78.2 Giuda esce con una donna sulla cinquantina circa. È piuttosto alta, non quanto il figlio, al quale ha dato i suoi occhi neri ed i suoi capelli ricci. Ma gli occhi di lei sono miti, piuttosto mesti, mentre quelli di Giuda sono imperiosi e furbi.
«Ti saluto, Re d’Israele», dice prostrandosi in un vero saluto da suddita. «Concedi alla tua serva di ospitarti».
«Pace a te, donna. E Dio sia con te e con la tua creatura».
«Oh! sì! con la mia creatura!». È più un sospiro che una risposta.
«Alzati, madre. Ho una Madre anche Io e non posso permettere che tu mi baci i piedi. In nome di mia Madre ti bacio, donna. È tua sorella… nell’amore e nel destino doloroso di madre dei segnati».
«Che vuoi dire, Messia?», chiede Giuda un poco inquieto.
Ma Gesù non risponde. Sta abbracciando la donna che ha rialzata dal suolo benignamente e che ora bacia sulle gote. E poi, tenendola per mano, va verso casa.
Entrano in una stanza fresca, a cui fanno ombra leggere tende rigate. Vi sono pronte delle bibite fresche e fresche frutta. Ma prima la madre di Giuda chiama una serva e questa porta acqua e asciugamani, e la padrona vorrebbe scalzare Gesù e lavargli i piedi polverosi. Ma Gesù si oppone: «No, madre. La madre è troppo santa creatura, specie quando è onesta e buona come tu sei, per permettere che prenda attitudine da schiava». La madre guarda Giuda… uno sguardo strano. E poi va via.
Gesù si è rinfrescato. Quando sta per rimettersi i sandali, la donna torna con un paio di sandali nuovi. «Ecco, Messia nostro. Credo di aver fatto bene… come Giuda voleva… Mi ha detto: “Un poco più lunghi dei miei e larghi uguale”».
«Ma perché, Giuda?».
«Non mi vuoi concedere di offrirti qualche dono? Non sei il mio Re e Dio?».
«Sì, Giuda. Ma non dovevi dare tanto scomodo a tua madre. Tu lo sai come Io sono…».
«Lo so. Sei santo. Ma devi apparire Re santo. Così è che ci si impone. Nel mondo, che per nove parti su dieci è di stolti, bisogna imporsi con la presenza. Io so».
Gesù si è allacciati i sandali nuovi, di pelle rossa nelle cinghie traforate, nella tomaia che sale sino alla caviglia. Molto più belli dei suoi semplici sandali da operaio e simili ai sandali di Giuda, che sono quasi scarpette da cui emergono solo brani di piede.
«Anche la veste, mio Re. L’avevo preparata per il mio Giuda… Ma egli te la dona. È lino, fresco e nuovo. Permetti che una madre ti vesta… come fossi il figlio suo».
Gesù torna a guardare Giuda… ma non ribatte. Si slaccia la guaina della veste, al collo, e fa ricadere l’ampia tunica dalle spalle rimanendo con la tunichella di sotto. La donna gli infila la bella veste nuova. Gli offre una cintura che è un gallone molto ricamato, dal quale parte un cordone che termina a fiocchi foltissimi. Gesù certo si sentirà bene nelle vesti fresche e senza polvere. Ma non pare molto felice. Intanto gli altri si sono a loro volta puliti.
«Vieni, Maestro. Sono del mio povero frutteto. E questa è l’acqua melata che la madre prepara. Tu, Simone, forse preferisci questo bianco vino. Prendi. È della mia vigna. E tu, Giovanni? Come il Maestro?». Giuda gongola nel poter mescere nei bei calici di argento, nel mostrare che è uno che può.
La madre parla poco. Guarda… guarda… guarda il suo Giuda… e più ancora guarda Gesù… e quando Gesù, prima di mangiare, le offre la più bella delle frutta (mi sembrano grossissime albicocche, sono frutti giallo-rossi e non sono mele) e le dice: «Prima la madre sempre», a lei si imperla l’occhio di pianto.
«Mamma. Il resto è fatto?», chiede Giuda.
«Sì, figlio mio. Credo aver fatto tutto bene. Ma io sono sempre cresciuta qui e non so… non so gli usi dei re».
«Quali usi, donna? Quali re? Ma che hai fatto, Giuda?».
«Ma non sei Tu il promesso Re d’Israele? È ora che il mondo ti saluti tale, e ciò deve accadere per la prima volta qui, nella mia città, nella mia casa. Io ti venero tale. Per amore di me e per rispetto al tuo nome di Messia, di Cristo, di Re, che i profeti per ordine di Jeovà ti hanno dato, non mi smentire».
78.3 «Donna, amici. Vi prego. Ho bisogno di parlare con Giuda. Devo dargli ordini precisi».
La madre e i discepoli si ritirano.
«Giuda, che hai fatto? Tanto poco mi hai capito sin qui? Perché abbassarmi al punto di fare di Me solo un potente della Terra, anzi, di uno che briga per esser potente? E non capisci che ciò è offesa alla mia missione e ostacolo anzi? Sì. Non negare. Ostacolo. Israele è soggetto a Roma. Tu sai che avvenne quando volle alzare contro Roma qualcuno che ebbe aspetto di capo popolo e dette sospetto di creare una guerra di riscossa. Hai sentito, proprio in questi giorni hai sentito, come si infierì su un Pargolo perché lo si suppose futuro re, secondo il mondo. E tu! e tu! Oh! Giuda! Ma che speri da una mia sovranità di carne? Che speri? Ti ho dato tempo di pensare e decidere. Ti ho parlato ben chiaro sin dalla prima volta. Ti ho anche respinto perché sapevo… perché so, sì, perché so, leggo, vedo ciò che è in te. Perché mi vuoi seguire, se non vuoi essere quale Io voglio? Vattene, Giuda. Non nuocerti e non nuocermi… Vai. È meglio per te. Non sei operaio atto a quest’opera… È troppo al disopra di te. In te c’è superbia; c’è cupidigia, di tutti i tre rami; c’è prepotenza… anche tua madre ti deve temere…; c’è tendenza alla menzogna… No. Non così deve essere il mio seguace. Giuda, Io non ti odio. Io non ti maledico. Ti dico solo, e col dolore di chi vede che non può mutare un che ama, ti dico solo: va’ per la tua strada, fatti largo nel mondo, posto che questo vuoi, ma non stare con Me. La mia via!… La mia reggia! Oh! che angustia è in esse! Sai dove sarò Re? Quando sarò proclamato Re? Quando sarò alzato su un legno infame e per porpora avrò il mio Sangue, per corona un serto di spine, per insegna un cartello di scherno, per trombe, cembali, organi e cetre salutanti il Re proclamato, le bestemmie di tutto un popolo: del mio popolo. E sai per opera di chi tutto questo? Di un che non mi avrà capito. Che nulla avrà capito. Cuore di bronzo cavo in cui la superbia, il senso e l’avarizia avranno stillato i loro umori, e questi avranno generato un groviglio di serpi che serviranno ad esser catena per Me e… e maledizione per lui. Gli altri non sanno così chiaramente la mia sorte. E, ti prego, non la dire. Questo rimanga fra Me e te. Del resto… è un rimprovero… e tu tacerai per non dire: “Fui rimproverato…”. Hai inteso, Giuda?».
78.4 Giuda è paonazzo, tanto è rosso. Sta in piedi, davanti a Gesù. È confuso, a capo basso… Poi si getta in ginocchio e piange col capo sui ginocchi di Gesù: «Ti amo, Maestro. Non mi respingere. Sì. Sono un superbo, sono uno stolto. Ma non mi mandare via. No, Maestro. Sarà l’ultima volta che manco. Hai ragione. Non ho riflettuto. Ma anche in questo errore è amore. Volevo darti tanto onore… e che gli altri te lo dessero… perché ti amo. Tu lo hai detto tre giorni or sono: “Quando sbagliate senza malizia, per ignoranza, non è errore ma giudizio imperfetto, da bambini, ed Io sono qui per farvi adulti”. Ecco, Maestro, io sono qui contro i tuoi ginocchi… mi hai detto che sarai un padre per me… contro i tuoi ginocchi come a quelli di mio padre, e ti chiedo perdono, ti chiedo di fare di me un “adulto” e adulto santo… Non mi mandare via, Gesù, Gesù, Gesù… Non tutto è malvagio in me. Tu vedi, per Te ho lasciato tutto e sono venuto. Tu sei da più degli onori e delle vittorie che ottenevo servendo altri. Tu, sì, Tu sei l’amore del povero, infelice Giuda, che vorrebbe darti solo gioia e ti dà dolore invece…».
«Basta, Giuda. Ancora una volta ti perdono…». Gesù pare affaticato… «Ti perdono sperando… sperando che tu in futuro mi comprenda».
«Sì, Maestro. Sì. E ora però… ora… non mi prostrare sotto il peso di una smentita che farebbe di me il deriso. Tutta Keriot sa che io venivo col Discendente di Davide, il Re d’Israele… e si è preparata a riceverti, questa mia città… Avevo creduto di far bene… di farti vedere come si fa per essere temuti e ubbiditi… e di farlo vedere a Giovanni, a Simone, e attraverso loro agli altri che ti amano, ma ti trattano da uguale… Anche la madre sarebbe schernita come madre di un figlio mentitore e pazzo. Per lei, Signore mio… E ti giuro che io…».
«Non giurare a Me. Giura a te stesso, se puoi, di non peccare più in questo senso. Per la madre e per i cittadini non farò sfregio di andare via senza sostare. Alzati».
«Che dici agli altri?».
«La verità…».
«Nooh!».
«La verità: che ti ho dato ordini per oggi. C’è sempre modo di dire, con carità, la verità. Andiamo. Chiama tua madre e gli altri».
Gesù è piuttosto severo. Né torna a sorridere che quando torna Giuda con la madre e i discepoli. La donna scruta Gesù. Ma lo vede benigno. Si rassicura. Ho l’impressione che sia un’anima in pena.
«Vogliamo andare a Keriot? Sono riposato e ti ringrazio, madre, di tutte le tue bontà. Il Cielo ti compensi e dia, per la carità che mi fai, riposo e gioia al consorte che piangi».
La donna cerca baciargli la mano, ma Gesù le pone la mano sul capo con una carezza e non permette.