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Note della parola chiave

Anna di Aaron (madre della Vergine Maria)

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Comfort di lettura

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EMR 2.1-5 · Volume 1

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

2.1 Vedo un interno di casa. In essa è seduta ad un telaio una donna di età. Direi, nel vederla coi capelli un tempo certo neri, ora brizzolati, e nel volto non rugoso ma già pieno di quella serietà che viene con gli anni, che ella possa avere dai cinquanta ai cinquantacinque anni. Non più.

Nell’indicare queste età femminili prendo per base il volto di mia madre, la cui effigie ho più che mai presente in questi giorni che mi ricordano i suoi ultimi giorni presso il mio letto… Dopodomani è un anno che non la vedo più… Mia mamma era molto fresca nel volto, sotto i capelli precocemente incanutiti. A cinquant’anni era bianca e nera come al termine della vita. Ma, tolta la maturità dello sguardo, nulla denunciava i suoi anni. Potrei perciò errare anche nel dare alle donne attempate un certo numero di anni.

Questa che vedo tessere, in una stanza tutta chiara di luce, che penetra dalla porta spalancata su un vasto orto-giardino — un poderetto, direi, perché si prolunga a sali e scendi su un dolce altalenare di verde pendio — è bella nei tratti decisamente ebrei. Occhio nero e profondo che, non so perché, mi ricorda quello del Battista. Ma questo, pur essendo fiero come di regina, è anche dolce. Come se sul suo balenare di aquila fosse steso un velo d’azzurro. Dolce e un poco appena mesto, come di chi pensa, e rimpiange, a cose perdute. La tinta del volto è bruna, ma non eccessivamente. La bocca, lievemente larga, è ben disegnata, e sta ferma in una mossa austera che non è però dura. Il naso è lungo e sottile, lievemente piovente in basso. Un naso aquilino che sta bene con quegli occhi. È robusta ma non grassa. Ben proporzionata e credo alta, a giudicare da come appare seduta.

Mi pare stia tessendo una tenda o un tappeto. Le spole ­multicolori vanno rapide sulla trama che è marrone scuro, e il già fatto mostra un vago intreccio di greche e rosoni in cui ­verde, giallo, rosso e azzurro cupo si intersecano e fondono come in un mosaico. La donna veste di un abito semplicissimo e molto scuro. Un viola-rosso che pare copiato a certe viole del pen­siero.

2.2Si alza sentendo bussare alla porta. È alta realmente. Apre.

Una donna le chiede: «Anna, vuoi darmi la tua anfora? L’empirò per te».

La donna ha con sé un frugolino di cinque anni che si attacca subito alla veste della nominata Anna, che lo carezza mentre va in un altro ambiente e ne torna con una bell’anfora di rame, che porge alla donna dicendo: «Sempre buona, tu, con la vecchia Anna. Dio te ne compensi in questo e nei figli che hai e avrai, te beata!». Anna sospira.

La donna la guarda e non sa che dire per quel sospiro; per sviare la pena, che si comprende esiste, dice: «Ti lascio Alfeo, se non ti dà noia, così faccio più presto e ti empirò molte brocche e giarre».

Alfeo è ben lieto di restare, e se ne spiega il motivo. Andata via la madre, Anna se lo prende in collo e lo porta nell’orto, lo alza sino ad una pergola d’uva bionda come il topazio e dice: «Mangia, mangia, che è buona» e se lo bacia sul visetto impiastricciato di succo d’uva, che il bambino sgrana avidamente. Poi ride di gusto, e pare subito più giovane per la bella dentatura che appare e per la giocondità che le copre il viso, cancellando gli anni, quando il bambino dice: «E ora che mi dài?» e la guarda con due occhioni sgranati di un grigio azzurro cupo. Ride e scherza chinandosi sui ginocchi e dicendo: «Che cosa mi dài se ti do… se ti do… indovina!». E il bambino, battendo le manine, tutto ridente: «Baci, baci ti do, Anna bella, Anna buona, Anna mamma!…».

Anna, sentendosi dire: «Anna mamma», ha un vero grido di affetto gioioso e si stringe contro il piccolino, dicendo: «O gioia! Caro! Caro! Caro!». Ad ogni «caro» un bacio scende sulle gotine rosee. E poi vanno ad una scansia, e da un piatto scendono focaccine di miele. «Le ho fatte per te, bellezza della povera Anna, per te che mi vuoi bene. Ma, dimmi, quanto mi vuoi bene?». E il bambino, pensando alla cosa che più l’ha colpito, dice: «Come al Tempio del Signore». Anna lo bacia ancora sugli occhietti vispi, sulla boccuccia rossa, e il bambino le si strofina contro come un gattino.

La madre va e viene con la brocca colma e ride senza dire nulla. Li lascia alle loro espansioni.

2.3Entra dall’orto un uomo anziano, un poco più basso di Anna, con una testa di folti capelli tutti bianchi. Un viso chiaro, dalla barba tagliata in quadrato, con due occhi azzurri come turchesi fra ciglia di un castano chiaro quasi biondo. È vestito di un marrone scuro.

Anna non lo vede perché volge le spalle all’uscio, e lui le viene alle spalle dicendo: «E a me nulla?». Anna si volge e dice: «O Gioacchino! Hai finito il tuo lavoro?». Contemporaneamente il piccolo Alfeo gli corre ai ginocchi dicendo: «Anche a te, anche a te», e quando il vecchiotto si curva e lo bacia, il bambino gli si avvinghia al collo spettinandogli la barba con le manine e coi baci.

Anche Gioacchino ha il suo dono: leva da dietro alla schiena la mano sinistra e offre una mela così bella che pare di ceramica, e dice ridendo al bambino che tende le manine avidamente: «Aspetta che te la faccio a pezzi. Così non puoi. È più grossa di te», e con un coltelluccio che ha alla cintola, un coltello da potatore, ne fa fette e fettine, e pare imbocchi un uccellino nidiace tanta è la cura con cui mette i bocconi nella bocchina aperta, che sgrana e sgrana.

«Ma guarda che occhi, Gioacchino! Non sembrano due pezzettini del mar di Galilea quando il vento della sera spinge un velo di nube sul cielo?». Anna parla tenendo appoggiata una mano sulla spalla del marito e appoggiandovisi lievemente anche lei, una mossa che rivela un profondo amore di sposa, un amore intatto dopo i molti anni di coniugio.

E Gioacchino la guarda con amore e annuisce dicendo: «Bellissimi! E quei ricciolini? Non hanno il colore delle biade che il sole ha seccato? Guarda: e dentro c’è misto oro e rame».

2.4«Ah! se avessimo avuto un bambino lo avrei voluto così, con questi occhi e questi capelli…». Anna si è chinata, inginocchiata anzi, e bacia con un sospirone i due occhioni azzurro-grigi.

Gioacchino sospira anche lui. Ma la vuol consolare. Le pone la mano sui capelli cresputi e canuti e le dice: «Ancora occorre sperare. Tutto può Dio. Finché si è vivi, il miracolo può avvenire, specie quando lo si ama e ci si ama». Gioacchino calca molto sulle ultime parole.

Ma Anna tace, avvilita, e sta a capo chino per non mostrare due lacrime che scendono e che vede solo il piccolo Alfeo, il quale, stupito e addolorato che la sua grande amica pianga come fa lui qualche volta, alza la manina e asciuga quel pianto.

«Non piangere, Anna! Siamo felici lo stesso. Io, almeno, lo sono perché ho te».

«Anche io per te. Ma non ti ho dato un figlio… Penso aver spiaciuto al Signore, poiché mi ha inaridito le viscere…».

«O moglie mia! In che vuoi avergli spiaciuto tu, santa? Senti. Andiamo ancora una volta al Tempio. Per questo. Non solo per i Tabernacoli. Facciamo lunga preghiera… Forse ti avverrà come a Sara[3]… come ad Anna di Elcana. Molto attesero e si credevano riprovate perché sterili. Invece per loro, nei cieli di Dio, si maturava un figlio santo. Sorridi, mia sposa. Il tuo pianto mi è più dolore che l’esser senza prole… Porteremo Alfeo con noi. Lo faremo pregare, lui che è innocente… e Dio prenderà la sua e nostra preghiera insieme e ci esaudirà».

«Sì. Facciamo voto al Signore. Suo sarà il nato. Purché ce lo conceda… Oh! sentirmi chiamare “mamma”!».

E Alfeo, spettatore stupito e innocente: «Io ti ci chiamo!».

«Sì, gioia cara… ma ce l’hai la mamma tu, e io… io non ho bambino…».

La visione cessa qui.

2.5Comprendo che si è iniziato il ciclo della nascita di Maria. E ne sono molto contenta, perché lo desideravo tanto. Penso ne sarà contento anche lei[4].

Prima che io iniziassi a scrivere, ho sentito la Mamma dirmi: «Figlia, scrivi dunque di me. Ogni tua pena verrà conso­la­ta». E, mentre diceva questo, mi posava la mano sul capo in una carezza soave. Poi è venuta la visione. Ma sul principio, ossia finché non sentii chiamare la cinquantenne a nome, non compresi d’esser di fronte alla madre della Mamma e perciò alla grazia della sua nascita.

EMR 3.3-4

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

3.3Ecco Anna che viene da un fuoco con delle cose fra le mani, stese sul pane che è largo e piatto come una focaccia delle nostre e fa anche da vassoio. Alle gonnelle ha Alfeo, che ciaramella con la sua vocetta. Gioacchino, che sulla soglia della sua piccola capanna tutta di frasche parla con un uomo sui tren­t’anni — che Alfeo da lontano saluta con uno stridetto dicendo: «Papà» — quando vede avanzarsi Anna si affretta ad accendere la lucernetta.

Anna passa con il suo incedere regale fra le file delle capanne. Regale e pure umile. Non è altera con nessuno. Rialza il piccino di una povera, molto povera donna, che le è caduto, inciampando nella sua corsa sbarazzina, proprio ai piedi e, posto che si è impiastricciato il visetto di terra e piange, ella lo pulisce e consola e lo rende alla madre accorsa, che si scusa, dicendo: «Oh! non è nulla![7] Sono contenta che non si sia fatto male. È un bel bambino. Quanto ha?».

«Tre anni. È il penultimo e fra poco ne avrò un altro. Ho sei maschi. Ora vorrei una bambina… Per la mamma è molto una bambina…».

«L’Altissimo ti ha molto consolata, donna!». Anna sospira.

E l’altra: «Sì. Sono povera, ma i figli sono la nostra gioia e già i più grandicelli aiutano al lavoro. E tu, signora (che Anna sia di più elevata condizione tutto lo mostra, e la donna l’ha visto), quanti bambini hai?».

«Nessuno».

«Nessuno?! Non è tuo questo?».

«No, di una vicina molto buona. È il mio conforto…».

«Ti sono morti o…».

«Non ne ho mai avuti».

«Oh!». La povera donna la guarda con pietà.

Anna la saluta con un sospirone e va alla sua capanna.

«Ti ho fatto attendere, Gioacchino. Mi ha trattenuta una povera donna madre di sei maschi, pensa!, e fra poco avrà un altro figlio».

Gioacchino sospira.

Il padre d’Alfeo chiama il suo bimbo, ma questo risponde: «Con Anna resto io. L’aiuto». Ridono tutti.

«Lascialo. Non dà noia. Ancora non è tenuto alla Legge. Qui o lì non è che un uccellino che mangia», dice Anna e siede col bimbo in grembo a cui dà focaccia e, mi pare, pesce arrostito. Vedo che lavora prima di darlo, forse gli leva la spina. Prima ha servito il marito. Ultima mangia lei.

3.4La notte è sempre più gremita di stelle e i lumi sempre più numerosi nel campo. Poi piano piano molti lumi si spengono. Sono di quelli che hanno cenato per primi e che ora si mettono a dormire. Anche il brusio diminuisce lentamente. Voci di bimbo non se ne odono più. Solo qualche lattante fa sentire la sua vocina di agnellino che cerca il latte della mamma. La notte soffia il suo alito sulle cose e le persone, e annulla pene e ricordi, speranze e rancori. Anzi, forse questi due sopravvivono, per quanto attutiti, anche nel sonno, nel sogno.

Anna lo dice al marito, mentre culla Alfeo che comincia a dormirle fra le braccia: «Questa notte ho sognato che il prossimo anno io verrò alla Città Santa per due feste invece che per una sola. E una sarà l’offerta al Tempio della mia creatura… Oh! Gioacchino!…».

«Spera, spera, Anna. Altro non hai sentito? Il Signore nulla ti ha mormorato al cuore?».

«Nulla. Un sogno soltanto…».

«Domani è l’ultimo giorno di preghiera. Già tutte le offerte sono state fatte. Ma le rinnoveremo domani ancora, solennemente. Vinceremo Dio col nostro fedele amore. Io penso sempre che ti abbia ad accadere come ad Anna d’Elcana».

«Lo voglia Dio… e avessi subito chi mi dice: “Va’ in pace. Il Dio d’Israele ti ha concesso la grazia che chiedi!”».

«Se la grazia verrà, il tuo bambino te lo dirà rivoltandosi per la prima volta nel tuo seno, e sarà voce di innocente, perciò voce di Dio».

Ora il campo tace nel buio. Anche Anna riporta Alfeo alla capanna contigua e lo pone da sé sul giaciglio di fieno presso ai fratellini, che dormono già. E poi si corica a fianco di Gioacchino, e anche la loro lampadetta si spegne. Una delle ultime stelline della terra. Restano più belle le stelle del firmamento a vegliare su tutti i dormenti.

Annotazione

Anne riporta Alphée nella capanna vicina e lo adagia sul letto di fieno accanto ai suoi fratelli, che già dormono. Così Alphée aveva dei fratelli.

EMR 3.5-10

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

3.5Dice Gesù:

«I giusti sono sempre dei sapienti perché, essendo amici di Dio, vivono in sua compagnia e sono da Lui istruiti; da Lui, Infinita Sapienza.

I miei nonni erano giusti e possedevano perciò la sapienza. Potevano dire con verità quanto dice il Libro, cantando le lodi della Sapienza nel libro[8] di essa: “Io l’ho amata e ricercata fin dalla giovinezza e procurai di prenderla in sposa”.

Anna d’Aronne era la donna forte di cui parla l’Avo nostro. E Gioacchino, stirpe di re Davide, non aveva cercato tanto avvenenza e ricchezza quanto virtù. Anna possedeva una grande virtù. Tutte le virtù unite come mazzo fragrante di fiori per divenire un’unica bellissima cosa, che era la Virtù. Una virtù reale, degna di stare davanti al trono di Dio.

Gioacchino aveva dunque sposato due volte la sapienza “amandola più d’ogni altra donna”: la sapienza di Dio chiusa nel cuore della donna giusta. Anna d’Aronne altro non aveva cercato che di unire la sua vita a quella di un uomo retto, certa che nella rettezza è la gioia delle famiglie.

3.6E ad esser l’emblema della “donna forte” non le mancava che la corona dei figli, gloria della donna sposata, giustificazione del coniugio, di cui parla Salomone, come alla sua felicità non mancavano che questi figli, fiori dell’albero che ha fatto un sol uno con l’albero vicino e ne ottiene dovizia di nuovi frutti, in cui le due bontà si fondono in una, perché, per conto dello sposo, mai nessuna delusione le era venuta.

3.7Ella, ormai volgente a vecchiezza, moglie da più e più lustri a Gioacchino, era sempre per lui “la sposa della sua giovinezza, la sua gioia, la cerva carissima, la graziosa gazzella”, le cui carezze avevano sempre il fresco incanto della prima sera nuziale e affascinavano dolcemente il suo amore, tenendolo fresco come fiore che una rugiada irrora e ardente come fuoco che sempre una mano alimenta. Perciò, nella loro afflizione di senza figli, l’un l’altro si dicevano “parole di consolazione nei pensieri e negli affanni”.

3.8E su loro la Sapienza eterna, quando fu l’ora, dopo averli istruiti nella vita, li illuminò con i sogni della notte, diana del poema di gloria che doveva da essi venire e che era Maria Ss., la Madre mia. Se la loro umiltà non pensò a questo, il loro cuore però trepidò nella speranza al primo squillo della promessa di Dio. Già è certezza nelle parole di Gioacchino: “Spera, spera… Vinceremo Dio col nostro fedele amore”. Sognavano un figlio: ebbero la Madre di Dio.

3.9Le parole del libro della Sapienza paiono scritte per loro:

“Per lei acquisterò gloria davanti al popolo… per essa otterrò l’immortalità e lascerò eterna memoria di me a quelli che dopo me verranno”. Ma, per ottenere tutto questo, dovettero farsi re di una virtù verace e duratura che nessun evento lese. Virtù di fede. Virtù di carità. Virtù di speranza. Virtù di castità. La castità degli sposi! Essi l’ebbero, ché non occorre esser vergini per esser casti. E i talami casti hanno a loro custodi gli angeli e ad essi scendono figli buoni, che della virtù dei genitori fanno la norma della loro vita.

3.10Ma ora dove sono? Ora non si vogliono figli, ma non si vuole però neppure castità. Onde Io dico che l’amore e il talamo sono profanati».

Annotazione

In verità, potrebbero ripetere ciò che dice il Libro quando canta le lodi della Sapienza nell'omonimo libro: cfr. Sap 8,2 qui sotto.

Anna, figlia di Aronne, era la donna forte di cui parla il nostro antenato. Salomone, da cui discende Gesù. Autore dei "Proverbi di Salomone, figlio di Davide, re d'Israele" (Proverbi 1,1). Per la citazione, cfr. Proverbi 31,10-27.

Gioacchino aveva così sposato due volte la sapienza "amandola più di ogni altra donna": la sapienza di Dio contenuta nel cuore della donna giusta. Si veda più avanti Sap 8,9.

Per essere l'emblema della "donna forte", le bastava essere coronata da figli, perché questa è la gloria di una moglie, la giustificazione del matrimonio, di cui parla Salomone. Vedi Pr 31,28.

Ormai anziana, moglie di Gioacchino da decenni, rimane per lui "la moglie della sua giovinezza, la sua gioia, la sua cerva amata, la sua gazzella leggiadra". Cfr. Pr 5,18-19. La tradizione è quasi unanime nel riferire che Anna era stata sposata per più di 20 anni (4 lustri) (cfr. P.V. Charland, Les trois légendes de Madame Saincte Anne, volume 1 1898, pagina 11), e che ebbe Maria in età avanzata. Questa tradizione è confermata anche da Marie d'Agreda(La Cité mystique de Dieu - Livre 1, Chapitre 15, § 209, pag. 518) e da Anne-Catherine Emmerich (La Vie de la Vierge Marie, Presses de la Renaissance, 2006, pag. 45).

Nella loro tristezza per la mancanza di figli, si rivolgevano l'un l'altra "parole di conforto nelle loro preoccupazioni e nei loro dolori": si vedano i successivi saggi 8, 9.

Le parole del libro della Sapienza sembrano essere state scritte per loro: "Per amore di lei avrò gloria tra le moltitudini... Per lei avrò l'immortalità e lascerò un ricordo perenne a coloro che verranno dopo di me". "Vedi Sap 8, 9-10.

Libro della Sapienza 8, 2 e 8, 9-10

Sap 8, 2 : L'ho amata e l'ho cercata fin dalla mia giovinezza; l'ho cercata come moglie e mi sono innamorato della sua bellezza.

Sap 8, 9-10 : Decisi quindi di prenderla come compagna di vita, sapendo che sarebbe stata per me una consigliera in ogni cosa buona e un conforto nei miei problemi e nei miei dolori. Grazie a lei", dissi a me stesso, "avrò gloria nelle assemblee e, ancora giovane, onore presso i vecchi".

Libro dei Proverbi 5, 18-19

Pr 5, 18-19 : Benedici la tua fonte e gioisci della moglie della tua giovinezza. Cerva affascinante, gazzella leggiadra, lascia che il suo fascino ti inebri in ogni momento; sii sempre innamorato del suo amore!

Libro dei Proverbi 31, 10-31

Pr 31, 10-31 :

LA DONNA FORTE.

ALEPH. Chi può trovare una donna forte? Il suo prezzo supera di gran lunga quello delle perle.

BETH. Il cuore di suo marito si fida di lei e i profitti non la deluderanno.

GHIMEL. Gli fa del bene, non del male, per tutti i giorni della sua vita.

DALETH. Cerca lana e lino e lavora con mano allegra.

HÉ. È come la nave del mercante che porta il suo pane da lontano.

VAV. Si alza quando è ancora notte e dà da mangiare alla sua casa e da lavorare alle sue serve.

ZAIN. Pensa a un campo e lo compra; con il frutto delle sue mani pianta una vigna.

HETH. Si cinge i lombi con forza e rafforza le braccia.

TETH. Sente che il suo guadagno è buono; la sua lampada non si spegne nella notte. YOD. Mette la mano alla conocchia e le sue dita afferrano il fuso.

CAPH. Tende la mano all'infelice, apre la mano al bisognoso.

LAMED. Non teme la neve per la sua casa, perché tutta la sua casa è vestita di cremisi.

MEM. Si fa delle coperte, il bisso e la porpora sono le sue vesti.

NUN. Suo marito è ben conosciuto alle porte della città, quando siede con gli anziani del paese.

SAMECH. Fa camicie e le vende, e consegna cinture al mercante.

AÏN. La forza e la grazia sono il suo ornamento, e ride del futuro.

PHÉ. Apre la bocca con saggezza e la sua lingua è piena di buone parole.

TSADÉ. Veglia sui sentieri della sua casa e non mangia il pane dell'ozio.

QOPH. I suoi figli si alzano e la proclamano felice; suo marito si alza e la loda:

RESCH. "Molte figlie si sono mostrate virtuose, ma tu le superi tutte".

SCHIN. Ingannevole è la grazia e vana è la bellezza; la donna che teme Yahweh è quella che sarà lodata.

THAV. Datele il frutto delle sue mani e lasciate che le sue opere dichiarino la sua lode alle porte della città.

EMR 4.1-5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

4.1Rivedo la casa di Gioacchino ed Anna. Nulla è mutato nel­l’interno, se si toglie i molti rami fioriti, messi in anfore qua e là, certo frutto delle potature fatte sugli alberi dell’orto che sono tutti in fiore: una nuvola che svaria dal bianco neve al rosso di certi coralli.

Anche il lavoro di Anna è diverso. Su un telaio più piccolo dell’altro ella tesse delle belle tele di lino, e canta, ritmando il moto del piede sul canto. Canta e sorride… A chi? A se stessa, a qualche cosa che ella vede nel suo interno.

Il canto, lento e pur lieto — che ho scritto a parte per seguirlo, perché lo ripete più volte come beandosi di esso, e lo dice sempre più forte e sicuro, come chi ha ritrovato un ritmo nel suo cuore e prima lo mormora in sordina e poi, sicuro, va più spedito e alto di tono — dice (e lo trascrivo perché, nella sua semplicità, è tanto dolce):

«Gloria al Signore onnipotente che dei figli di Davide ebbe amore. Gloria al Signore!

La sua suprema grazia dal Ciel m’ha visitata.

La vecchia pianta ha messo nuovo ramo, ed io son beata.

Per la festa delle Luci gettò seme la speranza;

or di nisam la fragranza lo vede germogliar.

Come il mandorlo si infiora la mia carne a primavera.

Il suo frutto, sulla sera, essa sente di portar.

Su quel ramo sta una rosa, sta un pomo dei più dolci.

Sta una stella rilucente, sta un pargolo innocente.

Sta la gioia della casa, dello sposo e della sposa.

Lode a Dio, al mio Signore, che pietà ebbe di me.

Me lo disse la sua luce: “Una stella a te verrà”.

Gloria, gloria! Tuo sarà questo frutto della pianta,

primo e estremo, santo e puro come dono del Signor.

Tuo sarà, e per lui venga gioia e pace sulla terra.

Vola, o spola. Il filo serra per la tela dell’infante.

Egli nasce! A Dio osannante vada il canto del mio cuor».

4.2Entra Gioacchino quando ella sta per ripetere per la quarta volta il suo canto. «Sei felice, Anna? Mi sembri un uccello che faccia primavera. Che canto è mai questo? Non l’ho mai udito da nessuno. Da dove ci viene?».

«Dal mio cuore, Gioacchino». Anna si è alzata ed ora si dirige verso lo sposo, tutta ridente. Pare più giovane e più bella.

«Non ti sapevo poeta», dice il marito guardandola con palese ammirazione. Non sembrano due sposi attempati. Nei loro sguardi è una tenerezza da giovani sposi. «Sono venuto dal fondo dell’orto udendoti cantare. Erano anni che non sentivo la tua voce di tortora innamorata. Vuoi ripetermi quel canto?».

«Te lo ripeterei anche se tu non lo chiedessi. I figli di Israele hanno sempre affidato al canto i gridi più veri delle loro speranze e gioie e dolori. Io ho affidato al canto la cura di dirmi e di dirti una grande gioia. Sì, anche di dirmela, perché è cosa così grande che, per quanto ne sia certa, ormai, mi sembra ancora non vera…», e ricomincia il canto ma, arrivata al punto: «su quel ramo sta una rosa, sta un pomo dei più dolci, sta una stella…», la sua ben tonata voce di contralto si fa prima tremula e poi si spezza, e con un singhiozzo di gioia ella guarda Gioacchino e, alzando le braccia, grida: «Sono madre, mio diletto!» e gli si rifugia sul cuore, fra le braccia che egli ha tese e che ora ha rinserrate intorno alla sua sposa felice. Il più casto e felice abbraccio che io abbia visto da quando sono al mondo. Casto e ardente nella sua castità.

E il dolce rimprovero fra i capelli bianco-neri di Anna: «E non me lo dicevi?».

«Perché volevo esserne certa. Vecchia come sono… sapermi madre… Non lo potevo credere vero… e non volevo darti una delusione più amara di tutte. È dalla fine del dicembre che io sento farsi nuove le mie viscere profonde e mettere, come dico, un nuovo ramo. Ma ora su quel ramo è sicuro il frutto… Vedi? Quella tela è già per quello che verrà».

«Non è il lino che hai comperato a Gerusalemme in otto­bre?».

«Sì. L’ho poi filato mentre attendevo… e speravo.

4.3Speravo perché l’ultimo giorno, mentre pregavo nel Tempio, il più possibile che sia per una donna presso la Casa di Dio, ed era già sera… ricordi che dicevo: “Ancora, ancora un poco”. Non sapevo staccarmi di là senza aver avuto grazia! Ebbene, nell’ombra che già scendeva, dall’interno del luogo sacro, che io guardavo con attrazione d’anima per strappare un assenso dal Dio presente, ho visto partire una luce, una scintilla di luce bellissima. Era candida come luna, eppure aveva in sé tutte le luci di tutte le perle e gemme che sono sulla Terra. Pareva che una delle stelle preziose del Velo, le stelle poste sotto ai piedi dei cherubini, si staccasse e divenisse splendida di una luce soprannaturale… pareva che da oltre il Velo sacro, dalla Gloria stessa, partisse un fuoco e venisse a me veloce, e nel tagliare l’aria cantasse con voce celeste dicendo: “Ciò che hai chiesto ti venga”. È per quello che io canto: “Una stella a te verrà”. Che figlio sarà mai il nostro, che si manifesta come luce di stella nel Tempio e che dice: “Io sono” nella festa delle Luci? Che tu abbia visto giusto pensandomi una nuova Anna d’Elcana?

4.4Come la chiameremo la creatura nostra, che dolce come canto d’acque sento parlarmi in seno col suo piccolo cuore che batte e batte come quello di una tortorina presa fra il cavo delle mani?».

«Se sarà maschio, la chiameremo Samuele. Se femmina, Stella. La parola che ha fermato il tuo canto per darmi questa gioia di sapermi padre. La forma che ha preso per manifestarsi fra la sacra ombra del Tempio».

«Stella. La nostra stella, perché, non so, penso, penso sia una bambina. Mi pare che carezze così dolci non possano venire che da una dolcissima figlia. Perché io non la porto, non ne ho sofferenza. È lei che porta me su un sentiero azzurro e fiorito, come se io fossi sorretta da angeli santi e la terra fosse già lontana… Ho sempre sentito dalle donne dire che il concepire e il portare è dolore. Ma io non ho dolore. Mi sento forte, giovane, fresca più di quando ti donai la mia verginità nella giovinezza lontana. Figlia di Dio — poiché è di Dio più che nostra questa che nasce da un tronco inaridito — alla sua mamma non dà pena. Ma solo le porta pace e benedizione: i frutti di Dio, suo vero Padre».

«Maria allora la chiameremo. Stella del nostro mare, perla, felicità. Il nome[9] della prima grande donna d’Israele. Ma questa non peccherà mai contro il Signore, e a Lui solo darà il suo canto perché a Lui è offerta, ostia prima di nascere».

«A Lui è offerta, sì. Maschio o femmina che sia, dopo aver giubilato per tre anni sulla nostra creatura noi la daremo al Signore. Ostie noi pure con essa, per la gloria di Dio».

Non vedo né odo altro.

Annotazione

Il cantico di Anna: Marie d'Agreda, in "La Cité Mystique de Dieu", Libro 1, capitolo 15, § 223, parla diffusamente dei cantici di letizia di Sant'Anna: "era rapita in un'estasi sublime, da cui traeva intuizioni altissime sui misteri più nascosti, e celebrava il Signore con nuovi cantici di letizia".

EMR 5.1-6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

5.1Vedo Anna uscire nell’orto-giardino. Si appoggia al braccio di una parente certo, perché le somiglia. È molto grossa e pare affaticata forse anche dall’afa, proprio simile a questa che accascia me.

Per quanto l’orto sia ombroso, pure l’aria vi è rovente, pesante. Un’aria da tagliarsi come una pasta molle e calda, tanto è densa, sotto uno spietato cielo di un azzurro che la polvere sospesa negli spazi fa lievemente fosco. Da molto deve esservi siccità, perché la terra, dove non è irrigata, è letteralmente ridotta a polvere finissima e quasi bianca. Di un bianco lievemente tendente ad un rosa sporco, mentre è marrone rosso scuro, per esser bagnata, al piede delle piante o lungo le brevi aiuole dove crescono filari di ortaggi, e intorno ai rosai, ai gelsomini, ad altri fiori e fioretti, che sono specie sul davanti e lungo una bella pergola che taglia per metà il brolo sino al principio dei campi, ormai spogli di biade. Anche l’erba del prato, che segna la fine della proprietà, è arsiccia e rada. Solo ai margini di esso, là dove è una siepe di biancospino selvatico, già tutto tempestato dei rubini dei piccoli frutti, l’erba è più verde e folta, e là, in cerca di pastura e d’ombra, sono delle pecorelle con un piccolo mandriano.

Gioacchino è intorno ai filari e agli ulivi. Ha con lui due uomini che l’aiutano. Ma, per quanto anziano, è svelto e lavora con gusto. Stanno aprendo delle piccole chiudende ai limiti di un campo, per dare acqua alle piante assetate; e l’acqua si fa strada gorgogliando fra l’erba e la terra arsa, e si stende in anelli, che per un momento paiono di un cristallo giallastro e poi sono solo anelli scuri di terra umida, intorno ai tralci e agli ulivi stracarichi.

Lentamente Anna, per la pergola ombrosa, sotto la quale api d’oro ronzano, ghiotte dello zucchero di acini biondi, va verso Gioacchino, che quando la vede le si affretta incontro.

«Fin qui sei giunta?».

«La casa è calda come un forno».

«E tu ne soffri».

«L’unica sofferenza di questa mia ultima ora di gravida. La sofferenza di tutti, uomini e bestie. Non ti accaldare troppo, Gioacchino».

«L’acqua, sperata da tanto e che da tre giorni pareva proprio vicina, non è ancora venuta, e la campagna brucia. Buon per noi che vi è la sorgente vicina ed è così ricca d’acque. Ho aperto i canali. Poco sollievo per le piante, che hanno le foglie vizze e coperte di polvere. Ma quel tanto da tenerle in vita. Se piovesse!…». Gioacchino, con l’ansia di tutti gli agricoltori, scruta il cielo, mentre Anna, stanca, si sventola con un ventaglio che pare fatto con una foglia secca di palma, intrecciata con fili multicolori che la tengono rigida.

La parente dice: «Là, oltre il grande Hermon, sorgono nubi veloci. Vento di settentrione. Rinfrescherà e forse darà acqua».

«È tre giorni che si leva e poi cade col sorger della luna. Farà così ancora». Gioacchino è sconfortato.

«Torniamo in casa. Anche qui non si respira, e poi penso che sia bene tornare…», dice Anna, che sembra ancor più olivastra per un pallore che le è venuto sul viso.

5.2«Soffri?».

«No. Ma sento quella gran pace che ho sentito nel Tempio quando mi fu fatta grazia, e che ho sentito ancora quando seppi d’esser madre. È come un’estasi. Un dolce sonno del corpo, mentre lo spirito giubila e si placa in una pace senza paragone umano. Ti ho amato, Gioacchino, e quando sono entrata nella tua casa e mi sono detta: “Sono sposa di un giusto”, ho avuto pace, e così tutte le volte che il tuo provvido amore aveva cure per la tua Anna. Ma questa pace è diversa. Vedi, io credo che è una pace come quella che dovette invadere, come olio che si spande e molce, lo spirito di Giacobbe, nostro padre, dopo il suo sogno[13] d’angeli; e, meglio ancora, simile alla pace gioiosa dei Tobia dopo che Raffaele si manifestò loro. Se mi vi sprofondo, nel gustarla essa sempre più cresce. È come io salissi per gli spazi azzurri del cielo… e, non so perché, da quando io ho in me questa gioia pacifica, io ho un cantico in cuore, quello del vecchio Tobia. Mi pare sia stato scritto per quest’ora… per questa gioia… per la terra d’Israele che la riceve… per Gerusalemme peccatrice e ora perdonata… ma… — ma non ridete dei deliri di una madre… — ma quando dico: “Ringrazia il Signore per i tuoi beni e benedici il Dio dei secoli, affinché riedifichi in te il suo Tabernacolo”, io penso che colui che riedificherà nella Gerusalemme il Tabernacolo del Dio vero sarà questo che sta per nascere…, e penso ancora che non più della Città santa, ma della mia creatura sia profetizzata la sorte quando il cantico dice: “Tu brillerai di luce splendida, tutti i popoli della Terra a te si prostreranno, le nazioni verranno a te portando doni, adoreranno in te il Signore e terranno come santa la tua terra, perché dentro di te invocheranno il Grande Nome. Tu sarai felice nei tuoi figli, perché tutti saranno benedetti e si riuniranno presso il Signore. Beati quelli che ti amano e gioiscono della tua pace!…”; e la prima a gioirne sono io, la sua madre beata…».

Anna si trascolora e si accende come cosa portata da luce lunare a gran fuoco e viceversa, nel dire queste parole. Delle dolci lacrime le scorrono sulle gote, né se ne avvede, e sorride alla sua gioia. E intanto va verso casa fra lo sposo e la parente, che ascoltano e tacciono commossi.

5.3Si affrettano perché le nubi, spinte da un vento alto, galoppano e crescono per il cielo, e la pianura si fa scura e abbrividisce per un avviso di temporale. Quando giungono alla soglia di casa, un primo lampo livido solca il cielo e il rumore del primo tuono pare il rullare di un’enorme grancassa che si mesca all’arpeggio delle prime gocce sulle foglie arse.

Entrano tutti e Anna si ritira, mentre Gioacchino, raggiunto dai garzoni, parla, sulla porta, di questa tanto attesa acqua, che è benedizione per la terra sitibonda. Ma la gioia si muta in timore, perché viene un temporale violentissimo con fulmini e nubi cariche di grandine. «Se la nube rompe, l’uva e le ulive saranno frante come da mola. Miseri noi!».

Un’altra ansia ha poi Gioacchino, per la sposa a cui è giunta l’ora di dare alla luce il figlio. La parente lo rassicura che Anna non soffre affatto. Ma egli è in orgasmo, e ogni volta che la parente o altre donne, fra cui la mamma di Alfeo, escono dalla stanza di Anna per poi tornarvi con acqua calda e bacili e lini asciugati alla fiamma, che splende ilare sul focolare centrale in un’ampia cucina, va e chiede, e non si placa per le loro rassicurazioni. Anche l’assenza di gridi da parte di Anna lo preoccupa. Dice: «Io sono uomo e non ho mai visto partorire. Ma mi ricordo d’aver sentito dire che l’assenza di doglie è fatale…».

Viene la sera, anticipata dalla furia temporalesca che è violentissima. Acqua torrenziale, vento, fulmini, vi è di tutto, meno la grandine che è andata ad abbattersi altrove.

Uno dei garzoni nota questa violenza e dice: «Sembra che Satana sia uscito coi suoi demoni dalla Geenna. Guarda che nubi nere! Senti che fiato di zolfo è nell’aria, e fischi e sibili e voci di lamento e maledizione. Se è lui, è furente questa sera!».

L’altro garzone ride e dice: «Gli sarà sfuggita una grande preda, oppure Michele lo ha percosso con nuova folgore di Dio, e lui ne ha corna e coda mozze e arse».

Passa di corsa una donna e grida: «Gioacchino! Sta per nascere! E tutto fu svelto e felice!», e scompare con un’anforetta fra le mani.

5.4Il temporale cade di colpo, dopo un ultimo fulmine così violento che sbatte contro le pareti i tre uomini; e sul davanti della casa, nel suolo dell’orto, resta a suo ricordo una buca nera e fumante. E mentre un vagito, che pare il lamento di una tortorina che per la prima volta non pigoli più ma tubi, viene da oltre la porta di Anna, un enorme arcobaleno stende la sua fascia a semicerchio su tutta l’ampiezza del cielo. Sorge, o per lo meno pare sorgere, dalla cima dell’Hermon che, baciata da una lama di sole, pare di alabastro di un bianco rosa delicatissimo; si alza fino al più terso cielo di settembre e, valicando per spazi detersi da ogni impurità, sorvola le colline di Galilea e la piana che appare, fra due alberi di fico, che è a sud, e poi ancora un altro monte; e sembra posare la sua punta estrema all’estremo orizzonte, là dove un’aspra catena di monti chiude ogni altra veduta.

«Che cosa mai vista!».

«Guardate, guardate!».

«Pare che leghi in un cerchio tutta la terra di Israele, e già, ma guardate, già vi è una stella mentre ancor non è scomparso il sole. Che stella! Brilla come un enorme diamante!…».

«E la luna, là, è tutta piena, mentre ancor mancano tre giorni al suo esserlo. Ma guardate come splende!».

5.5Le donne sopraggiungono festanti con un batuffolino roseo fra candide tele.

È Maria, la Mamma! Una Maria piccolina che potrebbe dormire fra il cerchio di braccia di un fanciullo, una Maria lunga al massimo quanto un braccio, una testolina di avorio tinto di rosa tenue e dalle labbruzze di carminio, che non piangono già più ma fanno l’istintivo atto di succhiare, così piccine che non si sa come faranno a prendere un capezzolo, un nasetto minuto fra due gotine tonde e, quando stuzzicandola le fanno aprire gli occhietti, due pezzettini di cielo, due puntini innocenti e azzurri che guardano, e non vedono, fra ciglia sottili e di un biondo quasi roseo, tanto è biondo. Anche i capellucci sulla testolina tonda hanno la velatura roseo-bionda di certi mieli che sono quasi bianchi.

Per orecchie, due conchigliette rosee e trasparenti, perfette. E per manine… cosa sono quelle due cosine che annaspano per l’aria e poi vanno alla bocca? Chiuse come ora, due bocci di rosa borraccina che abbiano fenduto il verde dei sepali e sporgano la loro seta di rosa tenue; aperte come ora, due gioiellini d’avorio appena rosato, di alabastro appena rosato, con cinque pallide granate per unghiette. Come faranno quelle manine ad asciugare tanto pianto?

E i piedini? Dove sono? Per ora sono solo uno zampettio nascosto fra i lini. Ma ecco che la parente si siede e la scopre… Oh! i piedini! Lunghi un quattro centimetri, hanno per pianta una conchiglia corallata, per dorso una conchiglia di neve venata d’azzurro, per ditine dei capolavori di scultura lillipuziana, anche loro coronate di piccole scaglie di granata pallida. Ma come si troveranno sandaletti, quando quei piedini di bambola faranno i primi passi, tanto piccini da poter stare su quei piedini? E come faranno quei piedini a fare tanto aspro cammino e sorreggere tanto dolore sotto una croce?

Ma ora questo non si sa, e si ride e sorride del suo annaspare e sgambettare, delle belle gambette tornite, delle cosce minute che fanno fossette e braccialetti tanto sono grassottelle, della pancina, una coppa capovolta, del piccolo torace perfetto sotto la cui seta candida si vede il moto del respiro e certo si ode, se, come fa il padre felice ora, vi si appoggia la bocca ad un bacio, battere un cuoricino… Un cuoricino che è il più bello che ha la terra nei secoli dei secoli, l’unico cuore immacolato di uomo.

E la schiena? Ecco che la rivoltano, e si vede la falcatura delle reni e poi le spalle grassottelle e la nuca rosea così forte che, ecco, la testolina si alza sull’arco delle vertebre minute, e pare il capino di un uccello che scruti intorno il mondo nuovo che vede, e ha un gridino di protesta per esser così mostrata, Lei, la Pura e Casta, agli occhi di tanti, Lei che uomo non vedrà mai più nuda, la Tutta Vergine, la Santa ed Immacolata. Coprite, coprite questo Boccio di giglio che non sarà mai aperto sulla terra e che darà, più bello ancor di Lei, il suo Fiore, pur restando boccio. Solo nei Cieli il Giglio del Trino Signore aprirà tutti i suoi petali. Perché lassù non vi è polvere di colpa che possa involontariamente profanare quel candore. Perché lassù vi è da accogliere, alla vista di tutto l’Empireo, il Trino Iddio che ora, fra pochi anni, celato in un cuore senza macchia, sarà in Lei: Padre, Figlio, Sposo.

Eccola di nuovo fra i lini e fra le braccia del padre terreno, cui Ella somiglia. Non ora. Ora è un abbozzo d’uomo. Io dico che gli somiglia fatta donna. Della madre non ha nulla. Del padre il colore della pelle e degli occhi, e certo anche dei capelli che, se ora sono bianchi, in gioventù erano certo biondi come lo dicono le sopracciglia; del padre le fattezze, rese più perfette e gentili per esser Lei donna, e quella Donna; del padre il sorriso e lo sguardo e il modo di muoversi e la statura. Pensando a Gesù, come lo vedo, trovo che Anna ha dato la sua statura al Nipote e il colore più avorio carico della pelle. Mentre Maria non ha quell’imponenza di Anna, una palma alta e flessuosa, ma la gentilezza del padre.

5.6Anche le donne parlano del temporale e del prodigio della luna, della stella, dell’immenso arcobaleno, mentre con Gioacchino entrano dalla madre felice e le rendono la creaturina.

Anna sorride ad un suo pensiero: «È la Stella» dice. «Il suo segno è nel cielo. Maria, arco di pace! Maria, stella mia! Maria, pura luna! Maria, perla nostra!».

«Maria la chiami?».

«Sì. Maria, stella e perla e luce e pace…».

«Ma vuol dire anche amarezza… Non temi portarle sventura?».

«Dio è con Lei. È sua da prima che fosse. Egli la condurrà per le sue vie ed ogni amarezza si muterà in paradisiaco miele. Or sii della tua mamma… ancora per un poco, prima di esser tutta di Dio…».

E la visione ha termine sul primo sonno di Anna madre e di Maria infante.

Annotazione

Quattro villaggi si contendevano la gloria della nascita di Maria: Sephoris, Nazareth, Betlemme e Gerusalemme. Il Vangelo della Natività di Maria dice positivamente della Vergine: In civitate Nazareth nata. San Fulberto di Chartres cita questa opinione e non la contraddice. Questa è l'opinione più diffusa della Chiesa romana, mentre la tradizione orientale indica Gerusalemme.

Un cielo di settembre. Secondo EMV 4.2, Maria è stata concepita durante la Festa della Luce (Hanukkah). A seconda dell'anno, questa festa cade all'inizio di dicembre. Nove mesi dopo corrisponde all'inizio di settembre. In Oriente, come decretato dall'imperatore Maurizio (582 + 602), il sinassario (raccolta delle vite dei santi) di Costantinopoli segnava la Natività di Maria l'8 settembre.

Ora sei da tua madre... tra poco sarai tutta per Dio. Anna consacrò la figlia al Signore: Maria andò al Tempio all'età di tre anni.

EMR 6.1-5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

6.1 Vedo Gioacchino ed Anna, insieme a Zaccaria e Elisabetta, uscire da una casa di Gerusalemme, certo di amici o parenti, e dirigersi al Tempio per la cerimonia della Purificazione.

Anna ha fra le braccia la Bambina, tutta avvolta nelle fasce e, anzi, tutta stretta in un ampio tessuto di lana leggera ma che deve essere morbida e calda. E con che cura e amore ella porti e sorvegli la sua creaturina, sollevando di tanto in tanto il lembo del fine e caldo tessuto, per vedere se Maria respira bene, e poi raggiustandolo per ripararla dall’aria rigida di una giornata serena ma fredda di pieno inverno, non è da dire.

Elisabetta ha degli involti fra le mani. Gioacchino trascina con una corda due grossi agnelli candidissimi, già più montoni che agnelli. Zaccaria non ha nulla. È tutto bello nella sua veste di lino, che un pesante mantello di lana, pure bianca, lascia intravedere. Uno Zaccaria molto più giovane di quello già visto per la nascita del Battista, nella piena virilità, come Elisabetta è una donna matura, ma ancora d’apparenza fresca, la quale, ogni volta che Anna guarda la Bambina, si piega in estasi sul visino dormente. Anche lei è tutta bella in una veste d’un azzurro tendente al viola scuro e nel velo che le copre il capo, scendendo poi sulle spalle e sul mantello, scuro più della veste.

Ma Gioacchino ed Anna, poi, sono solenni nei loro abiti di festa. Contrariamente al solito, egli non ha la tunica marrone scuro. Ma una lunga veste di un rosso cupissimo, noi diremmo ora “rosso S. Giuseppe”, e le frange messe al suo manto sono nuovissime e belle. In capo ha lui pure una specie di velo rettangolare, cinto da un cerchio di cuoio. Tutta roba nuova e fine.

Anna, oh! non veste di scuro oggi! Ha una veste di un giallo tenuissimo, quasi color avorio vecchio, stretta alla vita, al collo e ai polsi da un cinturone che pare d’argento e oro. Il suo capo è velato da un velo leggerissimo e come damascato, pure trattenuto alla fronte da una lamina sottile ma preziosa. Al collo una collana di filigrana, e braccialetti ai polsi. Pare una regina, anche per la dignità con cui porta la veste e specie il mantello, di un giallo tenue bordato da una greca in ricamo molto bello, tinta su tinta.

«Mi sembra vederti il giorno in cui fosti sposa. Ero poco più che fanciulla, allora, ma ricordo ancora quanto eri bella e felice», dice Elisabetta.

«Ma ora lo sono di più… e ho voluto mettere la stessa veste per questo rito. L’avevo sempre tenuta per questo… e non speravo più metterla per questo».

6.2 «Il Signore ti ha molto amata…», dice con un sospiro Elisabetta.

«È per questo che io gli dò la cosa più amata. Questo mio fiore».

«Come farai a strappartelo dal seno quando sarà l’ora?».

«Ricordando che non l’avevo e che Dio me lo dette. Sarò sempre più felice ora di allora. Quando la saprò nel Tempio mi dirò: “Prega presso il Tabernacolo, prega il Dio d’Israele anche per la sua mamma” e ne avrò pace. E più grande pace avrò nel dire: “Ella è tutta sua. Quando questi due vecchi felici che l’ebbero dal Cielo non saranno più, Egli, l’Eterno, le sarà Padre ancora”. Credi, io ne ho ferma convinzione, questa piccina non è nostra. Nulla io potevo più fare… Egli l’ha messa nel mio seno, dono divino per asciugare il mio pianto e confortare le nostre speranze e le nostre preghiere. Perciò è sua. Noi ne siamo i felici custodi… e di questo ne sia benedetto!».

6.3 Le mura del Tempio sono raggiunte.

«Mentre andate alla porta di Nicanore, io vado ad avvertire il sacerdote. E poi verrò io pure», dice Zaccaria. E scompare dietro ad un arco che immette in un cortilone cinto da portici.

La comitiva continua ad inoltrare per le successive terrazze. Perché, non so se l’ho mai detto, il recinto del Tempio non è su terreno piano, ma sale, a scaglioni successivi, sempre più in alto. Ad ogni scaglione si accede mediante gradinate, ed in ogni scaglione sono cortili e portici e portali lavoratissimi, di marmo, bronzo e oro.

Prima di raggiungere il posto prefisso, si fermano per liberare dagli involti le cose portate, ossia delle focacce, mi pare, larghe e basse e molto unte, della farina bianca, due colombi in una gabbiuzza di vimini e delle grosse monete d’argento, certe patacche così pesanti che per fortuna allora non c’erano tasche. Le avrebbero sfondate.

Ecco la bella porta di Nicanore, tutta un lavoro di ricamo nel bronzo pesante laminato d’argento. Là è già Zaccaria, a fianco di un sacerdote tutto pomposo nella sua veste di lino.

Anna riceve l’aspersione di un’acqua, suppongo lustrale, e poi riceve l’ordine di avanzare verso l’ara del sacrificio. La Bambina non è più fra le sue braccia. L’ha presa Elisabetta, che resta al di qua della porta.

Invece Gioacchino entra dietro la moglie, tirandosi dietro un disgraziato agnello belante. E io… faccio come per la purificazione di Maria: chiudo gli occhi per non vedere sgozzamenti di sorta.

Ora Anna è purificata.

6.4 Zaccaria dice piano qualche parola al collega, il quale annuisce sorridendo. E poi si accosta al gruppo ricomposto e, felicitandosi con la madre e il padre per la loro gioia e per la loro fedeltà alle promesse, riceve il secondo agnello e la farina e le focacce.

«Questa figlia è dunque sacra al Signore? La benedizione di Lui sia con lei e con voi. Ecco Anna che giunge. Sarà una delle sue maestre. Anna di Fanuel, della tribù di Aser. Vieni, donna. Questa piccina è offerta al Tempio in ostia di lode. Tu le sarai maestra, e santa crescerà sotto di te».

La già tutta bianca Anna di Fanuel vezzeggia la Bambina, che si è svegliata e guarda coi suoi occhi innocenti e stupiti tutto quel bianco e quell’oro che il sole accende.

La cerimonia deve essere compiuta. Non ho visto speciale rito per l’offerta di Maria. Forse bastava il dirlo al sacerdote, e soprattutto a Dio, presso il luogo sacro.

6.5 «Vorrei dare l’offerta al Tempio e andare là dove vidi la luce lo scorso anno».

Vanno, accompagnati da Anna di Fanuel. Non entrano nel Tempio vero e proprio; si capisce che, essendo donne e trattandosi di una bambina, non vanno neppure là dove andò Maria per offrire il Figlio. Ma, da ben presso alla porta spalancata, guardano nell’interno semiscuro, da cui vengono dolci canti di fanciulle e brillano lumi preziosi che spandono una luce d’oro su due aiuole di testoline velate di bianco, due vere aiuole di gigli.

«Fra tre anni anche tu sarai là, mio Giglio», promette Anna a Maria, che guarda come affascinata verso l’interno e sorride al canto lento.

«Pare comprenda», dice Anna di Fanuel. «È una bella bambina! Mi sarà cara come fosse delle mie viscere. Te lo prometto, o madre. Se l’età mi concederà di esserlo».

«Lo sarai, donna», dice Zaccaria. «Tu la riceverai fra le sacre fanciulle. Io pure vi sarò. Voglio esservi quel giorno per dirle di pregare per noi sin dal primo momento…» e guarda la moglie, che comprende e sospira.

La cerimonia è finita e Anna di Fanuel si ritira, mentre gli altri escono dal Tempio parlando fra loro.

Odo Gioacchino che dice: «Non due e i migliori, ma tutti li avrei dati i miei agnelli per questa gioia e per dar lode a Dio!».

Non vedo altro.

EMR 7.1

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

7.1 Vedo ancora Anna. È da ieri sera che la vedo così: è seduta all’inizio della pergola ombrosa, intenta ad un lavoro di cucito. È tutta vestita di un color grigio sabbia, un abito molto semplice e sciolto, forse per il gran caldo che deve fare.

Al termine della pergola si vedono i falciatori segare il fieno. Ma non deve essere, però, maggengo, perché l’uva è già dietro a colorarsi d’oro, e un grosso melo mostra fra le foglie scure i suoi frutti che stanno divenendo di una lucida cera gialla e rossa, e poi il campo a grano non è che stoppia su cui ondeggiano lievi le fiammelle dei papaveri e si drizzano rigidi e sereni i fiordalisi, raggiati come una stella e azzurri come il cielo d’oriente.

Dalla pergola ombrosa viene avanti una Maria piccina, ma già svelta e indipendente. Il suo breve passo è sicuro e i sandaletti bianchi non inciampano nei sassolini. Ha già in abbozzo il suo dolce passo lievemente ondulante di colomba, ed è tutta bianca come una colombina nella vesticciuola di lino lunga fino ai malleoli e ampia, arricciata al collo da un cordoncino celeste e dalle manichine corte che lasciano vedere gli avambracci rosei e grassottelli. Coi suoi capellucci serici e biondo miele, non molto ricci ma tutti a dolci onde che al termine finiscono in un lieve cannolo, gli occhi di cielo, e il dolce visino lievemente roseo e sorridente, sembra un piccolo angelo. Anche il venticello, che le entra dalle ampie maniche e le gonfia il lino della vesticciola alle spalle, contribuisce a darle l’aspetto di un piccolo angelo con le ali già socchiuse al volo.

Nelle manine ha papaveri e fiordalisi e altri fioretti che crescono fra i grani, ma dei quali non so il nome. Va e, quando è prossima alla madre, spicca una breve corsa, gettando una vocina festosa e va, come una tortorina, a fermare il suo volo contro i ginocchi materni, che si sono un poco aperti per riceverla, mentre il lavoro è stato posato lì presso, perché Ella non si punga, e le braccia sono state tese ad abbracciarla.

Annotazione

Primo libro dei Re 8, 1-5

1 Re 8, 1-5: Salomone radunò a Gerusalemme gli anziani d'Israele e tutti i capi delle tribù, i capifamiglia dei figli d'Israele, per andare a prendere l'arca dell'Alleanza del Signore dalla città di Davide, cioè da Sion. Tutti gli uomini d'Israele si riunirono sotto il re Salomone nel settimo mese, durante la festa dei Tabernacoli. Quando tutti gli anziani d'Israele furono arrivati, i sacerdoti si occuparono dell'Arca. Presero l'Arca del Signore e la Tenda di riunione con tutti gli oggetti sacri che conteneva; i sacerdoti e i leviti li portarono. Il re Salomone e, con lui, tutto il popolo d'Israele che aveva convocato per stare con lui davanti all'Arca, offrirono in sacrificio pecore e buoi: erano così tanti che non si potevano né contare né misurare.

EMR 7.1-2

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Fin qui ieri sera, e stamane si ripresenta e continua così.

«Mamma! Mamma!». La tortorina bianca è tutta nel nido delle ginocchia materne, coi piccoli piedi sull’erba corta e la faccina curva sul grembo materno, e non si vede che l’oro pallido dei suoi capellucci sulla nuca sottile che Anna si curva a baciare con amore.

7.2 Poi la tortorina alza il capino e dà i suoi fioretti. Tutti alla mamma, e di ogni fiore dice una storia che si è creata.

Questo, così azzurro e grande, è una stella che è venuta giù dal cielo per portare il bacio del Signore alla sua mamma. Ecco, lo baci lì, sul cuore, sul cuore, questo fiorellino celeste, e sentirà che ha sapore di Dio.

Quest’altro, invece, che è azzurro più pallido, come sono gli occhi del papà, ha scritto sulle foglie che il Signore vuole molto bene al papà perché è buono.

E questo, piccino piccino, unico trovato (è un miosotis), è quello che il Signore ha fatto per dire a Maria che le vuol bene.

E questi rossi, lo sa la mamma che sono? Sono pezzi della veste di re David, intrisi nel sangue dei nemici di Israele e seminati sui campi di lotta e di vittoria. Sono nati da quei lembi di eroica veste regale, stracciata nella lotta per il Signore.

Invece questo, bianco e gentile, che pare fatto di sette coppe di seta che guardino il cielo, piene di profumi, e che è nato là, presso la sorgente — glie lo ha colto papà di fra le spine — è fatto con la veste che aveva re Salomone quando, nello stesso mese in cui la piccola sua nipote era nata, tanti anni — oh! quanti! quanti prima! — tanti anni prima, egli, nella pompa candida delle sue vesti, camminò in mezzo alla moltitudine d’Israele davanti all’Arca e al Tabernacolo, e giubilò per la nuvola tornata a circondar la sua gloria, e cantò il cantico e la preghiera della sua gioia.

«Io voglio esser sempre come questo fiore, e come il re saggio io voglio cantare per tutta la vita cantico e preghiera davanti al Tabernacolo», termina la piccola bocca di Maria.

«Mia gioia! Come sai queste cose sante? Chi te le dice? Il padre tuo?».

«No. Non so chi sia. Mi par di averle sempre sapute. Ma forse è uno che me le dice e che io non vedo. Forse uno degli angeli che Dio manda a parlare agli uomini che son buoni.

Annotazione

Primo libro dei Re 8, 1-5

1 Re 8, 1-5: Salomone radunò a Gerusalemme gli anziani d'Israele e tutti i capi delle tribù, i capifamiglia dei figli d'Israele, per andare a prendere l'arca dell'Alleanza del Signore dalla città di Davide, cioè da Sion. Tutti gli uomini d'Israele si riunirono sotto il re Salomone nel settimo mese, durante la festa dei Tabernacoli. Quando tutti gli anziani d'Israele furono arrivati, i sacerdoti si occuparono dell'Arca. Presero l'Arca del Signore e la Tenda di riunione con tutti gli oggetti sacri che conteneva; i sacerdoti e i leviti li portarono. Il re Salomone e, con lui, tutto il popolo d'Israele che aveva convocato per stare con lui davanti all'Arca, offrirono in sacrificio pecore e buoi: erano così tanti che non si potevano né contare né misurare.

EMR 7.3-4

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

7.3 Mamma, me ne racconti ancora?…».

«Oh! figlia mia! Quale fatto vuoi sapere?».

Maria pensa; seria e raccolta, è da pitturarsi per eternarne l’espressione. Sul visetto infantile si riflettono l’ombre dei suoi pensieri. Sorrisi e sospiri, raggi di sole e ombre di nubi, pensando alla storia d’Israele. Poi sceglie: «Ancora quello di Gabriele a Daniele, in cui è promesso il Cristo».

E ascolta ad occhi chiusi, ripetendo piano le parole che la madre le dice, come per ricordarle meglio. Quando Anna termina, chiede: «Quanto manca ancora ad aver l’Emmanuele?».

«Trent’anni circa, diletta».

«Quanto ancora! E io sarò nel Tempio… Dimmi, se io pregassi tanto, tanto, tanto, giorno e notte, notte e giorno, e volessi esser solo di Dio, per tutta la vita, per questo scopo, l’Eterno mi farebbe grazia di dare prima il Messia al suo popolo?».

«Non lo so, cara. Il Profeta dice: “Settanta settimane”. Credo che profezia non erri. Ma è tanto buono il Signore», si affretta ad aggiungere Anna, vedendo imperlarsi di un pianto le ciglia d’oro della sua bambina, «che io credo che se tu pregherai tanto, tanto, tanto, Egli ti esaudirà».

Il sorriso torna sul visetto che è lievemente alzato verso la madre, e un occhiellino di sole che passa fra due pampini fa brillare le stille del già cessato pianto, come fossero goccioline di rugiada sospese agli steli esilissimi del musco alpino.

7.4 «E allora io pregherò e mi farò vergine per questo».

«Ma sai tu che vuol dire tal cosa?».

«Vuol dire non conoscere amore d’uomo ma solo di Dio. Vuol dire non aver altro pensiero che per il Signore. Vuol dire rimanere bambine nella carne e angeli nel cuore. Vuol dire non avere occhi altro che per guardare Dio, orecchie per udirlo, bocca per lodarlo, mani per offrirsi ostie, piedi per seguirlo veloci, e cuore e vita per darli a Lui».

«Te benedetta! Ma allora non avrai mai bambini, tu che ami tanto i bambini e gli agnellini e le tortorine… Sai? Un bambino per una donna è come un agnellino bianco e ricciuto, è come una colombina dalle piume di seta e la bocca di corallo che si possono amare, baciare e sentirsi dire: “Mamma”».

«Non importa. Io sarò di Dio. Nel Tempio pregherò. E forse un giorno vedrò l’Emmanuele. La Vergine che gli deve esser Madre, come dice il gran Profeta, già deve esser nata ed è nel Tempio… Io le sarò compagna… e ancella… Oh! sì! Se la potessi conoscere, per luce di Dio, la vorrei servire, quella beata! E, dopo, ella mi porterebbe il Figlio, mi porterebbe al suo Figlio, e servirei Lui pure. Pensa, mamma!… Servire il Messia!!…». Maria è sopraffatta da questo pensiero, che la sublima e la annienta insieme. Con le manine incrociate sul piccolo seno e la testolina un poco curva in avanti e accesa d’emozione, pare una infantile riproduzione dell’Annunciata che io vidi. Riprende: «Ma me lo permetterà il Re d’Israele, l’Unto di Dio, di servirlo?».

«Non ne aver dubbi. Non dice re Salomone: “Sessanta son le regine e ottanta le altre mogli e le fanciulle son senza numero” ? Tu vedi che nella reggia del Re saranno senza numero le fanciulle vergini che serviranno il loro Signore».

«Oh! vedi allora che devo esser vergine? Lo devo. Se Egli per madre vuole una vergine, è segno che ama sopra ogni cosa la verginità. Voglio mi ami, me, sua serva, per la verginità che mi farà un poco simile alla sua Madre diletta… Questo voglio…

Dettaglio

Maria è con sua madre e le chiede di raccontarle una storia della Sacra Scrittura.

Annotazione

"Ancora una volta, la parola di Gabriele a Daniele, quella in cui Cristo ci viene promesso". Daniele 9, 20-27. Questa parola profetica sarà interpretata in EMV 10,5 e EMV 41,3/4.

Libro di Daniele 9, 20-27

Dn 9, 20-27: Stavo ancora parlando, pregando, confessando il mio peccato e il peccato del mio popolo Israele, presentando la mia supplica al Signore mio Dio, per il monte santo del mio Dio; stavo ancora parlando nella mia preghiera quando Gabriele - l'essere che avevo visto all'inizio della visione - venne rapidamente da me nell'ora dell'offerta della sera.

Mi istruì dicendo: "Daniele, sono uscito ora per aprire la tua comprensione. Dall'inizio della tua supplica è sorta una parola e io sono venuto ad annunciartela, perché tu sei amato da Dio. Comprendete la parola e cercate di comprendere l'apparizione.

Settanta settimane sono state riservate al tuo popolo e alla tua città santa, per porre fine alla perversione e al peccato, per espiare l'iniquità e realizzare la giustizia eterna, per compiere la visione e la profezia e per consacrare il Santo dei Santi.

Sappiate e comprendete! Dal momento in cui è stato dato l'ordine di ricostruire Gerusalemme fino alla venuta di un messia, di un leader, ci saranno sette settimane. Per sessantadue settimane si ricostruiranno le piazze e le mura, ma nell'angoscia dei tempi. E dopo le sessantadue settimane, un messia sarà rimosso. Il popolo di un futuro leader distruggerà la città e il Luogo Santo. Poi, con un diluvio, arriverà la sua fine. Fino alla fine della guerra, avranno luogo le devastazioni decise. Per una settimana, questo capo rafforzerà l'alleanza con una moltitudine; per metà della settimana, farà cessare il sacrificio e l'offerta, e su un'ala del Tempio ci sarà l'Abominio della Desolazione, finché lo sterminio deciso non si scioglierà sull'autore di questa desolazione".

EMR 7.5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

7.5 Vorrei anche esser peccatrice, tanto peccatrice, se non temessi di offendere il Signore… Dimmi, mamma. Si può esser peccatrici per amore di Dio?».

«Ma che dici, tesoro? Io non comprendo».

«Voglio dire: peccare per poter essere amata da Dio che diviene Salvatore. Si salva chi è perduto. Non è vero? Io vorrei esser salvata dal Salvatore per avere il suo sguardo d’amore. Per questo vorrei peccare, ma non fare peccato che lo disgusti. Come può salvarmi se non mi perdo?».

Anna è sbalordita. Non sa più che dire.

La soccorre Gioacchino che, camminando sull’erba, si è avvicinato senza rumore dietro la siepe dei tralci bassi. «Ti ha salvata avanti, perché sa che tu lo ami e vuoi amare Lui solo. Per questo tu sei già redenta e puoi esser vergine come tu vuoi», dice Gioacchino.

«Davvero, padre mio?». Maria gli si stringe ai ginocchi e lo guarda con le chiare stelle dei suoi occhi, così simili a quelli paterni e così felici per questa speranza che il padre le dà.

«In verità, piccolo amore. Guarda. Io ti portavo ora questo piccolo passero volato, al suo primo volo, presso la fonte. Avrei potuto lasciarlo, ma le sue deboli ali e le zampine di seta non avevano forza di sollevarsi a nuovo volo o di rattenerlo sulle pietre muscose che scivolano. Sarebbe caduto nella fonte. Non ho aspettato che avvenisse. L’ho preso e te lo dono. Ne farai ciò che vuoi. Il fatto è che è stato salvato prima di cadere nel pericolo. Lo stesso, Dio ha fatto con te. Ora dimmi, Maria. Ho amato più il passero salvandolo prima, o l’avrei amato di più salvandolo poi?».

«Ora l’hai amato, perché non hai permesso si facesse male coll’acqua gelata».

«E Dio ti ha amata di più, perché ti ha salvata avanti che tu peccassi».

«Ed io allora lo amerò del tutto. Del tutto. Passerino bello, io son come te. Il Signore ci ha amati in modo uguale, dandoci salvezza… Ora io ti alleverò e poi ti lascerò andare. E tu canterai nel bosco e io nel Tempio le lodi di Dio, e diremo: “Manda, manda il tuo Promesso a chi attende”.

Dettaglio

Maria bambina ha deciso di essere vergine per amore di Dio e spera di essere la serva della Madre di Dio. Poi aggiunge:

Annotazione

Si può essere peccatori per amore di Dio? (...) Come può salvarmi se non mi perdo?

Questo rapporto paradossale tra il peccato e l'amore riconoscente per il Redentore si ritrova nell'Exultet pasquale: Benedetto il peccato dell'uomo, che ha portato al mondo in difficoltà l'unico Salvatore!

Anche San Paolo coltiva questo paradosso per amore dei suoi fratelli: Io stesso vorrei essere anatema per i Giudei, miei fratelli di razza, separati da Cristo (Romani 9,3).