EMR 37.1-3
L’Evangelo come mi è stato rivelato
Citazione
37.1 Vedo apparire, dolce come un raggio di sole in una giornata piovosa, il mio Gesù, piccolo bambino di un cinque anni circa, tutto biondo e bello nella semplice vesticciuola celeste che gli scende sino a metà dei polpacci torniti.
Giuoca nell’orticello con della terra. Ne fa dei mucchietti e sopra vi pianta dei rametti come facesse dei boschi in miniatura, coi sassolini fa le stradicciole, e poi vorrebbe fare un piccolo lago ai piedi delle sue minuscole colline, e prende perciò un fondo di qualche vecchia stoviglia e lo interra sino all’orlo, poi lo empie di acqua con un orciolo che tuffa in una vasca, certo adibita a lavatoio o innaffiatoio del piccolo orto. Ma non ottiene altro che di bagnarsi la veste, specie nelle maniche. L’acqua sfugge dal piatto sbocconcellato e forse incrinato e… il lago si asciuga.
Giuseppe appare sulla porta e, zitto zitto, sta a guardare per qualche tempo il lavorio del Bambino e sorride. Infatti è spettacolo che fa sorridere di gioia. Poi, per impedire che Gesù si bagni di più, lo chiama. Gesù si volge sorridendo e, vedendo Giuseppe, corre a lui con le braccine tese. Giuseppe, con un lembo della sua corta veste di lavoratore, asciuga le piccole mani terrose e bagnate e le bacia. E un dolce dialogo avviene fra i due.
Gesù spiega il suo lavoro e il suo giuoco e le difficoltà incontrate nell’eseguirlo. Voleva fare un lago come quello di Genazareth. (Da questo suppongo che gliene avevano parlato o che ve lo avevano condotto). Voleva farlo in piccolo per il suo diletto. Qui era Tiberiade, lì Magdala, là Cafarnao. Questa era la strada che conduceva, passando per Cana, a Nazareth. Voleva varare delle piccole barche nel lago — queste foglie sono barche — e andare sull’altra sponda. Ma l’acqua sfugge…
Giuseppe osserva e si interessa come di cosa seria. Poi propone di fare lui, domani, un piccolo lago, non col piatto sbocconcellato, ma con una piccola vasca di legno, ben stuccata e impeciata, sulla quale Gesù avrebbe potuto varare delle vere barchettine di legno, che Giuseppe gli avrebbe insegnato a fare.
37.2 Proprio ora gli portava dei piccoli attrezzi di lavoro, adatti a Lui, perché potesse imparare, senza fatica, ad usarli.
«Così ti aiuterò!», dice Gesù con un sorriso.
«Così mi aiuterai e diventerai un bravo falegname. Vieni a vederli».
Ed entrano nel laboratorio. E Giuseppe mostra un piccolo martello, una piccola sega, dei minuscoli cacciavite, una pialla da bambola, deposti su un bancone da falegname in erba: un bancone adatto alla statura del piccolo Gesù.
«Vedi, per segare si mette questo legno appoggiato così. Si prende la sega così e, facendo attenzione di non andare contro le dita, si sega. Prova…».
E la lezione comincia. E Gesù, divenendo rosso nello sforzo e stringendo le labbra, con attenzione sega e poi liscia la piccola asse con la pialla e, anche se è alquanto storta, gli pare bella, e Giuseppe lo loda e gli insegna a lavorare con pazienza e amore.
37.3 Torna Maria, che certo era fuori di casa, e si affaccia all’uscio e guarda. I due non la vedono, perché hanno le spalle voltate. La Mamma sorride nel vedere lo zelo con cui Gesù lavora di pialla e l’affetto con cui Giuseppe lo ammaestra.
Ma Gesù deve sentire quel sorriso. Si volge, vede la Mamma e corre a Lei colla sua assicciuola semipiallata e gliela mostra. Maria ammira e si curva a baciare Gesù. Gli ravvia i riccioli scomposti, gli asciuga il sudore sul viso accaldato, ascolta con affetto Gesù che le promette di farle uno sgabelletto per stare più comoda quando lavora.
Giuseppe, ritto presso al minuscolo banco, con la mano sul fianco, guarda e sorride.
Ho assistito alla prima lezione di lavoro del mio Gesù. E tutta la pace di questa Famiglia santa è in me.