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Note del tema

Le virtù e le caratteristiche divine di Gesù Cristo

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Comfort di lettura

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EMR 207.11 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

In verità Io sono una carne e in verità Maria è la Madre del Verbo incarnato. Se l’ora della nascita non fu che un’estasi, è perché Ella è la nuova Eva senza peso di colpa e senza eredità di castigo. Ma non ci fu avvilimento in Me a riposare in Lei.

Dettaglio

Gesù disse:

EMR 207.11 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

In verità Io sono Uno col Padre in eterno, e Io sono unito a Dio come Carne, perché in verità si può che l’Amore abbia raggiunto l’irraggiungibile nella sua Perfezione rivestendosi di Carne per salvare la carne. A tutti questi errori risponde la mia intera vita, che dà sangue dalla nascita alla morte, e che si è assoggettata a tutto quanto è comune all’uomo, fuorché al peccato. Nato, sì, da Lei. E per vostro bene. Voi non sapete quanto si tempera la Giustizia da quando ha la Donna a sua collaboratrice.

Dettaglio

Alcuni sosterranno che Gesù non ha avuto una vera carne e non ha conosciuto né la sofferenza né la morte. Negheranno la sua incarnazione e la sua divinità. Gesù allora disse:

EMR 211.1 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Vendicatore degli oppressi! Infatti lo sono. Ma soprannaturalmente. Nessuno vede giusto di quelli che mi vedono con lo scettro e la scure in mano, come re e giustiziere secondo lo spirito della Terra. Ma certo che Io sono venuto a liberare dalle oppressioni. Del peccato, la più grave, delle malattie, delle desolazioni; dalle ignoranze e dall’egoismo. Molti impareranno che non è giusto opprimere perché la sorte ha messo in alto. Ma che invece si deve usare questo alto per sollevare chi è in basso».

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Giuda dichiara che Gesù è visto come un vendicatore degli oppressi di Ebron, e Cristo risponde.

EMR 211.3 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Se non volete essere anatema al Signore e a me suo servo, amate il Messia. E non abbiate dubbi. La sua testimonianza è questa: spirito di pace, amore perfetto, sapienza superiore a qualsiasi altra, dottrina celeste, mitezza assoluta, potenza su ogni cosa, umiltà totale, castità angelica. Non vi potete sbagliare. Quando respirerete pace presso un uomo che si dice Messia, quando beverete amore, l’amore che da Lui emana, quando passerete dalle vostre tenebre nella Luce, quando vedrete redimersi i peccatori e sanarsi le carni, allora dite: ‘Questo è veramente l’Agnello di Dio!’”

Dettaglio

Giovanni Battista parla alla gente di Ebron e dice loro di amare il Messia.

EMR 211.4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Portatemi i vostri malati e poi radunatevi in questo giardino abbandonato e profanato dal peccato dopo che fu fatto tempio per la Grazia che vi abitò».

Gli ebroniti partono in tutte le direzioni come rondini e resta il sinagogo, che entra con Gesù e i discepoli oltre la cinta del giardino, andando all’ombra di un pergolato intricato di rose e di viti, cresciute a loro beneplacito. Fanno presto a ritornare gli ebroniti. E con loro è un paralitico in barella, una giovane cieca, un mutolino e due malati di non so che, che vengono accompagnati sorreggendoli.

«La pace a te», saluta Gesù ad ogni malato che viene. E poi la dolce domanda: «Che volete che vi faccia?». E il coro dei lamenti di questi infelici, in cui ognuno vuole dire la storia propria.

Gesù, che era seduto, si alza e va dal mutolino, a cui bagna le labbra con la sua saliva e dice la grande parola: «Apriti». E così la dice bagnando le palpebre senza taglio della cieca con il dito bagnato di saliva. E poi dà la mano al paralitico e gli dice:

«Sorgi!»; infine impone le mani ai due malati dicendo: «Guarite, nel nome del Signore!».

E il mutolino, che prima mugolava, dice nettamente: «Mamma!», mentre la giovane sbatte le dissigillate palpebre alla luce e fa solecchio delle dita allo sconosciuto sole, e piange e ride, e guarda ancora, stringendo gli occhi perché è non abituata alla luce, le fronde, la terra, le persone, specie Gesù. Il paralitico scende sicuro dalla barella, e i suoi pietosi portatori sollevano la stessa vuota per fare capire ai lontani che la grazia è fatta, mentre i due malati piangono di gioia e si inginocchiano a venerare il Salvatore loro. La folla è in un urlio frenetico di osanna.

Tommaso, che è vicino a Giuda, lo guarda così intensamente e con una così chiara espressione che quello gli risponde: «Ero stolto, perdona».

Annotazione

Tommaso, che si trova accanto a Giuda, lo guarda così intensamente e con un'espressione così chiara che Giuda risponde: "Sono stato uno sciocco, perdonami". Questo segue una discussione tra Tommaso e Giuda, in cui l'Iscariota accusa Gesù di non fare più miracoli. Cfr. EMV 210.

EMR 211.9 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Gesù ha finito in un silenzio attonito. Sembra che molti soppesino le parole udite, le saggino, le gustino, le confrontino.

Mentre questo avviene, e Gesù stanco e accaldato si siede, parlando con Giovanni e Giuda, ecco un clamore oltre la cinta del giardino. Grida confuse e poi più chiare: «C’è il Messia?

C’è?», e avutane conferma ecco portare avanti uno storpio che sembra un S tanto è contorto.

«Oh! è Masala!».

«Ma troppo storpio è! Che spera?».

«Ecco sua madre! L’infelice!».

«Maestro, il marito la respinse per quell’aborto d’uomo che è il figlio, e lei vive qui di carità. Ma ormai è vecchia, e poco più vivrà…».

L’aborto d’uomo, è detto bene, è ora davanti a Gesù. Non può nemmeno vederlo in viso tanto è curvo e contorto. Sembra una caricatura di uomo-scimpanzè, o di un cammello umanizzato.

La madre, vecchia e misera, non parla neppure, geme solo:

«Signore, Signore… io credo…».

Gesù mette le sue mani sulle spalle sbilenche dell’uomo che gli giunge appena alla vita, alza il volto al Cielo e tuona: «Alzati e cammina nelle vie del Signore», e l’uomo ha una scossa e poi scatta ritto come il più perfetto uomo. Così subitanea la mossa che pare che si siano spezzate delle molle che lo trattenevano in quella anomala positura. Ora arriva alle spalle di Gesù, lo guarda e poi piomba in ginocchio, con la madre, baciando i piedi del suo Salvatore.

Quello che succede fra la folla non si dice… E nonostante ogni volontà contraria, Gesù è costretto a sostare in Ebron, perché la gente è pronta a fare barriera alle uscite per impedirgli l’andare.

Entra così nella casa del vecchio sinagogo, così mutato dallo scorso anno…

EMR 212.1-2 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Tutta Jutta è corsa incontro a Gesù con i fiori selvaggi delle sue pendici e con le primizie delle sue colture, oltre che col sorriso dei suoi bambini e le benedizioni dei suoi cittadini. E prima ancora che Gesù possa mettere piede nel paese, è circondato da questi buoni che, avvisati da Giuda di Keriot e da Giovanni mandati avanti, sono corsi con quanto hanno trovato di meglio per fare onore al Salvatore, e soprattutto col loro amore.

Gesù non fa che benedire col gesto e con la parola questa gente adulta o fanciulla, che gli si stringe addosso baciandogli la veste e le mani e che gli pone sulle braccia i poppanti perché Egli li benedica con un bacio. La prima a farlo è Sara, che gli mette sul cuore quello splendido puttino di dieci mesi che è ormai Jesai.

L’amore ostacola l’andare tanto è irruente, eppure è come un’onda che solleva. Io credo che Gesù proceda più portato da quest’onda che dai propri piedi, e certo il suo Cuore è portato ben in alto, nel sereno, dalla gioia che gli dà questo amore. Ha il volto rifulgente dei momenti di più viva gioia d’Uomo-Dio. Non il potente volto dallo sguardo magnetico delle ore di miracolo, né il volto maestoso di quando manifesta la sua unione continua col Padre, e neppure quello severo di quando reprime una colpa. Tutti rifulgenti di diverse luci, ma questa d’ora è la luce delle ore di distensione di tutto il suo io, assalito da tante parti, costretto a sorvegliare sempre ogni minimo gesto o parola sua o di altri, avvolto in tutti i tranelli del mondo che, come una malefica ragnatela, gettano i loro fili satanici intorno alla divina Farfalla dell’Uomo-Dio, sperando paralizzarne il volo e imprigionarne lo spirito perché non salvi il mondo; imbavagliarne la parola perché non ammaestri le supreme e colpevoli ignoranze della Terra; legarne le mani perché non santifichino, le sue mani di Sacerdote eterno, gli uomini che demonio e carne hanno depravati; velarne gli occhi perché la perfezione del suo sguardo, che è calamita, che è perdono, che è amore, che è fascino che vince ogni resistenza che non sia una resistenza di perfetto satana, non attirino a Sé i cuori.

212.2

Oh! non ancora e sempre così verso il Cristo per opera dei nemici del Cristo? Ancora Scienza ed Eresia, ancora Odio e Invidia, ancora i nemici dell’Umanità, sgorgati dalla stessa Umanità come rami attossicati da una pianta buona, non fanno tutto questo perché l’Umanità muoia, essi che la odiano più ancora di quanto odino il Cristo, perché la odiano attivamente privandola della sua gioia collo scristianizzarla, mentre a Gesù non possono levare nulla, essendo Egli Dio e loro polvere? Sì, lo fanno.

Ma il Cristo si rifugia nei cuori fedeli e da lì guarda, da lì parla, da lì benedice l’Umanità e poi… e poi si dà a questi cuori ed essi… ed essi toccano il Cielo con la sua beatitudine, pur rimanendo qui, ma ardendo, fino ad averne delizioso tormento di tutto quanto è l’essere (...).

Dettaglio

Maria inizia descrivendo la sua visione, poi passa a descrivere Gesù in modo più dettagliato e continua con una riflessione personale.

EMR 213.2-3 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Io non avrò (...) parole di pubblico ammaestramento, ma vi darò una cosa privilegiata. Una profezia. Vi prego di ricordarvela per i tempi futuri, quando l’evento più orrendo dell’Umanità avrà offuscato il sole e, nelle tenebre, potranno i cuori essere tratti in giudizi d’errore. Non voglio che voi siate indotti in errore, voi che dal primo momento foste buoni con Me. Non voglio che il mondo possa dire: “Keriot fu nemica del Cristo”. Giusto Io sono. Non posso permettere che la critica, astiosa o innamorata di Me, possa, ognuna per il pungolo del suo sentimento, accusarvi di colpe verso di Me. Come non si può da numerosa famiglia pretendere una uguale santità nei figli, così non la si può pretendere per una popolosa città. Ma sarebbe forte anticarità dire per un figlio malvagio o per un cittadino non buono: “Tutta la famiglia o tutta la città è anatema”.

Udite dunque, ricordate poi, siate fedeli sempre, e come Io vi amo tanto da volervi difendere da una accusa ingiusta, così voi sappiate amare gli incolpevoli. Sempre. Quali che siano. Quale che sia la loro parentela coi colpevoli.

213.3

Ora udite. Verrà un tempo che in Israele vi saranno delatori del tesoro e della patria i quali, nella speranza di farsi amici gli stranieri, parleranno male del vero Sommo Sacerdote, accusandolo di alleanza coi nemici d’Israele e di atti malvagi verso i figli di Dio. E per giungere a questo saranno capaci di commettere delitti addossandone le responsabilità all’Innocente. E verrà il tempo, sempre in Israele, in cui, più ancora che ai tempi di Onia, un infame, tramando di essere lui il Pontefice, andrà dai potenti in Israele e li corromperà con l’oro, ancor più infame, di mendaci parole, e intanto sviserà la verità dei fatti, non parlerà contro le colpe, ma anzi, perseguendo i suoi indegni scopi, si volgerà a corrompere i costumi per avere più facile presa sugli animi privati dell’amicizia con Dio: tutto per giungere al suo scopo. E riuscirà. Oh! certo! Poiché, se nella stessa dimora sul monte Moria non sono i ginnasi dell’empio Giasone, in realtà essi sono nei cuori degli abitatori del monte che per franchigia sono disposti a vendere ciò che è ben più di un terreno, ma è la loro stessa coscienza. I frutti dell’antico errore si vedono ora, e chi ha occhi per vedere vede ciò che avviene là dove dovrebbe essere carità, purezza, giustizia, bontà, religione santa e profonda. Ma se sono frutti che già fanno tremare, i frutti nati dai semi di questi non solo saranno oggetto di tremore ma di maledizione divina.

Ed eccoci alla vera profezia. In verità vi dico che da colui che ha carpito il posto e la fiducia, mediante un giuoco lungo e astuto, sarà dato, per denaro, nelle mani dei nemici il Sommo Sacerdote, il vero Sacerdote. Tratto in inganno con proteste d’affetto, indicato ai carnefici con un atto d’amore, Egli sarà ucciso senza riguardo alla giustizia.

Quali accuse saranno fatte al Cristo, poiché di Me Io parlo, per giustificare il diritto di ucciderlo? Quale sorte sarà serbata a coloro che questo faranno? Una sorte immediata di orrenda giustizia. Una sorte non individuale ma collettiva per i complici del traditore. Una sorte più lontana e ancor più orrenda di quella dell’uomo che il rimorso porterà a coronare il suo animo di demonio dell’ultimo delitto contro se stesso. Perché quello in un attimo avrà fine. Quest’ultimo castigo sarà lungo, tremendo. Trovatelo nelle frasi: “e acceso di sdegno ordinò che Andronico fosse spogliato della porpora e ucciso nel luogo dove aveva commesso empietà contro Onia”. Sì, la razza sacerdotale sarà colpita nei figli oltreché negli esecutori. E il destino della massa complice leggetelo in queste[2]: “La voce di questo sangue grida a Me dalla Terra. Or dunque tu sarai maledetto…”. E sarà detta da Dio a tutto un popolo che non avrà saputo tutelare il dono del Cielo. Perché, se è vero che Io sono venuto per redimere, guai a coloro che saranno assassini e non redenti, fra questo popolo che ha per prima redenzione la mia Parola.

Ho detto. Ricordatevelo. E quando sentirete dire che Io sono un malfattore, dite: “No. Egli lo ha detto. Questo è il segnato che si compie ed Egli è la Vittima uccisa per i peccati del mondo”»…

Dettaglio

Gesù fa una profezia a Kerioth, da cui proviene Giuda. Egli sa che Giuda lo tradirà, ma non vuole che la sua città sia vittima di un'accusa ingiusta, così dà loro una profezia.

Annotazione

Secondo libro dei Maccabei, 4

2 M 4 : Simone, questo informatore dell'erario e del suo paese, parlava male di Onia: era lui, diceva, che aveva sobillato Eliodoro e che era l'autore di tutto il male. Il benefattore della città, il difensore dei suoi concittadini e il fedele osservante delle leggi, osava farlo passare per un avversario dello Stato. L'odio si spinse a tal punto che uno dei sostenitori di Simone commise un omicidio. Allora Onia, considerando il pericolo di queste divisioni e gli sfoghi di Apollonio, governatore militare della Coele-Siria e della Fenicia, che incoraggiava la malvagità di Simone, si recò dal re, non per accusare i suoi concittadini, ma in vista degli interessi generali e particolari di tutto il suo popolo. Infatti, vedeva che senza l'intervento del re sarebbe stato impossibile pacificare la situazione e che Simone non avrebbe rinunciato alle sue imprese criminali.

Ma dopo la morte di Seleuco, gli successe Antioco, soprannominato Epifane, e Giasone, fratello di Onia, si mise in testa di usurpare il pontificato. In un incontro con il re, gli promise trecentosessanta talenti d'argento e ottanta talenti presi da altre entrate. Promise inoltre di impegnarsi per iscritto a versare altri centocinquanta talenti se gli fosse stato permesso di fondare, di sua autorità e secondo i suoi desideri, un ginnasio con un efebo e di registrare gli abitanti di Gerusalemme come cittadini di Antiochia. Il re acconsentì a tutto. Non appena Giasone ottenne il potere, si accinse a introdurre le usanze greche tra i suoi concittadini. Abolì le franchigie che i re, per umanità, avevano concesso ai Giudei grazie all'impresa di Giovanni, padre di Eupolemo, che era stato inviato in ambasceria per concludere un trattato di alleanza e amicizia con i Romani, e, distruggendo le istituzioni legittime, stabilì usanze contrarie alla legge. Si compiaceva di fondare un ginnasio ai piedi dell'Acropoli e allevava i bambini più nobili mettendoli sotto il suo cappello. L'ellenismo crebbe a tal punto e ci fu una tale inclinazione verso costumi stranieri, come risultato dell'eccessiva perversione di Giasone, un uomo senza Dio e per nulla sommo sacerdote, che i sacerdoti non mostrarono più alcuno zelo per il servizio dell'altare e, disprezzando il tempio e trascurando i sacrifici, si affrettarono a partecipare, nel palaestra, agli esercizi proibiti dalla legge, non appena si udì il richiamo al lancio del disco. Non badando agli onori della patria, tenevano in grande considerazione le distinzioni dei Greci. Ne conseguirono gravi disgrazie e proprio nel popolo di cui imitavano lo stile di vita e a cui volevano assomigliare in tutto, trovarono nemici e oppressori. Infatti, non si violano impunemente le leggi divine; ma questo è ciò che dimostreranno gli eventi successivi.

Mentre a Tiro si celebravano i giochi quinquennali, ai quali il re assisteva, il criminale Giasone inviò da Gerusalemme degli spettatori, cittadini di Antiochia, che portavano trecento dracme d'argento per il sacrificio di Ercole; ma quelli che li portavano chiesero che il denaro fosse usato non per i sacrifici, che non erano appropriati, ma per coprire altre spese. Così le trecento dracme erano effettivamente destinate da chi le aveva inviate al sacrificio in onore di Ercole; ma furono utilizzate, secondo il desiderio di chi le portava, per la costruzione di triremi.

Apollonio, figlio di Menesteo, essendo stato inviato in Egitto in occasione dell'intronizzazione del re Tolomeo Filometore, Antioco venne a sapere che il re era mal disposto nei suoi confronti e, volendo mettersi al sicuro da lui, si recò a Giaffa e poi a Gerusalemme. Ricevuto magnificamente da Giasone e da tutta la città, fece il suo ingresso alla luce delle fiaccole e tra le acclamazioni; poi condusse il suo esercito in Fenicia allo stesso modo.

Trascorsi tre anni, Giasone inviò Menelao, il fratello di Simone di cui sopra, a portare il denaro al re e a pagare le tasse di registrazione per gli affari importanti. Menelao, però, si raccomandò al re, lo onorò sotto le spoglie di un uomo di alto rango e si fece assegnare il pontificato sovrano, offrendo trecento talenti d'argento in più rispetto a Giasone. Ricevute le lettere di investitura dal re, tornò a Gerusalemme senza nulla di degno del sacerdozio, ma con gli istinti di un tiranno crudele e la furia di una bestia selvaggia. Così Giasone, che aveva ingannato il proprio fratello, ingannato a sua volta da un altro, dovette fuggire nella terra degli Ammoniti. Quanto a Menelao, ottenne il potere; ma, non avendo rispettato la somma promessa al re, nonostante le lamentele di Sostrato, comandante dell'Acropoli, incaricato di riscuotere le tasse, entrambi furono convocati dal re.

Menelao lasciò il fratello Lisimaco al suo posto come sommo sacerdote e Sostrato lasciò Crato, governatore di Cipro, al suo posto. Nel frattempo, gli abitanti di Tarso e Mallas si ribellarono, perché queste due città erano state date in dono ad Antiochide, concubina del re. Il re partì quindi in fretta per sedare la rivolta, lasciando Andronico, uno dei grandi dignitari, come suo luogotenente. Menelao, ritenendo le circostanze favorevoli, prese alcuni vasi d'oro dal tempio e li consegnò ad Andronico, riuscendo a venderne altri a Tiro e alle città vicine.

Quando Onia seppe con certezza che Menelao aveva commesso questo nuovo crimine, glielo rimproverò, dopo essersi ritirato in un luogo di rifugio a Dafne, vicino ad Antiochia. Menelao, quindi, prese da parte Andronico e lo esortò a mettere a morte Onia. Andronico si recò dunque da Onia e, con l'inganno, giurò sulla sua mano destra; poi, benché sospettoso, lo convinse a uscire dal suo rifugio e lo mise subito a morte, senza alcun riguardo per la giustizia. Così non solo i Giudei, ma anche molte altre nazioni si indignarono e si addolorarono per l'ingiusta uccisione di quest'uomo.

Quando il re tornò dalla Cilicia, i Giudei di Antiochia, insieme ai Greci, anch'essi nemici della violenza, si rivolsero a lui per l'ingiusta uccisione di Onia. Antioco ne fu profondamente addolorato e, mosso da compassione per Onia, versò lacrime al ricordo della moderazione e della saggia condotta del defunto. Arroventato dall'ira, fece immediatamente spogliare Andronico della porpora, gli strappò le vesti e, dopo averlo condotto per tutta la città, degradò il furfante proprio nel luogo in cui aveva compiuto l'empio attentato a Onia; il Signore lo colpì così con un giusto castigo.

Quando Lisimaco, d'accordo con Menelao, commise un gran numero di furti sacrileghi in città e si sparse la voce, il popolo si sollevò contro Lisimaco, anche se molti vasi d'oro erano già stati dispersi. Quando Lisimaco vide che la folla era stata sobillata e gli animi accesi, armò circa tremila uomini e cominciò a commettere atti di violenza sotto il comando di un certo Tiranno, un uomo di età avanzata e non meno perverso. Ma quando seppero dell'attacco di Lisimaco, alcuni presero delle pietre, altri dei grossi bastoni, altri ancora raccolsero della cenere che si trovava in giro e li scagliarono tumultuosamente contro i sostenitori di Lisimaco. In questo modo ferirono molti dei suoi uomini, ne uccisero diversi, misero in fuga tutti gli altri e massacrarono lo stesso sacrilego vicino al tesoro del tempio.

Sulla base di questi fatti iniziò un'indagine contro Menelao. Quando il re giunse a Tiro, i tre uomini inviati dagli anziani spiegarono la giustizia del loro caso. Ritenendosi convinto, Menelao promise a Tolomeo, figlio di Dorymene, una grande somma di denaro perché il re lo favorisse. Tolomeo allora portò il re sotto il peristilio, come per rinfrescarsi, e gli fece cambiare idea. Il re dichiarò Menelao innocente delle accuse mosse contro di lui, pur essendo colpevole di ogni crimine, e condannò a morte uomini sfortunati che, se avessero fatto valere le loro ragioni anche davanti agli Sciti, sarebbero stati riconosciuti innocenti; e uomini che avevano difeso la città, il popolo e gli oggetti sacri, subirono senza indugio questa ingiusta punizione. I Tiri stessi si indignarono e fecero alle vittime un magnifico funerale. Quanto a Menelao, grazie all'avidità dei potenti, mantenne la sua dignità, crescendo nella malizia e nel crudele flagello dei suoi concittadini.

Libro della Genesi 4, 10-11

Gn 4, 10-11 : Yahweh disse: "Che cosa hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida dalla terra verso di me. Ora sei maledetto dalla terra, che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano".

EMR 213.4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

La sinagoga si svuota e tutti parlano e gesticolano sulla profezia e sulla stima che Gesù ha di Giuda. Quelli di Keriot sono esaltati dall’onore dato loro dal Messia scegliendo il luogo di un apostolo, e proprio dell’apostolo di Keriot, per iniziare il magistero apostolico e anche per il dono della profezia.

Per quanto sia triste, è un grande onore averla avuta e con le parole di amore che la precedono… Nella sinagoga restano Gesù e il gruppo degli apostoli; anzi passano nel giardinetto che è fra la sinagoga e la casa del sinagogo. Giuda si è seduto e piange.

«Perché piangi? Non ne vedo il motivo…», dice l’altro Giuda.

«Ma, ecco. Quasi quasi farei anche io come lui. Avete sentito? Ora bisogna parlare noi…», dice Pietro.

«Ma un poco lo abbiamo già fatto sul monte. Sempre meglio faremo. Tu e Giovanni siete stati subito capaci», dice Giacomo di Zebedeo per rincuorare.

«Il peggio è per me… ma Dio mi aiuterà. Non è vero, Maestro?», interroga Andrea.

Gesù, che scorreva dei rotoli che si era portati con Sé, si volta e dice: «Cosa dicevi?».

«Che Dio mi aiuterà quando dovrò parlare. Cercherò di ripetere le tue parole il meglio che posso. Ma mio fratello ha paura e Giuda piange».

«Piangi? Perché?», domanda Gesù.

«Perché veramente io ho peccato. Andrea e Tommaso lo possono dire. Io ho fatto maldicenza su Te, e Tu mi benefichi chiamandomi “carissimo discepolo” e volendomi maestro qui… Quanto amore!…».

«Ma non lo sapevi che ti amavo?».

«Sì. Ma… Grazie, Maestro. Non mormorerò mai più, perché veramente io sono le tenebre e Tu sei la Luce».

Ritorna il sinagogo invitandoli nella sua casa, e nell’andare dice: «Penso alle tue parole. Se ho ben compreso, in Keriot, come hai trovato un prediletto, il nostro Giuda di Simone, profetizzi di trovarvi un indegno. Ciò mi accora. Meno male che Giuda compenserà l’altro…».

«Con tutto me stesso», dice Giuda che si è ripreso.

Gesù non parla, ma guarda i suoi interlocutori e fa un gesto aprendo le braccia come per dire: «Così è».

Dettaglio

Gesù ha appena lanciato la predicazione degli apostoli a Kerioth, dicendo: "Nella città del mio discepolo più caro non farò il mio solito insegnamento. Ci fermeremo qui per qualche giorno e voglio che lui ve lo riporti. È da qui che voglio che inizi il contatto diretto, continuo tra gli apostoli e il popolo". La predicazione era ormai terminata.

Annotazione

Ho davvero peccato. Andrea e Tommaso possono dirlo. Ho parlato male di voi, e voi mi ricompensate chiamandomi "mio carissimo discepolo" e volendo che insegni qui... Che amore! Giuda ha parlato in EMV 210.

EMR 215.5-7 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

« Ed ora entriamo in Betginna. Tu, proprio tu, Filippo, che mi guardi così implorante, andrai con Andrea per il paese. Noi sosteremo, intanto che voi andate, presso la fontana o nella piazza del paese».

«Oh! Signore! Non ci mandare soli! Vieni anche Tu!», pregano i due.

«Andate, ho detto. L’ubbidienza vi sarà più di aiuto che la mia muta presenza».

215.3

…E dunque Filippo e Andrea vanno, a caso, per il paese finché trovano un molto minuscolo albergo, più stallazzo che albergo, e dentro vi sono dei sensali che contrattano agnelli con dei pastori. Entrano e si fermano interdetti nel mezzo del cortile circondato da portici molto rustici.

Accorre l’albergatore: «Che volete? Alloggio?».

I due si consultano con lo sguardo, uno sguardo molto sbigottito. Molto probabilmente, di quanto avevano prefisso di dire non trovano più neppure una parola. Ma è proprio Andrea che si riprende per primo e risponde: «Sì, alloggio per noi e per il Rabbi di Israele».

«Quale rabbi? Ce ne sono tanti! Ma sono molto signori. Non vengono in paesi di poveri a portare la loro sapienza ai poveri. Sono i poveri che devono andare da loro, e ancora è grazia se ci sopportano vicino!».

«Il Rabbi di Israele è uno solo. Ed Egli viene proprio a portare la Buona Novella ai poveri, e più poveri e più peccatori sono e più li cerca e li avvicina», risponde dolcemente Andrea.

«Ma allora non farà denaro!».

«Non ne cerca delle ricchezze. È povero e buono. La sua giornata è piena quando può salvare un’anima», risponde ancora Andrea.

«Hum! È la prima volta che sento che un rabbi è buono e povero. Il Battista è povero ma è severo. Tutti gli altri sono severi e ricchi, avidi come sanguisughe. Avete udito voi? Venite qui, voi che girate il mondo. Questi uomini dicono che c’è un maestro povero, buono, che viene a cercare i poveri e i peccatori».

«Ah! deve essere quello che veste di bianco come un essenita. L’ho visto anche tempo fa a Gerico», dice un sensale.

«No. Quello è solo. Deve essere quello di cui parlava Toma, perché si era trovato per caso a parlare di lui con dei pastori del Libano», risponde un alto pastore nerboruto.

«Sì, proprio! E viene fin qui se era sul Libano! Per i tuoi occhi di gatto!», esclama un altro.

Mentre l’oste parla e ascolta con i suoi clienti, i due apostoli sono rimasti lì, in mezzo al cortile, come due pioli.

215.4

Infine un uomo dice: «Ehi! voi! Venite qui! Chi è? Da dove viene questo che dite?».

«È Gesù di Giuseppe, di Nazaret», dice serio Filippo, e sta come chi attende di essere schernito.

Ma Andrea aggiunge: «È il predetto Messia. Io ve ne scongiuro, per il vostro bene, ascoltatelo. Voi avete nominato il Battista. Ebbene, io ero con lui, e lui ci indicò Gesù che passava dicendo: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Quando Gesù scese al battesimo nel Giordano, si aprirono i Cieli e una Voce gridò: “Ecco il mio Figlio diletto nel quale Io mi sono compiaciuto”, e l’Amore di Dio scese come una colomba a splendere sul suo capo».

«Lo vedi? È proprio il Nazareno! Ma dite un poco, voi che vi dite suoi amici…».

«Amici no, apostoli, discepoli siamo, e mandati da Lui per annunciarne l’arrivo, perché chi ha bisogno di salvezza vada a Lui», corregge Andrea.

«Va bene. Ma dite un poco. È proprio come lo dicono alcuni, ossia un santo più santo del Battista, o è un demonio come lo dicono gli altri? Voi che ci state insieme, perché se siete discepoli ci starete insieme, dite un poco e con sincerità. È vero che è lussurioso e crapulone? Che ama le meretrici e i pubblicani? Che è negromante e nella notte evoca gli spiriti per sapere i segreti dei cuori?».

«Ma perché chiedi a questi uomini questo? Chiedi piuttosto se è vero che è buono. Questi due se ne avranno a male e se ne andranno dicendo al Rabbi le nostre male ragioni e ne saremo maledetti. Non si sa mai!… Dio o diavolo che sia, è sempre meglio trattarlo bene».

Questa volta è Filippo che parla: «Vi possiamo rispondere con sincerità, perché nulla di brutto è da tenere occulto. Egli, il Maestro nostro, è il Santo fra i santi. La sua giornata passa nelle fatiche dell’ammaestramento. Instancabile va di luogo in luogo, cercando i cuori. La sua notte la passa pregando per noi. Non sdegna la tavola e l’amicizia, ma non per utile proprio bensì per avvicinare chi altrimenti sarebbe non accostabile. Non respinge pubblicani e meretrici. Ma solo per redimerli. Segna la sua via di miracoli di redenzioni e di miracoli sulle malattie. Gli ubbidiscono i venti ed il mare. Ma non ha bisogno di alcuno per operare prodigi, né di evocare spiriti per conoscere i cuori».

«E come può?… Hai detto che gli ubbidiscono i venti ed il mare. Ma sono cose senza ragione. Come può comandare loro?», chiede l’oste.

«Rispondimi, uomo: secondo te è più difficile comandare al vento e al mare, o alla morte?».

«Per Geové! Ma alla morte non si comanda! Al mare si può buttare dell’olio, si può opporre le vele, si può, saggiamente, non andare su esso. Al vento si possono opporre i serrami delle porte. Ma la morte non si comanda. Non c’è olio che la calmi. Non c’è vela che, messa alla nostra navicella, la faccia tanto rapida da distanziare la morte. E non ci sono serrami per essa. Quando vuol venire passa, anche se son dati i chiavistelli. Eh! nessuno comanda a questa regina!».

«Eppure il Maestro nostro la comanda. Non solo quando è vicina. Ma anche quando ha già preso. Un giovane di Naim era per essere messo nella bocca orrenda del sepolcro, ed Egli disse: “Io te lo dico: alzati!” e il giovane tornò vivo. Naim non è fra gli iperborei. Potete andare e vedere».

«Ma così? Alla presenza di tutti?».

«Sulla via, alla presenza di tutta Naim».

215.5

Oste e clienti si guardano in silenzio. Poi l’oste dice: «Ma le farà per gli amici, eh! quelle cose lì?».

«No, uomo. Per tutti quelli che credono in Lui e non ad essi soli. È la Pietà sulla Terra, credilo. Nessuno si volge a Lui per niente. Udite, voi tutti. Non vi è alcuno fra voi che soffra e pianga per malattie di famiglia, per dubbi, per rimorsi, per tentazioni, per ignoranze? Rivolgetevi a Gesù, il Messia della Buona Novella. Egli è qui, oggi. Domani sarà altrove. Non lasciate passare senza utile la Grazia del Signore che passa», dice Filippo che si è sempre fatto più sicuro.

L’oste si arruffa i capelli, apre e chiude la bocca, si tormenta le frange della cintura… infine dice: «Io provo!… Ho una figlia. Fino alla scorsa estate stava bene. Poi divenne lunatica. Sta come una belva muta in un angolo, sempre lì, e a fatica la madre la può vestire e imboccare. I medici dicono che le si è arso il cervello per troppo sole, altri per un triste amore. Il popolo dice che è indemoniata. Ma come, se è una giovinetta mai uscita di qui?! Dove lo ha preso questo demonio? Che dice il tuo Maestro? Che il demonio può prendere anche un innocente?».

Filippo risponde sicuro: «Sì, per tormentare i parenti e portarli in disperazione».

«E… Lui li guarisce i lunatici? Devo sperare?».

«Devi credere», dice svelto Andrea. E racconta il miracolo dei geraseni terminando: «Se quelli, che erano legione in cuori di peccatori, fuggirono così, come non fuggirà quello penetrato a forza nel cuore giovinetto? Io te lo dico, uomo: a chi spera in Lui l’impossibile diviene facile come il respirare. Io ho visto le opere del mio Signore e testimonio del suo potere».

«Oh! allora chi di voi lo va a chiamare?».

«Io stesso, uomo. Attendimi tosto». E Andrea va lesto, mentre Filippo resta a parlare.

215.6

Quando Andrea vede Gesù, fermo sotto un androne per fuggire il sole implacabile che empie la piazzetta del paese, gli corre incontro dicendo: «Vieni, vieni, Maestro. La figlia dell’alberghiere è lunatica. Il padre ti implora la sua guarigione».

«Ma mi conosceva?».

«No, Maestro. Abbiamo cercato di farti conoscere…».

«E lo avete fatto. Quando uno giunge a credere che Io possa guarire un male senza rimedio, è già avanti nella fede. E voi avevate paura di non sapere fare. Che avete detto?».

«Non te lo saprei neppur dire. Abbiamo detto quello che pensiamo di Te e le tue opere. Soprattutto abbiamo detto che Tu sei l’Amore e la Pietà. Ti conosce così male il mondo!!!».

«Ma voi mi conoscete bene. E questo basta».

215.7

Il piccolo albergo è raggiunto. Tutti i clienti sono sulla porta, curiosi, e in mezzo con Filippo è l’oste che continua a monologare fra sé.

Quando vede Gesù gli corre incontro: «Maestro, Signore, Gesù… io… io credo, io credo tanto che Tu sei Tu, che sai tutto, che vedi tutto, che conosci tutto, che puoi tutto, tanto lo credo che ti dico: abbi pietà della mia figlia benché io abbia molte colpe sul cuore. Non sulla mia creatura il castigo per essere stato disonesto nel mio mestiere. Non sarò più esoso, lo giuro. Tu vedi il mio cuore col suo passato e col suo pensiero di ora. Perdono e pietà, Maestro, ed io parlerò di Te a tutti che vengono qui nella mia casa…». L’uomo è in ginocchio.

Gesù gli dice: «Alzati e persevera nei sentimenti di ora.

Conducimi da tua figlia».

«È in una stalla, Signore. L’afa fa di lei una ancor più malata. E non vuole uscire».

«Non importa. Andrò Io da lei. Non è l’afa. È che il demonio mi sente venire».

Entrano nel cortile e da esso in una stalla oscura, e tutti gli altri dietro.

La fanciulla, spettinata, sparuta, si agita nell’angolo più oscuro e come vede Gesù urla: «Indietro, indietro! Non mi disturbare. Tu sei il Cristo del Signore, io un tuo percosso. Lasciami stare. Perché sempre vieni sui miei passi?».

«Esci da costei. Vattene. Lo voglio. Rendi a Dio la tua preda e taci!».

Un urlo straziante, uno scatto, un afflosciarsi di corpo sulla paglia… e poi, calme, tristi, stupite, le domande: «Dove sono? Perché qui? Chi sono costoro?», e l’invocazione: «Mamma!» della giovinetta che si vergogna d’essere senza velo, con una veste lacerata, davanti agli occhi di molti estranei.

«Oh! Signore eterno! Ma è guarita!…»; e, strano a vedersi nel rubicondo e colorito oste, un pianto da bambino… È felice, e piange non sapendo che baciare le mani di Gesù, mentre la madre piange, fra la corona degli stupiti figlioletti, e bacia la sua primogenita liberata dal demonio.

I presenti sono tutti un vocio e altri accorrono per vedere il prodigio. La corte è piena.

«Resta, Signore. Viene la sera. Sosta sotto il mio tetto».

«Siamo in tredici, uomo».

«Foste anche trecento sarebbe nulla. So ciò che vuoi dire.

Ma Samuele avido e disonesto è morto, Signore. È andato via anche il mio demonio. Ora c’è il nuovo Samuele. E farà ancora l’alberghiere. Ma da santo. Vieni, vieni con me, che ti onori come un re, come un dio. Quale sei. Oh! benedetto il sole di oggi che mi ti ha portato»…

Annotazione

Hai citato Giovanni Battista. Ebbene, io ero con lui ed è stato lui a indicarci Gesù che passava, dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo». » Quando Gesù scese al Giordano per farsi battezzare, i cieli si aprirono e una voce gridò: «Ecco il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto», e l’amore di Dio scese sotto forma di colomba per risplendere sul suo capo. Cfr. EMV 45.

Stavano per gettare un giovane di Naim nelle orribili fauci della tomba, quando egli ordinò: «Te lo dico: alzati!», e il giovane tornò in vita. Naim non è in capo al mondo. Potete andare a vedere. Cfr. EMV 189.

Racconta poi il miracolo dei Geraseni. Cfr. EMV 186 o la parola chiave «gli indemoniati di Gerasa».