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Note della parola chiave

La Vergine Maria

Tema: Discepoli · Pagina 9 di 32

Comfort di lettura

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EMR 26.3-5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

26.3 Maria sobbalza per un picchio dato risolutamente all’uscio di casa. Posa conocchia e fuso e si alza per andare ad aprire. Per quanto l’abito sia sciolto e ampio, non riesce a nascondere completamente la rotondità del suo bacino.

Si trova di fronte Giuseppe. Maria impallidisce anche nelle labbra. Ora il suo viso pare un’ostia, tanto è esangue. Maria guarda con occhio che interroga mestamente. Giuseppe guarda con occhio che pare supplichi. Tacciono, guardandosi. Poi Maria apre la bocca: «A quest’ora, Giuseppe? Hai bisogno di qualche cosa? Che vuoi dirmi? Vieni».

Giuseppe entra e chiude la porta. Non parla ancora.

«Parla, Giuseppe. Che vuoi da me?».

«Il tuo perdono». Giuseppe si curva come volesse inginocchiarsi. Ma Maria, sempre così riservata nel toccarlo, lo afferra per le spalle risolutamente e glielo impedisce.

Il colore va e viene dal volto di Maria, che ora è tutta rossa e ora di neve come prima. «Il mio perdono? Non ho nulla da perdonarti, Giuseppe. Non devo che ringraziarti ancora per tutto quanto hai fatto qui dentro in mia assenza e per l’amore che mi porti».

Giuseppe la guarda, e vedo due grossi goccioloni formarsi nell’incavo del suo occhio profondo, stare lì come sull’orlo di un vaso e poi rotolare giù sulle guance e sulla barba. «Perdono, Maria. Ho diffidato di te. Ora so. Sono indegno di avere tanto tesoro. Ho mancato di carità, ti ho accusata nel mio cuore, ti ho accusata senza giustizia perché non ti avevo chiesto la verità. Ho mancato verso la legge di Dio non amandoti come mi sarei amato…».

«Oh! no! Non hai mancato!».

«Sì, Maria. Se fossi stato accusato di un tal delitto, mi sarei difeso. Tu… Non concedevo a te di difenderti, perché stavo per prendere delle decisioni senza interrogarti. Ho mancato verso te recandoti l’offesa di un sospetto. Anche solo un sospetto è offesa, Maria. Chi sospetta non conosce. Io non ti ho conosciuta come dovevo. Ma per il dolore che ho patito,… tre giorni di supplizio, perdonami, Maria».

«Non ho nulla da perdonarti. Ma, anzi, io ti chiedo perdono per il dolore che ti ho dato».

«Oh! sì, che fu dolore! Che dolore! Guarda, stamane mi hanno detto che sulle tempie sono canuto e sul viso ho rughe.

Più di dieci anni di vita sono stati questi giorni!

26.4 Ma perché, Maria, sei stata tanto umile da tacere, a me, tuo sposo, la tua gloria, e permettere che io sospettassi di te?».

Giuseppe non è in ginocchio, ma sta così curvo che è come lo fosse, e Maria gli posa la manina sul capo e sorride. Pare lo assolva. E dice: «Se non lo fossi stata in maniera perfetta, non avrei meritato di concepire l’Atteso, che viene ad annullare la colpa di superbia che ha rovinato l’uomo. E poi ho ubbidito… Dio mi ha chiesto questa ubbidienza. Mi è costata tanto… per te, per il dolore che te ne sarebbe venuto. Ma non dovevo che ubbidire. Sono l’Ancella di Dio, e i servi non discutono gli ordini che ricevono. Li eseguiscono, Giuseppe, anche se fanno piangere sangue».

Maria piange quietamente mentre dice questo. Tanto quietamente che Giuseppe, curvo come è, non se ne avvede sinché una lacrima non cade al suolo. Allora alza il capo e — è la prima volta che gli vedo fare questo gesto — stringe le manine di Maria nelle sue brune e forti e bacia la punta di quelle rosee dita sottili, che spuntano come tanti bocci di pesco dall’anello delle mani di Giuseppe.

26.5 «Ora bisognerà provvedere perché…». Giuseppe non dice di più, ma guarda il corpo di Maria, e Lei diviene di porpora e si siede di colpo per non rimanere così esposta, nelle sue forme, allo sguardo che l’osserva. «Bisognerà fare presto. Io verrò qui… Compiremo il matrimonio… Nell’entrante settimana. Va bene?».

«Tutto quanto tu fai va bene, Giuseppe. Tu sei il capo di casa, io la tua serva».

«No. Io sono il tuo servo. Io sono il beato servo del mio Signore che ti cresce in seno. Tu benedetta fra tutte le donne d’Israele. Questa sera avviserò i parenti. E dopo… quando sarò qui lavoreremo per preparare tutto a ricevere… Oh! come potrò ricevere nella mia casa Dio? Nelle mie braccia Dio? Io ne morrò di gioia!… Io non potrò mai osare di toccarlo!…».

«Tu lo potrai, come io lo potrò, per grazia di Dio».

«Ma tu sei tu. Io sono un povero uomo, il più povero dei figli di Dio!…».

«Gesù viene per noi, poveri, per farci ricchi in Dio, viene a noi due perché siamo i più poveri e riconosciamo di esserlo. Giubila, Giuseppe. La stirpe di Davide ha il Re atteso e la nostra casa diviene più fastosa della reggia di Salomone, perché qui sarà il Cielo e noi divideremo con Dio il segreto di pace che più tardi gli uomini sapranno. Crescerà fra noi, e le nostre braccia saranno cuna al Redentore che cresce, e le nostre fatiche gli daranno un pane… Oh! Giuseppe! Sentiremo la voce di Dio chiamarci “padre e Madre!”. Oh!…».

Maria piange di gioia. Un pianto così felice! E Giuseppe inginocchiato, ora, ai suoi piedi, piange col capo quasi nascosto nell’ampia veste di Maria, che le fa una caduta di pieghe sui poveri mattoni della stanzetta.

La visione cessa qui.

EMR 27

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo : L'editto del censimento. Insegnamenti sull'amore per il marito e la fiducia in Dio.

Data della visione e del dettato: domenica 4 giugno 1944

Calendario: domenica 17 novembre 5 d.C.

Luogo (mappa) : Nazareth

Ciclo: Nascita e infanzia di Gesù

Sommario: Maria è a casa. La sua gravidanza è a buon punto. Maria la descrive e spiega che è così che apparirà nel suo corpo glorificato. Poi riprende il racconto e arriva Giuseppe. Sorride alla moglie, ma è preoccupato. Maria se ne accorge e lui le spiega che è stato appena pubblicato un editto. Lui era preoccupato per Maria, che avrebbe dovuto affrontare il viaggio, ma la Vergine pensava alle Sacre Scritture e sentiva che la nascita sarebbe avvenuta lì. Confidò i suoi pensieri a Giuseppe, che si allarmò e si preoccupò ancora di più; lei lo rassicurò, dicendogli di confidare in Dio. Ascoltandola, Giuseppe si calmò, sorrise e decise di mettersi al lavoro per il viaggio che lo attendeva.

Contenuti del capitolo: 27,1: La gravidanza avanzata di Maria e la sua eterna giovinezza. 27.2: L'editto è stato pubblicato: dobbiamo andare a Betlemme. 27.3: È lì che nascerà il Messia. Fiducia in Dio! 27.4: Giuseppe sorride di nuovo. 27.5: Ciò che pesa sulle spalle della sposa e dello sposo rispettivamente. 27.6: La fiducia in Dio riassume le virtù teologiche. 27.7: Nulla può accadere senza il permesso di Dio.

EMR 27.1

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Vedo ancora la casa di Nazareth. La piccola stanza dove abitualmente sta Maria per i suoi pasti. Adesso Ella lavora intorno a della tela bianca. Posa il lavoro per accendere una lucerna, perché scende la sera ed Ella non vede più bene nella luce verdastra che entra dalla porta socchiusa sull’orto. Chiude anche la porta.

Vedo che ormai è molto grossa nel corpo. Ma ancora tanto bella. Il passo è sempre svelto, e gentile ogni suo atto. Nessuna di quelle pesantezze che si notano nella donna quando è prossima a dare alla luce un bambino. Solo nel viso Ella è mutata. Ora è «la donna». Prima, al tempo dell’Annuncio, era una giovinetta dal visetto sereno e ignaro, un viso da bambino innocente. Dopo, in casa di Elisabetta, al momento della nascita del Battista, il suo viso si era già affinato in una grazia più matura. Adesso è il volto sereno, ma dolcemente maestoso, della donna che ha raggiunto la sua piena perfezione nella maternità.

Non ricorda più la sua cara «Annunziata» di Firenze, padre. Quando era fanciulla, io ve la ritrovavo. Adesso il volto è più lungo e magro, l’occhio più pensoso e grande. Insomma è quello che è Maria anche ora in Cielo. Perché ora ha ripreso l’aspetto e l’età del momento in cui nacque il Salvatore.

La sua è l’eterna giovinezza di chi non solo non ha conosciuto corruzione di morte, ma nemmeno appassimento di anni. Il tempo non l’ha toccata, questa Regina nostra e Madre del Signore che ha creato il tempo; e se nello strazio del tempo di Passione — strazio che per Lei è incominciato molto, molto avanti, potrei dire da quando Gesù ha iniziato l’evangelizzazione — Ella è apparsa invecchiata, questo invecchiamento era come un velo messo dal dolore sulla sua incorruttibile persona. Infatti, dal momento che Ella rivede Gesù risorto, Ella torna la creatura fresca e perfetta che era avanti questo strazio, quasi che, baciando le Piaghe Ss., abbia bevuto un balsamo di giovinezza che annulla l’opera del tempo e, più ancora che del tempo, del dolore.

Infatti, anche otto giorni or sono, quando ho visto la discesa dello Spirito Santo, il giorno di Pentecoste, io vedevo Maria «bella, bella, bella e fatta d’un subito più giovane», come scrivevo; e prima avevo scritto: «Ella pare un angelo azzurro». Gli angeli non hanno vecchiaia. Sono eternamente belli dell’eterna giovinezza, dell’eterno presente di Dio che riflettono in loro.

La giovinezza angelica di Maria, angelo azzurro, si completa e raggiunge l’età perfetta — che Ella ha portato seco nei Cieli e che conserverà in eterno nel suo santo corpo glorificato, quando lo Spirito inanella la sua Sposa e l’incorona agli occhi di tutti — ora, e non più nel segreto di una stanza ignota al mondo, col solo testimone di un arcangelo.

Ho voluto fare questa digressione perché mi pareva necessaria. Ora torno alla descrizione.

Maria, dunque, ora si è fatta veramente «donna», piena di dignità e grazia. Anche il suo sorriso è mutato in dolcezza e maestà. Come è bella!

Dettaglio

Descrizione fisica di Marie

EMR 27.2-4

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

27.2 Entra Giuseppe. Pare torni dal paese, perché entra dalla porta di casa e non da quella del laboratorio. Maria alza il capo e gli sorride. Anche Giuseppe le sorride. Ma pare che lo faccia a fatica, come chi è preoccupato. Maria l’osserva interrogativamente. Poi si alza per prendere il mantello che Giuseppe si sta levando e lo piega e ripone su una cassapanca.

Giuseppe si siede presso la tavola. Appoggia un gomito su essa e il capo sulla mano, mentre con l’altra, soprappensiero, si pettina e spettina alternativamente la barba.

«Hai qualche pensiero che ti cruccia?», chiede Maria. «Ti posso consolare?».

«Tu mi consoli sempre, Maria. Ma questa volta ho un grande pensiero… Per te».

«Per me, Giuseppe? E che mai?».

«Hanno messo un editto sulla porta della sinagoga. È ordinato il censimento di tutti i palestinesi. E bisogna andare a segnarsi nel luogo di origine. Noi si deve andare a Betlemme…».

27.3 «Oh!», interrompe Maria mettendosi una mano sul seno.

«Ti scuote, vero? È penoso. Lo so».

«No, Giuseppe. Non è questo. Penso… penso alle sacre Scritture: Rachele madre di Beniamino e moglie di Giacobbe dal quale nascerà la Stella, il Salvatore. Rachele sepolta a Betlemme di cui è detto: “E tu, Betlemme Efrata, sei la più piccola fra le terre di Giuda, ma da te uscirà il Dominatore”. Il Dominatore che è stato promesso alla stirpe di Davide. Egli nascerà là…».

«Credi… credi d’essere già al tempo? Oh! Come faremo?».

Giuseppe è completamente sgomento. Guarda Maria con due occhi pietosi.

Ella se ne avvede. Sorride. A sé, sorride, più che a lui. Un sorriso che pare dica: «È un uomo, giusto, ma uomo. E vede da uomo. Pensa da uomo. Compatiscilo, anima mia, e guidalo a vedere da spirito». Ma la sua bontà la spinge a rassicurarlo. Non mente, ma storna il suo affanno. «Non so, Giuseppe. Il tempo è molto vicino. Ma non potrebbe il Signore rallentarlo per sollevare te da questa preoccupazione? Tutto Egli può. Non temere».

«Ma il viaggio!… Chissà che folla! Troveremo buon alloggio? Faremo a tempo a tornare? E se… se dovrai esser Madre là, come faremo? Non abbiamo casa… Non conosciamo più nessuno…».

«Non temere. Tutto andrà bene. Dio fa trovare un ricovero all’animale che genera. Vuoi che non lo faccia trovare per il suo Messia? Noi fidiamo in Lui. Non è vero? Sempre fidiamo in Lui. Quanto più è forte la prova e più fidiamo. Come due bambini mettiamo la nostra mano nella sua di Padre. Egli ci guida. Siamo tutt’affatto abbandonati a Lui. Guarda come ci ha condotti fin qui con amore. Un padre, anche il più buono, non potrebbe farlo con maggior cura. Siamo suoi figli e suoi servi. Compiamo la sua volontà. Nulla di male può accaderci. Anche questo editto è sua volontà. Cosa è mai Cesare? Uno strumento di Dio. Da quando il Padre decise di perdonare all’uomo, ha preordinato i fatti perché il suo Cristo nascesse in Betlemme. Essa, la più piccola città di Giuda, non era, e già la sua gloria era segnata. Perché questa gloria avvenga e la parola di Dio non sia smentita — e lo sarebbe se il Messia nascesse altrove — ecco che un potente è sorto, tanto lontano di qui, e ci ha dominato, ed ora vuole conoscere i sudditi, ora, mentre il mondo è in pace… Oh! che è la nostra piccola fatica se pensiamo al bello di questo attimo di pace? Pensa, Giuseppe. Un tempo in cui non vi è odio nel mondo! Ma può esservi ora più felice per il sorgere della “Stella” la cui luce è divina e il cui influsso è redenzione? Oh! non aver paura, Giuseppe. Se le strade sono insicure, se la calca renderà difficile l’andare, gli angeli ci faranno difesa e sponda. Non a noi: al loro Re! Se non troveremo asilo, ci faranno tenda le loro ali. Nulla ci avverrà di male. Non ci può accadere: Dio è con noi».

27.4 Giuseppe la guarda e ascolta beato. Le rughe della fronte si spianano, il sorriso torna. Si alza senza più stanchezza e pena. Sorride. «Tu benedetta, Sole dello spirito mio! Tu benedetta che sai vedere tutto attraverso la Grazia di cui sei piena! Non perdiamo tempo, allora. Perché bisogna partire al più presto e… tornare al più presto, perché qui tutto è pronto per il… per il…».

«Per il Figlio nostro, Giuseppe. Deve esser tale agli occhi del mondo, ricordalo. Il Padre ha ammantato di mistero questa sua venuta e noi non dobbiamo alzarne il velo. Egli, Gesù, lo farà quando sarà l’ora…».

La bellezza del volto, dello sguardo, della espressione, della voce di Maria quando dice questo «Gesù», non è descrivibile. È già l’estasi. E su questa estasi cessa la visione.

EMR 28

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo : L'arrivo a Betlemme.

Data della visione: lunedì 5 giugno 1944

Calendario: martedì 10 dicembre -5 d.C.

Luogo (mappa) : Betlemme

Ciclo: Nascita e infanzia di Gesù

Sintesi: Maria e Giuseppe partono per Betlemme. Maria è sull'asino e Giuseppe è a piedi, poiché non è riuscito a procurarsi due asini. Il marito della Vergine le chiede se è stanca, ma lei lo rassicura. Quando Giuseppe le chiede se ha freddo, anche lei lo rassicura, ma questa volta il suo tutore non è soddisfatto della sua risposta e giudica che i suoi piedi sono freddi. Così le dà una coperta in più.

Lungo la strada, la coppia incontra Elia, uno dei futuri pastori che verranno ad adorare Cristo. È accompagnato dal suo gregge di pecore e dà loro del latte fresco. Viste le condizioni di Maria, dà loro informazioni su Betlemme, dicendo che è piena di gente a causa dell'editto. L'uomo diede loro alcuni preziosi consigli se non fossero riusciti a trovare un riparo e disse loro di andare alle capanne di montagna se proprio non avessero trovato nulla.

Quando si rimettono in cammino, Maria dice al marito che pensa che sia giunto il momento. La Vergine era davvero felice per la nascita di suo Figlio, ma Giuseppe non era altrettanto felice e si affrettò a trovare loro un alloggio. Nessuno li accoglie ed è ormai sera. Così sono costretti a recarsi nei rifugi menzionati da Elia, ma i posti migliori sono occupati. Infine, furono indirizzati in una tana molto povera, dove c'era solo un bue. Si stabilirono lì in mancanza di qualcosa di meglio, ma come disse Giuseppe, "è meglio di niente". L'animale era molto docile e accettò i nuovi visitatori. Giuseppe prepara un posto per Maria scaldando del fieno e poi, quando tutto è pronto, la incoraggia a dormire. E così la visione si conclude.

Contenuti del capitolo: 28,1: In viaggio in pieno inverno. 28.2: Non so se troverai un posto dove stare. 28.3: Non c'è posto nella locanda. 28.4: Una specie di grotta dove c'è un bue. 28.5: Giuseppe è occupato a sistemare. 28.6: La visione parla da sé.

EMR 28.1-6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

28.1 Vedo una strada maestra. Vi è tanta folla. Asinelli che vanno carichi di masserizie e di persone. Asinelli che tornano. La gente sprona le cavalcature, e chi è a piedi va in fretta perché fa freddo.

L’aria è tersa e asciutta, il cielo sereno, ma tutto ha quel tagliente netto dei giorni di pieno inverno. La campagna, spogliata, sembra più vasta, e i pascoli hanno un’erbetta corta, bruciacchiata dai venti invernali; sui pascoli le pecore cercano un poco di nutrimento e cercano il sole che sorge piano piano. Stanno strette l’una all’altra perché hanno freddo anche loro, e belano alzando il muso e guardando il sole come dicessero: «Vieni presto, ché fa freddo!». Il terreno è a ondulazioni che si fanno sempre più nette. È un vero posto di collina. Vi sono conche erbose e coste, vi sono vallette e dorsi. La strada vi passa in mezzo e va a sud-est.

Maria è su un ciuchino bigio. Tutta avvolta nel pesante mantello. Sul davanti della sella è quell’arnese già visto nel viaggio verso Ebron, e sopra il cofano delle cose più necessarie.

Giuseppe cammina a lato tenendo la briglia. «Sei stanca?», chiede ogni tanto.

Maria lo guarda sorridendo e dice: «No». Alla terza volta aggiunge: «Tu piuttosto, che devi camminare, sarai stanco».

«Oh! io! Per me è niente. Penso che, se avessi trovato un altro asino, potevi essere più comoda e fare più presto. Ma non ho proprio trovato. Occorre a tutti, ora, la cavalcatura. Ma fa’ cuore. Presto siamo a Betlemme. Oltre quel monte è Efrata».

Tacciono. La Vergine, quando non parla, pare raccogliersi in interna preghiera. Sorride di un sorriso mite ad un suo pensiero e, se guarda la folla, pare non la veda per quello che è: un uomo, una donna, un vecchio, un pastore, un ricco o un povero. Ma per quello che Lei solo vede.

«Hai freddo?», chiede Giuseppe, perché il vento si leva.

«No. Grazie».

Ma Giuseppe non si fida. Le tocca i piedi, penzolanti sul fianco del ciuchino, i piedi calzati nei sandali e che appena si vedono spuntare dalla lunga veste, e li deve sentire freddi, perché scuote il capo e si leva una coperta che ha a tracolla e avvolge le gambe di Maria e gliela stende anche sul grembo, di modo che le mani stiano ben calde sotto di essa e del manto.

28.2 Incontrano un pastore, che taglia la via col suo gregge passando dal pascolo di destra a quello di sinistra. Giuseppe si curva a dirgli qualcosa. Il pastore annuisce. Giuseppe prende il ciuchino e lo trascina dietro al gregge nel pascolo. Il pastore si leva una rozza scodella da una bisaccia e munge una grassa pecora dalle gonfie mammelle e dà la scodella a Giuseppe, che la offre a Maria.

«Dio vi benedica entrambi», dice Maria. «Tu per il tuo amore, e tu per la tua bontà. Pregherò per te».

«Venite da lontano?».

«Da Nazareth», risponde Giuseppe.

«E andate?».

«A Betlemme».

«Lungo viaggio per la donna in quello stato. È tua moglie?».

«È mia moglie».

«Avete dove andare?».

«No».

«Brutta cosa! Betlemme è piena di popolo venuto da ogni dove per segnarsi o per andare a segnarsi altrove. Non so se troverete alloggio. Sei pratico del luogo?».

«Non molto».

«Ebbene… io ti insegno… per Lei (e accenna a Maria). Cercate dell’albergo. Sarà pieno. Ma ve lo dico per darvi una guida. È in una piazza, la più grande. Vi si va da questa via maestra. Non potete sbagliare. Vi è una fonte davanti, ed è grande e basso con un gran portone. Sarà pieno. Ma, se non trovate niente nell’albergo e nelle case, girate dietro all’albergo, verso la campagna. Vi sono stalle nel monte, che delle volte servono ai mercanti che vanno a Gerusalemme per mettervi le bestie che non trovano posto nell’albergo. Sono stalle, sapete, nel monte: umide, fredde e senza porta. Ma sono sempre un rifugio, perché la donna… non può rimanere per la via. Forse là trovate un posto… e del fieno per dormire e per l’asino. E che Dio vi accompagni».

«E Dio ti dia gioia», risponde Maria.

Giuseppe invece risponde: «La pace sia con te».

28.3 Riprendono la strada. Una conca più vasta si mostra dal ciglione che hanno superato. Nella conca, su e giù per le chine morbide che la circondano, vi sono case e case. È Betlemme.

«Eccoci nella terra di Davide, Maria. Ora riposerai. Mi sembri stanca tanto…».

«No. Pensavo… penso…». Maria afferra la mano di Giuseppe e gli dice con un sorriso beato: «Penso proprio che il tempo sia giunto».

«Dio di misericordia! Come facciamo?».

«Non temere, Giuseppe. Abbi costanza. Vedi come sono calma io?».

«Ma soffri molto».

«Oh! no. Sono piena di gaudio. Un gaudio tale, così forte, così bello, così incontenibile, che il mio cuore batte forte forte e mi dice: “Egli nasce! Egli nasce!”. Lo dice ad ogni battito. È il mio Bambino che bussa al mio cuore e dice: “Mamma, son qui che vengo a darti il bacio di Dio”. Oh! che gioia, Giuseppe mio!».

Ma Giuseppe non è nella gioia. Pensa all’urgenza di trovare un ricovero e affretta il passo. Porta per porta chiede un ricovero. Niente. Tutto occupato. Giungono all’albergo. È pieno, persino sotto i rustici portici che circondano il grande cortile interno, di gente che bivacca.

Giuseppe lascia Maria sul ciuchino dentro al cortile ed esce cercando nelle altre case. Torna sconfortato. Non vi è nulla. Il rapido crepuscolo invernale comincia a stendere i suoi veli. Giuseppe supplica l’albergatore. Supplica dei viaggiatori. Loro sono uomini e sani. Qui vi è una donna prossima a dare un figlio alla luce. Abbiano pietà. Niente.

Vi è un ricco fariseo che li guarda con palese disprezzo e, quando Maria si accosta, si scansa come si fosse avvicinata una lebbrosa. Giuseppe lo guarda e un rossore di sdegno gli monta al volto. Maria posa la sua mano sul polso di Giuseppe per calmarlo e dice: «Non insistere. Andiamo. Dio provvederà».

28.4 Escono e seguono il muro dell’albergo. Svoltano per una stradetta incassata fra questo e delle povere case. Girano dietro l’albergo. Cercano. Ecco delle specie di grotte, di cantine, direi, più che di stalle, tanto sono basse e umide. Le più belle sono già occupate. Giuseppe si accascia.

«Ehi! Galileo!», gli grida dietro un vecchio. «Là in fondo, sotto quella rovina, vi è una tana. Forse non c’è ancora nessuno».

Si affrettano a quella «tana». È proprio una tana. Fra macerie di qualche fabbricato in rovina vi è un pertugio, oltre il quale vi è una grotta, uno scavo nel monte più che grotta. Si direbbe che sono le fondamenta dell’antica costruzione, a cui fan da tetto le macerie appuntellate da tronchi d’albero appena sgrezzati.

Per vedere meglio, poiché vi è pochissima luce, Giuseppe trae esca e acciarino e accende una lucernetta che trae dalla bisaccia che ha a tracolla. Entra, e un muggito lo saluta. «Vieni, Maria. È vuota. Non vi è che un bue». Giuseppe sorride. «Meglio che niente!…».

28.5 Maria smonta dal ciuchino ed entra.

Giuseppe ha appeso la lucernetta ad un chiodo infisso in uno dei tronchi che fanno da pilone. Si vede la volta piena di ragnatele, il suolo — terreno battuto e tutto sconquassato, con buche, ciottoli, detriti ed escrementi — sparso di steli di paglia. In fondo, un bue si volta e guarda coi suoi occhi quieti mentre del fieno gli pende dalle labbra. Vi è un rozzo sedile e due pietre in un angolo presso una feritoia. Il nero di quell’angolo dice che là si fa fuoco.

Maria si accosta al bue. Ha freddo. Gli mette le mani sul collo per sentirne il tepore. Il bue muggisce e si lascia fare. Pare comprenda. Anche quando Giuseppe lo spinge in là per levare molto fieno alla greppia e fare un letto a Maria — la greppia è doppia, ossia vi è quella dove mangia il bue e, sopra, una specie di scansia con su dell’altro fieno di scorta, e Giuseppe prende quello — lascia fare. Fa posto anche al ciuchino che, stanco e affamato, si dà subito a mangiare.

Giuseppe scova anche un secchio capovolto, tutto ammaccato. Esce, perché fuori ha visto un rio, e torna con dell’acqua per l’asinello. Poi si impadronisce di una fascina di frasche messa in un angolo e cerca scopare un poco il suolo. Poi stende il fieno, ne fa un giaciglio, presso il bue, nell’angolo più asciutto e riparato. Ma lo sente umido, questo povero fieno, e sospira. Accende il fuoco e, con una pazienza da certosino, asciuga a manate il fieno tenendolo presso il calore.

Maria, seduta sullo sgabello, stanca, guarda e sorride. Ecco pronto. Maria si accomoda meglio nel soffice fieno, con le spalle appoggiate ad un tronco. Giuseppe completa… l’arredamento stendendo il suo mantello come una tenda sul pertugio che fa da porta. Un riparo molto relativo. Poi offre pane e formaggio alla Vergine e le dà da bere l’acqua di una borraccia.

«Dormi, ora», le dice poi. «Io veglierò perché il fuoco non si spenga. Vi è della legna, per fortuna, speriamo duri e arda. Potrò risparmiare l’olio del lume».

Maria si stende ubbidiente. Giuseppe la copre col mantello di Maria stessa e con la coperta che aveva prima ai piedi.

«Ma tu… avrai freddo, tu».

«No, Maria. Sto presso al fuoco. Cerca di riposare. Domani andrà meglio».

Maria chiude gli occhi senza insistere. Giuseppe si rincantuccia nel suo angolo, sullo sgabello, con degli sterpi accanto. Pochi. Che durino a lungo non credo.

Sono situati così: Maria a destra, con le spalle alla… porta, semi nascosta dal tronco e dal corpo del bue, che si è accosciato nella lettiera. Giuseppe a sinistra e verso la porta, in diagonale perciò, e, avendo il volto al fuoco, ha le spalle verso Maria. Si gira però a guardarla ogni tanto e la vede quieta, come dormisse. Spezza piano le sue fraschette e le getta una per una sul fuocherello perché non si spenga, perché dia luce e perché la poca legna duri. Non vi è che il bagliore, ora più vivo ora quasi morto, del fuoco. Perché il lume è stato spento e nella penombra spicca soltanto il biancore del bue e del viso e delle mani di Giuseppe. Tutto il resto è una massa che si confonde nella penombra greve.

28.6 «Non vi è dettato», dice Maria. «La visione parla da sé. A voi di capirne la lezione di carità, umiltà e purezza che emana. Riposa. Vegliando riposa, come io vegliavo attendendo Gesù. Egli verrà a portarti la sua pace».

Annotazione

Luca 2:4-5:

Anche Giuseppe salì dalla Galilea, dalla città di Nazareth, in Giudea, alla città di Davide chiamata Betlemme. Era infatti della casa e della stirpe di Davide. Venne a farsi registrare con Maria, che gli era stata data in sposa e che era incinta.

EMR 29

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo : La nascita di Gesù. Il potere salvifico della maternità divina di Maria.

Data della visione e della dettatura: martedì 6 giugno 1944

Calendario: mercoledì 11 dicembre 5 d.C.

Luogo (mappa) : Betlemme

Ciclo: Nascita e infanzia di Gesù

Sintesi: Maria e Giuseppe sono nella mangiatoia di Betlemme. Giuseppe si è addormentato, ma Maria no. Ella vede che il marito dorme e sorride ampiamente, poi si mette discretamente in posizione di preghiera. La Vergine prega intensamente. Giuseppe finalmente si sveglia e dice qualche parola a Maria, per vedere se ha bisogno di qualcosa. Poi decise di pregare anche lui accanto al fuoco.

La luce della luna arrivò a Maria e a un certo punto lei alzò la testa, come se rispondesse a un richiamo. Sorrise e la luce divenne sempre più forte, fino ad avvolgerla completamente. Quando la luce divenne sopportabile per Maria, l'Immacolata Concezione prese in braccio suo Figlio. Il bambino piangeva e lei chiamò suo marito. Egli rimase come folgorato alla vista del Salvatore, ma Maria lo invitò ad avvicinarsi e lo offrì al Padre con Giuseppe. Affida quindi Gesù al padre putativo, mentre lui va a prendere le fasce. All'inizio era molto riservato, per paura di mancare di rispetto, ma una volta che lo ebbe tra le braccia, abbandonò l'intenzione iniziale e si prese cura di lui come se fosse la pupilla dei suoi occhi. Insieme a Maria, lo mettono in fasce e lo avvolgono in una coperta che hanno scaldato al fuoco, poi la Madre chiede giustamente dove metteranno il Bambino. Giuseppe suggerisce allora di metterlo in una mangiatoia accanto al bue, perché il legno lo avrebbe protetto dalle correnti d'aria, il fieno sarebbe servito da cuscino e il respiro dell'animale, pacifico e tranquillo, lo avrebbe riscaldato un po'. E così fecero. E poi entrambi adorarono il Redentore che era sceso dal cielo per salvarci.

Maria dà poi a Maria un dettato. Le annuncia un tempo di sofferenza, ma le dice che è attraverso la sofferenza che otteniamo la pace, "e la grazia per noi stessi e per gli altri". Parla di Gesù Uomo che dopo la Passione è tornato ad essere Gesù Dio, ma che non ha avuto la pace nel momento della prova, perché altrimenti non avrebbe sofferto.

Poi la Madre dà una lezione per tutti, spiegando come ha partecipato alla redenzione delle donne attraverso la sua maternità divina.

Ha vinto l'orgoglio umiliandosi nel profondo del suo essere. Ha superato l'avidità dei nostri primi genitori rinunciando in anticipo al suo Bambino. Ha vinto l'avidità di conoscenza e di piacere accettando di conoscere solo ciò che Dio voleva che conoscesse. La Pienezza della Grazia ha vinto la lussuria, che è golosità portata fino all'ingordigia. Infine, ha dato la pace alla donna ai piedi della Croce, quando ha visto morire suo Figlio. La Vergine morì in quel momento, per diventare la Madre della Grazia.

Sottolinea che è per le donne che ha fatto tutto questo, affinché noi diventassimo santi di Dio.

Contenuti del capitolo: 29.1: Maria e Giuseppe in preghiera. 29.2: Una luce trasfigura Maria. 29.3: Il bambino nasce in una luce abbagliante. 29.4: Il bambino viene offerto a Dio e consegnato a Giuseppe. 29.5: Si affretta a proteggerlo dal freddo. 29.6: È nella sofferenza che otteniamo la pace. 29.7: Ho riscattato il quadruplo peccato di Eva. 29.8: Umiltà contro orgoglio. 29.9: La rinuncia contro l'avidità. 29.10: Fame di Dio contro golosità. 29.11 : La castità contro la lussuria. 29.12 : La pace ottenuta ai piedi della croce. 29.13 : Partecipare alla redenzione.

EMR 29.1-5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

29.1 Vedo ancora l’interno di questo povero rifugio petroso dove hanno trovato asilo, accumunati nella sorte a degli animali, Maria e Giuseppe.

Il fuocherello sonnecchia insieme al suo guardiano. Maria solleva piano il capo dal suo giaciglio e guarda. Vede che Giuseppe ha il capo reclinato sul petto come se pensasse, e pensa che la stanchezza soverchi il suo buon volere di rimanere desto. Sorride d’un buon sorriso e, facendo meno rumore di quanto ne può fare una farfalla che si posi su una rosa, si mette seduta e da seduta in ginocchio. Prega con un sorriso beato sul volto. Prega a braccia aperte, non proprio a croce, ma quasi, a palme volte in alto e in avanti, né mai pare stanca di quella posa penosa. Poi si prostra col volto contro il fieno in una ancora più intensa preghiera. Lunga preghiera.

Giuseppe si scuote. Vede quasi morto il fuoco e quasi tenebrosa la stalla. Getta una manata di eriche fini fini e la fiamma risfavilla; vi unisce rametti più grossi, e poi ancora più grossi, perché il freddo deve esser pungente. Il freddo della notte invernale e serena che penetra da tutte le parti di quella rovina. Il povero Giuseppe, presso come è alla porta — chiamiamo pure così il pertugio a cui fa da tenda il suo mantello — deve essere gelato. Accosta le mani alla fiamma, si sfila i sandali e accosta i piedi. Si scalda. Quando il fuoco è ben desto e la sua luce è sicura, egli si volge. Non vede nulla, neppure più quel biancore del velo di Maria, che prima metteva una linea chiara sul fieno scuro. Si leva in piedi e lentamente si avvicina al giaciglio.

«Non dormi, Maria?», chiede.

Lo chiede tre volte, finché Ella si riscuote e risponde: «Prego».

«Non abbisogni di nulla?».

«No, Giuseppe».

«Cerca di dormire un poco. Di riposare almeno».

«Cercherò. Ma pregare non mi stanca».

«Addio, Maria».

«Addio, Giuseppe».

Maria riprende la sua posa. Giuseppe, per non cedere più al sonno, si pone in ginocchio presso il fuoco e prega. Prega con le mani strette sul viso. Le leva ogni tanto per alimentare il fuoco e poi torna alla sua fervente preghiera. Meno il rumore delle legna che crepitano e quello del ciuchino, che di tanto in tanto batte uno zoccolo sul suolo, non si ode niente.

29.2 Un poco di luna si insinua da una crepa del soffitto e pare una lama di incorporeo argento che vada cercando Maria. Si allunga, man mano che la luna si fa più alta in cielo, e la raggiunge, finalmente. Eccola sul capo della orante. Glielo innimba di candore.

Maria leva il capo come per una chiamata celeste e si drizza in ginocchio di nuovo. Oh! come è bello qui! Ella alza il capo, che pare splendere nella luce bianca della luna, e un sorriso non umano la trasfigura. Che vede? Che ode? Che prova? Solo Lei potrebbe dire quanto vide, sentì e provò nell’ora fulgida della sua Maternità. Io vedo solo che intorno a Lei la luce cresce, cresce, cresce. Pare scenda dal Cielo, pare emani dalle povere cose che le stanno intorno, pare soprattutto che emani da Lei.

La sua veste, azzurra cupa, pare ora di un mite celeste di miosotis, e le mani e il viso sembrano farsene azzurrini come quelli di uno messo sotto il fuoco di un immenso zaffiro pallido. Questo colore, che mi ricorda, benché più tenue, quello che vedo nelle visioni del santo Paradiso e anche quello che vidi nella visione della venuta dei Magi, si diffonde sempre più sulle cose, le veste, le purifica, le fa splendide.

La luce si sprigiona sempre più dal corpo di Maria, assorbe quella della luna, pare che Ella attiri in sé quella che le può venire dal Cielo. Ormai è Lei la Depositaria della Luce. Quella che deve dare questa Luce al mondo. E questa beatifica, incontenibile, immisurabile, eterna, divina Luce che sta per esser data, si annuncia con un’alba, una diana, un coro di atomi di luce che crescono, crescono come una marea, che salgono, salgono come un incenso, che scendono come una fiumana, che si stendono come un velo…

La volta, piena di crepe, di ragnateli, di macerie sporgenti che stanno in bilico per un miracolo di statica, nera, fumosa, repellente, pare la volta di una sala regale. Ogni pietrone è un blocco di argento, ogni crepa un guizzo di opale, ogni ragnatela un preziosissimo baldacchino contesto di argento e diamanti. Un grosso ramarro, in letargo fra due macigni, pare un monile di smeraldo dimenticato là da una regina; e un grappolo di pipistrelli in letargo, una preziosa lumiera d’onice. Il fieno che pende dalla più alta mangiatoia non è più erba, sono fili e fili di argento puro che tremolano nell’aria con la grazia di una chioma disciolta.

La sottoposta mangiatoia è, nel suo legno scuro, un blocco d’argento brunito. Le pareti sono coperte di un broccato in cui il candore della seta scompare sotto il ricamo perlaceo del rilievo, e il suolo… che è ora il suolo? È un cristallo acceso da una luce bianca. Le sporgenze paiono rose di luce gettate per omaggio al suolo; e le buche, coppe preziose da cui debbano salire aromi e profumi.

29.3 E la luce cresce sempre più. È insostenibile all’occhio. In essa scompare, come assorbita da un velario d’incandescenza, la Vergine… e ne emerge la Madre.

Sì. Quando la luce torna ad essere sostenibile al mio vedere, io vedo Maria col Figlio neonato sulle braccia. Un piccolo Bambino, roseo e grassottello, che annaspa e zampetta con le manine grosse quanto un boccio di rosa e coi piedini che starebbero nell’incavo di un cuore di rosa; che vagisce con una vocina tremula, proprio di agnellino appena nato, aprendo la boccuccia che sembra una fragolina di bosco e mostrando la linguetta tremolante contro il roseo palato; che muove la testolina tanto bionda da parere quasi nuda di capelli, una tonda testolina che la Mamma sostiene nella curva di una sua mano, mentre guarda il suo Bambino e lo adora piangendo e ridendo insieme e si curva a baciarlo, non sulla testa innocente, ma su, centro del petto, là dove sotto è il cuoricino che batte, batte per noi… là dove un giorno sarà la Ferita. Gliela medica in anticipo, quella ferita, la sua Mamma, col suo bacio immacolato.

Il bue, svegliato dal chiarore, si alza con gran rumore di zoccoli e muggisce, e l’asinello volge il capo e raglia. È la luce che li scuote, ma io amo pensare che essi hanno voluto salutare il loro Creatore, per loro e per tutti gli animali.

29.4 Anche Giuseppe, che, quasi rapito, pregava così intensamente da esser isolato da quanto lo circondava, si scuote, e dalle dita strette al viso vede filtrare la luce strana. Leva le mani dal viso, alza il capo, si volge. Il bue ritto in piedi nasconde Maria. Ma Ella chiama: «Giuseppe, vieni».

Giuseppe accorre. E quando vede si arresta, fulminato di riverenza, e sta per cadere in ginocchio là dove è. Ma Maria insiste: «Vieni, Giuseppe» e punta la mano sinistra sul fieno e, tenendo con la destra stretto al cuore l’Infante, si alza e si dirige a Giuseppe, che cammina impacciato per il contrasto fra il desiderio di andare e il timore di essere irriverente.

Ai piedi della lettiera i due sposi si incontrano e si guardano con un pianto beato.

«Vieni, ché offriamo al Padre Gesù», dice Maria. E, mentre Giuseppe si inginocchia, Ella, ritta in piedi fra due tronchi che sostengono la volta, alza la sua Creatura fra le braccia e dice: «Eccomi. Per Lui, o Dio, ti dico questa parola. Eccomi a fare la tua volontà. E con Lui io, Maria, e Giuseppe, mio sposo. Ecco i tuoi servi, Signore. Sia fatta sempre da noi, in ogni ora e in ogni evento, la tua volontà, per tua gloria e per amor tuo».

Poi Maria si curva e dice: «Prendi, Giuseppe» e offre l’Infante.

«Io? A me? Oh, no! Non sono degno!». Giuseppe è sbigottito addirittura, annientato all’idea di dover toccare Iddio.

Ma Maria insiste sorridendo: «Tu ne sei ben degno. Nessuno più di te lo è, e per questo l’Altissimo ti ha scelto. Prendi, Giuseppe, e tienilo mentre io cerco i panni».

Giuseppe, rosso come una porpora, stende le braccia e prende il batuffolino di carne che strilla di freddo e, quando lo ha fra le braccia, non persiste nell’intenzione di tenerlo scosto da sé per rispetto e se lo stringe al cuore, dicendo con un grande scoppio di pianto: «Oh! Signore! Dio mio!», e si curva a baciare i piedini e li sente freddi, e allora si siede al suolo e se lo raccoglie in grembo e con la sua veste marrone e con le mani cerca coprirlo, scaldarlo, difenderlo dalla sizza della notte. Vorrebbe andare verso il fuoco, ma là c’è quella corrente d’aria che entra dalla porta. Meglio stare qui. Meglio, anzi, andare fra i due animali, che fanno da scudo all’aria e che mandano calore. E va fra il bue e l’asino e sta con le spalle alla porta, curvo sul Neonato per fare del suo petto una nicchia, le cui pareti laterali sono una testa bigia dalle lunghe orecchie e un grosso muso bianco dal naso fumante e dall’umido occhio buono.

29.5 Maria ha aperto il cofano e ne ha tratto lini e fasce. È andata al fuoco e le ha scaldate. Eccola che va a Giuseppe e avvolge il Bambino nella tela intiepidita e poi nel suo velo per riparargli la testolina. «Dove lo mettiamo ora?», chiede.

Giuseppe guarda intorno, pensa… «Aspetta», dice. «Spingiamo più in qua i due animali e il loro fieno e tiriamo giù quel fieno là in alto e lo mettiamo qui dentro. Il legno della sponda lo riparerà dall’aria, il fieno gli farà guanciale e il bue col suo fiato lo scalderà un pochino. Meglio il bue. È più paziente e quieto». E si dà da fare, mentre Maria ninna il suo Bambino, stringendoselo al cuore e tenendo la sua guancia sulla testolina per dargli calore.

Giuseppe ravviva il fuoco senza risparmio per fare una bella fiamma e scalda il fieno e, man mano che lo asciuga, perché non raffreddi se lo mette in seno. Poi, quando ne ha raccolto tanto da farne un materassino all’Infante, va alla mangiatoia e lo dispone che sia come una cunella. «È pronto», dice. «Ora ci vorrebbe una coperta, perché il fieno punge, e per ricoprirlo…».

«Prendi il mio mantello», dice Maria.

«Avrai freddo».

«Oh! non fa nulla! La coperta è troppo ruvida. Il mantello è morbido e caldo. Io non ho freddo per nulla. Ma che Egli non soffra più!».

Giuseppe prende l’ampio mantello di morbida lana celeste cupo e lo accomoda in doppio sul fieno, con un lembo che pende fuor dalla greppia. Il primo letto del Salvatore è pronto.

E la Madre, col suo dolce passo ondeggiante, ve lo porta e ve lo depone, e lo ricopre con il lembo del manto e lo conduce anche intorno al capino nudo, che affonda nel fieno, appena riparato da questo dal sottile velo di Maria. Rimane scoperto solo il visetto grosso come un pugno d’uomo, e i Due, curvi sulla greppia, lo guardano beati dormire il suo primo sonno, perché il calduccio delle fasce e del fieno ha calmato il pianto e conciliato il sonno al dolce Gesù.

Dettaglio

Nascita di Gesù: cfr. 29,2-3.

Annotazione

Luca 2,6-7: E mentre si trovavano là, si compì il tempo in cui ella doveva partorire. Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nella sala comune.

EMR 30

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo : L'annuncio ai pastori, primi adoratori del Verbo fatto uomo.

Data della visione e del dettato: Mercoledì 7 giugno 1944 (Veglia del Corpo di Cristo)

Calendario: mercoledì 11 dicembre -5 d.C.

Luogo (mappa) : Betlemme

Ciclo: Nascita e infanzia di Gesù

Sintesi: la visione di Maria inizia nella campagna di Betlemme. Nel cielo c'è una luce molto intensa, che attira l'attenzione di animali e persone. Uno dei pastori esce e chiama i suoi compagni, che sono incuriositi dal fenomeno. Uno dei pastori più giovani inizia addirittura a piangere, finché non si riprende e sembra catturato da qualcosa: non presta più attenzione agli altri e si fa avanti. Questo fa riflettere i suoi compagni, che brontolano un po', ma il giovane Levi racconta di una luce che scende. Poi fu il primo a vedere un angelo e tutti si inginocchiarono per accogliere il servo del Signore. Il messaggero angelico diede loro la lieta notizia della nascita del Salvatore e poi una moltitudine di angeli cantò il Gloria. Poi tornarono in cielo, lasciando i pastori da soli. Ma i pastori non rimandarono: si incamminarono in direzione della culla, prendendo una bella coperta per il Bambino e una pecora per il latte caldo.

Arrivarono... Ma non sapevano come procedere. Così invitarono il più giovane, Levi, a guardare cosa succedeva. Il pastore li guarda e dice loro che la Vergine si prende cura del suo bambino, che piange per la fame e il freddo. I pastori vogliono che Levi si faccia avanti, ma il giovane vuole che sia Elia a farsi avanti, dato che ha già incontrato Maria e Giuseppe in MTS 28. I pastori si fanno così riconoscere e possono adorare il bambino. Gli offrono i loro doni e fanno entrare Elia, che era rimasto all'ingresso, non osando avvicinarsi. Gesù ha potuto così ricevere il latte caldo.

I pastori fanno notare che la Sacra Famiglia non può rimanere qui e promettono di aiutarli e di diffondere la notizia della nascita del Signore. Quando Giuseppe fa notare che sono poveri e che non potranno ricompensarli, i pastori rispondono che non vogliono nulla. Al contrario, volevano servire il Bambino e i suoi genitori. Quando Maria rispose alle loro domande e disse che i suoi genitori erano Zaccaria ed Elisabetta, Elia si offrì di andare a trovarlo e di dirgli che Maria di Nazareth gli aveva chiesto di venire a Betlemme.

Infine, ogni pastore si presentò per nome e poi si ritirò... lasciando il proprio cuore, come spiegò Maria Valtorta.

Gesù allora fece un dettato e dichiarò che i pastori erano i primi adoratori del Verbo. Essi hanno tutte le qualità necessarie per essere anime eucaristiche, perché hanno una fede sicura, generosità, umiltà, desiderio, pronta obbedienza e, infine, amore. Infine, Cristo sottolinea che chi ha l'anima di un bambino, come Levi, sa vedere Dio più chiaramente e ha più coraggio di rivolgersi a Maria. Ci invita a pregare Maria, perché chi va da Maria lo trova e chi lo chiede a Maria lo riceve attraverso sua Madre.

Contenuto del capitolo: 30.1: Una luna abbagliante in campagna. 30.2: Un pastorello attratto da una luce più intensa. 30.3: Un angelo appare e parla ai pastori. 30.4: Una folla di angeli canta il Gloria. 30.5: Il pastore del giorno precedente indica la mangiatoia. 30.6: Ciò che il giovane pastore vede dietro il mantello all'ingresso. 30.7: Viene presentata una pelle di pecora e del latte caldo. 30.8: Elia troverà una casa e avvertirà Zaccaria. 30.9: I dodici pastori si nominano e baciano il bambino. 30,10: Elogio dei pastori. 30.11: Chi va da Maria mi trova.

EMR 30.6-7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Il pastore apre la bocca e poi si limita a fare un mugolio.

30.7 Giuseppe si volge e viene alla porta. «Chi siete?».

«Pastori. Vi portiamo cibo e lana. Veniamo ad adorare il Salvatore».

«Entrate».

Entrano e la stalla si fa più chiara per il lume delle torce. I vecchi spingono i bambini davanti a loro.

Maria si volge e sorride. «Venite», dice. «Venite!» e li invita con la mano e col sorriso, e prende quello che ha visto l’angelo e lo attira a sé, fin contro la greppia. E il fanciullo guarda beato.

Gli altri, invitati anche da Giuseppe, si avanzano coi loro doni e li mettono tutti, con brevi, commosse parole, ai piedi di Maria. E poi guardano il Bambinello, che piange piano, e sorridono commossi e beati.

Dettaglio

I pastori sono tornati alla culla. Levi vuole che Elia dica qualcosa, perché ha già incontrato Giuseppe e Maria.