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Note della parola chiave

Miracoli di Gesù Cristo

Tema: Parole chiave principali e trasversali 🌟 · Pagina 2 di 8

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EMR 60.1-6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Pietro parla a Gesù. Dice: «Maestro, io ti vorrei pregare di venire nella mia casa. Non ho osato dirlo lo scorso sabato. Ma… vorrei che Tu venissi».

«A Betsaida?».

«No, qui… in casa di mia moglie, la casa natìa, voglio dire».

«Perché questo desiderio, Pietro?».

«Eh!… per molte ragioni… e poi, oggi mi è stato detto che mia suocera è malata. Se Tu volessi guarirla, forse ti…».

«Finisci, Simone».

«Volevo dire… se Tu la avvicinassi, lei finirebbe… sì, insomma, sai, altro è sentir parlare di uno e altro è vederlo e udirlo, e se quest’uno, poi, guarisce, allora…».

«Allora anche l’astio cade, vuoi dire».

«No, astio no. Ma sai… il paese è diviso in molti pareri, e lei… non sa a chi dare retta. Vieni, Gesù».

«Vengo. Andiamo. Avvertirete quelli che attendono che parlerò loro dalla tua casa».

60.2 Vanno sino ad una casa bassa, più bassa ancora di quella di Pietro a Betsaida, e ancor più prossima al lago. È separata da questo da una striscia del greto e credo che nelle burrasche le onde vengano a morire contro le mura della casa, che, se è bassa, è in compenso molto larga, come fosse abitata da più persone.

Nell’orto, che si apre sul davanti della casa, verso il lago, non vi è che una vite vecchia e nodosa, stesa su una rustica pergola, e un vecchio fico che i venti del lago hanno tutto piegato verso la casa. La chioma spettinata della pianta sfiora i muri di essa e bussa contro le impannate delle finestrelle, chiuse a riparo del vivo sole che batte sulla casetta. Non c’è che questo fico e questa vite, e un pozzo basso e dal muretto verdastro.

«Entra, Maestro».

Delle donne sono nella cucina, intente chi a rattoppare le reti e chi a preparare il cibo. Salutano Pietro e poi si inchinano confuse davanti a Gesù e lo sbirciano, intanto, con curiosità.

«La pace sia a questa casa. Come sta la malata?».

«Parla, tu che sei la nuora più vecchia», dicono tre donne ad una che si sta asciugando le mani nel lembo della veste.

«La febbre è forte, molto forte. L’abbiamo mostrata al medico, ma dice che è vecchia per guarire e che, quando quel male dalle ossa va al cuore e dà febbre, specie a quell’età, si muore. Non mangia più… Io cerco di farle cibi buoni, anche ora, vedi, Simone? Le preparavo quella zuppa che le piaceva tanto. Ho scelto il pesce migliore, preso dai cognati. Ma non credo possa mangiarla. E poi… è così inquieta! Si lamenta, urla, piange, impreca…».

«Abbiate pazienza come vi fosse madre e ne avrete merito da Dio.

60.3 Conducetemi da lei».

«Rabbi… Rabbi… io non so se ti vorrà vedere. Non vuole vedere nessuno. Io non oso dirle: “Ora ti conduco il Rabbi”».

Gesù sorride senza perdere la calma. Si volge a Pietro: «Tocca a te, Simone. Sei uomo e il più vecchio dei generi, mi hai detto. Va’».

Pietro fa una smorfia significativa e ubbidisce. Traversa la cucina, entra in una stanza e, attraverso la porta, chiusa dietro lui, lo sento confabulare con una donna. Mette fuori il capo e una mano, e dice: «Vieni, Maestro. Fa’ presto». E aggiunge più piano, appena intelligibilmente: «Prima che cambi idea».

Gesù traversa lesto la cucina e spalanca la porta. Ritto sulla soglia, dice il suo dolce e solenne saluto: «La pace sia con te». Entra, nonostante non gli si sia risposto. Va presso ad un giaciglio basso su cui è stesa una donnetta tutta grigia, scarna, affannante per la forte febbre che le fa rosso il viso consumato.

Gesù si china sul lettuccio, sorride alla vecchietta: «Hai male?».

«Muoio!».

«No. Non muori. Puoi credere che Io ti posso guarire?».

«E perché lo faresti? Non mi conosci».

«Per Simone, che me ne ha pregato, … e anche per te, per dare tempo alla tua anima di vedere e amare la Luce».

«Simone? Farebbe meglio a… Come mai Simone ha pensato a me?».

«Perché è migliore di quanto tu credi. Io lo conosco e so. Lo conosco e sono lieto di esaudirlo».

«Mi guariresti, allora? Non morirò più?».

«No, donna. Per ora non morrai. Puoi credere in Me?».

«Credo, credo. Mi basta non morire!».

60.4 Gesù sorride ancora. La prende per mano. La mano rugosa e dalle vene gonfie sparisce nella mano giovanile di Gesù, che si raddrizza e prende il suo aspetto di quando fa miracolo e grida: «Sii guarita! Lo voglio! Alzati!» e le lascia andare la mano. Che ricade senza che la vecchia si lamenti, mentre prima, nonostante Gesù gliel’avesse presa con molta delicatezza, l’averla mossa era costato un lamento all’inferma.

Un breve tempo di silenzio. Poi la vecchia esclama forte: «Oh! Dio dei padri! Ma io non ho più nulla! Ma sono guarita! Venite! Venite!». Accorrono le nuore. «Ma guardate!», dice la vecchia. «Mi muovo e non sento più dolore! E non ho più febbre! Sentite come sono fresca. E il cuore non sembra più il martello del fabbro. Ah! non muoio più!». Non una parola per il Signore!

Ma Gesù non se la prende. Dice alla più anziana delle nuore: «Vestitela, che si alzi. Lo può fare». E si avvia per uscire.

Simone, mortificato, si volge alla suocera: «Il Maestro ti ha guarita. Non gli dici nulla?».

«Certo! Non ci pensavo. Grazie. Che posso fare per dirti grazie?».

«Esser buona, molto buona. Perché l’Eterno fu buono con te. E, se troppo non ti rincresce, lasciami riposare oggi nella tua casa. Ho percorso nella settimana tutti i paesi vicini e sono giunto all’alba di questa mattina. Sono stanco».

«Certo! Certo! Resta pure, se ti piace così». Ma non c’è molto entusiasmo nel dirlo.

60.5 Gesù, con Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, va a sedersi nell’orto.

«Maestro!…».

«Pietro mio?».

«Io sono mortificato».

Gesù fa un gesto come dicesse: «Lascia perdere». Poi dice: «Non è la prima e non sarà l’ultima che non sento riconoscenza immediata. Ma non chiedo riconoscenza. Mi basta dar modo alle anime di salvarsi. Io faccio il mio dovere. A loro fare il loro».

«Ah! ve ne sono stati altri così? Dove?».

«Simone curioso! Ma ti voglio accontentare, nonostante non ami le inutili curiosità. A Nazaret. Ricordi la mamma di Sara? Era molto malata quando giungemmo a Nazaret e ci dissero che la bambina piangeva. Per non fare di essa, che è buona e mite, un’orfana e domani una figliastra, sono andato a trovare la donna… volevo guarirla… Ma non avevo ancora posto piede nella casa che il marito di lei e un fratello mi cacciarono dicendo: “Via, via! Non vogliamo noie con la sinagoga”. Per loro, per troppi sono già un ribelle… L’ho guarita lo stesso… per i suoi bambini. E a Sara, che era nell’orto, ho detto accarezzandola: “Guarisco tua madre. Va’ a casa. Non piangere più”. E la donna è guarita nello stesso momento e la bambina glielo ha detto, e anche al padre e allo zio… E fu castigata per aver parlato con Me. Lo so, perché la bambina m’è corsa dietro mentre lasciavo il paese… Ma non importa».

«Io la facevo tornare malata».

«Pietro!». Gesù è severo. «È questo che Io insegno a te e agli altri? Cosa hai sentito sulle mie labbra dalla prima volta che mi hai udito? Di che ho sempre parlato come condizione prima per esser veri miei discepoli?».

«È vero, Maestro. Sono una vera bestia. Perdonami. Ma… non posso sopportare che non ti amino!».

«Oh! Pietro! Vedrai ben altro disamore! Tante sorprese avrai, Pietro! Persone che il mondo cosiddetto “santo” sprezza come pubblicani e che invece saranno al mondo di esempio, e esempio non seguito da coloro che li disprezzano. Pagani che saranno fra i miei più grandi fedeli. Meretrici che tornano pure, per volontà e penitenza. Peccatori che si emendano…».

«Senti, che si emendi un peccatore… può essere ancora. Ma una meretrice e un pubblicano!…».

«Tu non lo credi?».

«Io no».

«Sei in errore, Simone.

60.6 Ma ecco tua suocera che viene a noi».

«Maestro… io ti prego di sedere alla mia tavola».

«Grazie, donna. Dio te ne compensi».

Entrano nella cucina e si siedono a tavola, e la vecchia ser-ve gli uomini, con larga distribuzione di pesce in zuppa e arrostito. «Non ho altro che questo», si scusa. E, per non perderci l’abitudine, dice a Pietro: «Fin troppo fanno i tuoi cognati, soli come sono rimasti da quando tu sei andato a Betsaida! E almeno fosse servito a far più ricca mia figlia… Ma sento che ben sovente tu sei assente e non peschi».

«Seguo il Maestro. Sono stato con Lui a Gerusalemme e il sabato sto con Lui. Non perdo il tempo in gozzoviglie».

«Ma non guadagni, però. Faresti meglio, già che vuoi fare il servo del Profeta, di trasferirti qui di nuovo. Almeno, quella povera creatura di mia figlia, mentre tu fai il santo, avrà i parenti che la sfamano».

«Ma non ti vergogni di parlare così davanti a Lui che ti ha guarita?».

«Io non critico Lui. Lui fa il suo mestiere. Critico te, che fai il fannullone. Tanto, tu non sarai mai un profeta né un sacerdote. Sei un ignorante e un peccatore, un buono a nulla».

«Hai ragione che c’è Lui, se no…».

«Simone, tua suocera ti ha dato un ottimo consiglio. Puoi pescare anche da qua. Pescavi anche prima a Cafarnao, a quel che sento. Puoi tornarci anche ora».

«E abitare qui di nuovo? Ma Maestro, Tu non…».

«Buono, Pietro mio. Se tu sarai qui, sarai sul lago o con Me. Perciò, che ti è essere o non essere in questa casa?». Gesù ha messo la mano sulla spalla di Pietro e pare che la calma di Gesù passi nel bollente apostolo.

«Hai ragione. Hai sempre ragione. Lo farò. Ma… e questi?» e accenna Giovanni e Giacomo, suoi soci.

«Non possono venire loro pure?».

«Oh! il padre nostro, e la madre soprattutto, saranno sempre più felici di saperci con Te che con loro. Non faranno ostacolo».

«Forse anche Zebedeo verrà», dice Pietro.

«È più che probabile. E con lui altri. Verremo, Maestro, senza fallo verremo».

Dettaglio

Nota: in questo estratto ci sono due miracoli, quello della suocera di Pietro e quello della madre di Sara a Nazareth (cfr. 60,5).

Annotazione

Matteo 8:14-15

Quando Gesù entrò nella casa di Pietro, vide sua suocera a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò. Si alzò e lo servì.

Marco 1, 29-31

Usciti dalla sinagoga, andarono con Giacomo e Giovanni a casa di Simone e Andrea. La suocera di Simone era a letto con la febbre. Subito dissero a Gesù di lei. Gesù venne, la prese per mano e la fece alzare. La febbre la lasciò ed ella li servì.

Luca 4:38-39

Gesù lasciò la sinagoga ed entrò in casa di Simone. La suocera di Simone aveva la febbre alta e chiesero a Gesù di fare qualcosa per lei. Si chinò su di lei, minacciò la febbre e questa la lasciò. Immediatamente la donna si alzò e li servì.

EMR 61.3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Gesù ordina ai discepoli: «Fate che i poveri vengano avanti. Per loro ho ricca offerta di uno che ad essi si raccomanda per ottenere perdono da Dio».

Vengono avanti tre vecchietti cenciosi, due ciechi e un rattratto, e poi una vedova con sette bambini macilenti.

Gesù li guarda fisso uno per uno, sorride alla vedova e specie agli orfanelli. Anzi ordina a Giovanni: «Costoro siano messi là, nell’orto. Voglio parlare con essi». Ma diviene severo, e con l’occhio fiammeggiante, quando a Lui si presenta un vecchietto. Però non dice nulla, per il momento.

Chiama Pietro e si fa dare la borsa ricevuta poco avanti ed un’altra piena di monetine minori, oboli diversi raccolti fra i buoni. Rovescia tutto sulla panchina che è presso al pozzo, conta e divide. Fa sei parti. Una molto grossa, tutta di monete d’argento, e cinque minori per mole e con molto bronzo e solo qualche grossa moneta. Chiama poi i poverelli malati e chiede: «Non avete nulla da dirmi?».

I ciechi tacciono, il rattratto dice: «Che Colui da cui Tu vieni ti protegga». Nulla di più.

Gesù gli pone nella mano sana l’obolo.

L’uomo dice: «Te ne compensi Dio. Ma, più di questo, ecco, io da Te vorrei guarigione».

«Non l’hai chiesta».

«Sono povero, un verme che i grandi calpestano, non osavo sperare Tu avessi pietà del mendico».

«Io sono la Pietà che si curva su ogni miseria che mi chiama. Non ricuso nessuno. Non chiedo che amore e fede per dire: ti ascolto».

«Oh! Signore mio! Io credo e ti amo! Salvami, allora! Guarisci il tuo servo!».

Gesù pone la sua mano sul dorso curvato, la fa scorrere come per carezza e dice: «Voglio tu sia sanato».

L’uomo si raddrizza, agile e integro, con benedizioni infinite.

Dettaglio

Guarire un gobbo.

EMR 61.4

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

61.4 Gesù dà l’obolo ai ciechi e attende un attimo a congedarli… poi li lascia andare.

Chiama i vecchi. Fa al primo l’elemosina e lo conforta e aiuta a porre nella cintura le monete.

Si interessa pietoso alle sventure del secondo, che gli racconta la malattia di una figlia: «Non ho che lei! E ora mi muore. Che sarà di me? Oh? se Tu venissi! Lei non può, non si regge. Vorrebbe… ma non può. Maestro, Signore, Gesù, pietà di noi!».

«Dove stai, padre?».

«A Corazim. Chiedi di Isacco di Giona, detto l’Adulto. Verrai proprio? Non ti dimenticherai della mia sventura? E me la guarirai la figlia?».

«Puoi credere che Io la possa guarire?».

«Oh! se lo credo! Per questo te ne parlo».

«Va’ a casa, padre. Tua figlia sarà sull’uscio a salutarti».

«Ma è a letto e non può alzarsi da tre… Ah! ho compreso! Oh! grazie, Rabboni! Benedetto Te e Colui che ti ha mandato! Lode a Dio e al suo Messia!». Il vecchio va piangendo, arrancando il più lesto che può. Ma, quando è quasi fuor dall’orto, dice: «Maestro, ma verrai lo stesso nella mia povera casa? Isacco ti attende per baciarti i piedi, lavarteli col pianto e offrirti il pane dell’amore. Vieni, Gesù, dirò ai cittadini di Te».

«Verrò. Va’ in pace e sii felice».

Dettaglio

Guarigione della figlia di un vecchio, che non poteva più camminare. Il suo nome era Isacco di Jonas.

EMR 61.7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

61.7 «Pietà, Signore! Questo mio figlio è muto per un demonio che lo vessa».

«E questo mio fratello è simile a bestia immonda, e si avvoltola nel fango e mangia escrementi. A questo lo porta un maligno spirito e, non volendo, fa cose immonde».

Gesù va verso il gruppo che lo implora. Alza le braccia e ordina: «Uscite da costoro. Lasciate a Dio le creature sue».

Fra urla e strepiti si guariscono i due infelici. Le donne che li conducevano si prostrano benedicendo.

«Andate alle case e siate riconoscenti a Dio. La pace a tutti. Andate».

La folla se ne va, commentando i fatti. I quattro discepoli si serrano al Maestro.

«Amici, in verità vi dico che in Israele sono tutti i peccati, e i demoni vi hanno messo dimora. Né sono uniche possessioni quelle che fanno mute le labbra e spingono a vivere da bruti, mangiando lordure. Ma le più vere e numerose sono quelle che fanno muti i cuori all’onestà e all’amore, e fanno dei cuori una sentina di vizi immondi. Oh! Padre mio!». Gesù si siede accasciato.

«Sei stanco, Maestro?».

«Non stanco, Giovanni mio. Ma desolato per lo stato dei cuori e per la poca volontà di emendarsi. Io sono venuto… ma l’uomo… l’uomo… Oh! Padre mio!…».

«Maestro, io ti amo, noi tutti ti amiamo…».

«Lo so. Ma tanto pochi siete… e il mio desiderio di salvare è tanto grande!».

Gesù ha abbracciato Giovanni e tiene il capo sul suo. È triste. Pietro, Andrea, Giacomo, attorno a Lui, lo guardano con amore e tristezza.

E la visione cessa così.

EMR 63.1-5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

63.1 Con una precisione da fotografia perfetta ho davanti alla vista spirituale, da stamane prima ancor che fosse l’alba, un povero lebbroso.

Questo è veramente un rudere di uomo. Non saprei dire che età ha, tanto è devastato dal male. Scheletrito, seminudo, mostra il suo corpo ridotto allo stato di una mummia corrosa, dalle mani e dai piedi contorti e mancanti di parti, di modo che quelle povere estremità non paiono neppur più di uomo. Le mani, artigliate e contorte, hanno della zampa di qualche mostro alato, i piedi paiono quasi zoccoli di bove, tanto sono mozzi e sfigurati.

La testa poi!… Io credo che uno rimasto insepolto, e che divenga mummificato dal sole e dal vento, sia simile nel capo a questo capo. Pochi superstiti ciuffetti di capelli, sparsi qua e là, appiccicati alla cute giallastra e crostosa come per polvere seccata su un teschio, occhi appena socchiusi e incavatissimi, labbra e naso sbocconcellati dal male mostrano già le cartilagini e le gengive, le orecchie sono due embrionali ruderi di padiglione, e su tutto è stesa una pelle incartapecorita, gialla come certi caolini, sotto la quale bucano le ossa. Pare abbia ufficio di tenere radunate queste povere ossa entro il suo lurido sacco, tutto frinzelli di cicatrici o lacerazioni di piaghe putride. Una rovina!

Penso proprio ad una Morte che sia vagante per la Terra e ricoperta da una pelle incartapecorita sullo scheletro, avvolta in un lurido manto tutto a brandelli, e avente in mano non la falce, ma un nodoso bastone, certo strappato a qualche albero.

È sulla soglia di una spelonca fuori mano, una vera spelonca, tanto diruta che non posso dire se in origine era un sepolcro, o un capanno per boscaioli, o l’avanzo di qualche casa distrutta. Guarda verso la via, lontana un cento e più metri dal suo antro, una via maestra polverosa e ancora piena di sole. Nessuno è sulla via. A perdita d’occhio, sole, polvere e solitudine sulla via. Molto più su, a nord-ovest, vi deve essere un paese o città. Vedo le prime case. Sarà lontana almeno un chilometro.

Il lebbroso guarda e sospira. Poi prende una ciotola sbocconcellata e la riempie ad un rigagnolo. Beve. Si addentra in un groviglio di rovi, dietro all’antro, si curva, strappa al suolo dei radicchi selvatici. Torna al rigagnolo, li monda dalla polvere più grossa con l’acqua scarsa del rio e se li mangia piano, portandoli a fatica alla bocca con le mani rovinate. Devono esser duri come stecchi. Stenta a masticarli e molti li sputa senza poterli inghiottire, nonostante cerchi di aiutarsi bevendo sorsi d’acqua.

63.2 «Dove sei, Abele?», grida una voce.

Il lebbroso si scuote, ha un che sulle labbra che potrebbe essere un sorriso. Ma sono così mal ridotte quelle labbra che è informe anche questa larva di sorriso. Risponde con una voce strana, stridula (mi fa pensare al grido di certi pennuti di cui ignoro l’esatto nome): «Qui sono! Non credevo più che tu venissi. Pensavo ti fosse accaduto del male, ero triste… Se mi manchi anche tu, che resta al povero Abele?». Nel dire così, cammina verso la via, finché può secondo la Legge, si vede, perché a mezza distanza si ferma.

Sulla via viene avanti un uomo che quasi corre, tanto va lesto.

«Ma sei proprio tu, Samuele? Oh! se non sei tu che attendo, chiunque tu sia, non farmi del male!».

«Sono io, Abele, proprio io. E sano. Guarda come corro. Sono in ritardo, lo so. E ne avevo pena per te. Ma quando saprai… oh! tu sarai felice. E qui ho non solo i soliti tozzi di pane. Ma una intera pagnotta fresca e buona, tutta per te, e ho anche del buon pesce e un formaggio. Tutto per te. Voglio tu faccia festa, mio povero amico, per prepararti alla festa più grande».

«Ma come sei tanto ricco? Io non capisco…».

«Ora ti dirò».

«E sano. Non sembri più tu!».

63.3 «Senti, dunque. Ho saputo che a Cafarnao era quel Rabbi che è santo, e sono andato…».

«Fermati, fermati! Sono infetto».

«Oh! non importa! Non ho più paura di niente». L’uomo, che non è altro che il povero rattratto guarito e beneficato da Gesù nell’orto della suocera di Pietro, è infatti giunto col suo passo veloce a pochi passi dal lebbroso. Ha parlato camminando e ridendo felice.

Ma il lebbroso dice ancora: «Fermati, in nome di Dio. Se ti vede qualcuno…».

«Mi fermo. Guarda, metto qui le provviste. Mangia, mentre io parlo». Pone su un grosso sasso un fagottello e lo apre. Poi si ritrae qualche passo, mentre il lebbroso si avanza e si getta sul cibo inusato.

«Oh! quanto è che non mangiavo così! Come è buono! E pensare che pensavo che sarei andato al riposo a stomaco vuoto. Non un pietoso oggi… e tu neppure… Mi ero masticato dei radicchi…».

«Povero Abele! Lo pensavo. Ma dicevo: “Bene. Ora sarà triste. Ma poi sarà felice!”».

«Felice, sì, per questo buon cibo. Ma poi…».

«No! Sarai felice per sempre».

Il lebbroso scuote il capo.

«Senti, Abele. Se tu puoi aver fede, sarai felice».

«Ma fede in chi?».

«Nel Rabbi. Nel Rabbi che ha guarito me».

«Ma io sono lebbroso e all’ultimo punto! Come può guarirmi?».

«Oh! Lo può. È santo».

«Sì, anche Eliseo guarì Naaman lebbroso… Lo so… Ma io… Io non posso andare al Giordano».

«Tu sarai guarito senza bisogno d’acqua. Ascolta: questo Rabbi è il Messia, capisci? Il Messia! Il Figlio di Dio è. E guarisce tutti quelli che hanno fede. Dice: “Voglio” e i demoni scappano, e le membra si raddrizzano, e gli occhi ciechi vedono».

«Oh! se avrei fede, io! Ma come posso vedere il Messia?».

«Ecco… sono venuto per questo. Egli è là, in quel paese. So dove è questa sera. Se vuoi… Io ho detto: “Lo dico ad Abele, e se Abele sente di aver fede lo conduco al Maestro”».

«Sei pazzo, Samuele? Se mi avvicino alle case sarò lapida­to».

«Non nelle case. La sera sta per scendere. Ti condurrò sino a quel boschetto e poi andrò a chiamare il Maestro. Te lo condurrò…».

«Va’, va’ subito! Vengo da me sino a quel punto. Camminerò nel fossato, fra la siepe, ma tu va’, va’… Oh! va’, amico buono! Se sapessi cosa è aver questo male! E cosa è sperare di guarire!…». Il lebbroso non si cura neppur più del cibo. Piange e gestisce implorando l’amico.

«Vado, e tu vieni». L’ex-rattratto va via di corsa.

63.4 Abele scende a fatica nel fosso che costeggia la via, tutto pieno di cespugli cresciuti nel fondo asciutto. Vi è appena al centro un filo d’acqua. La sera scende mentre l’infelice scivola fra le macchie dei cespugli, sempre all’erta se ode un passo. Due volte si appiatta nel fondo: la prima per un cavaliere che percorre al trotto la via, la seconda per tre uomini carichi di fieno, diretti al paese. Poi prosegue.

Ma prima di lui giunge al boschetto Gesù con Samuele. «Fra poco sarà qui. Va lento per le piaghe. Abbi pazienza».

«Non ho fretta».

«Lo guarirai?».

«Ha fede?».

«Oh!… moriva di fame, vedeva quel cibo dopo anni di astinenza, eppure ha lasciato tutto dopo pochi bocconi per correre qui».

«Come lo hai conosciuto?».

«Sai… vivevo di elemosina dopo la mia sventura e percorrevo le vie per andare da un luogo all’altro. Di qui passavo ogni sette giorni e avevo conosciuto quel poverello… un giorno in cui, costretto dalla fame, si era spinto, sotto un temporale da mettere in fuga i lupi, sin sulla via del paese, in cerca di qualcosa. Frugava fra le immondizie come un cane. Io avevo del pane secco nella bisaccia, obolo di persone buone, e ho fatto a mezzo con lui. Da allora siamo amici e ogni settimana lo rifornisco. Con quel che ho… Se ho molto, molto; se poco, poco. Faccio quel che posso come mi fosse un fratello. È dalla sera che mi hai guarito, benedetto Tu sia, che penso a lui… e a Te».

«Sei buono, Samuele; per questo la grazia ti ha visitato. Chi ama merita tutto da Dio.

63.5 Ma ecco là qualcosa fra le frasche…».

«Sei tu, Abele?».

«Sono io».

«Vieni. Il Maestro ti attende qui, sotto il noce».

Il lebbroso emerge dal fosso e monta sulla sponda, la valica, si addentra nel prato. Gesù, col dorso addossato ad un altissimo noce, lo attende.

«Maestro, Messia, Santo, pietà di me!», e si butta tutto fra l’erba, ai piedi di Gesù. Col volto al suolo dice ancora: «O Signore mio! Se Tu vuoi, Tu puoi mondarmi!». E poi osa alzarsi sui ginocchi e tende le braccia scheletrite, dalle mani contorte, e tende il volto ossuto, devastato… Le lacrime scendono dalle orbite malate alle labbra corrose.

Gesù lo guarda con tanta pietà. Guarda questa larva d’uomo che il male orrendo divora, e che solo una vera carità può sopportare vicino, tanto è ripugnante e maleodorante. Eppure ecco che Gesù tende una mano, la sua bella, sana mano destra, come per carezzare il poveretto.

Questo, senza alzarsi, si butta però indietro, sui calcagni, e grida: «Non mi toccare! Pietà di Te!».

Ma Gesù fa un passo avanti. Solenne, buono, soave, posa le sue dita sulla testa mangiata dalla lebbra e dice, con voce piana, tutta amore eppure piena di imperio: «Lo voglio! Sii mondato!». La mano rimane per qualche minuto sulla povera testa. «Alzati. Vai dal sacerdote. Compi quanto la Legge prescrive. E non dire quanto ti ho fatto. Ma solo sii buono. Non peccare mai più. Ti benedico».

«Oh! Signore! Abele! Ma tu sei tutto sano!». Samuele, che vede la metamorfosi dell’amico, grida di gioia.

«Sì. È sano. Lo ha meritato per la sua fede. Addio. La pace sia con te».

«Maestro! Maestro! Maestro! Io non ti lascio! Io non ti posso lasciare!».

«Fai quanto vuole la Legge. Poi ci vedremo ancora. Per la seconda volta sia su te la mia benedizione».

Gesù si avvia facendo cenno a Samuele di restare. E i due amici piangono di gioia, mentre alla luce di un quarto di luna tornano alla spelonca per l’ultima sosta in quella tana di sventura.

La visione cessa così.

Dettaglio

Guarigione di un lebbroso.

Samuele arriva in 63,2. Il miracolo ha luogo in 63,4. Per comprendere appieno il contesto, è bene rileggere MTS 61,3 e tutto MTS 62.

Annotazione

Vangelo di Marco 1, 40-45

Mc 1, 40-45 : Un lebbroso si avvicinò a lui, lo pregò, cadde in ginocchio e disse: "Se vuoi, puoi farmi diventare pulito". Preso da compassione, Gesù stese la mano, lo toccò e disse: "Sono disposto; sii purificato". Immediatamente la lebbra lo lasciò ed egli fu purificato. Gesù lo mandò via con fermezza, dicendogli: "Stai attento, non dire niente a nessuno, ma va' a mostrarti al sacerdote e dà per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto nella Legge: sarà una testimonianza per il popolo". Una volta partito, quell'uomo cominciò a proclamare e a diffondere la notizia, tanto che Gesù non poteva più entrare apertamente in una città, ma se ne stava in luoghi deserti. Ma la gente veniva da lui da ogni parte.

Vangelo di Luca 5, 12-14

Lc 5, 12-14 : Gesù si trovava in una città, quando arrivò un uomo coperto di lebbra; quando vide Gesù, cadde sulla faccia e lo pregò: "Signore, se vuoi, puoi farmi diventare pulito". Gesù stese la mano e lo toccò, dicendo: "Sono disposto; sii purificato". Immediatamente la lebbra lo lasciò. Allora Gesù gli ordinò di non dirlo a nessuno: "Va' invece a mostrarti al sacerdote e dà per la tua purificazione quello che Mosè ha comandato; sarà una testimonianza per tutti".

EMR 64.1.3-4.5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

64.1 Vedo le rive del lago di Genezaret. E vedo le barche dei pescatori tratte a riva; sulla riva e addossati ad esse sono Pietro e Andrea, intenti a rassettare le reti, che i garzoni portano loro stillanti dopo averle sciacquate nel lago dai detriti rimasti impigliati in esse. A una distanza di un dieci metri Giovanni e Giacomo, curvi sulla barca loro, sono intenti a mettere ordine nella stessa, aiutati da un garzone e da un uomo sui cinquanta o cinquantacinque anni, che penso esser Zebedeo, perché il garzone lo chiama «padrone» e perché è somigliantissimo a Giacomo.

Pietro e Andrea, con le spalle alla barca, lavorano silenziosi a riannodare fili e i sugheri di segnale. Solo ogni tanto scambiano qualche parola circa il loro lavoro che, a quel che capisco, è stato infruttuoso.

Pietro se ne rammarica non per la borsa vuota né per la fatica inutile, ma dice: «Mi spiace perché… come faremo a dare un cibo a quei poverelli? A noi non vengono che rade offerte, e quei dieci denari e sette dramme che abbiamo raccolto in questi quattro giorni io non le tocco. Solo il Maestro mi deve indicare a chi e come vanno date quelle monete. E fino a sabato Egli non torna! Se avevo fatto buona pesca!… Il pesce più minuto me lo cucinavo e lo davo a quei poveri… e se c’era chi brontolava in casa non me ne faceva niente. I sani possono andare a cercarlo. Ma i malati!…».

«Quel paralitico, poi!… Hanno già fatto tanta strada per portarlo qui…», dice Andrea. (...)

[Gesù torna dai suoi discepoli e il Maestro tiene un sermone nella casa del suo apostolo.]

La gente si affolla nello stanzone posteriore adibito alle reti, canapi, ceste, remi, vele e provviste. Si vede che Pietro l’ha messo a disposizione di Gesù, ammucchiando tutto in un angolo per fare posto. Il lago non si vede da qui. Se ne ode solo il fiotto lento. E si vede invece solo il muretto verdastro dell’orto, dalla vecchia vite e dal fico fronzuto. Gente è persino nella strada, traboccando dalla stanza nell’orto e da questo alla via.

64.4 Gesù comincia a parlare. In prima fila — si sono fatti largo con prepotenza di gesto e in grazia del timore che la folla popolana ha di loro — sono cinque persone… altolocate. Paludamenti, ricchezza di vesti e superbia li denunciano per farisei e dottori. (...)

[Gesù conclude la sua predica e il suo discorso è terminato.]

«Maestro», grida Pietro di fra la calca, «qui vi sono i malati. Due possono attendere che Tu esca, ma questo è pigiato fra la folla e poi… non può più stare. E passare non possiamo. Lo rimando?».

«No. Calatelo dal tetto».

«Dici bene. Lo facciamo subito».

Si sente scalpicciare sul tetto basso dello stanzone che, non essendo vera parte della casa, non ha sopra la terrazza cementata, ma solo un tettuccio di fascine coperte da scaglie simili a lavagna. Non so che pietra fosse. Si forma un’apertura, e a mezzo di corde viene calata la barellina su cui è l’infermo. Viene proprio calata davanti a Gesù. La gente si aggruppa più ancora per vedere.

«Hai avuto gran fede e con te chi ti ha portato!».

«Oh! Signore! Come non averla in Te?».

«Orbene, Io ti dico: figlio (l’uomo è molto giovane), ti sono rimessi tutti i tuoi peccati».

L’uomo lo guarda piangendo… Forse resta un poco male perché sperava guarire nel corpo.

I farisei e dottori bisbigliano fra loro arricciando naso, fronte e bocca con sdegno.

«Perché mormorate, più ancor nel cuore che sul labbro? Secondo voi è più facile dire al paralitico: “Ti sono rimessi i tuoi peccati”, oppure: “Alzati, prendi il lettuccio e cammina”? Voi pensate che solo Dio può rimettere i peccati. Ma non sapete rispondere quale è la più grande cosa, perché costui, perduto in tutto il corpo, ha speso sostanze senza poter essere sanato. Non lo può se non da Dio. Or perché sappiate che tutto Io posso, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha potere sulla carne e sull’anima, sulla Terra e nel Cielo, Io dico a costui: “Alzati. Prendi il tuo letto e cammina. Va’ a casa tua e sii santo”».

L’uomo ha una scossa, un grido, si alza in piedi, si getta ai piedi di Gesù, li bacia e carezza, piange e ride e con lui i parenti e la folla, che poi si divide per farlo passare come in trionfo e lo segue festante. La folla, non i cinque astiosi che se ne vanno tronfi e duri come pioli.

Annotazione

Matteo 9:1-8

Gesù salì su una barca, rifece la traversata e andò nella sua città natale, Cafarnao.

Ecco, gli fu portato un uomo paralitico, che giaceva su una barella. Vedendo la loro fede, Gesù disse al paralitico: "Fidati, figlio mio, i tuoi peccati sono perdonati". Ed ecco che alcuni scribi dicevano tra loro: "Quest'uomo bestemmia".

Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, chiese: "Perché fate pensieri cattivi? Perché cosa è più facile? Dire: "I tuoi peccati sono perdonati", o dire: "Alzati e cammina"? Ebbene, affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra... - Allora Gesù disse all'uomo paralizzato: "Alzati, prendi la tua barella e vai a casa". Egli si alzò e andò a casa.

Quando le folle lo videro, rimasero atterrite e diedero gloria a Dio, che aveva dato un tale potere agli uomini.

Marco 2, 1-12

Qualche giorno dopo, Gesù tornò a Cafarnao e giunse la notizia che era in casa. Si era radunata così tanta gente che non c'era più posto, nemmeno davanti alla porta, ed egli stava predicando la Parola a tutti.

Arrivarono alcune persone e gli portarono un uomo paralizzato, portato da quattro uomini. Non potendo avvicinarsi a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto sopra di lui, fecero un'apertura e calarono la barella su cui giaceva il paralitico. Vedendo la loro fede, Gesù disse al paralitico: "Figlio, i tuoi peccati sono perdonati".

Ma alcuni scribi, seduti lì, pensavano tra loro: "Perché quest'uomo parla così? Egli bestemmia. Chi può perdonare i peccati se non Dio? Subito Gesù vide nella sua mente quello che stavano pensando, così disse loro: "Perché pensate così? Che cosa è più facile? Dire a quest'uomo paralizzato: "I tuoi peccati sono perdonati", o dirgli: "Alzati, prendi la tua barella e cammina"? Ebbene! Affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha l'autorità di perdonare i peccati sulla terra... - Gesù disse all'uomo paralizzato: "Ti dico di alzarti, prendi la tua barella e vai a casa". Egli si alzò, prese subito la sua barella e uscì davanti a tutti. Tutti erano stupiti e davano gloria a Dio, dicendo: "Non abbiamo mai visto nulla di simile".

Luca 5:17-26

Un giorno, mentre Gesù insegnava, erano presenti farisei e maestri della Legge da tutti i villaggi della Galilea e della Giudea, e anche da Gerusalemme; e la potenza del Signore era all'opera per fargli compiere guarigioni.

Arrivarono alcune persone che portavano su una barella un uomo paralizzato; cercavano di portarlo dentro per metterlo davanti a Gesù. Ma non vedendo come fare a causa della folla, salirono sul tetto e, scostando le tegole, lo calarono con la barella proprio davanti a Gesù. Quando vide la loro fede, disse: "Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati". Gli scribi e i farisei cominciarono a ragionare: "Chi è quest'uomo? Dice bestemmie! Chi può perdonare i peccati, se non Dio? Ma Gesù, comprendendo i loro pensieri, rispose loro: "Perché avete questi pensieri nel cuore? Che cosa è più facile? Dire: "I tuoi peccati sono perdonati", o dire: "Alzati e cammina"? Ebbene! Affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha autorità sulla terra per rimettere i peccati", Gesù si rivolse all'uomo paralizzato: "Ti dico di alzarti, prendi la tua barella e torna a casa tua".

Subito si alzò davanti a loro, prese il suo lettuccio e se ne andò a casa, rendendo gloria a Dio. Erano tutti stupiti e rendevano gloria a Dio. Pieni di paura, dissero: "Oggi abbiamo visto cose straordinarie!

EMR 64.6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

64.6 Così può entrare la madre col piccino: un bambino ancora lattante, scheletrito. Lo tende, dice solo: «Gesù, Tu li ami questi. Lo hai detto. Per questo amore e per tua Madre!…», e piange.

Gesù prende il poppante, proprio moribondo, se lo pone contro il cuore, se lo tiene un momento col visuccio cereo dalle labbruzze violacee e le palpebre già calate, contro la bocca. Un momento lo tiene così… e quando lo stacca dalla sua barba bionda, il visetto è roseo, la bocchina fa un incerto sorriso d’infante, gli occhietti guardano intorno vispi e curiosi, le manine, prima serrate e abbandonate, annaspano fra i capelli e la barba di Gesù, che ride.

«Oh! figlio mio!», grida la mamma beata.

«Prendi, donna. Sii felice e buona».

E la donna prende il rinato e se lo stringe al seno, e il piccolo reclama subito i suoi diritti di cibo, fruga, apre, trova e poppa, poppa, poppa, avido e felice.

Gesù benedice e passa.

Dettaglio

Gesù ha appena guarito il paralitico e la folla se ne va.

EMR 64.6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Gesù benedice e passa. Va sulla soglia dove è il malato di gran febbre.

«Maestro! Sii buono!».

«E tu pure. Usa la salute nella giustizia». Lo carezza ed esce.

EMR 67

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Dettaglio

Gesù è solo. Incontra due uomini che stanno litigando e cercano di pugnalarsi a vicenda. Cristo interviene di nuovo, intimando loro di fermarsi; poi, quando non ascoltano, compie un miracolo e le lame si spezzano.

Mentre arrivano i soldati da Roma, Gesù tiene un breve sermone agli uomini di Israele e poi anche ai pagani presenti, raccomandando loro di amare e sottolineando che non è con la violenza che si vince, ma con la santità. La rabbia è un peccato che può tagliarci fuori dalla benedizione di Dio, e i figli del Signore devono essere gentili gli uni con gli altri e amarsi a vicenda.

Quando ebbe finito di parlare, gli fu chiesto se fosse il Messia, e Gesù non lo negò. Gli viene chiesto di nuovo se compie miracoli, e nemmeno lui lo nega, anzi compie miracoli quando gli vengono portati i malati. La folla si rallegra e Gesù benedice.

Poi arriva Giuda e chiede cosa sia successo. Chiede se rimarrà a Gerusalemme, ma Gesù gli dice che si recherà in Giudea e promette di andare a Keroth. Infine, entrambi parlano di Giovanni Battista, che Erode ha arrestato. Se Gesù è la bontà, il Precursore è la penitenza. La visione termina qui.

EMR 67.2-5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

67.2 Due si azzuffano sul serio per causa dell’asino di uno, che si è servito della magnifica cesta di lattughe dell’altro asino e se ne è mangiata un bel po’! Forse non è che un pretesto per sfogare un’antica ruggine. Il fatto è che da sotto le vesti corte sino ai polpacci vengono tratti due coltellacci corti e larghi come una mano: paiono daghe mozze ma ben pontute e lucono al sole. Urla di donne, vocio d’uomini. Ma nessuno interviene a separare i due che sono pronti al duello rusticano.

Gesù, che procedeva meditabondo, alza il capo, vede e a passo velocissimo accorre fra i due. «Fermi, in nome di Dio!», ordina.

«No! Voglio farla finita con questo maledetto cane!».

«Anche io! Ci tieni alle frange? Ti farò una frangia con le tue interiora».

I due roteano intorno a Gesù, urtandolo, insultandolo perché si levi di mezzo, cercando colpirsi senza riuscirvi, perché Gesù con sapienti mosse del manto svia i colpi e ostacola la mira. Ne ha anche il mantello lacerato.

La gente urla: «Vieni via, nazareno, ci andrai di mezzo Tu». Ma Lui non si muove e cerca di indurre alla calma, richiamando la mente a Dio. Inutile! L’ira fa pazzi i due contendenti.

Gesù sprigiona miracolo. Ordina per un’ultima volta: «Vi comando di smetterla».

«No! Levati! Va’ per la tua strada, can d’un nazareno!».

Allora Gesù stende le mani, col suo aspetto di potenza sfolgorante. Non dice parola. Ma le lame cadono sbriciolate a terra come fossero state di vetro e avessero urtato contro una rupe.

I due si guardano i manici corti, inutili, rimasti fra le dita. Lo stupore ottunde l’ira. La folla pure urla di stupore.

67.3 «E ora?», chiede Gesù, severo. «Dove è la vostra forza?».

Anche i soldati di guardia alla porta, accorsi agli ultimi urli, guardano stupiti, ed uno si china a raccattare i frammenti delle lame e li prova sull’unghia, incredulo che fossero acciaio.

«E ora?», ripete Gesù. «Dove è la forza vostra? Su che fondavate il vostro diritto? Su quei pezzi di metallo che ora sono schegge fra la polvere? Su quei pezzi di metallo che non avevano altra forza di quella del peccato d’ira contro un fratello, levandovi per quel peccato ogni benedizione di Dio e perciò ogni forza? Oh! miseri coloro che si fondano su mezzi umani per vincere, e non sanno che non è violenza ma santità quello che ci fa vittoriosi sulla Terra e oltre! Perché Dio è coi giusti.

Udite, tutti o voi d’Israele, e anche voi, soldati di Roma. La Parola di Dio parla per tutti i figli dell’uomo, e non sarà il Figlio dell’uomo quello che la ricusa ai gentili.

Il secondo dei precetti del Signore è precetto di amore verso il prossimo. Dio è buono e nei suoi figli vuole benevolenza. Colui che non è benevolente col prossimo suo, non può dirsi figlio di Dio e non può avere Dio con sé. L’uomo non è una bestia senza ragione che si avventa e morde per diritto di preda. L’uomo ha una ragione e un’anima. Per la ragione si deve saper condurre da uomo. Per l’anima si deve saper condurre da santo. Colui che così non fa, si mette al disotto degli animali, scende all’abbraccio coi demoni perché si indemonia l’anima col peccato d’ira.

Amate. Io non vi dico altro. Amate il prossimo vostro come il Signore Dio d’Israele vuole. Non siate sempre del sangue di Caino. E perché lo siete? Per poche monete, voi che potevate essere omicidi. Per pochi palmi di terra, altri. Per un posto più buono. Per una donna. Che sono queste cose? Eterne? No. Durano molto meno della vita, la quale dura un attimo di eternità. E che perdete se le seguite? La pace eterna che è promessa ai giusti e che il Messia vi porterà insieme al suo Regno. Venite sulla via della Verità. Seguite la Voce di Dio. Amatevi. Siate onesti. Siate continenti. Siate umili e giusti. Andate e meditate».

67.4 «Chi sei Tu che parli simili parole e spezzi le spade col tuo volere? Uno solo fa queste cose: il Messia. Neppure Giovanni il Battezzatore è da più di Lui. Sei Tu forse il Messia?», chiedono in tre o quattro.

«Io lo sono».

«Tu? Tu quello che guarisci i malati e predichi Dio in Galilea?».

«Io sono».

«Io ho una vecchia madre che muore. Salvala!».

«Ed io, vedi? Sto perdendo le forze per i dolori. Ho dei figli ancor piccoli. Guariscimi!».

«Va’ alla tua casa. Tua madre questa sera ti preparerà la cena; e tu, guarisci. Lo voglio!».

La folla ha un urlo. Poi chiede: «Il tuo Nome! Il tuo Nome!».

«Gesù di Nazaret!».

«Gesù! Gesù! Osanna! Osanna!».

La folla è in tripudio. Gli asini possono fare quel che vogliono, ché nessuno se ne cura più. Delle madri accorrono dall’interno della città, si capisce che la voce è corsa, e alzano i loro piccini. Gesù benedice e sorride. E cerca di fendere il cerchio acclamante per entrare in città e andare dove vuole. Ma la folla non ne vuole sapere. «Resta con noi! In Giudea! In Giudea! Siamo figli di Abramo anche noi!», grida.

67.5 «Maestro!». Giuda accorre verso di Lui. «Maestro, mi hai preceduto. Ma che avviene?».

«Il Rabbi ha fatto miracolo! In Galilea no; qui, qui con noi lo vogliamo».

«Lo vedi, Maestro? Tutto Israele ti ama. È giusto che Tu resti anche qui. Perché ti sottrai?».

«Non mi sottraggo, Giuda. Sono venuto apposta solo, perché la rudezza dei discepoli galilei non urti la sottigliezza giudea. Io voglio radunare tutte le pecore d’Israele sotto lo scettro di Dio».

«Per questo ti ho detto: “Prendimi”. Io sono giudeo e so come trattare i miei pari. Resterai dunque a Gerusalemme?».

«Pochi giorni. Per attendere un discepolo, lui pure giudeo. Poi andrò per la Giudea…».

«Oh! io verrò con Te. Ti accompagnerò. Verrai al mio paese. Ti porterò a casa mia. Verrai, Maestro?».

«Verrò…»

Dettaglio

Miracoli di lame spezzate.