confessione materna che acuisce tutti i sospetti della Madre del Signore.

Ma Ella si domina. Attira a sé la madre non felice e la carezza mentre questa, rotte le dighe di ogni ritegno, narra confusamente, affannosamente, tutte le durezze, le esigenze, le violenze di Giuda, e termina: «Io arrossisco per lui quando mi vedo fatta segno ad atti di amore di tuo Figlio! Io non glielo chiedo. Ma sono sicura che, oltre che per la sua bontà, Egli lo fa per dire, con l’atto, a Giuda: “Ricordati che così si tratta la madre”. Ora, ora pare tutto buono… Oh! fosse vero! Aiutami, aiutami con la preghiera, tu che sei santa, perché mio figlio non sia un indegno della grande grazia che Dio gli ha concesso! Se non mi vuole amare, se non sa essere riconoscente a me, che l’ho partorito e allevato, non è nulla. Ma che sappia amare, realmente, Gesù; che sappia servirlo con fedeltà e riconoscenza. Se ciò non deve essere, allora… allora Dio gli levi la vita. Preferisco averlo nel sepolcro,… lo avrei finalmente, perché da quando ebbe la ragione ben poco fu mio. Morto, anziché cattivo apostolo. Posso pregare così? Che dici tu?».

«Prega il Signore che faccia per il meglio. Non piangere più. Ho visto meretrici e gentili ai piedi del Figlio mio, e con essi pubblicani e peccatori. Divenuti tutti agnelli per la sua Grazia. Spera, Maria, spera. Le pene delle madri salvano i figli, non lo sai?…».

E con questa pietosa domanda cessa ogni cosa.

EMR 216.4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Maestro… che pensi di Giuda? Lo scorso anno Tu hai pianto con me per lui. Poi… non so… Maestro, lascia stare quelle due libellule, guarda me, ascolta me. Non direi questo a nessuno. Non ai compagni. Non agli amici. Ma a Te sì. Io non riesco ad amarlo Giuda. Me ne confesso. È lui che respinge il mio desiderio di amarlo. Non che mi usi spregio, no, ché anzi è fin cortigianesco col vecchio Zelote che egli indovina più esperto degli altri nel conoscere gli uomini. Ma è il suo modo di fare. Ti pare sincero? Dimmelo».

Gesù tace per qualche momento, come affascinato dalle due libellule che, posate a pelo d’acqua, fanno un piccolo arcobaleno con le elitre iridescenti, un prezioso arcobaleno che serve ad attirare un curioso moscerino il quale è distrutto da una delle voraci bestiole, la quale a sua volta viene presa a volo da un appiattato rospo, o ranocchio che sia, che se la pappa a volo insieme al moscerino abbattuto.

Gesù si muove, rialzandosi, perché si era quasi sdraiato per vedere i piccoli drammi della natura, e dice: «Così è. La libellula ha le sue robuste mascelle per nutrirsi delle erbe e le sue robuste ali per abbattere i moscerini, e il ranocchio ha l’ampia gola per inghiottire le libellule. Ognuno ha il suo, e il suo usa. Andiamo, Simone. Gli altri si svegliano».

«Non mi hai risposto, Signore. Non l’hai voluto fare».

«Ma ti ho risposto! Mio vecchio sapiente, medita e troverai…». E Gesù risale il greto e va dai discepoli che si svegliano e lo cercano.

Dettaglio

Simone il Zelota e Gesù sono soli e sono andati a guardare due libellule che danzano sull'acqua.

Annotazione

L’anno scorso hai pianto con me per lui. Cfr. EMV 83.3/4.

«Rifletti e troverai». Troveremo la chiave di lettura collegando la frase precedente: «Ogni essere ha i propri mezzi e ne fa uso» al passo diMatteo 12,33-35(dai frutti si riconosce l’albero) e al testodi EMV 219.4eEMV 222.5

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Vangelo secondo Matteo 12, 33-35

Mt 12, 33-35: O dite che l’albero è buono e il suo frutto buono; oppure dite che l’albero è cattivo e il suo frutto cattivo: perché è dai suoi frutti che si riconosce l’albero. Razza di vipere, come potete dire cose buone, essendo malvagi come siete? Perché dalla pienezza del cuore parla la bocca. L’uomo buono attinge cose buone dal tesoro buono del suo cuore, e l’uomo malvagio attinge cose malvagie da un tesoro malvagio.