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Note del tema

Preghiera cristiana

Pagina 33 di 39

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EMR 203.10 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Voi, pregando il Padre, non vi rivolgete ad un amico della Terra, ma vi rivolgete all’Amico perfetto che è il Padre del Cielo. Perciò Io vi dico: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, picchiate e vi sarà aperto”. Infatti a chi chiede viene dato, chi cerca finisce col trovare, e a chi bussa si apre la porta.

EMR 203.12 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Pregate con umiltà perché Dio impedisca le tentazioni. Oh! l’umiltà! Conoscersi per quello che si è! Senza avvilirsi, ma conoscersi. Dire: “Potrei cedere anche se non mi sembra poterlo fare, perché io sono un giudice imperfetto di me stesso. Perciò, Padre mio, dàmmi, possibilmente, libertà dalle tentazioni col tenermi tanto vicino a Te da non permettere al Maligno di nuocermi”. Perché, ricordatelo, non è Dio che tenta al Male, ma è il Male che tenta. Pregate il Padre perché sorregga la vostra debolezza al punto che essa non possa essere indotta in tentazione dal Maligno.

EMR 206.2-6 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Il Regno dei Cieli è la casa degli sponsali compiuti tra Dio e le anime. Il momento dell’entrata in esso, il giorno degli spon sali.

Or dunque udite. Da noi è costume che le vergini facciano scorta allo sposo che giunge, per condurlo fra lumi e canti alla casa nuziale insieme alla sua dolce sposa. Quando il corteo lascia la casa della sposa, che velata e commossa si dirige al suo posto di regina, in una casa non sua ma che, dal momento in cui ella diviene una carne con lo sposo, sua diventa, il corteo delle vergini, amiche per lo più della sposa, corre incontro a questi due felici per circondarli di un anello di luci.

Ora avvenne che in un paese si fece uno sponsale. Mentre gli sposi coi parenti e amici tripudiavano nella casa della sposa, dieci vergini andarono al loro posto, nel vestibolo della casa dello sposo, pronte ad uscire a lui incontro quando un lontano suono di cembali e di canti avesse ad avvertire che gli sposi avevano lasciato la casa della sposa per venire a quella dello sposo. Ma il convito nella casa degli sponsali si prolungava, e scese così la notte.

Le vergini, voi lo sapete, tengono sempre le lampade accese per non perdere tempo al momento buono. Ora fra queste dieci vergini, dalle lampade accese e ben lucenti, ve ne erano cinque savie e cinque stolte. Le savie, piene di prudenza, si erano provviste di piccoli vasi pieni d’olio, per potere alimentare le lampade se la durata dell’attesa fosse stata più lunga del prevedibile, mentre le stolte si erano limitate ad empire per bene le lampadette.

Un’ora passò dopo l’altra. Gai discorsi, racconti, facezie rallegrarono l’attesa. Ma poi non seppero più che dire, né che fare. E, annoiate o anche semplicemente stanche, le dieci fanciulle si sedettero più comodamente, con le loro lampade accese e ben vicine, e piano piano si addormentarono.

206.3

Venne la mezzanotte e si udì un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!”. Le dieci fanciulle sorsero al comando, presero i veli e le ghirlande e si acconciarono, e corsero alla mensola dove erano le lampade. Cinque di esse languivano ormai… Il lucignolo, non più nutrito dall’olio, tutto consumato, fumigava con sprazzi sempre più deboli, pronto a spegnersi al minimo soffio d’aria; mentre le altre cinque lampade, alimentate prima del sonno dalle prudenti, avevano fiamme ancor vive che si fecero ancora più vive per il nuovo olio aggiunto al vasello del lume.

“Oh!”, pregarono le stolte, “dateci un poco del vostro olio, perché altrimenti le lampade si spegneranno al solo muoverle. Le vostre sono già belle!…”. Ma le prudenti risposero: “Fuori è il vento della notte e cade la guazza a grosse gocce. Mai non basta l’olio per fare una robusta fiamma che possa resistere ai venti e all’umidore. Se ve ne diamo, accadrà che a noi pure vacillerà la luce. E ben triste sarebbe il corteo delle vergini senza il palpitare delle fiammelle! Andate, correte dal venditore più vicino, pregate, bussate, fatelo alzare perché vi dia olio”. E quelle, affannate, sgualcendo i veli, macchiandosi le vesti, perdendo le ghirlande nell’urtarsi e nel correre, seguirono il consiglio delle compagne.

Ma, mentre andavano a comprare l’olio, ecco spuntare dal fondo della via lo sposo con la sposa. Le cinque vergini, munite di lampade accese, gli corsero incontro, e in mezzo a loro gli sposi entrarono in casa per la fine della cerimonia, quando le vergini avrebbero scortato per ultimo la sposa fino alla camera nuziale. L’uscio venne chiuso dopo l’entrata degli sposi, e chi fuori era fuori rimase. E così fu per le cinque stolte che, giunte infine con l’olio, trovarono la porta serrata e inutilmente vi picchiarono contro, ferendosi le mani e gemendo: “Signore, signore, aprici! Siamo del corteo delle nozze. Siamo le vergini propiziatorie, scelte per portare onore e fortuna al tuo talamo”.

Ma lo sposo, dall’alto della casa, lasciando per un momento gli invitati più intimi da cui si accomiatava mentre la sposa entrava nella stanza nuziale, disse: “In verità vi dico che non vi conosco. Non so chi siate. I vostri visi non erano festanti intorno alla mia amata. Usurpatrici siete. Siate perciò lasciate fuori dalla casa delle nozze”. E le cinque stolte, piangendo, se ne andarono per le strade buie, con l’ormai inutile lume, con le vesti sgualcite, i veli strappati, le ghirlande disfatte o perdute…

206.4

Ed ora sentite il sermone chiuso nella parabola.

Vi ho detto al principio che il Regno dei Cieli è la casa degli sponsali compiuti fra Dio e le anime. Alle nozze celesti sono chiamati tutti i fedeli, perché Dio ama tutti i suoi figli. Chi prima, chi poi, si trova al momento degli sponsali, e l’esservi arrivati è gran sorte. Ma ora udite ancora. Voi sapete come le fanciulle reputino onore e fortuna esser chiamate ad ancelle intorno alla sposa. Applichiamo al nostro caso i personaggi e capirete meglio.

Lo sposo è Dio. La sposa, l’anima di un giusto che, superato il periodo del fidanzamento nella casa del Padre, ossia nella tutela e ubbidienza della e alla dottrina di Dio, vivendo secondo giustizia, viene portata nella casa dello Sposo per le nozze. Le ancelle-vergini sono le anime dei fedeli che, per l’esempio lasciato dalla sposa – essere stata scelta dallo Sposo per le sue virtù è segno che costei era un esempio vivo di santità – cercano di giungere allo stesso onore, santificandosi.

206.5

Sono in veste bianca, netta e fresca, in bianchi veli, coronate di fiori. Hanno lampade accese in mano. Le lampade sono ben pulite, dal lucignolo nutrito di olio del più puro perché non sia maleodorante.

In veste bianca. La giustizia fermamente praticata dà candida veste e presto verrà il giorno che candidissima sarà, senza neppur più il lontano ricordo di macchia, di un candore supernaturale, di un candore angelico.

In veste netta. Occorre con l’umiltà tenere sempre netta la veste. Tanto facile è offuscare la purezza del cuore. E chi non è mondo di cuore non può vedere Dio. L’umiltà è come acqua che lava. L’umile si accorge subito, perché ha occhio non offuscato da fumi di orgoglio, di essersi offuscata la veste e corre dal suo Signore e dice: “Ho levato la nettezza a questo mio cuore. Io piango per mondarmi, ai tuoi piedi piango. E tu, mio Sole, imbianca dei tuoi benigni perdoni, dei tuoi paterni amori, la veste mia!”.

In veste fresca. Oh! la freschezza del cuore! I bambini l’hanno per dono di Dio. I giusti l’hanno per dono di Dio e volontà propria. I santi l’hanno per dono di Dio e per volontà portata all’eroismo. Ma i peccatori, dall’anima lacerata, bruciata, avvelenata, insozzata, non potranno allora mai più avere una veste fresca? Oh! sì che la possono avere. Cominciano ad averla dal momento che si guardano con ribrezzo, l’aumentano quando decidono di cambiare vita, la perfezionano quando con la penitenza si lavano, si disintossicano, si medicano, si ricompongono la loro povera anima; e con l’aiuto di Dio, che non nega soccorso a chi gli chiede santo aiuto, e con la volontà propria, portata al supereroismo – perché in loro non necessita di tutelare ciò che hanno, ma di ricostruire ciò che loro hanno abbattuto, perciò doppia e tripla e settupla fatica – e infine con una penitenza instancabile, implacabile verso l’io che fu peccatore, riportano la loro anima ad una nuova freschezza d’infanzia, fatta preziosa dall’esperienza che li fa maestri di altri che sono[1] come erano loro un tempo, ossia peccatori. In bianchi veli. L’umiltà! Io ho detto: “Quando pregate o fate penitenza, fate che il mondo non se ne avveda”. Nei libri sapienziali è detto: “Non è bene svelare il segreto del Re”. L’umiltà è il velo candido messo a difesa sul bene che si fa e sul bene che Dio ci concede. Non gloria per l’amore di privilegio che Dio concede, non stolta gloria umana. Il dono verrebbe subito ritolto. Ma interno canto del cuore al suo Dio: “L’anima mia ti magnifica, o Signore… perché Tu hai rivolto il tuo sguardo alla bassezza della tua serva”».

Gesù ha una breve sosta e getta uno sguardo verso sua Madre, che avvampa sotto il suo velo e si china tutta, come per ravviare i capelli del bambino che è seduto ai suoi piedi, ma in realtà per celare il suo commosso ricordo… «Coronata di fiori. L’anima deve intessersi la sua quotidiana ghirlanda di atti virtuosi, perché al cospetto dell’Altissimo non devono stare cose vizze, né si deve stare in aspetto sciatto. Quotidiana, ho detto. Perché l’anima non sa quando Dio-Sposo può apparire per dire: “Vieni”. Perciò non stancarsi mai di rinnovare la corona. Non abbiate paura. I fiori avvizziscono. Ma i fiori delle corone virtuose non avvizziscono. L’angelo di Dio, che ogni uomo ha al suo fianco, le raccoglie queste ghirlande quotidiane e le porta in Cielo. E là faranno da trono al novello beato quando entrerà come sposa nella casa nuziale.

206.6

Hanno le lampade accese. E per onorare lo Sposo e per guidarsi nella via. Come è fulgida la fede, e che dolce amica ella è! Fa una fiamma raggiante come una stella, una fiamma che ride perché è sicura nella sua certezza, una fiamma che rende luminoso anche lo strumento che la regge. Anche la carne dell’uomo nutrito di fede pare, fin da questa Terra, farsi più luminosa e spirituale, immune da precoce appassimento. Perché chi crede si regge sulle parole e sui comandi di Dio per giungere a possedere Dio, suo fine, e perciò fugge ogni corruzione, non ha turbamenti, paure, rimorsi, non è obbligato ad uno sforzo per ricordarsi le sue menzogne o per nascondere le sue male azioni, e si conserva bello e giovane della bella incorruzione del santo. Una carne e un sangue, una mente e un cuore puliti da ogni lussuria per contenere l’olio della fede, per dare luce senza fumo. Una costante volontà per nutrire sempre questa luce.

La vita di ogni giorno, con le sue delusioni, constatazioni, contatti, tentazioni, attriti, tende a sminuire la fede. No! Non deve avvenire. Andate giornalmente alle fonti dell’olio soave, dell’olio sapienziale, dell’olio di Dio. Lampada poco nutrita può essere spenta dal minimo vento, può essere spenta dalla pesante guazza della notte. La notte… L’ora delle tenebre, del peccato, della tentazione viene per tutti. È la notte per l’anima. Ma se questa ha se stessa colma di fede, non può la fiamma essere spenta dal vento del mondo, dal caligo delle sensualità.

Infine vigilanza, vigilanza, vigilanza. Chi imprudente si fida dicendo: “Oh! Dio verrà in tempo, mentre ho ancora luce in me”, chi si induce a dormire in luogo di vegliare, e dormire sprovvisto di quanto necessita per sorgere sollecito alla prima chiamata, chi si riduce all’ultimo momento per procurarsi l’olio della fede o il lucignolo robusto della buona volontà, incorre nel pericolo di rimanere fuori quando giunge lo Sposo. Vegliate dunque con prudenza, con costanza, con purezza, con fiducia per essere sempre pronti alla chiamata di Dio, perché in realtà non sapete quando Esso verrà.

206.7

Miei cari discepoli, Io non voglio indurvi a tremare di Dio, ma anzi ad avere fede nella sua bontà. Sia voi che restate, come voi che andate, pensate che, se farete ciò che fecero le vergini savie, sarete chiamati non solo a fare corteggio allo Sposo, ma, come per la fanciulla Ester, divenuta regina[2] al posto di Vasti, sarete scelti ed eletti a spose, avendo lo Sposo “trovato in voi ogni grazia e favore sopra ogni altro”. Io vi benedico, voi che andate. Portate in voi e ai compagni questa mia parola. La pace del Signore sia sempre con voi».

Annotazione

Se vi comporterete come vergini sagge, non solo sarete chiamate ad accompagnare lo Sposo, ma, come la giovane Ester, che divenne regina al posto di Vashti, sarete scelte ed elette come spose. Vashti - Vashti significa "amata" in persiano. Prima moglie di Assuero (= Serse, 486-465), re di Persia, che la ripudiò perché si rifiutò di partecipare a un banchetto (Ester 2, 1-18). Ester è citata anche in EMV 136,2 e EMV 414,1.

Vangelo di Matteo 25, 1-13

Mt 25, 1-13: "Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci giovani invitate a nozze, che presero le loro lampade e andarono incontro allo sposo. Cinque di loro erano negligenti e cinque lungimiranti; le negligenti portarono le loro lampade senza olio, ma le lungimiranti presero fiaschette d'olio con le loro lampade. Poiché lo sposo tardava, tutte si assopirono e si addormentarono. Nel cuore della notte si udì un grido: "Ecco lo sposo! Andategli incontro". Allora tutte le fanciulle si svegliarono e cominciarono a preparare le loro lampade. Le più spensierate chiesero alle più lungimiranti: "Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si stanno spegnendo". Le ragazze previdenti risposero: "Non basterà mai né per noi né per voi; andate invece dai mercanti e compratene un po' per voi". Mentre andavano a comprarne, arrivò lo sposo. Quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze e la porta fu chiusa. Più tardi, entrarono le altre ragazze e dissero: "Signore, Signore, aprici!". Egli rispose loro: "Amen, vi dico che non vi conosco".

Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.

Libro di Ester 2, 1-18

Ester 2, 1-18: Dopo queste cose, quando l'ira del re Assuero si fu placata, egli si ricordò di Vashti, di ciò che aveva fatto e della decisione che era stata presa su di lei. Allora i servi del re, che erano in servizio presso di lui, dissero: "Si cerchino fanciulle per il re, vergini e di bell'aspetto; il re incarichi i funzionari di tutte le province del suo regno di radunare tutte le fanciulle, vergini e di bell'aspetto, a Shushan, la capitale, nella casa delle donne, sotto la supervisione di Egeo, eunuco del re e guardiano delle donne, che provvederà alla loro cura; e la fanciulla che piacerà al re diventi regina al posto di Vashti". " Il re acconsentì e così fece.

A Shushan, la capitale, c'era un ebreo di nome Mardocheo, figlio di Iair, figlio di Semei, figlio di Cis, della stirpe di Beniamino, che era stato portato via da Gerusalemme tra i prigionieri deportati con Jeconia, re di Giuda, da Nabucodonosor, re di Babilonia. Egli allevò Edissa, cioè Ester, figlia di suo zio, perché non aveva né padre né madre. Era una bella ragazza dal viso grazioso; quando il padre e la madre morirono, Mardocheo la adottò come figlia.

Quando l'ordine del re e il suo editto furono pubblicati e un gran numero di ragazze furono radunate a Shushan, la capitale, sotto la supervisione di Egeo, anche Ester fu presa e portata nella casa del re, sotto la supervisione di Egeo, il guardiano delle donne. La ragazza gli piacque e conquistò il suo favore; egli si affrettò a fornirle le cose necessarie per la sua toilette e il suo sostentamento, a darle sette giovani ragazze scelte dalla casa del re e a farle trascorrere del tempo con loro nel miglior appartamento della casa delle donne. Ester non menzionò il suo popolo o la sua nascita, perché Mardocheo le aveva proibito di parlarne. Ogni giorno Mardocheo girava per il cortile della casa delle donne per vedere come stava Ester e come veniva trattata.

Quando giunse il momento in cui ogni ragazza si recò dal re Assuero, dopo aver trascorso dodici mesi a fare ciò che era prescritto per le donne - e questo era il periodo della loro purificazione: per sei mesi si purificavano con l'olio di mirra e per sei mesi con le spezie e i profumi usati dalle donne - e la ragazza si recò dal re, le fu permesso di portare con sé ciò che voleva, di andare dalla casa delle donne alla casa del re. Vi si recava la sera e il mattino seguente si recava nella seconda casa delle donne, sotto la supervisione di Susagaz, l'eunuco del re e guardiano delle concubine. Non tornava dal re se non quando il re la voleva e la chiamava per nome.

Quando fu il suo turno di andare dal re, Ester, figlia di Abihail, lo zio di Mardocheo che l'aveva adottata come figlia, non chiese nulla di più di quello che le aveva assegnato l'eunuco del re e guardiano delle donne, Ageo; ma Ester era gradita a tutti coloro che la vedevano. Ester fu portata nella casa reale del re Assuero nel decimo mese, il mese di Tebeth, nel settimo anno del suo regno. Il re amava Ester più di ogni altra donna, ed ella conquistò il suo favore e la sua simpatia più di ogni altra giovane ragazza. Le mise in testa la corona reale e la nominò regina al posto di Vashti. Il re diede un grande banchetto a tutti i suoi principi e servitori, il banchetto di Ester; diede riposo alle province e fece lauti guadagni.

EMR 206.4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Il Regno dei Cieli è la casa degli sponsali compiuti fra Dio e le anime. Alle nozze celesti sono chiamati tutti i fedeli, perché Dio ama tutti i suoi figli. Chi prima, chi poi, si trova al momento degli sponsali, e l’esservi arrivati è gran sorte.

EMR 206.5 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Occorre con l’umiltà tenere sempre netta la veste. Tanto facile è offuscare la purezza del cuore. E chi non è mondo di cuore non può vedere Dio. L’umiltà è come acqua che lava. L’umile si accorge subito, perché ha occhio non offuscato da fumi di orgoglio, di essersi offuscata la veste e corre dal suo Signore e dice: “Ho levato la nettezza a questo mio cuore. Io piango per mondarmi, ai tuoi piedi piango. E tu, mio Sole, imbianca dei tuoi benigni perdoni, dei tuoi paterni amori, la veste mia!”.

Dettaglio

Gesù racconta la parabola delle dieci vergini e sottolinea che hanno vestiti puliti.

EMR 206.5 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

L’umiltà! Io ho detto: “Quando pregate o fate penitenza, fate che il mondo non se ne avveda”. Nei libri sapienziali è detto: “Non è bene svelare il segreto del Re”. L’umiltà è il velo candido messo a difesa sul bene che si fa e sul bene che Dio ci concede. Non gloria per l’amore di privilegio che Dio concede, non stolta gloria umana. Il dono verrebbe subito ritolto. Ma interno canto del cuore al suo Dio: “L’anima mia ti magnifica, o Signore… perché Tu hai rivolto il tuo sguardo alla bassezza della tua serva”.

EMR 206.14 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Alzatevi e andiamo al riposo. Io vi benedico, o cittadini di Betania, tutti. Io vi benedico e vi do la mia pace. E benedico te in particolare, Lazzaro, amico mio, e te, Marta. Benedico i miei discepoli antichi e nuovi che mando per il mondo a chiamare, a chiamare alle nozze del Re. Inginocchiatevi ché Io vi benedica tutti. Pietro, di’ l’orazione che vi ho insegnata, e dilla stando qui al mio fianco, in piedi, perché così va detta da chi a ciò è destinato da Dio».

L’assemblea si inginocchia tutta sul fieno, rimanendo in piedi solo Gesù nel suo abito di lino, alto e bellissimo, e Pietro nella sua veste marrone scuro, acceso di emozione, quasi tremante, che prega, con la sua voce non bella ma virile, andando adagio, per paura di sbagliare: «Padre nostro…».

Si sente qualche singhiozzo… di uomo, di donna… Marjziam, inginocchiato proprio davanti a Maria che gli tiene le manine congiunte, guarda con un sorriso d’angelo Gesù e dice piano: «Guarda, Madre, come è bello! E come è bello anche il padre mio! Sembra d’essere in Cielo… Ci sarà la mia mamma, qui, a vedere?».

E Maria, in un sussurro che finisce in un bacio, risponde:

«Sì, caro. Ella è qui. E impara la preghiera».

«E io? L’imparerò?».

«Ella la sussurrerà all’anima tua mentre tu dormi, ed io te la ripeterò di giorno».

Il bambino piega indietro la testolina bruna, sul petto di Maria, e sta così mentre Gesù benedice con la sempre solenne benedizione mosaica.

Dettaglio

Gesù ha appena raccontato una parabola. Davanti a una piccola congregazione, è Pietro che deve recitare il Padre Nostro. Questo è ciò che vuole Gesù.

EMR 207.1-9 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Simone di Giona si fa avanti, raggiungendo il gruppo di Gesù, e chiede: «Si va di qui a Betlemme? Giovanni dice che l’altra volta avete fatto un’altra strada».

«È vero», risponde Gesù. «Ma perché venivamo da Gerusalemme. Di qui è più breve. Al sepolcro di Rachele, che le donne vogliono vedere, ci separeremo come avete deciso tempo fa. Ci riuniremo poi a Betsur, dove mia Madre desidera sostare».

«Già, l’abbiamo detto… Ma sarebbe così bello che ci fossimo tutti… la Madre in specie… perché, infine, la regina di Betlemme e della grotta è Lei, e Lei sa proprio bene tutto… Sentito da Lei… sarebbe diverso, ecco».

Gesù sorride guardando Simone che insinua dolcemente il suo desiderio.

«Che grotta, padre?», chiede Marziam.

«La grotta dove è nato Gesù».

«Oh! bello! ci vengo anche io!…».

«Sarebbe bello davvero!», dicono Maria d’Alfeo e Salome.

«Molto bello!… Sarebbe tornare indietro… a quando il mondo ti ignorava, è vero, ma non ti odiava ancora… Sarebbe ritrovare l’amore dei semplici, che non seppero che credere e amare con umiltà e fede… Sarebbe deporre questo peso di amarezza che mi grava sul cuore da quando ti so così odiato, deporlo là nella tua greppia… Ci deve essere rimasta ancora la dolcezza del tuo sguardo, del tuo respiro, del tuo incerto sorriso, là… e mi carezzerebbero il cuore… È così amareggiato!…». Maria parla piano, con desiderio e con mestizia.

«Allora vi andremo, Mamma. Conducici tu. Oggi sei tu la Maestra e Io il Bambino che impara».

«Oh! Figlio! No! Tu sei sempre il Maestro…».

«No, Mamma. Simone di Giona ha detto bene. Nella terra di Betlemme sei tu la Regina. È il tuo primo castello. Maria, della stirpe di Davide, guida questo piccolo popolo nelle tue dimore».

L’Iscariota fa per parlare, ma tace. Gesù, che vede l’atto e l’interpreta, dice: «Se qualcuno, per stanchezza o altro, non vuole venire, prosegua per Betsur liberamente». Ma nessuno parla.

207.2

Proseguono la strada per la fresca valle che va in direzione est-ovest. Poi piegano lievemente a nord per costeggiare un colle che sporge e raggiungono così la via, che da Gerusalemme conduce a Betlemme, proprio presso il cubo sormontato da una cupoletta tonda della tomba di Rachele. Tutti si accostano a pregare con riverenza.

«Qui abbiamo sostato io e Giuseppe… È tutto uguale come allora. Solo differisce la stagione. Allora era una fredda giornata di casleu. Aveva piovuto e le strade si erano fatte pantanose, poi era venuto vento gelido e forse nella notte era venuta brina. Le strade si erano indurite ma, tutte solcate dai carri e dalle folle, erano come un mare pieno di buche, e il mio asinello faticava molto…».

«E tu no, Madre mia?».

«Oh! io avevo Te!…», e lo guarda con un tal viso beato che commuove.

Poi riprende a parlare:

«Veniva la sera e Giuseppe era molto preoccupato… Si stava levando sempre più forte un vento tagliente… La gente si affrettava verso Betlemme, urtandosi l’una coll’altra, e molti insolentivano il mio asinello che andava così piano, cercando il posto dove mettere gli zoccoli… Pareva sapesse che c’eri Tu… e che facevi l’ultimo sonno nella cuna del mio seno. Faceva freddo… Ma io ero in un ardore. Ti sentivo venire… Venire? Potresti dire: “C’ero, Mamma, da nove mesi”. Sì. Ma ora era come Tu venissi dai Cieli. I Cieli si abbassavano, si abbassavano su me, ed io ne vedevo gli splendori… Vedevo ardere la Divinità nella sua gioia del prossimo tuo natale, e quei fuochi mi penetravano, mi incendiavano, mi astraevano… da tutto… Freddo… vento… folle… nulla! Io vedevo Dio… Ogni tanto, con sforzo, riuscivo a riportare il mio spirito sulla Terra e sorridevo a Giuseppe, che aveva paura del freddo e della fatica per me, e che guidava l’asinello per tema che inciampasse, e che mi ravvolgeva nella coperta per tema che mi raffreddassi… Ma nulla poteva accadere. Le scosse io non le sentivo. Mi pareva di procedere su un cammino di stelle, fra nuvole di candore, sorretta da angeli… E sorridevo… Prima a Te… Ti guardavo, attraverso le barriere della carne, dormire coi pugnelli stretti nel tuo lettino di rose vive, mio boccio di giglio… Poi sorridevo allo sposo così afflitto, così afflitto, per rincuorarlo… Poi alla gente, che non sapeva che già respirava nell’aura del Salvatore…

Sostammo presso la tomba di Rachele per fare riposare un momento l’asinello e per mangiare un poco di pane e ulive, le nostre provviste da poveri. Ma io non avevo fame. Non potevo avere fame… Ero nutrita dalla mia gioia…

207.3

Riprendemmo il cammino… Venite. Vi mostro dove incontrammo il pastore… Non abbiate tema che io sbagli. Io rivivo quell’ora e ritrovo ogni luogo perché vedo tutto attraverso ad una gran luce angelica. Forse lo stuolo angelico è di nuovo qui, invisibile ai corpi, ma visibile alle anime col suo luminoso candore, e tutto si svela, e tutto è indicato. Essi non possono sbagliare, e mi conducono… per gioia mia, e per gioia vostra. Ecco, da quel campo a questo venne Elia con le sue pecore, e Giuseppe gli chiese del latte per me. E lì, in quel prato, sostammo mentre lui mungeva il latte caldo e ristoratore, e dava i suoi consigli a Giuseppe. Venite, venite… Ecco, ecco il sentiero dell’ultima valletta prima di Betlemme. Abbiamo preso questo perché la strada principale, nella imminenza della città, era un arruffio di persone e di cavalcature…

207.4

Ecco Betlemme! Oh! cara! Cara terra dei miei padri che mi hai dato il primo bacio di mio Figlio! Ti sei aperta, buona e fragrante come il pane di cui hai il nome[1], per dare il Pane vero al mondo morente di fame! Mi hai abbracciata, tu in cui è rimasto il materno amore di Rachele, come una madre, terra santa della davidica Betlemme, primo tempio al Salvatore, alla Stella del mattino nata da Giacobbe per segnare la rotta dei Cieli a tutta l’Umanità! Guardatela come è bella in questa primavera! Ma anche allora, benché i campi ed i vigneti fossero spogli, era bella! Un velo leggero di brina tornava a splendere sui rami nudi, ed essi divenivano spolverati di diamanti, come fossero avvolti in un impalpabile velo paradisiaco. Ogni casa fumava nel suo camino per l’imminente cena, e il fumo, salendo di scaglione in scaglione fino a questo ciglio, mostrava la città essa pure velata… Tutto era casto, raccolto, in attesa… di Te, di Te, Figlio! La Terra ti sentiva venire… E ti avrebbero sentito anche i betlemmiti, perché cattivi non sono, anche se voi non lo credete. Non potevano ospitarci… Nelle case oneste e buone di Betlemme si pigiavano, arroganti come sempre, sordi e superbi, quelli che anche ora lo sono, ed essi non potevano sentire Te… Quanti farisei, sadducei, erodiani, scribi, esseniti c’erano mai! Oh! il loro essere ottusi ora viene ancora dall’essere stati duri di cuore allora. Hanno chiuso il cuore all’amore verso la loro povera sorella quella sera… e sono rimasti, e restano nelle tenebre. Hanno respinto Dio fin d’allora, respingendo da loro l’amore del prossimo.

207.5

Venite. Andiamo alla grotta. In città è inutile entrare. I più grandi amici del mio Bambino non ci sono più. Resta la natura amica, nelle sue pietre, nel suo rio, nelle sue legna per fare fuoco. La natura che ha sentito venire il suo Signore… Ecco, venite sicuri. Si gira di qui… Ecco là le macerie della torre di Davide. Oh! cara a me più di una reggia! Benedette rovine! Benedetto rio! Benedetta pianta che come per miracolo ti spogliasti, col vento, di tanti rami perché noi trovassimo legna e potessimo far fuoco!».

Maria scende svelta verso la grotta, valica il piccolo rio su una tavola che fa da ponte, corre sullo spiazzo che è davanti alle macerie e cade in ginocchio sulla soglia della grotta, si curva e ne bacia il suolo. La seguono tutti gli altri. Sono commossi… Il bambino, che non la lascia un istante, sembra che ascolti una meravigliosa storia, e i suoi occhietti neri bevono parole e gesti di Maria non perdendone uno solo.

Maria si rialza ed entra dicendo:

«Tutto, tutto come allora!… Ma allora era notte… Giuseppe fece lume al mio entrare. Allora, solo allora, smontando dall’asinello, sentii quanto ero stanca e gelata… Un bue ci salutò, andai ad esso, per sentire un poco di calore, per appoggiarmi al fieno… Giuseppe qui, dove io sono, stese il fieno a farmi letto e lo asciugò per me come per Te, Figlio, alla fiammata accesa in quell’angolo… perché era buono come un padre nel suo amore di sposo-angelo… E tenendoci per mano, come due fratelli spersi nel buio della notte, mangiammo il nostro pane e cacio, e poi egli andò là, ad alimentare il fuoco, levandosi il mantello per fare ostacolo all’apertura… In realtà calò il velo davanti alla gloria di Dio che scendeva dai Cieli, Tu, mio Gesù… ed io stetti sul fieno, al tepore dei due animali, ravvolta nel mio mantello e con la coperta di lana… Caro sposo mio!… In quell’ora trepida in cui ero sola davanti al mistero della prima maternità, sempre colma di ignoto per una donna, e per me, nella mia unica maternità, colma anche del mistero di che sarebbe stato vedere il Figlio di Dio emergere da carne mortale, egli, Giuseppe, mi fu come una madre, un angelo fu… il mio conforto… allora, sempre…

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E poi il silenzio e il sonno che caddero ad avviluppare il Giusto… perché non vedesse ciò che era per me il quotidiano bacio di Dio… E per me, dopo l’intermezzo delle umane necessità, ecco le onde smisurate dell’estasi, venienti dal mare paradisiaco, e che mi sollevavano di nuovo sulle creste luminose sempre più alte, portandomi su, su, con loro, in un oceano di luce, di luce, di gioia, di pace, di amore, fino a trovarmi persa nel mare di Dio, del seno di Dio… Una voce dalla Terra, ancora: “Dormi, Maria?”. Oh! così lontana!… Un’eco, un ricordo della Terra!… E così debole che l’anima non si scuote, e non so con che rispondo, mentre salgo, salgo ancora in questo abisso di fuoco, di beatitudine infinita, di preconoscimento di Dio… fino a Lui, a Lui… Oh! ma sei Tu che mi sei nato, o sono io che sono nata dai trini Fulgori, quella notte? Sono io che ho dato Te, o Tu mi hai aspirata per darmi? Non so… E poi la discesa, di coro in coro, di astro in astro, di strato in strato, dolce, lenta, beata, placida come quella di un fiore portato in alto da un’aquila e poi lasciato andare, e che scende lentamente, sull’ali dell’aria, fatto più bello per una gemma di pioggia, per un briciolo di arcobaleno rapito al cielo, e si ritrova sulla zolla natia… Il mio diadema: Tu! Tu sul mio cuore…

Seduta qui, dopo averti adorato in ginocchio, ti ho amato. Finalmente ti ho potuto amare senza barriere di carne, e da qui mi sono mossa per portarti all’amore di quello che come me era degno d’amarti fra i primi. E qui, fra queste due rustiche colonne, ti ho offerto al Padre. E qui Tu hai riposato per la prima volta sul cuore di Giuseppe… E poi ti ho fasciato e insieme ti abbiamo deposto qui… Io ti cullavo mentre Giuseppe asciugava il fieno alla fiamma e lo teneva caldo poi mettendolo sul suo petto, e poi lì, ad adorarti tutti e due, così, così, curvi su Te come io ora, a bere il tuo respiro, a vedere a che annichilimento può condurre l’amore, a piangere le lacrime che si piangono certo in Cielo per la gioia inesausta di vedere Dio».

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Maria, che è andata e venuta nella sua rievocazione, accennando i posti, affannata d’amore, con un bagliore di pianto nell’occhio azzurro e un sorriso di gioia sulla bocca, si curva realmente sul suo Gesù, che si è seduto su un grosso sasso mentre Lei rievoca, e lo bacia fra i capelli, piangendo, adorando come allora… «E poi i pastori… essi dentro, qui, ad adorare col loro animo buono e col gran sospiro della Terra che entrava con loro, nel loro odore di umanità, di greggi, di fieni; e fuori, e ovunque, gli angeli, ad adorarti col loro amore, i loro canti non ripetibili da creatura umana, e con l’amore dei Cieli, con l’aere dei Cieli che entrava con essi, che portavano essi, fra i loro fulgori… La tua nascita, benedetto!…».

Maria si è inginocchiata a fianco del Figlio e piange di emozione col capo piegato sui ginocchi di Lui. Nessuno osa parlare per qualche tempo. Più o meno emozionati i presenti si guardano intorno, come se fra le ragnatele e le pietre scabre sperassero vedere dipinta la scena descritta… Maria si riprende e dice: «Ecco, io ho detto la infinitamente semplice e infinitamente grande nascita del Figlio mio. Con il mio cuore di donna, non con sapienza di maestro. Altro non c’è, perché fu la cosa più grande della Terra, nascosta sotto le apparenze più comuni».

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«Ma il giorno dopo? E poi ancora?», chiedono in molti, fra cui le due Marie.

«Il giorno dopo? Oh! molto semplice! Fui la madre che dà il latte al suo bambino e che lo lava e fascia come tutte le madri fanno. Scaldavo l’acqua presa al rio sul fuoco acceso lì fuori, perché il fumo non facesse piangere due occhietti azzurri, e poi nell’angolo più riparato, in un vecchio mastello, lavavo la mia Creatura e la mettevo in panni freschi. E al rio andavo a lavare i pannolini e li stendevo al sole… e poi, gioia fra le gioie, mettevo Gesù alla mammella, e Lui succhiava divenendo più colorito, e felice… Il primo giorno, nell’ora più calda, andai a sedermi lì fuori per vederlo bene. Qui la luce filtra, non entra, e lume e fiamma davano bizzarri aspetti alle cose. Andai lì fuori, al sole… e guardai il Verbo incarnato. La Madre ha allora conosciuto il Figlio e la serva di Dio il suo Signore. E fui donna e adoratrice… Poi la casa di Anna… i giorni alla tua cuna, i primi passi, la prima parola… Ma questo fu poi, a suo tempo… E nulla, nulla fu pari all’ora del tuo nascere… Solo al ritorno a Dio io ritroverò quella pienezza…».

«Ma però… partire così all’ultimo! Che imprudenza! Perché non attendere? Il decreto prevedeva un termine prolungato per casi eccezionali quali nascite o malattie. Alfeo lo disse…», dice Maria d’Alfeo.

«Attendere? Oh! no! Quella sera, quando Giuseppe portò la notizia, io e Te, Figlio, balzammo di gioia. Era la chiamata… perché qui, qui solo Tu dovevi nascere come i Profeti avevano detto; e quel decreto improvviso fu come un Cielo pietoso che annullasse a Giuseppe anche il ricordo del suo sospetto. Era quello che attendevo, per Te, per lui, per il mondo giudaico e per il mondo futuro, fino alla fine dei secoli. Era detto[2]. E come era detto, fu. Attendere! Può la sposa mettere attesa al suo sogno nuziale? Perché attendere?».

«Ma… per tutto quello che poteva accadere…», dice ancora Maria d’Alfeo.

«Non avevo alcun timore. Mi riposavo in Dio».

«Ma lo sapevi che tutto sarebbe andato così?».

«Nessuno me lo aveva detto, ed io non vi pensavo affatto, tanto che per rincuorare Giuseppe lasciai dubitare a lui e a voi che ancora vi fosse tempo alla nascita. Ma io sapevo, questo lo sapevo, che nella festa delle luci la Luce del mondo sarebbe nata».

«Tu piuttosto, madre, perché non hai accompagnato Maria?

E il padre perché non vi pensò? Dovevate bene venire voi pure qui! Non vi venimmo tutti?», chiede severo Giuda Taddeo.

«Tuo padre aveva deciso di venire dopo l’Encenie e lo disse al fratello. Ma Giuseppe non volle aspettare».

«Ma tu almeno…», ribatte ancora il Taddeo.

«Non la rimproverare, Giuda. Di comune accordo trovammo giusto calare un velo sul mistero di questa nascita».

«Ma Giuseppe sapeva che sarebbe avvenuta con quei segni?

Se tu non lo sapevi, poteva saperlo lui?».

«Non sapevamo nulla, fuorché che Egli doveva nascere».

«E allora?».

«E allora la Sapienza divina ci guidò così, come era giusto.

La nascita di Gesù, la sua presenza nel mondo, doveva apparire priva di tutto quanto fosse di stupendo e che avrebbe aizzato Satana… E voi vedete che l’astio attuale di Betlemme al Messia è una conseguenza della prima epifania del Cristo. Il livore demoniaco usò della rivelazione per fare spargere sangue, e per spargere, per il sangue sparso, odio.

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Sei contento, Simone di Giona, che non parli e quasi non respiri?».

«Tanto… tanto che mi pare di essere fuori del mondo, in un luogo ancor più santo che se fossi oltre il Velario del Tempio… Tanto che… che ora che ti ho vista in questo luogo e con la luce di allora, io tremo di averti trattata, con rispetto, sì, ma come una grande donna, sempre donna. Ora… ora io non oserò più dirti come prima: “Maria”. Prima eri per me la Mamma del mio Maestro. Ora, ora ti ho vista sulla cima di quelle onde celesti, Regina ti ho vista, e io, miserabile, faccio così, da quello schiavo che sono», e si butta a terra baciando i piedi di Maria.

Gesù parla, ora: «Simone, alzati. Vieni qui, ben vicino a Me». Pietro va alla sinistra di Gesù, perché Maria è a destra.

«Che siamo ora noi?», chiede Gesù.

«Noi? Ma siamo Gesù, Maria e Simone».

«Va bene. Ma quanti siamo?».

«Tre, Maestro».

«Una trinità, allora. Un giorno[3] in Cielo, nella divina Trinità * venne un pensiero: “Ora è tempo che il Verbo vada sulla Terra”, e in un palpito d’amore il Verbo venne sulla Terra. Si separò perciò dal Padre e dallo Spirito santo. Venne ad operare sulla Terra. In Cielo i Due rimasti contemplarono le opere del Verbo, rimanendo più uniti che mai per fondere Pensiero e Amore in aiuto della Parola operante sulla Terra. Verrà un giorno che dal Cielo verrà un ordine: “È tempo che Tu torni perché tutto è compiuto”, e allora il Verbo tornerà ai Cieli, così… (e Gesù si ritira un passo indietro lasciando Maria e Pietro dove erano) e dall’alto dei Cieli contemplerà le opere dei due rimasti sulla Terra, i quali, per movimento santo, si uniranno più che mai, per fondere potere e amore e farne mezzo per compiere il desiderio del Verbo: la redenzione del mondo attraverso il perpetuo insegnamento della sua Chiesa. E il Padre, il Figlio e lo Spirito santo faranno dei loro raggi una catena per stringere, stringere sempre più i due rimasti sulla Terra: mia Madre, l’amore; tu, il potere. Dovrai bene, perciò, trattare Maria da regina, sì, ma non da schiavo. Non ti pare?».

«Mi pare tutto quello che Tu vuoi. Sono annichilito! Io il potere? Oh! se devo essere il potere, allora sì che mi devo appoggiare a Lei! Oh! Madre del mio Signore, non mi abbandonare, mai, mai, mai…».

«Non avere paura. Ti terrò sempre per mano così, come facevo col mio Bambino finché non fu capace di andare da solo».

«E dopo?».

«E dopo ti sorreggerò con la preghiera. Su, Simone. Non dubitare mai del potere di Dio. Non ne dubitai io, e non Giuseppe. Neppure tu devi dubitare. Dio dà gli aiuti ora per ora, se rimaniamo umili e fedeli…