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La Vergine Maria nel Tempio di Gerusalemme (vergine consacrata)

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EMR 8.1-6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

8.1 Vedo Maria fra mezzo al padre e alla madre camminare per le vie di Gerusalemme.

I passanti si fermano a guardare la bella Bambina, tutta vestita di un bianco di neve e avvolta in un leggerissimo tessuto che per i suoi disegni, a rami e fiori, più opachi fra il tenue dello sfondo, mi pare sia lo stesso che aveva Anna il giorno della sua Purificazione. Soltanto che, mentre ad Anna esso non sorpassava la cintura, a Maria, piccolina, scende fin quasi a terra e l’avvolge in una nuvoletta leggera e lucida di una vaghezza rara.

Il biondo dei capelli sciolti sulle spalle, meglio, sulla nuca gentile, traspare là dove non vi è damascatura nel velo, ma unicamente il fondo leggerissimo. Il velo è trattenuto sulla fronte da un nastro di un azzurro pallidissimo, su cui, certamente per opera della mamma, sono ricamati in argento dei piccoli gigli.

L’abito, come ho detto, candidissimo, scende fino a terra, e i piedini appena si mostrano nel passo, coi loro sandaletti bianchi. Le manine sembrano due petali di magnolia che escano dalla lunga manica. Tolto il cerchio azzurro del nastro, non vi è altro punto di colore. Tutto è bianco. Maria pare vestita di neve.

Gioacchino ed Anna sono vestiti, lui con lo stesso abito della Purificazione, e Anna invece di viola scurissimo. Anche il mantello, che le copre anche il capo, è viola scuro. Ella se lo tiene molto calato sugli occhi. Due poveri occhi di mamma, rossi di pianto, che non vorrebbero piangere e non vorrebbero, soprattutto, esser visti piangere, ma che non possono non piangere sotto la protezione del manto. Protezione che serve per i passanti, e anche per Gioacchino, che del resto ha il suo occhio, sempre sereno, oggi arrossato e opaco di lacrime già scese e ancora scendenti, e che va molto curvo sotto il suo velo messo a quasi turbante, con le ali laterali che scendono lungo il viso.

Un vecchio affatto, ora, Gioacchino. Chi lo vede deve pensarlo nonno e forse bisnonno della piccolina che egli ha per mano. La pena di perderla dà al povero padre un passo strascicante, una lassezza di tutto il portamento che lo invecchia di un vent’anni, e il viso pare quello di un malato oltre che vecchio, tanto è stanco e triste, con la bocca che ha un lieve tremito fra le due rughe, che sono così marcate oggi, ai lati del naso.

Cercano i due di celare il pianto. Ma, se possono farlo per molti, non lo possono per Maria, che per la sua statura li vede dal basso in alto e, alzando il piccolo capo, guarda alternativamente il padre e la madre. Ed essi si sforzano di sorriderle con la bocca che trema, e aumentano la stretta della loro mano sulla manina minuta ogni volta che la loro figliolina li guarda e sorride. Devono pensare: «Ecco. Un’altra volta di meno da vedere questo sorriso».

8.2 Vanno piano. A rilento. Pare vogliano protrarre il più a lungo il loro cammino. Tutto serve a fermarsi… Ma una strada deve pur finire! E questa sta per finire. Ecco là, in cima a questo ultimo pezzo di strada che sale, le mura di cinta del Tempio. Anna ha un gemito e stringe più forte la manina di Maria.

«Anna, cara, io sono con te!», dice una voce uscendo dal­l’ombra di un basso arco gettato su un incrocio di strade. E Elisabetta, che certo era in attesa, la raggiunge e stringe al cuore. E, posto che Anna piange, le dice: «Vieni, vieni in questa casa amica per un poco. Poi andremo insieme. Vi è anche Zaccaria».

Entrano tutti in una stanza bassa e scura, in cui è lume un vasto fuoco. La padrona, certo amica di Elisabetta, ma estranea ad Anna, cortesemente si ritira lasciando liberi i sopraggiunti.

«Non credere che io sia pentita, o che dia con mala volontà il mio tesoro al Signore», spiega Anna fra le lacrime… «ma è che il cuore… oh! il mio cuore come duole, il mio vecchio cuore che torna nella sua solitudine di senza figli!… Se sentissi…».

«Lo capisco, Anna mia… Ma tu sei buona e Dio ti conforterà nella tua solitudine. Maria pregherà per la pace della sua mamma. Non è vero?».

Maria carezza le mani materne e le bacia, se le passa sul viso per esserne carezzata, e Anna serra fra le sue quel visino e lo bacia, lo bacia. Non si sazia di baciare.

Entra Zaccaria e saluta: «Ai giusti la pace del Signore».

«Sì», dice Gioacchino, «supplicaci pace, perché le nostre viscere tremano nell’offerta come quelle di padre Abramo[1] mentre saliva il monte, e noi non troveremo altra offerta per riscattare questa. Né lo vorremmo fare, perché siamo fedeli a Dio. Ma soffriamo, Zaccaria. Sacerdote di Dio, comprendici e non ti scandalizzare di noi».

«Mai. Anzi, il vostro dolore, che sa non soverchiare il lecito e portarvi all’infedeltà, mi è scuola nell’amare l’Altissimo. Ma fatevi cuore.

8.3 Anna profetessa avrà molta cura di questo fiore di Davide e Aronne. In questo momento è l’unico giglio della sua stirpe santa che Davide abbia nel Tempio, e sarà curato come perla regale. Per quanto i tempi volgano al termine e dovrebbe esser cura delle madri della stirpe di consacrare le figlie al Tempio, poiché da una vergine di Davide uscirà il Messia, pure, per rilassamento di fede, i posti delle vergini sono vuoti. Troppo poche nel Tempio, e di questa stirpe regale nessuna, dopo che ne uscì sposa, or sono tre anni, Sara di Eliseo. Vero che ancora sei lustri mancano al termine, ma… Ebbene, speriamo che Maria sia la prima di molte vergini di Davide davanti al Sacro Velo. E poi… chissà…». Zaccaria non dice altro. Ma guarda pensoso Maria. Poi riprende: «Io pure veglierò su Lei. Sono sacerdote ed ho il mio potere là dentro. Lo userò per quest’angelo. E Elisabetta verrà sovente a trovarla…».

«Oh! di certo! Io ho tanto bisogno di Dio e verrò a dirlo a questa Bambina, perché lo dica all’Eterno».

8.4 Anna si è rinfrancata. Elisabetta, per sollevarla più ancora, chiede: «Non è il tuo velo di sposa questo? Oppure hai filato del nuovo bisso?».

«È quello. Lo consacro con Essa al Signore. Non ho più occhi… E anche le ricchezze sono molto scemate per tasse e sventure… Non mi era lecito fare gravi spese. Ho provveduto solo ad un ricco corredo per il suo tempo nella Casa di Dio e per poi… perché penso che non sarò io quella che la vestirà per le nozze… e voglio sia sempre la mano di sua mamma, anche se fredda e immota, che la para alle nozze e le fila i lini e le vesti da sposa».

«Oh! perché pensare così?!».

«Sono vecchia, cugina. Mai come sotto questo dolore me lo sento. L’ultime forze della mia vita le ho date a questo fiore, per portarlo e nutrirlo, ed ora… ed ora… sulle estreme soffia il dolore di perderlo e le disperde».

«Non dire così, per Gioacchino».

«Hai ragione. Vedrò di vivere per il mio uomo».

Gioacchino ha fatto mostra di non sentire, intento ad ascoltare Zaccaria, ma ha udito e sospira forte con gli occhi lucidi di pianto.

«Siamo a mezzo fra terza e sesta. Credo sarebbe bene andare», dice Zaccaria.

Si alzano tutti per rimettersi i mantelli e andare.

8.5 Ma, prima di uscire, Maria si inginocchia sulla soglia a braccia aperte: un piccolo cherubino implorante. «Padre! Madre! La vostra benedizione!».

Non piange, la piccola forte. Ma le labbruzze tremano e la voce, spezzata da un interno singulto, ha più che mai il trepido gemito della tortorina. Il visetto è più pallido e l’occhio ha quello sguardo di rassegnata angoscia che, più forte sino a divenire inguardabile senza soffrirne profondamente, le vedrò sul Calvario e nel Sepolcro.

I genitori la benedicono e la baciano. Una, due, dieci volte. Non se ne sanno saziare… Elisabetta piange silenziosamente e Zaccaria, per quanto voglia non mostrarlo, è commosso.

Escono. Maria fra il padre e la madre, come prima. Davanti, Zaccaria e la moglie.

Eccoli dentro le mura del Tempio. «Vado dal Sommo Sacerdote. Voi salite sino alla grande terrazza».

Valicano tre cortili e tre atri sovrapposti. Eccoli ai piedi del vasto cubo di marmo incoronato d’oro. Ogni cupola, convessa come una mezza arancia enorme, sfolgora al sole che ora, sul mezzodì, cade a perpendicolo sul vasto cortile che circonda il fabbricato solenne, ed empie il vasto piazzale e l’ampia scalinata che conduce al Tempio. Solo il portico che fronteggia la scalinata, lungo la facciata, è in ombra, e la porta altissima di bronzo e oro è ancor più scura e solenne in tanta luce.

Maria pare ancor più di neve fra il gran sole. Eccola ai piedi della scalinata. Fra padre e madre. Come deve battere il cuore a quei tre! Elisabetta è a fianco di Anna, ma un poco indietro, di un mezzo passo.

Uno squillo di trombe argentine e la porta gira sui cardini, che pare diano suono di cetra nel girare sulle sfere di bronzo. Appare l’interno con le sue lampade nel profondo, ed un corteo viene dall’interno verso l’esterno. Un pomposo corteo fra suoni di trombe argentee, nuvole d’incenso e luci.

Eccolo sulla soglia. Davanti, colui che deve essere il Sommo Sacerdote. Un vecchio solenne, vestito di lino finissimo, e sul lino una più corta tunica pure di lino, e su questa una specie di pianeta, qualcosa fra la pianeta e la veste dei diaconi, multicolore: porpora e oro, violaceo e bianco vi si alternano e brillano come gemme al sole; due gemme vere brillano su esso ancor più vivamente al sommo delle spalle. Forse sono fibbie con il loro castone prezioso. Sul petto, una larga placca splendente di gemme, sostenuta da una catena d’oro. E pendagli e ornamenti splendono alla base della tunica corta, e oro splende sulla fronte al disopra del copricapo, che mi ricorda quello dei preti ortodossi, la loro mitra fatta a cupola anziché a punta come quella cattolica.

Il solenne personaggio viene avanti, da solo, sino al principio della scalinata, nell’oro del sole che lo fa ancora più splendido. Gli altri attendono stesi a corona fuor dalla porta, sotto il portico ombroso. A sinistra è un gruppo candido di fanciulle con Anna profetessa e altre anziane, certo maestre.

Il Sommo Sacerdote guarda la Piccola e sorride. Le deve parere ben piccina ai piedi di quella scalinata degna di un tempio egizio! Alza le braccia al cielo in una preghiera. Tutti curvano il capo, come annichiliti davanti alla maestà sacerdotale in comunione con la Maestà eterna.

Poi, ecco. Un cenno a Maria. E Lei si stacca dalla madre e dal padre e sale, come affascinata sale. E sorride. Sorride all’ombra del Tempio, là dove scende il Velo prezioso… È in alto della scalinata, ai piedi del Sommo Sacerdote che le impone le mani sul capo. La vittima è accettata. Quale ostia più pura aveva mai avuto il Tempio?

Poi si volge e, tenendole la mano sulla spalla come a condurla all’ara, l’Agnellina senza macchia, la conduce presso la porta del Tempio. Prima di farla entrare chiede: «Maria di David, sai il tuo voto?». Al «sì» argentino, che gli risponde, egli grida: «Entra, allora. Cammina in mia presenza e sii perfetta».

E Maria entra e l’ombra l’inghiotte, e lo stuolo delle vergini e delle maestre, poi quello dei leviti, sempre più la nascondono, la separano… Non c’è più…

Ora anche la porta gira sui suoi cardini armoniosi. Uno spiraglio sempre più stretto permette vedere il corteo che inoltra verso il Santo. Ora è proprio un filo. Ora non è più niente. Chiusa.

All’ultimo accordo dei sonori cardini risponde un singhiozzo dei due vecchi e un grido unico: «Maria! Figlia!»; e poi due gemiti che si invocano: «Anna!», «Gioacchino!»; e terminano: «Diamo gloria al Signore, che la riceve nella sua Casa e la conduce sulla sua via».

E tutto finisce così.

EMR 10.1-7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

10.1 Soltanto ieri sera, venerdì, mi si è illuminata la mente a vedere. Non ho visto altro che una ben giovane Maria, una Maria dodicenne al massimo, il cui visetto non ha più quelle rotondità proprie della puerizia, ma già svela i futuri contorni della donna nell’ovale che si allunga. Anche i capelli non sono più sciolti sul collo coi loro boccoli lievi, ma stanno raccolti in due pesanti trecce di un oro pallidissimo — pare mescolato ad argento tanto sono chiari — lungo le spalle e scendono sino ai fianchi. Il viso è più pensoso, più maturo, per quanto sia sempre il viso di una fanciulla, una bella e pura fanciulla che, tutta vestita di bianco, cuce in una stanzetta piccina piccina e tutta bianca, dalla cui finestra spalancata si vede l’edificio imponente e centrale del Tempio e poi tutta la discesa delle gradinate, dei cortili, dei portici e, oltre le mura della cinta, la città colle sue vie e case e giardini e, in fondo, la cima gibbosa e verde del monte Uliveto.

Cuce e canta sottovoce. Non so se sia un canto sacro. Dice:

«Come una stella dentro un’acqua chiara

mi splende una luce in fondo al cuore.

Fin dall’infanzia da me non si separa

e soavemente mi guida con amore.

In fondo al cuore è un canto.

Da dove viene mai?

Uomo, tu non lo sai.

Da dove riposa il Santo.

Io guardo la mia stella chiara

né voglio cosa che non sia,

sia pure la cosa più dolce e cara,

che questa dolce luce che è tutta mia.

Mi hai portata dagli alti Cieli,

Stella, dentro ad un sen di madre.

Ora vivi in me, ma oltre ai veli

ti vedo, o volto glorioso del Padre.

Quando alla tua serva Tu darai l’onore

d’esser umile ancella del Salvatore?

Manda, dal Cielo manda a noi il Messia.

Accetta, Padre santo, l’offerta di Maria».

10.2 Maria tace, sorride e sospira, e poi si curva a ginocchi in preghiera. Il suo visetto è tutto una luce. Altolevato verso l’azzurro terso di un bel cielo estivo, pare ne aspiri tutta la luminosità e se ne irradi. O, meglio, pare che dal suo interno un nascosto sole irradi le sue luci e accenda la neve appena rosata delle carni di Maria, e si effonda incontro alle cose e al sole che splende sulla terra, benedicendo e promettendo tanto bene.

Mentre Maria sta per rialzarsi dopo la sua amorosa preghiera, e sul volto le permane una luminosità d’estasi, entra la vecchia Anna di Fanuel e si arresta stupita, o per lo meno ammirata dell’atto e dell’aspetto di Maria.

Poi la chiama: «Maria», e la Fanciulla si volge con un sorriso, diverso ma sempre tanto bello, e saluta: «Anna, a te pace».

10.3 «Pregavi? Non ti basta mai la preghiera?».

«La preghiera mi basterebbe. Ma io parlo con Dio. Anna, tu non puoi sapere come io me lo sento vicino. Più che vicino, in cuore. Dio mi perdoni tale superbia. Ma io non mi sento sola. Tu vedi? Là, in quella casa d’oro e di neve, dietro alla doppia Cortina, è il Santo dei santi. Né mai alcun occhio, che non sia quello del Sommo Sacerdote, può fissarsi sul Propiziatorio, sul quale riposa la gloria del Signore. Ma io non ho bisogno di guardare con tutta l’anima venerabonda quel doppio Velo trapunto, che palpita alle onde dei canti verginali e dei leviti e che odora di preziosi incensi, come per forarne la compagine e veder tralucere la Testimonianza. Sì che la guardo! Non temere che io non la guardi con occhio venerabondo come ogni figlio d’Israele. Non temere che l’orgoglio mi acciechi facendomi pensare ciò che or ti dico. Io la guardo, né vi è umile servo nel popolo di Dio che guardi più umilmente la Casa del suo Signore come io la guardo, convinta d’esser la più meschina di tutti. Ma che vedo? Un velo. Che penso oltre il Velo? Un Tabernacolo. Che, in quello? Ma se mi guardo in cuore, ecco, io vedo Dio splendere nella sua gloria d’amore e dirmi: “T’amo”, e io gli dico: “T’amo”, e mi liquefò e mi ricreo ad ogni palpito del cuore in questo bacio reciproco… Sono in mezzo a voi, maestre e compagne care. Ma un cerchio di fiamma mi isola da voi. Entro il cerchio, Dio e io. Ed io vi vedo attraverso al Fuoco di Dio e così vi amo… ma non posso amarvi secondo la carne, né mai alcuno potrò amare secondo la carne. Ma solo Questo che mi ama, e secondo lo spirito.

10.4 So la mia sorte. La Legge secolare di Israele vuole di ogni fanciulla una sposa e di ogni sposa una madre. Ma io, pur ubbidendo alla Legge, ubbidisco alla Voce che mi dice: “Io ti voglio”, e vergine sono e sarò. Come lo potrò fare? Questa dolce, invisibile Presenza che è meco mi aiuterà, poiché Essa vuole tal cosa. Io non temo. Non ho più padre e madre… e solo l’Eterno sa come in quel dolore si arse quanto io avevo d’umano. Si arse con dolore atroce. Ora non ho che Dio. A Lui dunque ubbidisco ciecamente… Già l’avrei fatto anche contro padre e madre, perché la Voce mi istruisce che chi vuol seguirla deve passare oltre padre e madre, amorose guardie di ronda intorno alle mura del cuore filiale, che vogliono condurre alla gioia secondo le loro vie… e non sanno che vi sono altre vie, la cui gioia è infinita… Avrei loro lasciato vesti e mantello, pur di seguire la Voce che mi dice: “Vieni, o mia diletta, o mia sposa!”. Tutto avrei loro lasciato; e le perle delle lacrime, perché avrei pianto di doverli disubbidire, e i rubini del mio sangue, ché anche la morte avrei sfidato per seguire la Voce che chiama, avrebbero loro detto che vi è qualcosa più grande dell’amore di un padre e una madre, e più dolce, ed è la Voce di Dio. Ma ora la sua volontà m’ha sciolta anche da questo laccio di pietà filiale. Già, laccio non sarebbe stato. Erano due giusti, e Dio certo parlava in loro come a me parla. Avrebbero seguito giustizia e verità. Quando io li penso, li penso nella quiete dell’attesa fra i Patriarchi, e affretto col mio sacrificio l’avvento del Messia per aprire loro le porte del Cielo. Sulla Terra sono io che mi reggo, ossia è Dio che regge la sua povera serva dicendole i suoi comandi. Ed io li compio, poiché compierli è la mia gioia. Quando l’ora sarà, io dirò allo sposo il mio segreto… ed egli lo accoglie­rà».

«Ma, Maria… quali parole troverai per persuaderlo? Avrai contro l’amore di un uomo, la Legge e la vita».

«Avrò con me Iddio… Iddio aprirà alla luce il cuore dello sposo… la vita perderà i suoi aculei di senso divenendo un puro fiore che ha profumo di carità.

10.5 La Legge… Anna, non dirmi bestemmiatrice. Io penso che la Legge stia per essere mutata. Da chi, tu pensi, se è divina? Dal solo che mutare la può. Da Dio. Il tempo è prossimo più che non pensiate, io ve lo dico. Perché, leggendo Daniele, una gran luce mi si è fatta venendo dal centro del cuore, e la mente ha compreso il senso delle arcane parole. Abbreviate saranno le settanta settimane per le preghiere dei giusti. Mutato il numero degli anni? No. Profezia non mente. Ma non il corso del sole, sibbene quello della luna è la misura del tempo profetico, onde io dico: “Prossima è l’ora che udrà vagire il Nato da una Vergine”. Oh! volesse, questa Luce che mi ama, dirmi, poiché tante cose mi dice, dove è la felice[1] che partorirà il Figlio a Dio e il Messia al suo popolo! Camminando scalza percorrerei la Terra, né freddo e gelo, né polvere e solleone, né fiere e fame mi farebbero ostacolo per giungere a Lei e dirle: “Concedi alla tua serva e alla serva dei servi del Cristo di vivere sotto il tuo tetto. Girerò la macina e lo strettoio, come schiava alla macina mettimi, come mandriana al tuo gregge, come colei che deterge i pannilini al tuo Nato, mettimi nelle tue cucine, mettimi ai tuoi forni… dove tu vuoi, ma accoglimi. Che io lo veda! Ne oda la voce! Ne riceva lo sguardo”. E, se non mi volesse, mendica alla sua porta io vivrei di elemosine e scherni, all’addiaccio e al solleone, pur di udire la voce del Messia bambino e l’eco delle sue risa, e poi vederlo passare… E forse un giorno riceverei da Lui l’obolo di un pane… Oh! se la fame mi straziasse le viscere e mi sentissi mancare dopo tanto digiuno, non mangerei quel pane. Lo terrei come sacchetto di perle contro il cuore e lo bacerei per sentire il profumo della mano del Cristo, e non avrei più fame né freddo, perché il contatto mi darebbe estasi e calore, estasi e cibo…».

10.6 «Tu dovresti esser la Madre del Cristo, tu che l’ami così! È per questo che vuoi rimanere vergine?».

«Oh! no. Io sono miseria e polvere. Non oso alzare lo sguardo verso la Gloria. È per questo che più del doppio Velo, oltre il quale so esser l’invisibile Presenza di Jeovà, io amo guardare entro il mio cuore. Là è il Dio terribile del Sinai. Qua, in me, io vedo il Padre nostro, un’amorosa Faccia che mi sorride e benedice, perché sono piccola come un uccellino che il vento sorregge senza sentirne peso, e debole come stelo del mughetto selvaggio che non sa che fiorire e odorare, e al vento non oppone altra forza che quella della sua profumata e pura dolcezza. Dio, il mio vento d’amore! Non per questo. Ma perché al Nato da Dio e da una Vergine, al Santo del Santissimo non può che piacere che ciò che nel Cielo ha scelto per Madre e ciò che sulla Terra gli parla del Padre celeste: la Purezza. Se la Legge meditasse questo, se i rabbi, che l’hanno moltiplicata in tutte le sottigliezze del loro insegnamento, volgendo la mente a orizzonti più alti si immergessero nel soprannaturale, lasciando l’umano e l’utile che perseguono dimenticando il Fine supremo, dovrebbero soprattutto volgere il loro insegnare alla Purezza, perché il Re d’Israele la trovi al suo venire. Con l’ulivo del Pacifico, colle palme del Trionfatore spargete gigli, e gigli e gigli… Quanto Sangue dovrà spargere per redimerci, il Salvatore! Quanto! Dalle mille e mille ferite, che Isaia vide sull’Uomo dei dolori, ecco che cade, come rugiada da un vaso poroso, una pioggia di Sangue. Non cada dove è profanazione e bestemmia, questo Sangue divino, ma in calici di purezza fragrante, che lo accolgano e raccolgano per poi spargerlo ai malati dello spirito, ai lebbrosi dell’anima, ai morti a Dio. Date gigli, gigli date per asciugare, con la candida veste dei petali puri, i sudori e le lacrime del Cristo! Date gigli, gigli date per l’ardore della sua febbre di Martire! Oh! dove sarà quel Giglio che ti porta? Dove quello che ti disseterà l’arsura? Dove quello che si farà rosso del tuo Sangue e morirà per il dolore di vederti morire? Dove quello che piangerà sul tuo Corpo svenato? Oh! Cristo! Cristo! Sospiro mio!…».

Maria tace, lacrimante e sopraffatta.

10.7 Anna tace per qualche tempo e poi, con la sua voce bianca di vegliarda commossa, dice: «Hai altro da insegnarmi, Ma­ria?».

Maria si scuote. Deve credere, nella sua umiltà, che la sua maestra la rimproveri, e dice: «Oh! perdono! Tu sei maestra, io sono un povero nulla. Ma questa Voce mi sale dal cuore. Io ben la sorveglio, per non parlare. Ma, come fiume che sotto émpito d’onda rompe le dighe, or ecco m’ha presa ed è straripata. Non far conto delle mie parole e mortifica la mia presunzione. Le arcane parole dovrebbero stare nell’arca segreta del cuore, che Dio nella sua bontà benefica. Lo so. Ma è tanto dolce questa invisibile Presenza, che io ne sono ebbra… Anna, perdona alla tua piccola serva!».

Anna la stringe a sé, e tutto il vecchio viso rugoso trema e luccica di pianto. Le lacrime si insinuano fra le rughe come acqua per terreno accidentato che si muta in tremulo acquitrino. Ma la vecchia maestra non suscita riso, anzi il suo pianto eccita la più alta venerazione.

Maria sta fra le sue braccia, il visetto contro il petto della vecchia maestra, e tutto finisce così.

EMR 11.2-5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

11.2 Maria è sempre nel Tempio. E ora esce, fra altre vergini, dal Tempio vero e proprio.

Deve esserci stata qualche cerimonia, perché odore di incensi si sparge per l’aria tutta rossa per un bel tramonto, che direi di autunno avanzato, perché un cielo già dolcemente stanco, come lo è in un ottobre sereno, si incurva sui giardini di Gerusalemme, nei quali il giallo ocra delle foglie prossime a cadere mette delle chiazze biondo-rosse fra il verde-argento degli ulivi.

La schiera, anzi lo sciame candido delle vergini, traversa il cortile posteriore, sale la gradinata, varca un porticato, entra in un altro cortile meno splendido, quadrato e che non ha altre aperture fuor di quella da cui si accede in esso. Deve essere quello dedicato ad accogliere le piccole dimore delle vergini adibite al Tempio, perché ogni fanciulla si dirige alla sua cella come una colombella al suo nido, e pare proprio uno stormo di colombe che si separi dopo esser stato unito a raccolta. Molte, potrei dire tutte, parlano fra loro, prima di lasciarsi, a voce bassa ma giuliva. Maria tace. Soltanto, prima di separarsi dalle altre, le saluta con affetto e poi si dirige alla sua stanzetta, in un angolo, a destra.

11.3 La raggiunge una maestra, non vecchia come Anna di Fanuel, ma già anziana. «Maria. Il Sommo Sacerdote ti attende».

Maria la guarda lievemente stupita, ma non fa domande. Risponde soltanto: «Mi affretto a lui».

Non so se l’ampia sala in cui entra sia della casa del Sacerdote o faccia parte delle dimore delle donne adibite al Tempio. So che è vasta e luminosa, ben messa, e che in essa, oltre al Sommo Sacerdote, tutto bello nelle sue vesti, vi è Zaccaria e Anna di Fanuel.

Maria fa un profondo inchino sulla soglia e non avanza finché il Sommo Sacerdote non le dice: «Avanzati, Maria. Non temere». Maria rialza persona e viso e viene avanti lentamente, non per malavoglia, ma per un involontario che di solenne, che la fa parere più donna.

Anna le sorride per incoraggiarla e Zaccaria la saluta con un: «La pace a te, cugina».

Il Pontefice la osserva attentamente, e poi a Zaccaria: «È palese in Lei la stirpe di Davide e Aronne».

«Figlia, io so la tua grazia e bontà. So che ogni giorno tu crescesti in scienza e grazia agli occhi di Dio e degli uomini. So che la voce di Dio mormora al tuo cuore le sue parole più dolci. So che sei il Fiore del Tempio di Dio e che un terzo cherubino è davanti alla Testimonianza da quando tu vi sei. E vorrei che il tuo profumo continuasse a salire con gli incensi ad ogni nuovo giorno. Ma la Legge dice altre parole. Tu non sei più una fanciulla ormai, ma una donna. Ed ogni donna deve esser sposa in Israele per portare il suo maschio al Signore. Tu seguirai l’ordine della Legge. Non temere, non arrossire. Ho presente la tua regalità. Già te ne tutela la Legge, che ordina che ad ogni uomo sia data la donna della sua stirpe. Ma, anche ciò non fosse, io lo farei, per non corrompere il tuo magnifico sangue. Non conosci alcuno della tua stirpe, o Maria, che possa esserti sposo?».

Maria alza un viso tutto rosso di pudore e sul quale, a ciglio delle palpebre, splende un primo brillio di pianto, e con voce trepida risponde: «Nessuno».

«Non può conoscere alcuno, poiché entrò qui nella puerizia, e la stirpe di Davide è troppo percossa e dispersa per permettere che i diversi rami si riuniscano come fronda a far chioma alla palma regale», dice Zaccaria.

«Allora daremo a Dio la scelta».

11.4 Le lacrime fin lì rattenute sgorgano e cadono sino alla bocca tremante, e Maria getta uno sguardo supplice alla sua maestra.

«Maria si è promessa al Signore per la sua gloria e la salvezza d’Israele. Non era che una bambina che compitava appena, e già si era legata da voto…», dice Anna in suo aiuto.

«Il tuo pianto è per questo, allora? Non per resistenza alla Legge».

«Per questo… non altro. Io ti ubbidisco, Sacerdote di Dio».

«Questo conferma quanto sempre mi fu detto di te. Da quan­ti anni sei vergine?».

«Da sempre, io credo. Non ancora ero in questo Tempio e già al Signore m’ero data».

«Ma non sei tu la piccola che venisti, or sono dodici inverni, a chiedermi d’entrare?».

«Lo sono».

«E come, allora, puoi dire che eri già di Dio allora?».

«Se guardo indietro io mi ritrovo vergine… Non mi ricordo dell’ora in cui nacqui, né come cominciai ad amare la madre mia e a dire al padre: “O padre, io son la tua figlia”… Ma ricordo, né so quando ebbe inizio, d’aver dato a Dio il mio cuore. Forse lo fu col primo bacio che seppi dare, con la prima parola che seppi pronunciare, col primo passo che seppi fare… Sì, ecco. Io credo che il primo ricordo d’amore io lo trovo col mio primo passo sicuro… La mia casa… la mia casa aveva un giardino pieno di fiori… aveva un frutteto e dei campi… e una sorgente era là, in fondo, sottomonte, e sgorgava da una roccia incavata che faceva grotta… era piena di erbe lunghe e sottili, che piovevano come cascatelle verdi da ogni dove e pareva piangessero, perché le fogliettine leggere, le fronde che parevano un ricamo, avevano tutte una gocciolina d’acqua che cadendo suonava come un campanellino piccino piccino. E anche la sorgente cantava. E vi erano uccelli sugli ulivi e i meli che erano sulla costa sopra la sorgente, e colombe bianche venivano a lavarsi nello specchio limpido della fontana… Non mi ricordavo più tutto questo, perché avevo messo tutto il mio cuore in Dio e, fuorché il padre e la madre, amati in vita e in morte, ogni altra cosa della Terra si era dileguata dal mio cuore… Ma tu mi vi fai pensare, Sacerdote… Devo cercare quando mi detti a Dio… e le cose dei primi anni tornano… Io amavo quella grotta, perché più dolce del canto dell’acqua e degli uccelli vi udivo una Voce che mi diceva: “Vieni, mia diletta”. Io amavo quelle erbe diamantate di gocce sonore, perché in esse vedevo il segno del mio Signore e mi perdevo a dirmi: “Vedi come è grande il tuo Dio, anima mia? Colui che ha fatto i cedri del Libano per l’aquilone, ha fatto queste fogliette che piegano sotto il peso di un moscerino per la gioia del tuo occhio e per riparo al tuo piccolo piede”. Io amavo quel silenzio di cose pure: il vento lieve, l’acqua d’argento, la mondezza delle colombe… amavo quella pace che vegliava sulla grotticella, piovendo dai meli e dagli ulivi, ora tutti in fiore, ed ora tutti preziosi di frutti… E non so… mi pareva che la Voce dicesse, a me, proprio a me: “Vieni, tu, uliva speciosa; vieni, tu, dolce pomo; vieni, tu, fonte sigillata; vieni, tu, colomba mia”… Dolce l’amore del padre e della madre… dolce la loro voce che mi chiamava… ma questa! questa! Oh! nel terrestre Paradiso penso che così l’udisse colei che fu colpevole, né so come poté preferire un sibilo a questa Voce d’amore, come poté appetire ad altra conoscenza che non fosse Iddio… Con le labbra che ancora sapevan di materno latte, ma col cuore ebbro del celeste miele, io ho detto allora: “Ecco, io vengo. Tua. Né altro signore avrà la mia carne fuor di Te, Signore, come altro amore non ha il mio spirito”… E nel dirlo mi pareva di ridire cose già dette e compire un rito già compiuto, né estraneo m’era lo Sposo prescelto, perché io ne conoscevo già l’ardore, e la mia vista si era formata alla sua luce e la mia capacità d’amare s’era compiuta fra le sue braccia. Quando?… Non so. Oltre la vita, direi, perché sento di averlo sempre avuto, e che Egli mi ha sempre avuta, e che io sono poiché Egli mi ha voluta per la gioia del suo Spirito e del mio…

11.5 Ora ubbidisco, Sacerdote. Ma dimmi tu come io devo agire… Non ho padre e madre. Sii tu la mia guida».

«Dio ti darà lo sposo, e santo sarà poiché a Dio ti affidi. Tu gli dirai il tuo voto».

«E accetterà?».

«Lo spero. Prega, o figlia, che egli possa capire il tuo cuore. Vai, ora. Dio ti accompagni sempre».

Maria si ritira con Anna. E Zaccaria resta col Pontefice.

La visione cessa così.

EMR 12.1-8

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Vedo una ricca sala dal bel pavimento e tende e tappeti e mobili d’intarsio. Deve ancora far parte del Tempio, perché in essa vi sono sacerdoti, fra cui Zaccaria, e molti uomini di ogni età, ossia dai venti ai cinquant’anni, su per giù.

Parlano fra loro piano ma animatamente. Paiono in ansia per qualche cosa che non so. Sono tutti vestiti a festa con vesti nuove o almeno molto fresche di lavatura, come si fossero[1] parati ad una festa. Molti si sono levati il telo che fa da copricapo, altri lo hanno ancora, specie gli anziani, mentre i giovani mostrano le loro teste nude, quali biondo scure, quali morate, alcune nerissime, una sola rosso-rame. Le capigliature sono per la maggior parte corte, ma ve ne sono di quelle lunghe sino alle spalle. Non devono conoscersi tutti fra di loro, perché si osservano curiosamente. Ma però sembrano affini, perché si capisce li prema un unico pensiero.

12.2

In un angolo vedo Giuseppe. Parla con un vecchiotto rubizzo. Giuseppe è sui trent’anni. Un bell’uomo dai capelli corti e piuttosto ricci, di un castagno morato come è la barba e i baffi che ombreggiano un bel mento e salgono verso le gote brune rosse, non olivastre come in altri bruni. Ha occhi scuri, buoni e profondi, seri molto, direi quasi un poco tristi. Ma però quando sorride, come fa ora, divengono lieti e giovanili. È tutto vestito di marrone chiaro, molto semplice ma molto ordinato.

12.3

Entra un gruppo di giovani leviti e si dispone fra la porta e un tavolo lungo e stretto, che è presso la parete dove al centro è la porta, che resta spalancata. Solo una tenda, che pende sino a un venti centimetri da terra, resta tesa a coprire il vano.

La curiosità si acuisce. E più ancora quando una mano scosta la tenda per dare il passo ad un levita, che porta fra le braccia un fascio di rami secchi, sul quale è posato delicatamente un ramo fiorito. Una leggera spuma di petali bianchi, che appena si ricordano di una sfumatura di roseo che dal centro si irradia sempre più tenue sino al sommo dei petali leggeri. Il levita posa il fascio di rami sul tavolo con delicata cura, per non ledere il miracolo di quel ramo in fiore fra tanto seccume.

Un brusio va per la sala. I colli si allungano, gli sguardi si fanno più acuti come per vedere. Anche Zaccaria, coi sacerdoti, essendo più vicino al tavolo, cerca vedere. Ma non vede nulla.

Giuseppe, nel suo angolo, dà appena una occhiata al fascio di rami e, quando il suo interlocutore gli dice qualcosa, fa un cenno di diniego come chi dice: «Impossibile!», e sorride.

12.4

Uno squillo di tromba oltre la tenda. Tutti si zittiscono e si dispongono in bell’ordine colla faccia verso l’uscio, che ora appare spalancato, perché anche la tenda è fatta scorrere sui suoi anelli. Contornato da altri anziani, entra il Sommo Pontefice. Tutti si inchinano profondamente. Il Pontefice va al tavolo e parla restando in piedi.

«Uomini della stirpe di Davide, qui convenuti per mio bando, udite. Il Signore ha parlato, sia lode a Lui! Dalla sua Gloria un raggio è sceso e, come sole di primavera, ha dato vita ad un ramo secco, e questo ha fiorito miracolosamente mentre nessun ramo della terra è in fiore oggi, ultimo giorno dell’Encenie, mentre ancor non è sciolta la neve caduta sulle alture di Giuda ed è l’unico candore che sia fra Sion e Betania. Dio ha parlato facendosi padre e tutore della Vergine di Davide, che non ha altro che Lui a sua tutela. Santa fanciulla, gloria del Tempio e della stirpe, ha meritato la parola di Dio per conoscere il nome dello sposo gradito all’Eterno. Ben giusto deve essere costui per esser l’eletto del Signore a tutela della Vergine a Lui cara! Per questo il nostro dolore di perderla si placa, e cessa ogni preoccupazione sul suo destino di sposa. E all’indicato da Dio affidiamo con ogni sicurezza la Vergine, sulla quale è la benedizione di Dio e la nostra. Il nome dello sposo è Giuseppe di Giacobbe betlemita, della tribù di Davide, legnaiolo a Nazareth di Galilea. Giuseppe, vieni avanti. Il Sommo Sacerdote te lo ordina».

Molto brusio. Teste che si volgono, occhi e mani che accennano, espressioni deluse ed espressioni sollevate. Qualcuno, specie fra i vecchi, deve esser stato lieto di non avere questa sorte.

Giuseppe, molto rosso e impacciato, si fa avanti. È ora davanti al tavolo, di fronte al Pontefice che ha salutato reverente.

«Venite tutti e guardate il nome inciso sul ramo. Prenda ognuno la propria verga, per essere sicuro che non vi è frode».

Gli uomini ubbidiscono. Guardano il ramo tenuto delicatamente dal Sommo Sacerdote, prendono ognuno il proprio, e chi lo spezza e chi lo conserva. Tutti guardano Giuseppe. Vi è chi guarda e tace, e chi si felicita. Il vecchiotto, col quale egli parlava prima, dice: «Te lo avevo detto, Giuseppe? Chi meno si sente sicuro è colui che vince la partita!». Ora tutti sono passati.

12.5

Il Sommo Sacerdote dà a Giuseppe il ramo in fiore, e poi gli pone la mano sulla spalla e dice: «Non è ricca, e tu lo sai, la sposa che Dio ti dona. Ma ogni virtù è in Lei. Siine sempre più degno. Non vi è fiore in Israele vago e puro al par di Lei. Uscite tutti, ora. Resti Giuseppe. E tu, Zaccaria, parente, conduci la sposa».

Escono tutti, meno il Sommo Sacerdote e Giuseppe. La tenda viene ricalata sull’uscio.

Giuseppe sta tutto umile presso il maestoso Sacerdote. Un silenzio, e poi questo gli dice: «Maria ha da dirti un suo voto. Tu aiuta la sua timidezza. Sii buono con la buona».

«Metterò la mia virilità al suo servizio e nessun sacrificio mi peserà per Lei. Siine certo».

Entra Maria con Zaccaria e Anna di Fanuel.

«Vieni, Maria», dice il Pontefice. «Ecco lo sposo che Dio ti destina. È Giuseppe di Nazareth. Tornerai perciò alla tua città. Ora vi lascio. Dio vi dia la sua benedizione. Il Signore vi guardi e benedica, mostri a voi la sua faccia e abbia pietà di voi sempre. Rivolga a voi il suo volto e vi dia pace».

Zaccaria esce, scortando il Pontefice. Anna si felicita con lo sposo e poi esce essa pure.

12.6

I due promessi sono uno di fronte all’altra. Maria, tutta rossa, sta a capo chino. Giuseppe, pure colorito, l’osserva e cerca le parole da dire per prime.

Le trova finalmente e un sorriso lo illumina. Dice: «Ti saluto, Maria. Ti ho vista bambina di pochi giorni… Ero amico del padre tuo ed ho un nipote di mio fratello Alfeo che era tanto amico di tua madre. Il suo piccolo amico, perché ora non ha che diciott’anni, e quando tu non eri ancor nata egli era un affatto piccolo uomo, e pure rallegrava le tristezze della madre tua che l’amava tanto. Tu non ci conosci, perché sei venuta qui piccina. Ma a Nazareth tutti ti vogliono bene, e pensano e parlano della piccola Maria di Gioacchino, la cui nascita fu un miracolo del Signore che fece rifiorire la sterile… Ed io ricordo la sera in cui sei nata… Tutti la ricordiamo per il prodigio di una grande pioggia che salvò la campagna, e di un violento temporale nel quale i fulmini non schiantarono neppure uno stelo d’erica selvaggia, finito con un arcobaleno che più grande e vago mai più si vide. E poi… chi non ricorda la gioia di Gioacchino? Ti palleggiava mostrandoti ai vicini… Come tu fossi un fiore venuto dal Cielo, ti ammirava e voleva tutti ti ammirassero, felice e vecchio padre che morì parlando della sua Maria così bella e buona e dalle parole piene di grazia e sapere… Aveva ragione di ammirarti e di dire che non vi è una di te più bella! E tua madre? Empiva del suo canto l’angolo in cui era la tua casa, e pareva un’allodola a primavera mentre ti portava e dopo, quando ti aveva al seno. Io ti ho fatto la culla. Una cullina tutta a intagli di rose, perché così la volle tua madre. Forse vi è ancora nella chiusa dimora… Sono vecchio io, Maria. Quando sei nata facevo i primi lavori. Lavoravo già… Chi me lo avesse detto che io ti avrei avuta a sposa! Forse sarebbero morti più lieti i tuoi, perché mi erano amici. Ho seppellito il padre tuo piangendolo con cuor sincero, perché mi era maestro buono nella vita».

Maria alza piano piano il viso, rinfrancandosi sempre più, sentendo che Giuseppe le parla così, e quando accenna alla culla sorride lievemente, e quando Giuseppe dice del padre gli tende una mano e dice: «Grazie, Giuseppe». Un «grazie» timido e soave.

Giuseppe prende fra le sue corte e forti mani di legnaiolo la manina di gelsomino, e la carezza con un affetto che vuole sempre più rassicurare. Forse attende altre parole. Ma Maria tace di nuovo. Allora riprende lui: «La casa, tu lo sai, è intatta, meno che nella parte che fu abbattuta per ordine consolare per fare, del viottolo, via ai carriaggi di Roma. Ma la campagna, quella che t’è rimasta, perché tu sai… la malattia del padre ha consumato molto tuo avere, è un poco trascurata. Sono oltre tre primavere che gli alberi e le viti non conoscono cesoia di ortolano, e la terra è incolta e dura. Ma gli alberi che ti hanno visto piccina vi sono ancora e, se me lo permetti, io subito mi occuperò di loro».

«Grazie, Giuseppe. Ma tu già lavori…».

«Lavorerò al tuo orto nelle prime e nelle ultime ore del giorno. Ora il tempo di luce si allunga sempre più. Per la primavera voglio sia tutto in ordine per la tua gioia. Guarda, questo è un ramo del mandorlo che sta contro casa. Ho voluto cogliere questo… — si entra per ogni dove dalla siepe rovinata, ma ora la rifarò solida e forte — ho voluto cogliere questo pensando che, se io fossi stato il prescelto — non lo speravo perché sono nazareo[2] e ho ubbidito perché ordine di Sacerdote, non per desiderio di nozze — pensando, dicevo, che tu avresti avuto gioia ad avere un fiore del tuo giardino. Eccotelo, Maria. Con esso ti dono il mio cuore, che come esso è fiorito sino ad ora solo per il Signore, ed ora fiorisce per te, sposa mia».

12.7

Maria prende il ramo. È commossa e guarda Giuseppe con un viso sempre più sicuro e radioso. Si sente sicura di lui. Quando poi egli dice: «Sono nazareo», il suo volto si fa tutto luminoso, ed Ella si fa coraggio. «Io pure sono tutta di Dio, Giuseppe. Non so se il Sommo Sacerdote te l’ha detto…».

«Mi ha detto solo che tu sei buona e pura, e che hai da dirmi un tuo voto, e d’esser buono con te. Parla, Maria. Il tuo Giuseppe vuole farti felice in ogni tuo desiderio. Non t’amo con la carne. Ti amo con lo spirito mio, santa fanciulla che Dio mi dona! Vedi in me un padre e un fratello, oltre che uno sposo. E come a padre confidati, come a fratello affidati».

«Fin dall’infanzia mi son consacrata al Signore. So che questo non si fa in Israele. Ma io sentivo una Voce chiedermi la mia verginità in sacrificio d’amore per l’avvento del Messia. Da tanto l’attende Israele!… Non è troppo rinunciare per questo alla gioia d’esser madre!».

Giuseppe la guarda fissamente come volesse leggerle nel cuore, e poi prende le due manine, che ancora hanno fra le dita il ramoscello fiorito, e dice: «Ed io unirò il mio sacrificio al tuo, e ameremo tanto con la nostra castità l’Eterno che Egli darà più presto alla Terra il Salvatore, permettendoci di vedere la sua Luce splendere nel mondo. Vieni, Maria. Andiamo davanti alla sua Casa e giuriamo di amarci come gli angeli fra loro.

12.8

Poi io andrò a Nazareth a preparare tutto per te, nella tua casa se ami andare in quella, altrove se vuoi altrove».

«Nella mia casa… Vi era una grotta là in fondo… Vi è ancora?».

«Vi è, ma non è più tua… Ma te ne farò una ove starai fresca e quieta nelle ore più calde. La farò quanto possibile uguale. E, dimmi, chi vuoi con te?».

«Nessuno. Non ho paura. La madre d’Alfeo, che sempre viene a trovarmi, mi farà compagnia un poco nel giorno, e la notte preferisco esser sola. Nulla mi può accadere di male».

«E poi ora ci sono io… Quando devo venire a prenderti?».

«Quando tu vuoi, Giuseppe».

«Allora verrò non appena la casa è ordinata. Non toccherò nulla. Voglio tu trovi come tua madre ha lasciato. Ma voglio sia piena di sole e ben monda, per accoglierti senza tristezza. Vieni, Maria. Andiamo a dire all’Altissimo che lo benediciamo».

Non vedo altro. Ma mi resta in cuore il senso di sicurezza che prova Maria…

Giuseppe sta tutto umile presso il maestoso Sacerdote. Un silenzio, e poi questo gli dice: «Maria ha da dirti un suo voto. Tu aiuta la sua timidezza. Sii buono con la buona».

«Metterò la mia virilità al suo servizio e nessun sacrificio mi peserà per Lei. Siine certo».

Entra Maria con Zaccaria e Anna di Fanuel.

«Vieni, Maria», dice il Pontefice. «Ecco lo sposo che Dio ti destina. È Giuseppe di Nazareth. Tornerai perciò alla tua città. Ora vi lascio. Dio vi dia la sua benedizione. Il Signore vi guardi e benedica, mostri a voi la sua faccia e abbia pietà di voi sempre. Rivolga a voi il suo volto e vi dia pace».

Zaccaria esce, scortando il Pontefice. Anna si felicita con lo sposo e poi esce essa pure.

12.6 I due promessi sono uno di fronte all’altra. Maria, tutta rossa, sta a capo chino. Giuseppe, pure colorito, l’osserva e cerca le parole da dire per prime.

Le trova finalmente e un sorriso lo illumina. Dice: «Ti saluto, Maria. Ti ho vista bambina di pochi giorni… Ero amico del padre tuo ed ho un nipote di mio fratello Alfeo che era tanto amico di tua madre. Il suo piccolo amico, perché ora non ha che diciott’anni, e quando tu non eri ancor nata egli era un affatto piccolo uomo, e pure rallegrava le tristezze della madre tua che l’amava tanto. Tu non ci conosci, perché sei venuta qui piccina. Ma a Nazareth tutti ti vogliono bene, e pensano e parlano della piccola Maria di Gioacchino, la cui nascita fu un miracolo del Signore che fece rifiorire la sterile… Ed io ricordo la sera in cui sei nata… Tutti la ricordiamo per il prodigio di una grande pioggia che salvò la campagna, e di un violento temporale nel quale i fulmini non schiantarono neppure uno stelo d’erica selvaggia, finito con un arcobaleno che più grande e vago mai più si vide. E poi… chi non ricorda la gioia di Gioacchino? Ti palleggiava mostrandoti ai vicini… Come tu fossi un fiore venuto dal Cielo, ti ammirava e voleva tutti ti ammirassero, felice e vecchio padre che morì parlando della sua Maria così bella e buona e dalle parole piene di grazia e sapere… Aveva ragione di ammirarti e di dire che non vi è una di te più bella! E tua madre? Empiva del suo canto l’angolo in cui era la tua casa, e pareva un’allodola a primavera mentre ti portava e dopo, quando ti aveva al seno. Io ti ho fatto la culla. Una cullina tutta a intagli di rose, perché così la volle tua madre. Forse vi è ancora nella chiusa dimora… Sono vecchio io, Maria. Quando sei nata facevo i primi lavori. Lavoravo già… Chi me lo avesse detto che io ti avrei avuta a sposa! Forse sarebbero morti più lieti i tuoi, perché mi erano amici. Ho seppellito il padre tuo piangendolo con cuor sincero, perché mi era maestro buono nella vita».

Maria alza piano piano il viso, rinfrancandosi sempre più, sentendo che Giuseppe le parla così, e quando accenna alla culla sorride lievemente, e quando Giuseppe dice del padre gli tende una mano e dice: «Grazie, Giuseppe». Un «grazie» timido e soave.

Giuseppe prende fra le sue corte e forti mani di legnaiolo la manina di gelsomino, e la carezza con un affetto che vuole sempre più rassicurare. Forse attende altre parole. Ma Maria tace di nuovo.

EMR 13.1-7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

13.1 Come è bella Maria nelle sue vesti di sposa, fra le amiche e maestre festanti! Vi è anche, fra queste, Elisabetta.

Tutta vestita di candidissimo lino, così setoso e fino che pare una seta preziosa. Una cintura in oro e argento lavorato a bulino, fatta tutta a medaglioni tenuti insieme da catenelle — e ogni medaglione è un ricamo di linee d’oro fra il pesante argento che il tempo ha brunito — le cinge la vita sottile e, forse perché troppo larga per Lei, ancor giovinetta gentile, le pende davanti coi tre ultimi medaglioni, scendendo fra le pieghe della veste amplissima e lievemente a strascico tanto è lunga. Ai piedini, sandali di pelle bianchissima con fibbie in argento.

Al collo la veste è tenuta da una catenella a rosette d’oro e di filigrana d’argento, che riprendono in piccolo il motivo della cintura, e che passa fra larghe asole che sono all’ampia scollatura, riunendola perciò in crespe che formano come una piccola gala. Il collo di Maria emerge da quel candore pieghettato con la grazia di uno stelo avvolto in una garza preziosa, e pare ancor più esile e bianco, uno stelo di giglio terminante nel viso liliale, ancor più pallido per l’emozione e più puro. Un viso di ostia purissima.

I capelli non pendono più sulle spalle. Sono vezzosamente disposti a nodo di trecce, e delle preziose forcine di argento brunito, tutte fatte a ricamo di filigrana nell’arco del sommo, le tengono a posto. Il velo materno è posato su queste trecce e ricade con belle pieghe al disotto della lamina preziosa, che stringe la fronte bianchissima. Scende sino ai fianchi, perché Maria non è alta come sua madre, e il velo le sorpassa le anche, mentre ad Anna giungeva alla cintura.

Alle mani nulla, ai polsi braccialetti. Ma sono così sottili questi polsi, che i pesanti braccialetti materni le ricadono fin sul dorso e forse, se scuotesse le mani, cadrebbero al suolo.

13.2 Le compagne la rimirano in tutti i sensi e l’ammirano. Fanno un gaio cinguettio di passerette con le loro domande e le loro frasi di ammirazione.

«Son di tua madre?».

«Antichi, vero?».

«Che bella, Sara, questa cintura!».

«E questo velo, Susanna? Ma guarda che finezza! Ma guarda questi gigli tessuti in esso!».

«Fammi vedere i bracciali, Maria! Erano di tua madre?».

«Li portò. Ma sono della madre di Gioacchino mio padre».

«Oh! guarda! Hanno il sigillo di Salomone intrecciato con esili rametti di palma e d’ulivo, e fra questi son gigli e rose. Oh! chi ha fatto sì perfetto e minuto lavoro?».

«Sono della casa di Davide», spiega Maria. «Li mettono da secoli le donne della stirpe che vanno a spose, e restano in retaggio all’erede».

«Già! Tu sei figlia erede…».

«Ti hanno portato tutto da Nazareth?».

«No. Quando morì mia madre, mia cugina portò il corredo nella sua casa per conservarlo senza guasto. Ora me lo ha portato».

«Dove è? dove è? Mostralo alle amiche».

Maria non sa come fare… Vorrebbe esser cortese, ma vorrebbe anche non smuovere tutta la roba, disposta in tre pesanti cofani.

In suo aiuto intervengono le maestre. «Lo sposo sta per giungere. Non è tempo di metter confusione. Lasciatela stare, ché la stancate, e andate a prepararvi».

Lo sciame garrulo si allontana un po’ imbronciato. Maria può godersi in pace le sue maestre, che le dicono parole di lode e benedizione.

13.3 Anche Elisabetta si è fatta vicina. E poiché Maria, commossa, piange perché Anna di Fanuel la chiama: «Figlia!», e la bacia con un affetto veramente materno, Elisabetta le dice: «Maria, tua madre non c’è, ma c’è. Il suo spirito esulta presso il tuo. E, guarda, le cose che tu porti ti ridanno la sua carezza. Vi trovi ancora il sapore dei suoi baci. Un giorno lontano, il giorno in cui tu venisti al Tempio, ella mi disse: “Le ho preparato le vesti e il corredo di sposa, perché voglio esser sempre io quella che le fila i lini e le fa le vesti di sposa, per non esser assente nel giorno della sua gioia”. E, sai? Negli ultimi tempi, quando io l’assistevo, ella voleva ogni sera carezzare le tue prime vesti e queste che ora porti, e diceva: “Qui sento l’odore di gelsomino della mia piccina, e qui voglio Ella senta il bacio di sua mamma”. Quanti baci a questo velo che ti ombreggia la fronte! Più baci che fili!… E, quando metterai le tele da lei tessute, pensa che, più che lo stame, le ha formate l’amor di tua madre. E questi monili… Anche in ore penose furono salvati dal padre per te, per farti bella, come a principessa di Davide spetta, in quest’ora. Sii lieta, Maria. Non sei orfana, ché i tuoi sono teco e hai uno sposo che ti è padre e madre, tanto è perfetto…».

«Oh! sì! Questo è vero. Di lui non mi posso certo rammaricare. In men di due mesi è venuto due volte, ed oggi viene per la terza, sfidando piogge e tempo ventoso, per prendere ordini da me… Pensa: ordini! Io che sono una povera donna e di lui tanto più giovane! E non mi ha negato nulla. Anzi neppure attende che io chieda. Pare che un angelo gli dica ciò che io desidero, e me lo dice lui prima che io parli. L’ultima volta ha detto: “Maria, io penso che tu preferisca stare nella tua casa paterna. Dato che sei figlia erede, lo puoi fare, se credi. Io verrò in casa tua. Solo, per osservare il rito, tu andrai per una settimana in casa di Alfeo, mio fratello. Maria ti ama tanto già. E da là partirà la sera delle nozze il corteo che ti porterà a casa”. Non è gentile? Non gli è importato neppure di far dire alla gente che egli non ha una casa che mi piaccia… A me sarebbe sempre piaciuta, perché vi è lui, tanto buono. Ma certo… preferisco la mia casa,… per i ricordi… Oh! è buono Giuseppe!».

«Che ha detto del voto? Ancora non mi dicesti nulla».

«Nulla ha opposto. Anzi, saputene le ragioni, ha detto: “Io unirò il mio sacrificio al tuo”».

«È un giovane santo!», dice Anna di Fanuel.

13.4 Il «giovane santo» entra in questo punto accompagnato da Zaccaria.

È letteralmente splendido. Tutto in giallo oro, pare un sovrano orientale. Una splendida cintura sorregge borsa e pugnale, l’una di marocchino a ricami in oro, l’altro in guaina pure di marocchino a fregi d’oro. In capo un turbante, ossia il solito telo messo a cappuccio come ancora lo hanno certi popoli dell’Africa, i beduini per esempio, tenuto a posto da un cerchio prezioso, un filo d’oro sottile al quale sono legati mazzetti di mirto. Ha un manto nuovissimo, pieno di frange, nel quale si drappeggia con maestà, ed è sfolgorante di gioia. Fra le mani ha mazzetti di mirto in fiore.

«Pace a te, sposa mia!», saluta. «Pace a tutti». E, avuto il saluto di risposta, dice: «Ho visto la tua gioia quel giorno che ti ho dato il ramo del tuo orto. Ho pensato portarti il mirto, colto presso la grotta a te tanto cara. Volevo portarti le rose, che già mettono i primi fiori contro la tua casa. Ma le rose non durano in più giorni di viaggio… Sarei arrivato con sole spine. Ed io a te, diletta, voglio offrire solo rose, e di fiori morbidi e profumati spargere il cammino, perché su essi tu posi il piede senza incontrare sozzura o asprezza».

«Oh! grazie a te, buono! Come hai potuto farlo giungere fresco così?».

«Ho legato un vaso alla sella e dentro vi ho messo i rami dei fiori in boccio. Lungo il cammino sono fioriti. Eccoteli, Maria. La tua fronte si inghirlandi di purezza, simbolo della sposa, ma sempre, sempre tanto minore a quella che t’è in cuore».

Elisabetta e le maestre ornano Maria della fiorita ghirlandetta, che si forma fissando al cerchio prezioso i ciuffetti candidi del mirto, e intersecano piccole, candide rose, prese da un vaso posto su un cofano.

Maria fa per prendere il suo ampio manto candido per metterlo puntato sulle spalle. Ma lo sposo la precede nel gesto e l’aiuta a fissare con due fibbie d’argento l’ampio mantello al sommo delle spalle. Le maestre dispongono le pieghe con amore e grazia.

13.5 Tutto è pronto. Mentre attendono non so che, Giuseppe dice (lo dice appartandosi un poco con Maria): «Ho pensato in questo tempo al tuo voto. Io ti ho detto che lo condivido. Ma più vi penso e più comprendo che non basta il nazareato temporaneo, sebbene rinnovato più volte. Ti ho compresa, Maria. Non ancora merito la parola della Luce. Ma un murmure me ne viene. E questo mi fa leggere il tuo segreto, almeno nelle linee più forti. Sono un povero ignorante, Maria. Sono un povero operaio. Non so di lettere e non ho tesori. Ma ai piedi tuoi metto il mio tesoro. In perpetuo. La mia castità assoluta, per esser degno di starti accanto, Vergine di Dio, “sorella mia sposa, chiuso giardino, fonte sigillata”, come dice l’Avo nostro, che forse scrisse il Cantico vedendo te… Io sarò il guardiano di questo giardino d’aromi, in cui sono le più preziose frutta e da cui sgorga una polla d’acqua viva con impeto soave: la tua dolcezza, o sposa che col tuo candore mi hai conquiso lo spirito, o tutta bella. Bella più di un’aurora, sole che splendi poiché ti splende il cuore, o tutta amore per il tuo Dio e per il mondo, a cui vuoi dare il Salvatore col tuo sacrificio di donna. Vieni, mia amata», e la prende delicatamente per mano, guidandola verso la porta.

Li seguono tutti gli altri, e fuori si uniscono le compagne festanti e tutte in bianco e con veli.

13.6 Vanno per cortili e portici, fra la folla che osserva, sino ad un punto che non è il Tempio, ma pare quasi una sala data al culto, perché vi sono lampade e rotoli di pergamena come nelle sinagoghe. Gli sposi vanno fin contro ad un alto leggio, quasi una cattedra, e attendono. Gli altri si mettono dietro a loro in bell’ordine. Altri sacerdoti e curiosi si assiepano in fondo.

Entra solenne il Sommo Sacerdote. Brusio fra i curiosi: «È lui che sposa?».

«Sì, perché è di casta regale e sacerdotale. Fiore di Davide e Aronne la sposa, e vergine del Tempio. Lo sposo è della tribù di Davide».

Il Pontefice mette la destra della sposa in quella dello sposo e li benedice solennemente: «Il Dio d’Abramo, Isacco e Giacobbe sia con voi. Egli vi unisca e si adempia in voi la sua benedizione, dandovi la sua pace e numerosa posterità con lunga vita e morte beata nel seno di Abramo». E poi si ritira, solenne come è entrato.

La promessa è scambiata. Maria è sposa a Giuseppe.

Tutti escono e, sempre in bell’ordine, vanno in una sala, dove viene steso il contratto di nozze, in cui si dice che Maria, figlia-erede di Gioacchino di Davide e Anna di Aronne, porta in dote allo sposo la sua casa e annessi beni e il suo personale corredo e ogni altro bene, che ha dal padre ereditato.

Tutto è compiuto.

13.7 Gli sposi escono nel cortile e da questo passano oltre, verso l’uscita che è presso il quartiere delle donne adibite al Tempio. Un comodo, pesante carro attende. Su esso è stesa una tenda a riparo e sono già i pesanti cofani di Maria.

Commiati, baci e lacrime, benedizioni, consigli, raccomandazioni, e poi Maria sale con Elisabetta e si pone nell’interno del carro, e sul davanti si mettono Giuseppe e Zaccaria. Hanno levato i manti di festa e sono tutti avvolti in un mantellone scuro.

Il carro parte al trotto pesante di un cavallone scuro. Le mura del Tempio si allontanano, e poi quelle della città, ed ecco la campagna, nuova, fresca, fiorita nei primi soli di primavera, coi grani alti un buon palmo dal suolo e che paiono smeraldi ridotti a foglioline ondeggianti ad una brezza leggera, che sa di fiori di pesco e melo, che sa di trifogli in fiore e di mentucce selvagge.

Maria piange piano, sotto al suo velo, e ogni tanto scosta la tenda e guarda ancora il Tempio lontano, la città lasciata…

La visione cessa così.

Dettaglio

Il fidanzamento di Giuseppe e Maria