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Note della parola chiave

Parole della Vergine Maria

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EMR 7.1-2

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Fin qui ieri sera, e stamane si ripresenta e continua così.

«Mamma! Mamma!». La tortorina bianca è tutta nel nido delle ginocchia materne, coi piccoli piedi sull’erba corta e la faccina curva sul grembo materno, e non si vede che l’oro pallido dei suoi capellucci sulla nuca sottile che Anna si curva a baciare con amore.

7.2 Poi la tortorina alza il capino e dà i suoi fioretti. Tutti alla mamma, e di ogni fiore dice una storia che si è creata.

Questo, così azzurro e grande, è una stella che è venuta giù dal cielo per portare il bacio del Signore alla sua mamma. Ecco, lo baci lì, sul cuore, sul cuore, questo fiorellino celeste, e sentirà che ha sapore di Dio.

Quest’altro, invece, che è azzurro più pallido, come sono gli occhi del papà, ha scritto sulle foglie che il Signore vuole molto bene al papà perché è buono.

E questo, piccino piccino, unico trovato (è un miosotis), è quello che il Signore ha fatto per dire a Maria che le vuol bene.

E questi rossi, lo sa la mamma che sono? Sono pezzi della veste di re David, intrisi nel sangue dei nemici di Israele e seminati sui campi di lotta e di vittoria. Sono nati da quei lembi di eroica veste regale, stracciata nella lotta per il Signore.

Invece questo, bianco e gentile, che pare fatto di sette coppe di seta che guardino il cielo, piene di profumi, e che è nato là, presso la sorgente — glie lo ha colto papà di fra le spine — è fatto con la veste che aveva re Salomone quando, nello stesso mese in cui la piccola sua nipote era nata, tanti anni — oh! quanti! quanti prima! — tanti anni prima, egli, nella pompa candida delle sue vesti, camminò in mezzo alla moltitudine d’Israele davanti all’Arca e al Tabernacolo, e giubilò per la nuvola tornata a circondar la sua gloria, e cantò il cantico e la preghiera della sua gioia.

«Io voglio esser sempre come questo fiore, e come il re saggio io voglio cantare per tutta la vita cantico e preghiera davanti al Tabernacolo», termina la piccola bocca di Maria.

«Mia gioia! Come sai queste cose sante? Chi te le dice? Il padre tuo?».

«No. Non so chi sia. Mi par di averle sempre sapute. Ma forse è uno che me le dice e che io non vedo. Forse uno degli angeli che Dio manda a parlare agli uomini che son buoni.

Annotazione

Primo libro dei Re 8, 1-5

1 Re 8, 1-5: Salomone radunò a Gerusalemme gli anziani d'Israele e tutti i capi delle tribù, i capifamiglia dei figli d'Israele, per andare a prendere l'arca dell'Alleanza del Signore dalla città di Davide, cioè da Sion. Tutti gli uomini d'Israele si riunirono sotto il re Salomone nel settimo mese, durante la festa dei Tabernacoli. Quando tutti gli anziani d'Israele furono arrivati, i sacerdoti si occuparono dell'Arca. Presero l'Arca del Signore e la Tenda di riunione con tutti gli oggetti sacri che conteneva; i sacerdoti e i leviti li portarono. Il re Salomone e, con lui, tutto il popolo d'Israele che aveva convocato per stare con lui davanti all'Arca, offrirono in sacrificio pecore e buoi: erano così tanti che non si potevano né contare né misurare.

EMR 7.3-4

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

7.3 Mamma, me ne racconti ancora?…».

«Oh! figlia mia! Quale fatto vuoi sapere?».

Maria pensa; seria e raccolta, è da pitturarsi per eternarne l’espressione. Sul visetto infantile si riflettono l’ombre dei suoi pensieri. Sorrisi e sospiri, raggi di sole e ombre di nubi, pensando alla storia d’Israele. Poi sceglie: «Ancora quello di Gabriele a Daniele, in cui è promesso il Cristo».

E ascolta ad occhi chiusi, ripetendo piano le parole che la madre le dice, come per ricordarle meglio. Quando Anna termina, chiede: «Quanto manca ancora ad aver l’Emmanuele?».

«Trent’anni circa, diletta».

«Quanto ancora! E io sarò nel Tempio… Dimmi, se io pregassi tanto, tanto, tanto, giorno e notte, notte e giorno, e volessi esser solo di Dio, per tutta la vita, per questo scopo, l’Eterno mi farebbe grazia di dare prima il Messia al suo popolo?».

«Non lo so, cara. Il Profeta dice: “Settanta settimane”. Credo che profezia non erri. Ma è tanto buono il Signore», si affretta ad aggiungere Anna, vedendo imperlarsi di un pianto le ciglia d’oro della sua bambina, «che io credo che se tu pregherai tanto, tanto, tanto, Egli ti esaudirà».

Il sorriso torna sul visetto che è lievemente alzato verso la madre, e un occhiellino di sole che passa fra due pampini fa brillare le stille del già cessato pianto, come fossero goccioline di rugiada sospese agli steli esilissimi del musco alpino.

7.4 «E allora io pregherò e mi farò vergine per questo».

«Ma sai tu che vuol dire tal cosa?».

«Vuol dire non conoscere amore d’uomo ma solo di Dio. Vuol dire non aver altro pensiero che per il Signore. Vuol dire rimanere bambine nella carne e angeli nel cuore. Vuol dire non avere occhi altro che per guardare Dio, orecchie per udirlo, bocca per lodarlo, mani per offrirsi ostie, piedi per seguirlo veloci, e cuore e vita per darli a Lui».

«Te benedetta! Ma allora non avrai mai bambini, tu che ami tanto i bambini e gli agnellini e le tortorine… Sai? Un bambino per una donna è come un agnellino bianco e ricciuto, è come una colombina dalle piume di seta e la bocca di corallo che si possono amare, baciare e sentirsi dire: “Mamma”».

«Non importa. Io sarò di Dio. Nel Tempio pregherò. E forse un giorno vedrò l’Emmanuele. La Vergine che gli deve esser Madre, come dice il gran Profeta, già deve esser nata ed è nel Tempio… Io le sarò compagna… e ancella… Oh! sì! Se la potessi conoscere, per luce di Dio, la vorrei servire, quella beata! E, dopo, ella mi porterebbe il Figlio, mi porterebbe al suo Figlio, e servirei Lui pure. Pensa, mamma!… Servire il Messia!!…». Maria è sopraffatta da questo pensiero, che la sublima e la annienta insieme. Con le manine incrociate sul piccolo seno e la testolina un poco curva in avanti e accesa d’emozione, pare una infantile riproduzione dell’Annunciata che io vidi. Riprende: «Ma me lo permetterà il Re d’Israele, l’Unto di Dio, di servirlo?».

«Non ne aver dubbi. Non dice re Salomone: “Sessanta son le regine e ottanta le altre mogli e le fanciulle son senza numero” ? Tu vedi che nella reggia del Re saranno senza numero le fanciulle vergini che serviranno il loro Signore».

«Oh! vedi allora che devo esser vergine? Lo devo. Se Egli per madre vuole una vergine, è segno che ama sopra ogni cosa la verginità. Voglio mi ami, me, sua serva, per la verginità che mi farà un poco simile alla sua Madre diletta… Questo voglio…

Dettaglio

Maria è con sua madre e le chiede di raccontarle una storia della Sacra Scrittura.

Annotazione

"Ancora una volta, la parola di Gabriele a Daniele, quella in cui Cristo ci viene promesso". Daniele 9, 20-27. Questa parola profetica sarà interpretata in EMV 10,5 e EMV 41,3/4.

Libro di Daniele 9, 20-27

Dn 9, 20-27: Stavo ancora parlando, pregando, confessando il mio peccato e il peccato del mio popolo Israele, presentando la mia supplica al Signore mio Dio, per il monte santo del mio Dio; stavo ancora parlando nella mia preghiera quando Gabriele - l'essere che avevo visto all'inizio della visione - venne rapidamente da me nell'ora dell'offerta della sera.

Mi istruì dicendo: "Daniele, sono uscito ora per aprire la tua comprensione. Dall'inizio della tua supplica è sorta una parola e io sono venuto ad annunciartela, perché tu sei amato da Dio. Comprendete la parola e cercate di comprendere l'apparizione.

Settanta settimane sono state riservate al tuo popolo e alla tua città santa, per porre fine alla perversione e al peccato, per espiare l'iniquità e realizzare la giustizia eterna, per compiere la visione e la profezia e per consacrare il Santo dei Santi.

Sappiate e comprendete! Dal momento in cui è stato dato l'ordine di ricostruire Gerusalemme fino alla venuta di un messia, di un leader, ci saranno sette settimane. Per sessantadue settimane si ricostruiranno le piazze e le mura, ma nell'angoscia dei tempi. E dopo le sessantadue settimane, un messia sarà rimosso. Il popolo di un futuro leader distruggerà la città e il Luogo Santo. Poi, con un diluvio, arriverà la sua fine. Fino alla fine della guerra, avranno luogo le devastazioni decise. Per una settimana, questo capo rafforzerà l'alleanza con una moltitudine; per metà della settimana, farà cessare il sacrificio e l'offerta, e su un'ala del Tempio ci sarà l'Abominio della Desolazione, finché lo sterminio deciso non si scioglierà sull'autore di questa desolazione".

EMR 7.5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

7.5 Vorrei anche esser peccatrice, tanto peccatrice, se non temessi di offendere il Signore… Dimmi, mamma. Si può esser peccatrici per amore di Dio?».

«Ma che dici, tesoro? Io non comprendo».

«Voglio dire: peccare per poter essere amata da Dio che diviene Salvatore. Si salva chi è perduto. Non è vero? Io vorrei esser salvata dal Salvatore per avere il suo sguardo d’amore. Per questo vorrei peccare, ma non fare peccato che lo disgusti. Come può salvarmi se non mi perdo?».

Anna è sbalordita. Non sa più che dire.

La soccorre Gioacchino che, camminando sull’erba, si è avvicinato senza rumore dietro la siepe dei tralci bassi. «Ti ha salvata avanti, perché sa che tu lo ami e vuoi amare Lui solo. Per questo tu sei già redenta e puoi esser vergine come tu vuoi», dice Gioacchino.

«Davvero, padre mio?». Maria gli si stringe ai ginocchi e lo guarda con le chiare stelle dei suoi occhi, così simili a quelli paterni e così felici per questa speranza che il padre le dà.

«In verità, piccolo amore. Guarda. Io ti portavo ora questo piccolo passero volato, al suo primo volo, presso la fonte. Avrei potuto lasciarlo, ma le sue deboli ali e le zampine di seta non avevano forza di sollevarsi a nuovo volo o di rattenerlo sulle pietre muscose che scivolano. Sarebbe caduto nella fonte. Non ho aspettato che avvenisse. L’ho preso e te lo dono. Ne farai ciò che vuoi. Il fatto è che è stato salvato prima di cadere nel pericolo. Lo stesso, Dio ha fatto con te. Ora dimmi, Maria. Ho amato più il passero salvandolo prima, o l’avrei amato di più salvandolo poi?».

«Ora l’hai amato, perché non hai permesso si facesse male coll’acqua gelata».

«E Dio ti ha amata di più, perché ti ha salvata avanti che tu peccassi».

«Ed io allora lo amerò del tutto. Del tutto. Passerino bello, io son come te. Il Signore ci ha amati in modo uguale, dandoci salvezza… Ora io ti alleverò e poi ti lascerò andare. E tu canterai nel bosco e io nel Tempio le lodi di Dio, e diremo: “Manda, manda il tuo Promesso a chi attende”.

Dettaglio

Maria bambina ha deciso di essere vergine per amore di Dio e spera di essere la serva della Madre di Dio. Poi aggiunge:

Annotazione

Si può essere peccatori per amore di Dio? (...) Come può salvarmi se non mi perdo?

Questo rapporto paradossale tra il peccato e l'amore riconoscente per il Redentore si ritrova nell'Exultet pasquale: Benedetto il peccato dell'uomo, che ha portato al mondo in difficoltà l'unico Salvatore!

Anche San Paolo coltiva questo paradosso per amore dei suoi fratelli: Io stesso vorrei essere anatema per i Giudei, miei fratelli di razza, separati da Cristo (Romani 9,3).

EMR 7.6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

7.6 papà mio! Quando mi conduci al Tempio?».

«Presto, mia perla. Ma non ti duole lasciare il padre tuo?».

«Tanto! Ma tu verrai… e poi, se non facesse male, che sacrificio sarebbe?».

«E ti ricorderai di noi?».

«Sempre. Dopo la preghiera per l’Emmanuele io pregherò per voi. Che Dio vi dia gioia e lunga vita… sino al giorno in cui Egli sarà Salvatore. Poi dirò che vi prenda per portarvi alla Gerusalemme del Cielo».

La visione mi cessa con Maria stretta nel laccio delle braccia paterne…

EMR 8.4-5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Siamo a mezzo fra terza e sesta. Credo sarebbe bene andare», dice Zaccaria.

Si alzano tutti per rimettersi i mantelli e andare.

8.5 Ma, prima di uscire, Maria si inginocchia sulla soglia a braccia aperte: un piccolo cherubino implorante. «Padre! Madre! La vostra benedizione!».

Non piange, la piccola forte. Ma le labbruzze tremano e la voce, spezzata da un interno singulto, ha più che mai il trepido gemito della tortorina. Il visetto è più pallido e l’occhio ha quello sguardo di rassegnata angoscia che, più forte sino a divenire inguardabile senza soffrirne profondamente, le vedrò sul Calvario e nel Sepolcro.

I genitori la benedicono e la baciano. Una, due, dieci volte. Non se ne sanno saziare… Elisabetta piange silenziosamente e Zaccaria, per quanto voglia non mostrarlo, è commosso.

Escono. Maria fra il padre e la madre, come prima. Davanti, Zaccaria e la moglie.

Eccoli dentro le mura del Tempio. «Vado dal Sommo Sacerdote. Voi salite sino alla grande terrazza».

Dettaglio

Maria sta per entrare nel Tempio e lasciare i suoi genitori.

Annotazione

Qui siamo tra la terza e la sesta ora. 10:30 del mattino. È l'ora dell'offerta mattutina (Esodo 29:38-39; Esodo 30:7; Numeri 28:3-4), citata anche in EMV 197,5 e EMV 518,1. L'offerta del mattino era meno solenne di quella dell'ora nona.

EMR 8.6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

8.6 Uno squillo di trombe argentine e la porta gira sui cardini, che pare diano suono di cetra nel girare sulle sfere di bronzo. Appare l’interno con le sue lampade nel profondo, ed un corteo viene dall’interno verso l’esterno. Un pomposo corteo fra suoni di trombe argentee, nuvole d’incenso e luci.

Eccolo sulla soglia. Davanti, colui che deve essere il Sommo Sacerdote. Un vecchio solenne, vestito di lino finissimo, e sul lino una più corta tunica pure di lino, e su questa una specie di pianeta, qualcosa fra la pianeta e la veste dei diaconi, multicolore: porpora e oro, violaceo e bianco vi si alternano e brillano come gemme al sole; due gemme vere brillano su esso ancor più vivamente al sommo delle spalle. Forse sono fibbie con il loro castone prezioso. Sul petto, una larga placca splendente di gemme, sostenuta da una catena d’oro. E pendagli e ornamenti splendono alla base della tunica corta, e oro splende sulla fronte al disopra del copricapo, che mi ricorda quello dei preti ortodossi, la loro mitra fatta a cupola anziché a punta come quella cattolica.

Il solenne personaggio viene avanti, da solo, sino al principio della scalinata, nell’oro del sole che lo fa ancora più splendido. Gli altri attendono stesi a corona fuor dalla porta, sotto il portico ombroso. A sinistra è un gruppo candido di fanciulle con Anna profetessa e altre anziane, certo maestre.

Il Sommo Sacerdote guarda la Piccola e sorride. Le deve parere ben piccina ai piedi di quella scalinata degna di un tempio egizio! Alza le braccia al cielo in una preghiera. Tutti curvano il capo, come annichiliti davanti alla maestà sacerdotale in comunione con la Maestà eterna.

Poi, ecco. Un cenno a Maria. E Lei si stacca dalla madre e dal padre e sale, come affascinata sale. E sorride. Sorride all’ombra del Tempio, là dove scende il Velo prezioso… È in alto della scalinata, ai piedi del Sommo Sacerdote che le impone le mani sul capo. La vittima è accettata. Quale ostia più pura aveva mai avuto il Tempio?

Poi si volge e, tenendole la mano sulla spalla come a condurla all’ara, l’Agnellina senza macchia, la conduce presso la porta del Tempio. Prima di farla entrare chiede: «Maria di David, sai il tuo voto?». Al «sì» argentino, che gli risponde, egli grida: «Entra, allora. Cammina in mia presenza e sii perfetta».

E Maria entra e l’ombra l’inghiotte, e lo stuolo delle vergini e delle maestre, poi quello dei leviti, sempre più la nascondono, la separano… Non c’è più…

Ora anche la porta gira sui suoi cardini armoniosi. Uno spiraglio sempre più stretto permette vedere il corteo che inoltra verso il Santo.

Annotazione

È un uomo anziano e solenne, vestito di lino finissimo; sopra questa prima veste indossa una tunica più corta, anch'essa di lino, e sopra quest'ultima una specie di casula, una via di mezzo tra la dalmatica e l'abito dei diaconi, multicolore: porpora e oro, viola e bianco si alternano e brillano al sole come gioielli; nell'insieme, due veri gioielli brillano ancora di più all'altezza delle spalle. Potrebbero essere preziosi orecchini a castone. Sul petto, una grande placca scintilla di pietre, sostenuta da una catena d'oro. Ciondoli e altri ornamenti scintillano alla base della sua corta tunica, e l'oro brilla sulla sua fronte in cima a un copricapo che mi ricorda quello dei sacerdoti ortodossi, la cui mitra è a cupola invece che a punta come quella dei cattolici. Questa descrizione è coerente con l'abbigliamento tradizionale del sommo sacerdote: efodio, pettorale, tiara, ecc. Il sommo sacerdote del Tempio tra il 23 a.C. e il 6 a.C. (cioè quando la Vergine Maria si trovava nel Tempio) era Simon ben Boethos, due dei cui figli furono sommi sacerdoti come lui, poco dopo la nascita di Gesù, e poi membri del Sinedrio durante la vita pubblica di Gesù. Simon ben Boethos doveva quindi avere almeno 55 anni all'epoca.

EMR 10.1-7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

10.1 Soltanto ieri sera, venerdì, mi si è illuminata la mente a vedere. Non ho visto altro che una ben giovane Maria, una Maria dodicenne al massimo, il cui visetto non ha più quelle rotondità proprie della puerizia, ma già svela i futuri contorni della donna nell’ovale che si allunga. Anche i capelli non sono più sciolti sul collo coi loro boccoli lievi, ma stanno raccolti in due pesanti trecce di un oro pallidissimo — pare mescolato ad argento tanto sono chiari — lungo le spalle e scendono sino ai fianchi. Il viso è più pensoso, più maturo, per quanto sia sempre il viso di una fanciulla, una bella e pura fanciulla che, tutta vestita di bianco, cuce in una stanzetta piccina piccina e tutta bianca, dalla cui finestra spalancata si vede l’edificio imponente e centrale del Tempio e poi tutta la discesa delle gradinate, dei cortili, dei portici e, oltre le mura della cinta, la città colle sue vie e case e giardini e, in fondo, la cima gibbosa e verde del monte Uliveto.

Cuce e canta sottovoce. Non so se sia un canto sacro. Dice:

«Come una stella dentro un’acqua chiara

mi splende una luce in fondo al cuore.

Fin dall’infanzia da me non si separa

e soavemente mi guida con amore.

In fondo al cuore è un canto.

Da dove viene mai?

Uomo, tu non lo sai.

Da dove riposa il Santo.

Io guardo la mia stella chiara

né voglio cosa che non sia,

sia pure la cosa più dolce e cara,

che questa dolce luce che è tutta mia.

Mi hai portata dagli alti Cieli,

Stella, dentro ad un sen di madre.

Ora vivi in me, ma oltre ai veli

ti vedo, o volto glorioso del Padre.

Quando alla tua serva Tu darai l’onore

d’esser umile ancella del Salvatore?

Manda, dal Cielo manda a noi il Messia.

Accetta, Padre santo, l’offerta di Maria».

10.2 Maria tace, sorride e sospira, e poi si curva a ginocchi in preghiera. Il suo visetto è tutto una luce. Altolevato verso l’azzurro terso di un bel cielo estivo, pare ne aspiri tutta la luminosità e se ne irradi. O, meglio, pare che dal suo interno un nascosto sole irradi le sue luci e accenda la neve appena rosata delle carni di Maria, e si effonda incontro alle cose e al sole che splende sulla terra, benedicendo e promettendo tanto bene.

Mentre Maria sta per rialzarsi dopo la sua amorosa preghiera, e sul volto le permane una luminosità d’estasi, entra la vecchia Anna di Fanuel e si arresta stupita, o per lo meno ammirata dell’atto e dell’aspetto di Maria.

Poi la chiama: «Maria», e la Fanciulla si volge con un sorriso, diverso ma sempre tanto bello, e saluta: «Anna, a te pace».

10.3 «Pregavi? Non ti basta mai la preghiera?».

«La preghiera mi basterebbe. Ma io parlo con Dio. Anna, tu non puoi sapere come io me lo sento vicino. Più che vicino, in cuore. Dio mi perdoni tale superbia. Ma io non mi sento sola. Tu vedi? Là, in quella casa d’oro e di neve, dietro alla doppia Cortina, è il Santo dei santi. Né mai alcun occhio, che non sia quello del Sommo Sacerdote, può fissarsi sul Propiziatorio, sul quale riposa la gloria del Signore. Ma io non ho bisogno di guardare con tutta l’anima venerabonda quel doppio Velo trapunto, che palpita alle onde dei canti verginali e dei leviti e che odora di preziosi incensi, come per forarne la compagine e veder tralucere la Testimonianza. Sì che la guardo! Non temere che io non la guardi con occhio venerabondo come ogni figlio d’Israele. Non temere che l’orgoglio mi acciechi facendomi pensare ciò che or ti dico. Io la guardo, né vi è umile servo nel popolo di Dio che guardi più umilmente la Casa del suo Signore come io la guardo, convinta d’esser la più meschina di tutti. Ma che vedo? Un velo. Che penso oltre il Velo? Un Tabernacolo. Che, in quello? Ma se mi guardo in cuore, ecco, io vedo Dio splendere nella sua gloria d’amore e dirmi: “T’amo”, e io gli dico: “T’amo”, e mi liquefò e mi ricreo ad ogni palpito del cuore in questo bacio reciproco… Sono in mezzo a voi, maestre e compagne care. Ma un cerchio di fiamma mi isola da voi. Entro il cerchio, Dio e io. Ed io vi vedo attraverso al Fuoco di Dio e così vi amo… ma non posso amarvi secondo la carne, né mai alcuno potrò amare secondo la carne. Ma solo Questo che mi ama, e secondo lo spirito.

10.4 So la mia sorte. La Legge secolare di Israele vuole di ogni fanciulla una sposa e di ogni sposa una madre. Ma io, pur ubbidendo alla Legge, ubbidisco alla Voce che mi dice: “Io ti voglio”, e vergine sono e sarò. Come lo potrò fare? Questa dolce, invisibile Presenza che è meco mi aiuterà, poiché Essa vuole tal cosa. Io non temo. Non ho più padre e madre… e solo l’Eterno sa come in quel dolore si arse quanto io avevo d’umano. Si arse con dolore atroce. Ora non ho che Dio. A Lui dunque ubbidisco ciecamente… Già l’avrei fatto anche contro padre e madre, perché la Voce mi istruisce che chi vuol seguirla deve passare oltre padre e madre, amorose guardie di ronda intorno alle mura del cuore filiale, che vogliono condurre alla gioia secondo le loro vie… e non sanno che vi sono altre vie, la cui gioia è infinita… Avrei loro lasciato vesti e mantello, pur di seguire la Voce che mi dice: “Vieni, o mia diletta, o mia sposa!”. Tutto avrei loro lasciato; e le perle delle lacrime, perché avrei pianto di doverli disubbidire, e i rubini del mio sangue, ché anche la morte avrei sfidato per seguire la Voce che chiama, avrebbero loro detto che vi è qualcosa più grande dell’amore di un padre e una madre, e più dolce, ed è la Voce di Dio. Ma ora la sua volontà m’ha sciolta anche da questo laccio di pietà filiale. Già, laccio non sarebbe stato. Erano due giusti, e Dio certo parlava in loro come a me parla. Avrebbero seguito giustizia e verità. Quando io li penso, li penso nella quiete dell’attesa fra i Patriarchi, e affretto col mio sacrificio l’avvento del Messia per aprire loro le porte del Cielo. Sulla Terra sono io che mi reggo, ossia è Dio che regge la sua povera serva dicendole i suoi comandi. Ed io li compio, poiché compierli è la mia gioia. Quando l’ora sarà, io dirò allo sposo il mio segreto… ed egli lo accoglie­rà».

«Ma, Maria… quali parole troverai per persuaderlo? Avrai contro l’amore di un uomo, la Legge e la vita».

«Avrò con me Iddio… Iddio aprirà alla luce il cuore dello sposo… la vita perderà i suoi aculei di senso divenendo un puro fiore che ha profumo di carità.

10.5 La Legge… Anna, non dirmi bestemmiatrice. Io penso che la Legge stia per essere mutata. Da chi, tu pensi, se è divina? Dal solo che mutare la può. Da Dio. Il tempo è prossimo più che non pensiate, io ve lo dico. Perché, leggendo Daniele, una gran luce mi si è fatta venendo dal centro del cuore, e la mente ha compreso il senso delle arcane parole. Abbreviate saranno le settanta settimane per le preghiere dei giusti. Mutato il numero degli anni? No. Profezia non mente. Ma non il corso del sole, sibbene quello della luna è la misura del tempo profetico, onde io dico: “Prossima è l’ora che udrà vagire il Nato da una Vergine”. Oh! volesse, questa Luce che mi ama, dirmi, poiché tante cose mi dice, dove è la felice[1] che partorirà il Figlio a Dio e il Messia al suo popolo! Camminando scalza percorrerei la Terra, né freddo e gelo, né polvere e solleone, né fiere e fame mi farebbero ostacolo per giungere a Lei e dirle: “Concedi alla tua serva e alla serva dei servi del Cristo di vivere sotto il tuo tetto. Girerò la macina e lo strettoio, come schiava alla macina mettimi, come mandriana al tuo gregge, come colei che deterge i pannilini al tuo Nato, mettimi nelle tue cucine, mettimi ai tuoi forni… dove tu vuoi, ma accoglimi. Che io lo veda! Ne oda la voce! Ne riceva lo sguardo”. E, se non mi volesse, mendica alla sua porta io vivrei di elemosine e scherni, all’addiaccio e al solleone, pur di udire la voce del Messia bambino e l’eco delle sue risa, e poi vederlo passare… E forse un giorno riceverei da Lui l’obolo di un pane… Oh! se la fame mi straziasse le viscere e mi sentissi mancare dopo tanto digiuno, non mangerei quel pane. Lo terrei come sacchetto di perle contro il cuore e lo bacerei per sentire il profumo della mano del Cristo, e non avrei più fame né freddo, perché il contatto mi darebbe estasi e calore, estasi e cibo…».

10.6 «Tu dovresti esser la Madre del Cristo, tu che l’ami così! È per questo che vuoi rimanere vergine?».

«Oh! no. Io sono miseria e polvere. Non oso alzare lo sguardo verso la Gloria. È per questo che più del doppio Velo, oltre il quale so esser l’invisibile Presenza di Jeovà, io amo guardare entro il mio cuore. Là è il Dio terribile del Sinai. Qua, in me, io vedo il Padre nostro, un’amorosa Faccia che mi sorride e benedice, perché sono piccola come un uccellino che il vento sorregge senza sentirne peso, e debole come stelo del mughetto selvaggio che non sa che fiorire e odorare, e al vento non oppone altra forza che quella della sua profumata e pura dolcezza. Dio, il mio vento d’amore! Non per questo. Ma perché al Nato da Dio e da una Vergine, al Santo del Santissimo non può che piacere che ciò che nel Cielo ha scelto per Madre e ciò che sulla Terra gli parla del Padre celeste: la Purezza. Se la Legge meditasse questo, se i rabbi, che l’hanno moltiplicata in tutte le sottigliezze del loro insegnamento, volgendo la mente a orizzonti più alti si immergessero nel soprannaturale, lasciando l’umano e l’utile che perseguono dimenticando il Fine supremo, dovrebbero soprattutto volgere il loro insegnare alla Purezza, perché il Re d’Israele la trovi al suo venire. Con l’ulivo del Pacifico, colle palme del Trionfatore spargete gigli, e gigli e gigli… Quanto Sangue dovrà spargere per redimerci, il Salvatore! Quanto! Dalle mille e mille ferite, che Isaia vide sull’Uomo dei dolori, ecco che cade, come rugiada da un vaso poroso, una pioggia di Sangue. Non cada dove è profanazione e bestemmia, questo Sangue divino, ma in calici di purezza fragrante, che lo accolgano e raccolgano per poi spargerlo ai malati dello spirito, ai lebbrosi dell’anima, ai morti a Dio. Date gigli, gigli date per asciugare, con la candida veste dei petali puri, i sudori e le lacrime del Cristo! Date gigli, gigli date per l’ardore della sua febbre di Martire! Oh! dove sarà quel Giglio che ti porta? Dove quello che ti disseterà l’arsura? Dove quello che si farà rosso del tuo Sangue e morirà per il dolore di vederti morire? Dove quello che piangerà sul tuo Corpo svenato? Oh! Cristo! Cristo! Sospiro mio!…».

Maria tace, lacrimante e sopraffatta.

10.7 Anna tace per qualche tempo e poi, con la sua voce bianca di vegliarda commossa, dice: «Hai altro da insegnarmi, Ma­ria?».

Maria si scuote. Deve credere, nella sua umiltà, che la sua maestra la rimproveri, e dice: «Oh! perdono! Tu sei maestra, io sono un povero nulla. Ma questa Voce mi sale dal cuore. Io ben la sorveglio, per non parlare. Ma, come fiume che sotto émpito d’onda rompe le dighe, or ecco m’ha presa ed è straripata. Non far conto delle mie parole e mortifica la mia presunzione. Le arcane parole dovrebbero stare nell’arca segreta del cuore, che Dio nella sua bontà benefica. Lo so. Ma è tanto dolce questa invisibile Presenza, che io ne sono ebbra… Anna, perdona alla tua piccola serva!».

Anna la stringe a sé, e tutto il vecchio viso rugoso trema e luccica di pianto. Le lacrime si insinuano fra le rughe come acqua per terreno accidentato che si muta in tremulo acquitrino. Ma la vecchia maestra non suscita riso, anzi il suo pianto eccita la più alta venerazione.

Maria sta fra le sue braccia, il visetto contro il petto della vecchia maestra, e tutto finisce così.

EMR 11.2-5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

11.2 Maria è sempre nel Tempio. E ora esce, fra altre vergini, dal Tempio vero e proprio.

Deve esserci stata qualche cerimonia, perché odore di incensi si sparge per l’aria tutta rossa per un bel tramonto, che direi di autunno avanzato, perché un cielo già dolcemente stanco, come lo è in un ottobre sereno, si incurva sui giardini di Gerusalemme, nei quali il giallo ocra delle foglie prossime a cadere mette delle chiazze biondo-rosse fra il verde-argento degli ulivi.

La schiera, anzi lo sciame candido delle vergini, traversa il cortile posteriore, sale la gradinata, varca un porticato, entra in un altro cortile meno splendido, quadrato e che non ha altre aperture fuor di quella da cui si accede in esso. Deve essere quello dedicato ad accogliere le piccole dimore delle vergini adibite al Tempio, perché ogni fanciulla si dirige alla sua cella come una colombella al suo nido, e pare proprio uno stormo di colombe che si separi dopo esser stato unito a raccolta. Molte, potrei dire tutte, parlano fra loro, prima di lasciarsi, a voce bassa ma giuliva. Maria tace. Soltanto, prima di separarsi dalle altre, le saluta con affetto e poi si dirige alla sua stanzetta, in un angolo, a destra.

11.3 La raggiunge una maestra, non vecchia come Anna di Fanuel, ma già anziana. «Maria. Il Sommo Sacerdote ti attende».

Maria la guarda lievemente stupita, ma non fa domande. Risponde soltanto: «Mi affretto a lui».

Non so se l’ampia sala in cui entra sia della casa del Sacerdote o faccia parte delle dimore delle donne adibite al Tempio. So che è vasta e luminosa, ben messa, e che in essa, oltre al Sommo Sacerdote, tutto bello nelle sue vesti, vi è Zaccaria e Anna di Fanuel.

Maria fa un profondo inchino sulla soglia e non avanza finché il Sommo Sacerdote non le dice: «Avanzati, Maria. Non temere». Maria rialza persona e viso e viene avanti lentamente, non per malavoglia, ma per un involontario che di solenne, che la fa parere più donna.

Anna le sorride per incoraggiarla e Zaccaria la saluta con un: «La pace a te, cugina».

Il Pontefice la osserva attentamente, e poi a Zaccaria: «È palese in Lei la stirpe di Davide e Aronne».

«Figlia, io so la tua grazia e bontà. So che ogni giorno tu crescesti in scienza e grazia agli occhi di Dio e degli uomini. So che la voce di Dio mormora al tuo cuore le sue parole più dolci. So che sei il Fiore del Tempio di Dio e che un terzo cherubino è davanti alla Testimonianza da quando tu vi sei. E vorrei che il tuo profumo continuasse a salire con gli incensi ad ogni nuovo giorno. Ma la Legge dice altre parole. Tu non sei più una fanciulla ormai, ma una donna. Ed ogni donna deve esser sposa in Israele per portare il suo maschio al Signore. Tu seguirai l’ordine della Legge. Non temere, non arrossire. Ho presente la tua regalità. Già te ne tutela la Legge, che ordina che ad ogni uomo sia data la donna della sua stirpe. Ma, anche ciò non fosse, io lo farei, per non corrompere il tuo magnifico sangue. Non conosci alcuno della tua stirpe, o Maria, che possa esserti sposo?».

Maria alza un viso tutto rosso di pudore e sul quale, a ciglio delle palpebre, splende un primo brillio di pianto, e con voce trepida risponde: «Nessuno».

«Non può conoscere alcuno, poiché entrò qui nella puerizia, e la stirpe di Davide è troppo percossa e dispersa per permettere che i diversi rami si riuniscano come fronda a far chioma alla palma regale», dice Zaccaria.

«Allora daremo a Dio la scelta».

Le lacrime fin lì rattenute sgorgano e cadono sino alla bocca tremante, e Maria getta uno sguardo supplice alla sua maestra.

«Maria si è promessa al Signore per la sua gloria e la salvezza d’Israele. Non era che una bambina che compitava appena, e già si era legata da voto…», dice Anna in suo aiuto.

«Il tuo pianto è per questo, allora? Non per resistenza alla Legge».

«Per questo… non altro. Io ti ubbidisco, Sacerdote di Dio».

«Questo conferma quanto sempre mi fu detto di te. Da quan­ti anni sei vergine?[1]».

«Da sempre, io credo. Non ancora ero in questo Tempio e già al Signore m’ero data».

«Ma non sei tu la piccola che venisti, or sono dodici inverni, a chiedermi d’entrare?».

«Lo sono».

«E come, allora, puoi dire che eri già di Dio allora?».

«Se guardo indietro io mi ritrovo vergine… Non mi ricordo dell’ora in cui nacqui, né come cominciai ad amare la madre mia e a dire al padre: “O padre, io son la tua figlia”… Ma ricordo, né so quando ebbe inizio, d’aver dato a Dio il mio cuore. Forse lo fu col primo bacio che seppi dare, con la prima parola che seppi pronunciare, col primo passo che seppi fare… Sì, ecco. Io credo che il primo ricordo d’amore io lo trovo col mio primo passo sicuro… La mia casa… la mia casa aveva un giardino pieno di fiori… aveva un frutteto e dei campi… e una sorgente era là, in fondo, sottomonte, e sgorgava da una roccia incavata che faceva grotta… era piena di erbe lunghe e sottili, che piovevano come cascatelle verdi da ogni dove e pareva piangessero, perché le fogliettine leggere, le fronde che parevano un ricamo, avevano tutte una gocciolina d’acqua che cadendo suonava come un campanellino piccino piccino. E anche la sorgente cantava. E vi erano uccelli sugli ulivi e i meli che erano sulla costa sopra la sorgente, e colombe bianche venivano a lavarsi nello specchio limpido della fontana… Non mi ricordavo più tutto questo, perché avevo messo tutto il mio cuore in Dio e, fuorché il padre e la madre, amati in vita e in morte, ogni altra cosa della Terra si era dileguata dal mio cuore… Ma tu mi vi fai pensare, Sacerdote… Devo cercare quando mi detti a Dio… e le cose dei primi anni tornano… Io amavo quella grotta, perché più dolce del canto dell’acqua e degli uccelli vi udivo una Voce che mi diceva: “Vieni, mia diletta”. Io amavo quelle erbe diamantate di gocce sonore, perché in esse vedevo il segno del mio Signore e mi perdevo a dirmi: “Vedi come è grande il tuo Dio, anima mia? Colui che ha fatto i cedri del Libano per l’aquilone, ha fatto queste fogliette che piegano sotto il peso di un moscerino per la gioia del tuo occhio e per riparo al tuo piccolo piede”. Io amavo quel silenzio di cose pure: il vento lieve, l’acqua d’argento, la mondezza delle colombe… amavo quella pace che vegliava sulla grotticella, piovendo dai meli e dagli ulivi, ora tutti in fiore, ed ora tutti preziosi di frutti… E non so… mi pareva che la Voce dicesse, a me, proprio a me: “Vieni, tu, uliva speciosa; vieni, tu, dolce pomo; vieni, tu, fonte sigillata; vieni, tu, colomba mia”… Dolce l’amore del padre e della madre… dolce la loro voce che mi chiamava… ma questa! questa! Oh! nel terrestre Paradiso[2] penso che così l’udisse colei che fu colpevole, né so come poté preferire un sibilo a questa Voce d’amore, come poté appetire ad altra conoscenza che non fosse Iddio… Con le labbra che ancora sapevan di materno latte, ma col cuore ebbro del celeste miele, io ho detto allora: “Ecco, io vengo. Tua. Né altro signore avrà la mia carne fuor di Te, Signore, come altro amore non ha il mio spirito”… E nel dirlo mi pareva di ridire cose già dette e compire un rito già compiuto, né estraneo m’era lo Sposo prescelto, perché io ne conoscevo già l’ardore, e la mia vista si era formata alla sua luce e la mia capacità d’amare s’era compiuta fra le sue braccia. Quando?… Non so. Oltre la vita, direi, perché sento di averlo sempre avuto, e che Egli mi ha sempre avuta, e che io sono poiché Egli mi ha voluta per la gioia del suo Spirito e del mio…

11.5 Ora ubbidisco, Sacerdote. Ma dimmi tu come io devo agire… Non ho padre e madre. Sii tu la mia guida».

«Dio ti darà lo sposo, e santo sarà poiché a Dio ti affidi. Tu gli dirai il tuo voto».

«E accetterà?».

«Lo spero. Prega, o figlia, che egli possa capire il tuo cuore. Vai, ora. Dio ti accompagni sempre».

Maria si ritira con Anna. E Zaccaria resta col Pontefice.

La visione cessa così.

EMR 12.6-8

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

12.6 I due promessi sono uno di fronte all’altra. Maria, tutta rossa, sta a capo chino. Giuseppe, pure colorito, l’osserva e cerca le parole da dire per prime.

Le trova finalmente e un sorriso lo illumina. Dice: «Ti saluto, Maria. Ti ho vista bambina di pochi giorni… Ero amico del padre tuo ed ho un nipote di mio fratello Alfeo che era tanto amico di tua madre. Il suo piccolo amico, perché ora non ha che diciott’anni, e quando tu non eri ancor nata egli era un affatto piccolo uomo, e pure rallegrava le tristezze della madre tua che l’amava tanto. Tu non ci conosci, perché sei venuta qui piccina. Ma a Nazareth tutti ti vogliono bene, e pensano e parlano della piccola Maria di Gioacchino, la cui nascita fu un miracolo del Signore che fece rifiorire la sterile… Ed io ricordo la sera in cui sei nata… Tutti la ricordiamo per il prodigio di una grande pioggia che salvò la campagna, e di un violento temporale nel quale i fulmini non schiantarono neppure uno stelo d’erica selvaggia, finito con un arcobaleno che più grande e vago mai più si vide. E poi… chi non ricorda la gioia di Gioacchino? Ti palleggiava mostrandoti ai vicini… Come tu fossi un fiore venuto dal Cielo, ti ammirava e voleva tutti ti ammirassero, felice e vecchio padre che morì parlando della sua Maria così bella e buona e dalle parole piene di grazia e sapere… Aveva ragione di ammirarti e di dire che non vi è una di te più bella! E tua madre? Empiva del suo canto l’angolo in cui era la tua casa, e pareva un’allodola a primavera mentre ti portava e dopo, quando ti aveva al seno. Io ti ho fatto la culla. Una cullina tutta a intagli di rose, perché così la volle tua madre. Forse vi è ancora nella chiusa dimora… Sono vecchio io, Maria. Quando sei nata facevo i primi lavori. Lavoravo già… Chi me lo avesse detto che io ti avrei avuta a sposa! Forse sarebbero morti più lieti i tuoi, perché mi erano amici. Ho seppellito il padre tuo piangendolo con cuor sincero, perché mi era maestro buono nella vita».

Maria alza piano piano il viso, rinfrancandosi sempre più, sentendo che Giuseppe le parla così, e quando accenna alla culla sorride lievemente, e quando Giuseppe dice del padre gli tende una mano e dice: «Grazie, Giuseppe». Un «grazie» timido e soave.

Giuseppe prende fra le sue corte e forti mani di legnaiolo la manina di gelsomino, e la carezza con un affetto che vuole sempre più rassicurare. Forse attende altre parole. Ma Maria tace di nuovo. Allora riprende lui: «La casa, tu lo sai, è intatta, meno che nella parte che fu abbattuta per ordine consolare per fare, del viottolo, via ai carriaggi di Roma. Ma la campagna, quella che t’è rimasta, perché tu sai… la malattia del padre ha consumato molto tuo avere, è un poco trascurata. Sono oltre tre primavere che gli alberi e le viti non conoscono cesoia di ortolano, e la terra è incolta e dura. Ma gli alberi che ti hanno visto piccina vi sono ancora e, se me lo permetti, io subito mi occuperò di loro».

«Grazie, Giuseppe. Ma tu già lavori…».

«Lavorerò al tuo orto nelle prime e nelle ultime ore del giorno. Ora il tempo di luce si allunga sempre più. Per la primavera voglio sia tutto in ordine per la tua gioia. Guarda, questo è un ramo del mandorlo che sta contro casa. Ho voluto cogliere questo… — si entra per ogni dove dalla siepe rovinata, ma ora la rifarò solida e forte — ho voluto cogliere questo pensando che, se io fossi stato il prescelto — non lo speravo perché sono nazareo[2] e ho ubbidito perché ordine di Sacerdote, non per desiderio di nozze — pensando, dicevo, che tu avresti avuto gioia ad avere un fiore del tuo giardino. Eccotelo, Maria. Con esso ti dono il mio cuore, che come esso è fiorito sino ad ora solo per il Signore, ed ora fiorisce per te, sposa mia».

12.7 Maria prende il ramo. È commossa e guarda Giuseppe con un viso sempre più sicuro e radioso. Si sente sicura di lui. Quando poi egli dice: «Sono nazareo», il suo volto si fa tutto luminoso, ed Ella si fa coraggio. «Io pure sono tutta di Dio, Giuseppe. Non so se il Sommo Sacerdote te l’ha detto…».

«Mi ha detto solo che tu sei buona e pura, e che hai da dirmi un tuo voto, e d’esser buono con te. Parla, Maria. Il tuo Giuseppe vuole farti felice in ogni tuo desiderio. Non t’amo con la carne. Ti amo con lo spirito mio, santa fanciulla che Dio mi dona! Vedi in me un padre e un fratello, oltre che uno sposo. E come a padre confidati, come a fratello affidati».

«Fin dall’infanzia mi son consacrata al Signore. So che questo non si fa in Israele. Ma io sentivo una Voce chiedermi la mia verginità in sacrificio d’amore per l’avvento del Messia. Da tanto l’attende Israele!… Non è troppo rinunciare per questo alla gioia d’esser madre!».

Giuseppe la guarda fissamente come volesse leggerle nel cuore, e poi prende le due manine, che ancora hanno fra le dita il ramoscello fiorito, e dice: «Ed io unirò il mio sacrificio al tuo, e ameremo tanto con la nostra castità l’Eterno che Egli darà più presto alla Terra il Salvatore, permettendoci di vedere la sua Luce splendere nel mondo. Vieni, Maria. Andiamo davanti alla sua Casa e giuriamo di amarci come gli angeli fra loro.

12.8 Poi io andrò a Nazareth a preparare tutto per te, nella tua casa se ami andare in quella, altrove se vuoi altrove».

«Nella mia casa… Vi era una grotta là in fondo… Vi è ancora?».

«Vi è, ma non è più tua… Ma te ne farò una ove starai fresca e quieta nelle ore più calde. La farò quanto possibile uguale. E, dimmi, chi vuoi con te?».

«Nessuno. Non ho paura. La madre d’Alfeo, che sempre viene a trovarmi, mi farà compagnia un poco nel giorno, e la notte preferisco esser sola. Nulla mi può accadere di male».

«E poi ora ci sono io… Quando devo venire a prenderti?».

«Quando tu vuoi, Giuseppe».

«Allora verrò non appena la casa è ordinata. Non toccherò nulla. Voglio tu trovi come tua madre ha lasciato. Ma voglio sia piena di sole e ben monda, per accoglierti senza tristezza. Vieni, Maria. Andiamo a dire all’Altissimo che lo benediciamo».

Non vedo altro. Ma mi resta in cuore il senso di sicurezza che prova Maria…

EMR 13.2

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

13.2 Le compagne la rimirano in tutti i sensi e l’ammirano. Fanno un gaio cinguettio di passerette con le loro domande e le loro frasi di ammirazione.

«Son di tua madre?».

«Antichi, vero?».

«Che bella, Sara, questa cintura!».

«E questo velo, Susanna? Ma guarda che finezza! Ma guarda questi gigli tessuti in esso!».

«Fammi vedere i bracciali, Maria! Erano di tua madre?».

«Li portò. Ma sono della madre di Gioacchino mio padre».

«Oh! guarda! Hanno il sigillo di Salomone intrecciato con esili rametti di palma e d’ulivo, e fra questi son gigli e rose. Oh! chi ha fatto sì perfetto e minuto lavoro?».

«Sono della casa di Davide», spiega Maria. «Li mettono da secoli le donne della stirpe che vanno a spose, e restano in retaggio all’erede».

«Già! Tu sei figlia erede…».

«Ti hanno portato tutto da Nazareth?».

«No. Quando morì mia madre, mia cugina portò il corredo nella sua casa per conservarlo senza guasto. Ora me lo ha portato».

«Dove è? dove è? Mostralo alle amiche».

Maria non sa come fare… Vorrebbe esser cortese, ma vorrebbe anche non smuovere tutta la roba, disposta in tre pesanti cofani.

In suo aiuto intervengono le maestre. «Lo sposo sta per giungere. Non è tempo di metter confusione. Lasciatela stare, ché la stancate, e andate a prepararvi».

Lo sciame garrulo si allontana un po’ imbronciato. Maria può godersi in pace le sue maestre, che le dicono parole di lode e benedizione.

Dettaglio

Maria si fidanza e i suoi compagni nel Tempio ammirano il suo abbigliamento da sposa. La giovane fu costretta a rispondere alle loro domande.