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Note del tema

L'entourage di Gesù

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EMR 74.3-9

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Vanno. Girano lungo le rovine, poi costeggiano un muraglione senza finestre, oltre il quale si sente ragliare, muggire, nitrire, belare, e quel versaccio sgangherato dei cammelli o dromedari. Il muraglione fa angolo. Lo girano. Eccoli sulla piazza di Betlemme. La vasca della fonte è al centro della piazza, che è sempre con la sua forma sghimbescia, eppure è diversa nel lato opposto all’albergo. Là, dove c’era la casetta, che quando la penso la vedo ancor tutta d’argento puro sotto il raggio della Stella, è una grande apertura sparsa di macerie. Solo la scaletta è ancora ritta col suo piccolo poggiolo. Gesù guarda e sospira.

La piazza è piena di gente intorno a venditori di cibarie, utensili, stoffe ecc., che hanno steso su stuoie o messo in ceste le loro mercanzie, tutte posate sul suolo, e sono loro pure accoccolati per lo più al centro del loro… negozio, se però non urlano e gesticolano in piedi, alle prese con qualche compratore tirchio.

«È giorno di mercato», dice Simone.

La porta, anzi, il portone dell’albergo è spalancato e ne esce una fila di asini carichi di mercanzie.

Giuda entra per primo. Si guarda intorno. Afferra altezzoso un piccolo stalliere sporco e scamiciato, ossia con una sola sottoveste che è senza maniche e corta al ginocchio. «Servo!», urla. «Il padrone! Subito! Va’ svelto, ché non sono uso ad aspettare».

Il ragazzo va di corsa, tirandosi dietro una scopa di fascina.

«Ma Giuda! Che modi!».

«Zitto, Maestro. Lasciami fare. Ci devono credere ricconi, e di città».

Corre il padrone, che si spezza la schiena in inchini davanti a Giuda, imponente nel mantello rosso cupo di Gesù sulla sua ricca veste giallo oro, tutta cinture e frange.

«Noi veniamo da lontano, uomo. Giudei delle comunità asiatiche. Perseguitato questo, di nascita betlemmita, ricerca i suoi cari amici di qui. E noi con Lui. Veniamo da Gerusalemme, dove abbiamo adorato l’Altissimo nella sua Casa. Puoi ragguagliarci?».

«Signore… il tuo servo… Tutto per te. Ordina».

«Vogliamo sapere di molti… e specie di Anna, la donna che aveva casa di fronte al tuo albergo».

«Oh! infelice! Anna non la troverete più che nel seno di Abramo. E i suoi figli con lei».

«Morta? Perché?».

«Non sapete dell’eccidio di Erode? Tutto il mondo ne parlò e anche il Cesare lo definì “porco che si nutre di sangue”. Uh! che ho detto! Non mi denunciare! Sei proprio giudeo?».

«Ecco il segno della mia tribù. Sicché? Parla».

«Anna è stata uccisa dai soldati di Erode, con tutti i suoi figli, meno una».

«Ma perché? Era tanto buona!».

«La conoscevi?».

«Benissimo». Giuda mente spudoratamente.

«Fu uccisa per avere ospitato quelli che si dicevano padre e madre del Messia…

74.4 Vieni qui, in questa stanza… I muri hanno orecchie, e parlare di certe cose… è pericoloso».

Entrano in una stanzetta scura e bassa. Siedono su un basso divano.

«Ecco… io ho avuto buon naso. Non sono alberghiere per nulla! Sono nato qui, figlio di figli di alberghieri. Ho la malizia nel sangue. E non li ho voluti. Forse un buco per loro lo avrei trovato. Ma… galilei, poveri, sconosciuti… eh! no, Ezechia non ci casca! E poi… sentivo… sentivo che erano diversi… quella donna… degli occhi… un che… no, no, doveva avere il demonio in sé e parlargli. E ce lo ha portato qui… a me no, ma in città. Anna era più innocente di una pecorella e li ha ospitati pochi giorni dopo, con il Bambino ormai. Dicevano che era il Messia… Oh! quanti denari ho fatto in quei giorni! Altro che censo! Venivano anche quelli che non avevano da venire per il censo. Venivano fin dal mare, fin dall’Egitto a vedere… e per mesi! Che guadagno ho fatto!… Per ultimi sono venuti tre re, tre potenti, tre maghi… che so? Un corteo! non finiva più! Mi hanno preso tutte le stalle e hanno pagato, in oro, tanto fieno da bastare per un mese, e poi sono andati via il giorno dopo lasciando tutto lì. E che regali agli stallieri, alle donne! E a me! Oh!… Io del Messia, vero o falso che fosse, non ne posso che dire bene. Mi ha fatto guadagnare monete a sacchi. Disastri non ne ho avuti. Morti neppure, perché avevo appena preso moglie. Quindi… Ma gli altri!».

74.5 «Vorremmo vedere i luoghi della strage».

«I luoghi? Ma tutte le case furono luogo di strage. Per miglia intorno a Betlemme vi furono morti. Venite con me».

Salgono una scala, montano su un terrazzone sul tetto. Dall’alto si vede molta campagna e tutta Betlemme stesa come un ventaglio aperto sulle sue colline.

«Vedete i punti rovinati? Lì furono arse anche le case, perché i padri difesero i figli con le armi. Vedete là quella specie di pozzo coperto di edera? Quella è il resto della sinagoga.

Bruciata con l’archisinagogo, che aveva asserito esser quello il Messia. Bruciata dai superstiti, pazzi per la strage dei figli. Ne abbiamo avute delle noie, dopo… E là, e là, e là… vedete quei sepolcri? Sono delle vittime… Paiono pecorelle sparse fra il verde, a perdita d’occhio. Tutti innocenti e padri e madri degli stessi… Vedete quella vasca? Era rossa la sua acqua dopo che i sicari si ebbero nettate armi e mani in essa. E quel rio qui dietro, l’avete visto?… Era rosa per il gran sangue che aveva raccolto dalle cloache… E lì, ecco, lì… di fronte. Quello è quanto rimane di Anna».

Gesù piange.

«La conoscevi bene?».

Risponde Giuda: «Era come una sorella per sua Madre. Vero, amico?».

Gesù risponde solo: «Sì».

«Capisco», fa l’alberghiere e resta pensieroso.

74.6 Gesù si china a parlare piano con Giuda.

«Il mio amico vorrebbe andare su quelle rovine», dice Giuda.

«E vi vada! Son di tutti!».

Scendono. Salutano. Se ne vanno. L’oste resta deluso. Forse sperava guadagno.

Traversano la piazza. Salgono sulla superstite scaletta.

«Da qui», dice Gesù, «mia Madre mi fece salutare i Magi e da qui scendemmo per andare in Egitto».

Della gente guarda i quattro sulle rovine. Uno interroga: «Parenti dell’uccisa?».

«Amici».

Una donna urla: «Non fate del male, almeno voi, alla morta, come gli altri suoi amici lo fecero alla viva e poi scapparono in salvo».

Gesù è dritto sul ballatoio, contro il muretto che lo limita, alto perciò sulla piazza di un due metri circa, col vuoto di dietro. Un vuoto solare, che lo innimba tutto e fa ancor più candida la veste di lino candidissimo che lo copre da sola, ora che il mantello è scivolato giù dalle spalle e sta ai piedi di Lui come una base multicolore. Dietro ancora, lo sfondo verde e spettinato di ciò che era l’orto e il campo di Anna, ora inselvatichito e sparso di macerie.

74.7 Gesù stende le braccia. Giuda, che vede il gesto, dice: «Non parlare! Non è prudente!».

Ma Gesù empie la piazza della sua voce potente: «Uomini di Giuda! Uomini di Betlemme, udite! Udite o voi, donne della terra sacra a Rachele! Udite un che da Davide viene, che perseguitato ha sofferto, che fatto degno di parlare parla per darvi luce e conforto. Udite».

La gente cessa di vociare, litigare, comperare, e si affolla.

«È un rabbi!».

«Viene da Gerusalemme certo».

«Chi è?».

«Che bell’uomo!».

«Che voce!».

«Che modi!».

«Eh! se è progenie di Davide!».

«Nostro, allora!».

«Udiamo, udiamo!».

Tutta la piazza è ora contro la scaletta, che pare un pulpito.

«Nella Genesi è detto: “Io porrò inimicizia fra te e la donna… essa ti schiaccerà il capo e tu la insidierai nel calcagno”. E ancora è detto: “Io moltiplicherò i tuoi affanni e le tue gravidanze… e la terra produrrà triboli e spine”. Questa la condanna dell’uomo, della donna e del serpente.

Venuto da lontano a venerare la tomba di Rachele, ho udito nel vento della sera, nella rugiada della notte, nel pianto dell’usignolo al mattino, ripetersi il singhiozzo di Rachele antica, ripetuto da bocche e bocche di madri di Betlemme nel chiuso dei sepolcri, o nel chiuso dei cuori. Ed ho sentito ruggire il dolore di Giacobbe nel dolore dei vedovi consorti, senza più sposa perché il dolore l’ha uccisa… Piango con voi. Ma udite, fratelli della mia terra. Betlem, terra benedetta, la più piccola delle città di Giuda, ma la più grande agli occhi di Dio e dell’umanità perché culla del Salvatore, come dice Michea, appunto perché tale, perché destinata ad esser il tabernacolo su cui si sarebbe posata la Gloria di Dio, il Fuoco di Dio, il suo incarnato Amore, ha scatenato l’odio di Satana.

“Porrò inimicizia fra te e la donna. Essa ti terrà sotto il suo piede e tu insidierai il suo calcagno”. Quale inimicizia più grande di quella che ha per mèta i figli, il cuore del cuore della donna? E quale più forte piede di quello della Madre del Salvatore? Ecco perciò che naturale fu la vendetta di Satana vinto, il quale, no, non al calcagno, ma al cuore delle madri, per la Madre, avventò la sua insidia.

Oh! moltiplicati affanni del perdere i figli dopo averli partoriti! Oh! tremendi triboli dell’aver seminato e sudato per la prole, ed esser padre senza più prole! Ma giubila, Betlemme! Il tuo sangue più puro, il sangue degli innocenti, ha fatto via di fiamma e porpora al Messia…».

74.8 La folla, che è andata sempre più rumoreggiando da quando Gesù ha nominato il Salvatore, e poi la Madre dello Stesso, ora ha un più chiaro indizio di agitazione.

«Taci, Maestro», dice Giuda. «E andiamo».

Ma Gesù non lo ascolta. Continua: «…al Messia che la Grazia del Padre-Dio salvò dai tiranni per conservarlo al popolo per sua salvezza e…».

Una stridula voce di donna grida: «Cinque, cinque ne avevo partoriti, e più nessuno è nella mia casa! Misera me!», e urla istericamente.

È l’inizio della gazzarra.

Un’altra si voltola nella polvere, si lacera le vesti, mostra una mammella mutilata nel capezzolo, e urla: «Qui, qui, su questa poppa me l’hanno sgozzato il mio primogenito! La spada gli ha reciso la faccia insieme al capezzolo mio. Oh! il mio Eliseo!».

«E io? E io? Ecco là la mia reggia! Tre tombe in una, vegliate dal padre. Marito e figli insieme. Ecco, ecco!… Se c’è il Salvatore, mi renda i figli, mi renda lo sposo, mi salvi dalla disperazione, da Belzebù mi salvi».

Urlano tutti: «I nostri figli, i mariti, i padri! Li renda, se c’è!».

Gesù agita le braccia imponendo silenzio. «Fratelli della mia terra, Io vorrei rendervi alla carne, anche alla carne, i figli. Ma Io ve lo dico: siate buoni, rassegnati, perdonate, sperate, gioite in una speranza, in una certezza giubilate. Presto riavrete i vostri figli, angeli nel Cielo, perché il Messia sta per aprire le porte dei Cieli e, se giusti sarete, la morte sarà Vita che viene e Amore che torna…».

«Ah! sei Tu il Messia? In nome di Dio, dillo».

Gesù abbassa le braccia col suo gesto così dolce, mansueto, che pare un abbraccio, e dice: «Lo sono».

«Via! Via! Per tua colpa, allora!».

Vola un sasso fra fischi e dileggi.

74.9 Giuda ha uno scatto bello… oh! fosse stato sempre così! Si butta davanti al Maestro, ritto sul muretto del poggiolo, a manto spiegato, e riceve imperterrito i colpi di pietra, ne sanguina anche, e urla a Giovanni e Simone: «Portate via Gesù. Dietro quelle piante. Io verrò. Andate, in nome del Cielo!». E alla folla: «Idrofobi cani! Sono del Tempio, e al Tempio e a Roma vi denuncerò».

La folla ha un attimo di paura. Ma poi riprende la sassaiola, per fortuna, maldestra. E Giuda imperterrito la riceve, rispondendo con contumelie alle maledizioni della folla. Anzi, afferra a volo un sasso e lo spedisce sulla testa di un vecchietto urlante come una gazza spennata viva. E, siccome tentano di dar la scalata al suo piedistallo, svelto raccoglie un ramo secco che è al suolo (ora è sceso dal muretto) e lo rotea sulle schiene, teste, mani, senza pietà.

Accorrono delle milizie e con le lance si fanno largo. «Chi sei? Perché questa rissa?».

«Un giudeo assalito da questi plebei. Era con me un rabbi noto ai sacerdoti. Parlava a questi cani. Si sono scatenati e ci hanno assaliti».

«Chi sei?».

«Giuda di Keriot, già del Tempio, ora discepolo di Rabbi Jesù di Galilea. Amico del fariseo Simone, del sadduceo Giocana, del consigliere del Sinedrio Giuseppe di Arimatea, e infine, ciò lo puoi confrontare, di Eleazar ben Anna, il grande amico del Proconsole».

«Verificherò. Dove vai?».

«Col mio amico a Keriot, e poi a Gerusalemme».

«Vai. Noi ti difenderemo le spalle».

Giuda allunga delle monete al soldato. Deve essere cosa illecita… ma usuale, perché il milite prende, svelto e guardingo, saluta e sorride. Giuda balza giù dal suo podio. Va a salti per il campo incolto, raggiunge i compagni.

«Sei molto ferito?».

«Roba da niente, Maestro. Poi! Per Te!… Le ho anche date, però. Devo essere tutto sporco di sangue…».

«Sì, sulla guancia. Qui vi è un filo d’acqua».

Giovanni bagna un piccolo telo e lava la guancia di Giuda.

«Mi spiace, Giuda… Ma vedi… anche a dir loro che si era giudei, secondo il tuo senso pratico…».

«Bestie sono. Credo che ti sarai persuaso, Maestro. E che non insisterai».

«Oh! no! Non per paura. Ma perché è inutile, per ora. Quando non ci vogliono, non si maledice, ma ci si ritira pregando per i poveri folli che muoiono di fame e non vedono il Pane. Andiamo per questa via remota. Credo si possa prendere la strada di Ebron… Dai pastori, se li troveremo».

«A prendere altre sassate?».

«No. A dir loro: “Son Io”».

«Eh! allora!… Certo ci bastonano. Soffrono da trenta anni per causa tua!…».

«Vedremo».

Vanno per un folto boschetto, ombroso, fresco, e li perdo di vista.

EMR 74.7-9

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

74.7 Gesù stende le braccia. Giuda, che vede il gesto, dice: «Non parlare! Non è prudente!».

Ma Gesù empie la piazza della sua voce potente: «Uomini di Giuda! Uomini di Betlemme, udite! Udite o voi, donne della terra sacra a Rachele! Udite un che da Davide viene, che perseguitato ha sofferto, che fatto degno di parlare parla per darvi luce e conforto. Udite».

La gente cessa di vociare, litigare, comperare, e si affolla.

«È un rabbi!».

«Viene da Gerusalemme certo».

«Chi è?».

«Che bell’uomo!».

«Che voce!».

«Che modi!».

«Eh! se è progenie di Davide!».

«Nostro, allora!».

«Udiamo, udiamo!».

Tutta la piazza è ora contro la scaletta, che pare un pulpito.

«Nella Genesi è detto: “Io porrò inimicizia fra te e la donna… essa ti schiaccerà il capo e tu la insidierai nel calcagno”. E ancora è detto: “Io moltiplicherò i tuoi affanni e le tue gravidanze… e la terra produrrà triboli e spine”. Questa la condanna dell’uomo, della donna e del serpente.

Venuto da lontano a venerare la tomba di Rachele, ho udito nel vento della sera, nella rugiada della notte, nel pianto dell’usignolo al mattino, ripetersi il singhiozzo di Rachele antica, ripetuto da bocche e bocche di madri di Betlemme nel chiuso dei sepolcri, o nel chiuso dei cuori. Ed ho sentito ruggire il dolore di Giacobbe nel dolore dei vedovi consorti, senza più sposa perché il dolore l’ha uccisa… Piango con voi. Ma udite, fratelli della mia terra. Betlem, terra benedetta, la più piccola delle città di Giuda, ma la più grande agli occhi di Dio e dell’umanità perché culla del Salvatore, come dice Michea, appunto perché tale, perché destinata ad esser il tabernacolo su cui si sarebbe posata la Gloria di Dio, il Fuoco di Dio, il suo incarnato Amore, ha scatenato l’odio di Satana.

“Porrò inimicizia fra te e la donna. Essa ti terrà sotto il suo piede e tu insidierai il suo calcagno”. Quale inimicizia più grande di quella che ha per mèta i figli, il cuore del cuore della donna? E quale più forte piede di quello della Madre del Salvatore? Ecco perciò che naturale fu la vendetta di Satana vinto, il quale, no, non al calcagno, ma al cuore delle madri, per la Madre, avventò la sua insidia.

Oh! moltiplicati affanni del perdere i figli dopo averli partoriti! Oh! tremendi triboli dell’aver seminato e sudato per la prole, ed esser padre senza più prole! Ma giubila, Betlemme! Il tuo sangue più puro, il sangue degli innocenti, ha fatto via di fiamma e porpora al Messia…».

74.8 La folla, che è andata sempre più rumoreggiando da quando Gesù ha nominato il Salvatore, e poi la Madre dello Stesso, ora ha un più chiaro indizio di agitazione.

«Taci, Maestro», dice Giuda. «E andiamo».

Ma Gesù non lo ascolta. Continua: «…al Messia che la Grazia del Padre-Dio salvò dai tiranni per conservarlo al popolo per sua salvezza e…».

Una stridula voce di donna grida: «Cinque, cinque ne avevo partoriti, e più nessuno è nella mia casa! Misera me!», e urla istericamente.

È l’inizio della gazzarra.

Un’altra si voltola nella polvere, si lacera le vesti, mostra una mammella mutilata nel capezzolo, e urla: «Qui, qui, su questa poppa me l’hanno sgozzato il mio primogenito! La spada gli ha reciso la faccia insieme al capezzolo mio. Oh! il mio Eliseo!».

«E io? E io? Ecco là la mia reggia! Tre tombe in una, vegliate dal padre. Marito e figli insieme. Ecco, ecco!… Se c’è il Salvatore, mi renda i figli, mi renda lo sposo, mi salvi dalla disperazione, da Belzebù mi salvi».

Urlano tutti: «I nostri figli, i mariti, i padri! Li renda, se c’è!».

Gesù agita le braccia imponendo silenzio. «Fratelli della mia terra, Io vorrei rendervi alla carne, anche alla carne, i figli. Ma Io ve lo dico: siate buoni, rassegnati, perdonate, sperate, gioite in una speranza, in una certezza giubilate. Presto riavrete i vostri figli, angeli nel Cielo, perché il Messia sta per aprire le porte dei Cieli e, se giusti sarete, la morte sarà Vita che viene e Amore che torna…».

«Ah! sei Tu il Messia? In nome di Dio, dillo».

Gesù abbassa le braccia col suo gesto così dolce, mansueto, che pare un abbraccio, e dice: «Lo sono».

«Via! Via! Per tua colpa, allora!».

Vola un sasso fra fischi e dileggi.

74.9 Giuda ha uno scatto bello… oh! fosse stato sempre così! Si butta davanti al Maestro, ritto sul muretto del poggiolo, a manto spiegato, e riceve imperterrito i colpi di pietra, ne sanguina anche, e urla a Giovanni e Simone: «Portate via Gesù. Dietro quelle piante. Io verrò. Andate, in nome del Cielo!». E alla folla: «Idrofobi cani! Sono del Tempio, e al Tempio e a Roma vi denuncerò».

La folla ha un attimo di paura. Ma poi riprende la sassaiola, per fortuna, maldestra. E Giuda imperterrito la riceve, rispondendo con contumelie alle maledizioni della folla. Anzi, afferra a volo un sasso e lo spedisce sulla testa di un vecchietto urlante come una gazza spennata viva. E, siccome tentano di dar la scalata al suo piedistallo, svelto raccoglie un ramo secco che è al suolo (ora è sceso dal muretto) e lo rotea sulle schiene, teste, mani, senza pietà.

Accorrono delle milizie e con le lance si fanno largo. «Chi sei? Perché questa rissa?».

«Un giudeo assalito da questi plebei. Era con me un rabbi noto ai sacerdoti. Parlava a questi cani. Si sono scatenati e ci hanno assaliti».

«Chi sei?».

«Giuda di Keriot, già del Tempio, ora discepolo di Rabbi Jesù di Galilea. Amico del fariseo Simone, del sadduceo Giocana, del consigliere del Sinedrio Giuseppe di Arimatea, e infine, ciò lo puoi confrontare, di Eleazar ben Anna, il grande amico del Proconsole».

«Verificherò. Dove vai?».

«Col mio amico a Keriot, e poi a Gerusalemme».

«Vai. Noi ti difenderemo le spalle».

Giuda allunga delle monete al soldato. Deve essere cosa illecita… ma usuale, perché il milite prende, svelto e guardingo, saluta e sorride. Giuda balza giù dal suo podio. Va a salti per il campo incolto, raggiunge i compagni.

«Sei molto ferito?».

«Roba da niente, Maestro. Poi! Per Te!… Le ho anche date, però. Devo essere tutto sporco di sangue…».

«Sì, sulla guancia. Qui vi è un filo d’acqua».

Giovanni bagna un piccolo telo e lava la guancia di Giuda.

«Mi spiace, Giuda… Ma vedi… anche a dir loro che si era giudei, secondo il tuo senso pratico…».

«Bestie sono. Credo che ti sarai persuaso, Maestro. E che non insisterai».

«Oh! no! Non per paura. Ma perché è inutile, per ora. Quando non ci vogliono, non si maledice, ma ci si ritira pregando per i poveri folli che muoiono di fame e non vedono il Pane. Andiamo per questa via remota. Credo si possa prendere la strada di Ebron… Dai pastori, se li troveremo».

«A prendere altre sassate?».

«No. A dir loro: “Son Io”».

«Eh! allora!… Certo ci bastonano. Soffrono da trenta anni per causa tua!…».

«Vedremo».

Vanno per un folto boschetto, ombroso, fresco, e li perdo di vista.

Dettaglio

Gesù giunse alle rovine della casa di Anna. Decise allora di parlare alla gente di Betlemme, che aveva perso i propri figli nella strage degli Innocenti.

EMR 74.7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Betlem, terra benedetta, la più piccola delle città di Giuda, ma la più grande agli occhi di Dio e dell’umanità perché culla del Salvatore, come dice Michea, appunto perché tale, perché destinata ad esser il tabernacolo su cui si sarebbe posata la Gloria di Dio, il Fuoco di Dio, il suo incarnato Amore, ha scatenato l’odio di Satana.

“Porrò inimicizia fra te e la donna. Essa ti terrà sotto il suo piede e tu insidierai il suo calcagno”. Quale inimicizia più grande di quella che ha per mèta i figli, il cuore del cuore della donna? E quale più forte piede di quello della Madre del Salvatore? Ecco perciò che naturale fu la vendetta di Satana vinto, il quale, no, non al calcagno, ma al cuore delle madri, per la Madre, avventò la sua insidia.

Oh! moltiplicati affanni del perdere i figli dopo averli partoriti! Oh! tremendi triboli dell’aver seminato e sudato per la prole, ed esser padre senza più prole! Ma giubila, Betlemme! Il tuo sangue più puro, il sangue degli innocenti, ha fatto via di fiamma e porpora al Messia…».

EMR 74.8

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Ecco… io ho avuto buon naso. Non sono alberghiere per nulla! Sono nato qui, figlio di figli di alberghieri. Ho la malizia nel sangue. E non li ho voluti. Forse un buco per loro lo avrei trovato. Ma… galilei, poveri, sconosciuti… eh! no, Ezechia non ci casca! E poi… sentivo… sentivo che erano diversi… quella donna… degli occhi… un che… no, no, doveva avere il demonio in sé e parlargli. E ce lo ha portato qui… a me no, ma in città. Anna era più innocente di una pecorella e li ha ospitati pochi giorni dopo, con il Bambino ormai. Dicevano che era il Messia… Oh! quanti denari ho fatto in quei giorni! Altro che censo! Venivano anche quelli che non avevano da venire per il censo. Venivano fin dal mare, fin dall’Egitto a vedere… e per mesi! Che guadagno ho fatto!…»

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Ezechia, un uomo di Betlemme e locandiere, parla male della Vergine quando racconta i suoi ricordi della Natività.

Parole chiave

EMR 74.9

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Chi sei?».

«Giuda di Keriot, già del Tempio, ora discepolo di Rabbi Jesù di Galilea. Amico del fariseo Simone, del sadduceo Giocana, del consigliere del Sinedrio Giuseppe di Arimatea, e infine, ciò lo puoi confrontare, di Eleazar ben Anna, il grande amico del Proconsole».

«Verificherò. Dove vai?».

Dettaglio

I soldati romani chiedono a Giuda:

EMR 74.9

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Andiamo per questa via remota. Credo si possa prendere la strada di Ebron… Dai pastori, se li troveremo».

«A prendere altre sassate?».

«No. A dir loro: “Son Io”».

«Eh! allora!… Certo ci bastonano. Soffrono da trenta anni per causa tua!…».

«Vedremo».

Dettaglio

Gesù disse:

EMR 75

L’Evangelo come mi è stato rivelato

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Gesù, Giovanni, Simone lo Zelota e Giuda stanno camminando verso Ebron. Sentono il suono delle campane e scoprono che nelle vicinanze ci sono dei pastori. Gesù si reca allora da Elia, Levi e Giuseppe (figlio del pastore Giuseppe della Natività). Li interroga e quando dice loro che viene da Nazareth, i pastori gli chiedono se ha sentito parlare di Maria, Giuseppe e Gesù di Nazareth. Gli raccontano delle loro persecuzioni, della Gloria che hanno ascoltato, delle loro preghiere e del loro comportamento durante la vita. Quando dichiarano di cercare il Salvatore, Gesù si rivela loro e i pastori credono immediatamente: sono felici di trovare il Bambino che avevano adorato nella mangiatoia. Gesù si sedette accanto a loro e chiese dei dodici pastori. Due sono morti (Samuele e Giuseppe), ma gli altri otto - Giona, Giona, Beniamino, Isacco, Daniele, Simeone, Giovanni e Tobia (oggi Mattia) - sono ancora vivi.

Mangiano insieme e i pastori chiedono al Maestro di Maria, Giuseppe, della fuga in Egitto, del ritorno... Fino a chiedere cosa possono fare per servirlo. Il Signore disse loro che avrebbe fatto il giro della Giudea, che i discepoli li avrebbero tenuti informati e che sarebbero potuti venire più tardi. Nel frattempo, potevano andare con lui a Yutta per vedere Isacco e a Ebron per radunarsi sulla tomba di Samuele.

Elia gli chiede se saranno in grado di servirlo per tutta la vita e Gesù gli predice che lo serviranno per tutta la vita. Quando il pastore risponde che morirà prima di Cristo, il Signore lo dissuade: Elia sarà una delle ultime persone che vedrà quando morirà, ma il vecchio vedrà il suo trionfo, dopo il quale attenderà la morte, che sarà sinonimo di incontro eterno con il suo Gesù.

EMR 75.1-2

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Le alture si fanno molto più alte e selvose di quelle di Betlemme e salgono sempre più, in una vera catena di monti.

Gesù sale avanti a tutti, spingendo lo sguardo avanti, intorno, come a cercare qualcosa. Non parla. Ascolta più le voci delle selve che quelle dei discepoli, arretrati di qualche metro da Lui e parlottanti fra loro.

Un campano suona lontano, ma il vento porta il dindolare della campanella. Gesù sorride. Si volge: «Sento delle pecore», dice.

«Dove, Maestro?».

«Mi sembra verso quel poggio. Ma il bosco non mi fa vedere».

Giovanni non fa parole. Si leva l’abito — il mantello lo hanno tutti a tracolla, arrotolato, perché sono accaldati — e con la sola tunichella corta abbraccia un tronco alto e liscio, che direi di un frassino, e sale, sale… sinché vede. «Sì, Maestro. Molti greggi e tre pastori là, dietro quel folto». Scende e vanno sicuri.

«Saranno, poi, loro?».

«Chiederemo, Simone, e se loro non sono ci diranno qualcosa… Si conoscono fra loro».

Ancora circa un centinaio di metri, poi ecco un largo pascolo verde, tutto contornato da grosse piante annose.

75.2 Molte pecore sono sul prato ondulato e brucano l’erba folta. Tre uomini le guardano. Uno è vecchio, già tutto canuto, gli altri sono uno sui trenta, l’altro sulla quarantina, circa.

«Sta’ attento, Maestro. Sono mandriani…», consiglia Giuda vedendo che Gesù affretta il passo.

Ma Gesù non risponde neppure. Va, alto, bello, col sole occiduo in faccia, nella sua veste bianca. Pare un angelo, tanto è luminoso…

Dettaglio

Gesù cerca i pastori Elia e Levi.

EMR 75.1-6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Le alture si fanno molto più alte e selvose di quelle di Betlemme e salgono sempre più, in una vera catena di monti.

Gesù sale avanti a tutti, spingendo lo sguardo avanti, intorno, come a cercare qualcosa. Non parla. Ascolta più le voci delle selve che quelle dei discepoli, arretrati di qualche metro da Lui e parlottanti fra loro.

Un campano suona lontano, ma il vento porta il dindolare della campanella. Gesù sorride. Si volge: «Sento delle pecore», dice.

«Dove, Maestro?».

«Mi sembra verso quel poggio. Ma il bosco non mi fa vedere».

Giovanni non fa parole. Si leva l’abito — il mantello lo hanno tutti a tracolla, arrotolato, perché sono accaldati — e con la sola tunichella corta abbraccia un tronco alto e liscio, che direi di un frassino, e sale, sale… sinché vede. «Sì, Maestro. Molti greggi e tre pastori là, dietro quel folto». Scende e vanno sicuri.

«Saranno, poi, loro?».

«Chiederemo, Simone, e se loro non sono ci diranno qualcosa… Si conoscono fra loro».

Ancora circa un centinaio di metri, poi ecco un largo pascolo verde, tutto contornato da grosse piante annose.

75.2 Molte pecore sono sul prato ondulato e brucano l’erba folta. Tre uomini le guardano. Uno è vecchio, già tutto canuto, gli altri sono uno sui trenta, l’altro sulla quarantina, circa.

«Sta’ attento, Maestro. Sono mandriani…», consiglia Giuda vedendo che Gesù affretta il passo.

Ma Gesù non risponde neppure. Va, alto, bello, col sole occiduo in faccia, nella sua veste bianca. Pare un angelo, tanto è luminoso…

«La pace sia con voi, amici», saluta quando è sul limite del prato.

I tre si volgono stupiti. Un silenzio. Poi il più vecchio chiede: «Chi sei?».

«Uno che ti ama».

«Saresti il primo da molti anni. Da dove vieni?».

«Dalla Galilea».

«Dalla Galilea? Oh!». L’uomo lo guarda attento. Anche gli altri si sono fatti vicini. «Dalla Galilea», ripete il pastore e aggiunge piano, come per sé stesso: «Anche Egli era veniente dalla Galilea… Da che luogo, signore?».

«Da Nazareth».

«Oh! dimmi, allora. È più tornato un bambino, con una donna di nome Maria e un uomo di nome Giuseppe, un bambino bello ancor più di sua madre, che fiore più vago mai vidi sulle pendici di Giuda? Un bambino nato a Betlem di Giuda, al tempo dell’editto? Un bambino fuggito poi, per grande fortuna del mondo. Un bambino che darei la vita per saperlo proprio vivo e uomo ormai!».

«Perché dici che è stata grande fortuna del mondo l’esser fuggito?».

«Perché Egli era il Salvatore, il Messia, e Erode lo voleva morto. Io non c’ero quando Egli fuggì col padre e la madre… Quando seppi della strage e tornai… — perché anche io avevo dei figli (singhiozzo), signore, e una donna… (singhiozzo) e li sentivo uccisi (altro singhiozzo), ma, ti giuro per il Dio d’Abramo, di Lui tremavo più che per la mia stessa carne — lo seppi fuggito e neppur potei chiedere; neppur potei raccogliere le mie creature sgozzate… A colpi di pietra come un lebbroso, come un immondo, come un assassino sono stato preso… e ho dovuto fuggire nei boschi, far la vita di un lupo… finché trovai un padrone. Oh! non è più Anna… È duro e crudele… Se una pecora si scoscia, se il lupo mi preda un agnello, o esser bastonato a sangue o levarmi il poco guadagno, lavorare nei boschi per altri, far qualche cosa, ma pagare, il triplo sempre del valore. Ma non importa. Ho sempre detto all’Altissimo: “Fammi vedere il tuo Messia, fammi almeno sapere che è vivo, e tutto è nulla”. Signore, ti ho detto come sono stato trattato dai betlemmiti e come sono trattato dal padrone. Avrei potuto rendere male per male, o fare il male, rubando, per non soffrire col padrone. Ma non ho voluto che perdonare, soffrire, essere onesto, perché gli angeli hanno detto: “Gloria a Dio nei Cieli altissimi e pace in Terra agli uomini di buona volontà”».

«Proprio così dissero?».

«Sì, signore, credilo tu, tu almeno che sei buono. Conosci tu almeno, e credilo, che il Messia è nato. Nessuno lo volle più credere. Ma gli angeli non mentono… e noi non si era ebbri come dissero. Questo, vedi, era un fanciullo allora, e vide per primo l’angelo. Non beveva che latte. Può il latte fare ebbri? Gli angeli hanno detto: “Oggi nella città di Davide è nato il Salvatore che è Cristo, il Signore. E lo riconoscerete da questo. Troverete un Bambino a giacere in una mangiatoia, avvolto nelle fasce”».

«Così proprio dissero? Non avete inteso male? Non vi sbagliate, dopo tanto tempo?».

«Oh! no! Vero, Levi? Per non dimenticare — già non avremmo potuto, perché erano parole di Cielo e si scrissero col fuoco del Cielo nei nostri cuori — tutte le mattine, tutte le sere, quando il sole sorge, quando brilla la prima stella, noi le diciamo per preghiera, per benedizione, per forza e conforto, col nome di Lui e della Madre».

«Ah! dicevate: “Cristo”?».

«No, signore. Diciamo: “Gloria a Dio nei Cieli altissimi e pace in Terra agli uomini di buona volontà, per Gesù Cristo che è nato da Maria in una stalla di Betlemme e che, avvolto in fasce, era in una mangiatoia, Egli che è il Salvatore del mondo”».

75.3 «Ma insomma, voi chi cercate?».

«Gesù Cristo, Figlio di Maria, il Nazareno, il Salvatore».

«Sono Io». Gesù sfavilla nel dirlo, manifestandosi a questi suoi tenaci amatori. Tenaci, fedeli, pazienti.

«Tu! Oh! Signore, Salvatore, Gesù nostro!». I tre sono a terra e baciano i piedi di Gesù, piangendo di gioia.

«Alzatevi. Alzati, Elia, e tu, Levi, e tu che non so chi sia».

«Giuseppe, figlio di Giuseppe».

«Questi sono i miei discepoli Giovanni, galileo, Simone e Giuda, giudei».

I pastori non sono più faccia a terra ma, ancora sui ginocchi, abbandonati all’indietro sui calcagni, adorano il Salvatore con occhi d’amore, labbra che tremano di emozione, volti sbiancati o arrossati dalla gioia.

Gesù si siede sull’erba.

«No, Signore. Sull’erba Tu no, Re di Israele».

«Lasciate, amici. Sono povero. Un legnaiolo, per il mondo. Ricco solo d’amore per il mondo, e dell’amore che i buoni mi dànno. Sono venuto per stare con voi, spezzare con voi il pane della sera, dormire al vostro fianco sul fieno, prendere conforto da voi…».

«Oh! conforto! Noi siamo rozzi e perseguitati».

«Anche Io perseguitato. Ma voi mi date ciò che cerco: amore, fede e speranza che resiste per anni e dà fiore. Vedete? Mi avete saputo attendere, credendo senza dubbi che ero Io. E Io sono venuto».

«Oh! sì! Sei venuto. Ora, anche se muoio, non ho niente più che mi dia pena di cosa sperata e non avuta».

«No, Elia. Tu vivrai fino a dopo il trionfo del Cristo. Tu, che hai visto la mia alba, devi vedere il mio fulgore.

75.4 E gli altri?

Eravate dodici: Elia, Levi, Samuele, Giona, Isacco, Tobia, Gionata, Daniele, Simeone, Giovanni, Giuseppe, Beniamino. Mia Madre mi diceva sempre i vostri nomi. Come dei miei primi amici».

«Oh!». I pastori sono sempre più commossi.

«Dove sono gli altri?».

«Il vecchio Samuele morto, per età, da vent’anni. Giuseppe ucciso per aver combattuto sulla porta del chiuso, dando tempo alla sposa, madre da poche ore, di fuggire con costui che io ho raccolto per amore dell’amico e per… e per avere ancora dei bambini intorno. Anche Levi ho preso meco… Era perseguitato. Beniamino è pastore sul Libano con Daniele. Simeone, Giovanni e Tobia, che ora si fa chiamare Mattia a ricordo del padre, anche lui ucciso, sono discepoli di Giovanni. Giona è nel piano di Esdrelon, a servizio di un fariseo. Isacco è con le reni spezzate, in miseria assoluta, e solo, a Jutta. Lo aiutiamo come possiamo… ma siamo tutti percossi e sono gocce di rugiada in un incendio. Gionata è ora servo di un grande di Erode».

«Come avete potuto, specie Gionata, Giona, Daniele e Beniamino, esser a questi servizi?».

«Mi ricordai di Zaccaria, tuo parente… Mi ci aveva mandato la Madre. E quando ci trovammo nelle gole della Giudea, fuggiaschi e maledetti, li guidai a lui. Fu buono. Ci protesse, ci sfamò. Ci cercò padrone. Come poté. Io avevo già avuto preso tutto il gregge di Anna dall’erodiano… e sono rimasto con lui… Fatto uomo il Battista e principiato a predicare, Simeone, Giovanni e Tobia andarono con lui».

«Ma ora il Battista è prigioniero».

«Sì. Ed essi sono di ronda presso Macheronte, con un pugno di pecore, per non dare sospetti, date da un ricco, discepolo di Giovanni tuo parente».

«Vorrei vederli tutti».

«Sì, Signore. Andremo a dir loro: “Venite. Egli è vivo. Egli ci ricorda e ama”».

«E vi vuole fra i suoi amici».

«Sì, Signore».

«Ma per primo andremo da Isacco. E Samuele e Giuseppe dove sono sepolti?».

«Samuele a Ebron. Restò a servizio di Zaccaria. Giuseppe… non ha tomba, Signore. Fu arso con la casa».

«Non fra le fiamme dei crudeli, ma fra le fiamme del Signore, nella gloria, presto sarà. Io ve lo dico; a te, Giuseppe figlio di Giuseppe, lo dico. Vieni, che Io ti baci per dir grazie al padre tuo».

«E i miei bambini?».

«Angeli, Elia. Angeli che ripeteranno il “Gloria” quando il Salvatore sarà coronato».

«Re?».

«No. Redentore. Oh! corteo di giusti e santi! E sul davanti le falangi bianche e porporine dei pargoli martiri! E, aperte le porte del Limbo, ecco che saliremo insieme al Regno che non muore. E poi voi verrete e ritroverete padri, madri e figli nel Signore! Credete».

«Sì, Signore».

«Chiamatemi Maestro.

75.5 La sera scende, la prima stella nasce. Di’ la tua preghiera prima della cena».

«Non io. Tu».

«Gloria a Dio nei Cieli altissimi e pace in Terra agli uomini di buona volontà, che hanno meritato di vedere la Luce e di servirla. Il Salvatore è fra loro. Il Pastore della stirpe regale è fra il suo gregge. La Stella del mattino è sorta. Giubilate, o giusti! Giubilate nel Signore. Lui che ha fatto la volta dei cieli e li ha seminati di stelle, Lui che ha messo a limite delle terre i mari, Lui che ha creato i venti e le rugiade, e regolato il corso delle stagioni per dare pane e vino ai figli suoi, ecco che più alto Cibo ora vi manda: il Pane vivo che scende dal Cielo, il Vino dell’eterna Vite. Venite, voi, primizie dei miei adoratori. Venite a conoscere il Padre in verità per seguirlo in santità e averne eterno premio».

Gesù ha pregato in piedi con le braccia stese, mentre discepoli e pastori stanno in ginocchio.

Poi viene dato pane e una scodella di latte appena munto, e dato che tre sono le ciotole, o zucche svuotate, non so, prima mangiano Gesù, Simone e Giuda. Poi Giovanni, al quale Gesù passa la sua tazza, con Levi e Giuseppe; ultimo mangia Elia.

Le pecore non brucano più, si riuniscono in gran gruppo serrato in attesa di esser condotte forse al loro chiuso. Ma vedo invece che i tre pastori le conducono nel bosco, sotto una rustica tettoia di rami recinta da funi. Loro si dànno da fare a preparare del fieno per letto a Gesù e discepoli. Vengono accesi dei fuochi, forse per le bestie selvatiche.

Giuda e Giovanni, stanchi, si sdraiano e dopo poco dormono. Simone vorrebbe far compagnia a Gesù. Ma dopo poco dorme lui pure, seduto sul fieno e col dorso addossato a un palo.

75.6 Restano svegli Gesù coi pastori. E parlano: di Giuseppe, di Maria, della fuga in Egitto, del ritorno… E poi, dopo queste domande d’amore, ecco le domande più alte: che fare per servire Gesù? Come lo potranno, loro, rozzi pastori?

E Gesù istruisce e spiega: «Ora Io vado per la Giudea. Voi sarete sempre tenuti informati dai discepoli. Poi vi farò venire. Riunitevi, intanto. Fate che l’uno sappia dell’altro, e di questo mio essere nel mondo, come Maestro e Salvatore. Come potete, fatelo sapere. Non vi prometto che sarete creduti. Dileggio Io ho avuto e percosse. Voi pure le avrete. Ma, come avete saputo esser forti e giusti in questa attesa, siatelo più ancora ora che siete miei. Domani andremo verso Jutta. Poi a Ebron. Potete venire?».

«Oh! sì! Le strade sono di tutti ed i pascoli sono di Dio. Solo Betlemme ci è interdetta dall’odio ingiusto. Gli altri paesi sanno… ma ci scherniscono solo chiamandoci “beoni”. Perciò poco potremo fare qui».

«Vi chiamerò altrove. Non vi abbandonerò».

«Per tutta la vita?».

«Per tutta la mia vita».

«No. Prima morirò io, Maestro. Sono vecchio».

«Lo credi? Non Io. Uno dei primi volti che vidi fu il tuo, Elia. Uno degli ultimi sarà. Porterò meco nella pupilla il tuo volto sconvolto dal dolore per la mia morte. Ma poi sarà il tuo a portare nel cuore il radioso di un mattino trionfale, e con quello aspetterai la morte… La morte: l’incontro eterno col Gesù che hai adorato piccino. Anche allora gli angeli canteranno il Gloria: “per l’uomo di buona volontà”».

Non sento più nulla, la dolce visione si offusca. Finisce.

EMR 75.2-6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

75.2 Molte pecore sono sul prato ondulato e brucano l’erba folta. Tre uomini le guardano. Uno è vecchio, già tutto canuto, gli altri sono uno sui trenta, l’altro sulla quarantina, circa.

«Sta’ attento, Maestro. Sono mandriani…», consiglia Giuda vedendo che Gesù affretta il passo.

Ma Gesù non risponde neppure. Va, alto, bello, col sole occiduo in faccia, nella sua veste bianca. Pare un angelo, tanto è luminoso…

«La pace sia con voi, amici», saluta quando è sul limite del prato.

I tre si volgono stupiti. Un silenzio. Poi il più vecchio chiede: «Chi sei?».

«Uno che ti ama».

«Saresti il primo da molti anni. Da dove vieni?».

«Dalla Galilea».

«Dalla Galilea? Oh!». L’uomo lo guarda attento. Anche gli altri si sono fatti vicini. «Dalla Galilea», ripete il pastore e aggiunge piano, come per sé stesso: «Anche Egli era veniente dalla Galilea… Da che luogo, signore?».

«Da Nazareth».

«Oh! dimmi, allora. È più tornato un bambino, con una donna di nome Maria e un uomo di nome Giuseppe, un bambino bello ancor più di sua madre, che fiore più vago mai vidi sulle pendici di Giuda? Un bambino nato a Betlem di Giuda, al tempo dell’editto? Un bambino fuggito poi, per grande fortuna del mondo. Un bambino che darei la vita per saperlo proprio vivo e uomo ormai!».

«Perché dici che è stata grande fortuna del mondo l’esser fuggito?».

«Perché Egli era il Salvatore, il Messia, e Erode lo voleva morto. Io non c’ero quando Egli fuggì col padre e la madre… Quando seppi della strage e tornai… — perché anche io avevo dei figli (singhiozzo), signore, e una donna… (singhiozzo) e li sentivo uccisi (altro singhiozzo), ma, ti giuro per il Dio d’Abramo, di Lui tremavo più che per la mia stessa carne — lo seppi fuggito e neppur potei chiedere; neppur potei raccogliere le mie creature sgozzate… A colpi di pietra come un lebbroso, come un immondo, come un assassino sono stato preso… e ho dovuto fuggire nei boschi, far la vita di un lupo… finché trovai un padrone. Oh! non è più Anna… È duro e crudele… Se una pecora si scoscia, se il lupo mi preda un agnello, o esser bastonato a sangue o levarmi il poco guadagno, lavorare nei boschi per altri, far qualche cosa, ma pagare, il triplo sempre del valore. Ma non importa. Ho sempre detto all’Altissimo: “Fammi vedere il tuo Messia, fammi almeno sapere che è vivo, e tutto è nulla”. Signore, ti ho detto come sono stato trattato dai betlemmiti e come sono trattato dal padrone. Avrei potuto rendere male per male, o fare il male, rubando, per non soffrire col padrone. Ma non ho voluto che perdonare, soffrire, essere onesto, perché gli angeli hanno detto: “Gloria a Dio nei Cieli altissimi e pace in Terra agli uomini di buona volontà”».

«Proprio così dissero?».

«Sì, signore, credilo tu, tu almeno che sei buono. Conosci tu almeno, e credilo, che il Messia è nato. Nessuno lo volle più credere. Ma gli angeli non mentono… e noi non si era ebbri come dissero. Questo, vedi, era un fanciullo allora, e vide per primo l’angelo. Non beveva che latte. Può il latte fare ebbri? Gli angeli hanno detto: “Oggi nella città di Davide è nato il Salvatore che è Cristo, il Signore. E lo riconoscerete da questo. Troverete un Bambino a giacere in una mangiatoia, avvolto nelle fasce”».

«Così proprio dissero? Non avete inteso male? Non vi sbagliate, dopo tanto tempo?».

«Oh! no! Vero, Levi? Per non dimenticare — già non avremmo potuto, perché erano parole di Cielo e si scrissero col fuoco del Cielo nei nostri cuori — tutte le mattine, tutte le sere, quando il sole sorge, quando brilla la prima stella, noi le diciamo per preghiera, per benedizione, per forza e conforto, col nome di Lui e della Madre».

«Ah! dicevate: “Cristo”?».

«No, signore. Diciamo: “Gloria a Dio nei Cieli altissimi e pace in Terra agli uomini di buona volontà, per Gesù Cristo che è nato da Maria in una stalla di Betlemme e che, avvolto in fasce, era in una mangiatoia, Egli che è il Salvatore del mondo”».

75.3

«Ma insomma, voi chi cercate?».

«Gesù Cristo, Figlio di Maria, il Nazareno, il Salvatore».

«Sono Io». Gesù sfavilla nel dirlo, manifestandosi a questi suoi tenaci amatori. Tenaci, fedeli, pazienti.

«Tu! Oh! Signore, Salvatore, Gesù nostro!». I tre sono a terra e baciano i piedi di Gesù, piangendo di gioia.

«Alzatevi. Alzati, Elia, e tu, Levi, e tu che non so chi sia».

«Giuseppe, figlio di Giuseppe».

«Questi sono i miei discepoli Giovanni, galileo, Simone e Giuda, giudei».

I pastori non sono più faccia a terra ma, ancora sui ginocchi, abbandonati all’indietro sui calcagni, adorano il Salvatore con occhi d’amore, labbra che tremano di emozione, volti sbiancati o arrossati dalla gioia.

Gesù si siede sull’erba.

«No, Signore. Sull’erba Tu no, Re di Israele».

«Lasciate, amici. Sono povero. Un legnaiolo, per il mondo. Ricco solo d’amore per il mondo, e dell’amore che i buoni mi dànno. Sono venuto per stare con voi, spezzare con voi il pane della sera, dormire al vostro fianco sul fieno, prendere conforto da voi…».

«Oh! conforto! Noi siamo rozzi e perseguitati».

«Anche Io perseguitato. Ma voi mi date ciò che cerco: amore, fede e speranza che resiste per anni e dà fiore. Vedete? Mi avete saputo attendere, credendo senza dubbi che ero Io. E Io sono venuto».

«Oh! sì! Sei venuto. Ora, anche se muoio, non ho niente più che mi dia pena di cosa sperata e non avuta».

«No, Elia. Tu vivrai fino a dopo il trionfo del Cristo. Tu, che hai visto la mia alba, devi vedere il mio fulgore.

75.4

E gli altri?

Eravate dodici: Elia, Levi, Samuele, Giona, Isacco, Tobia, Gionata, Daniele, Simeone, Giovanni, Giuseppe, Beniamino. Mia Madre mi diceva sempre i vostri nomi. Come dei miei primi amici».

«Oh!». I pastori sono sempre più commossi.

«Dove sono gli altri?».

«Il vecchio Samuele morto, per età, da vent’anni. Giuseppe ucciso per aver combattuto sulla porta del chiuso, dando tempo alla sposa, madre da poche ore, di fuggire con costui che io ho raccolto per amore dell’amico e per… e per avere ancora dei bambini intorno. Anche Levi ho preso meco… Era perseguitato. Beniamino è pastore sul Libano con Daniele. Simeone, Giovanni e Tobia, che ora si fa chiamare Mattia a ricordo del padre, anche lui ucciso, sono discepoli di Giovanni. Giona è nel piano di Esdrelon, a servizio di un fariseo. Isacco è con le reni spezzate, in miseria assoluta, e solo, a Jutta. Lo aiutiamo come possiamo… ma siamo tutti percossi e sono gocce di rugiada in un incendio. Gionata è ora servo di un grande di Erode».

«Come avete potuto, specie Gionata, Giona, Daniele e Beniamino, esser a questi servizi?».

«Mi ricordai di Zaccaria, tuo parente… Mi ci aveva mandato la Madre. E quando ci trovammo nelle gole della Giudea, fuggiaschi e maledetti, li guidai a lui. Fu buono. Ci protesse, ci sfamò. Ci cercò padrone. Come poté. Io avevo già avuto preso tutto il gregge di Anna dall’erodiano… e sono rimasto con lui…[1] Fatto uomo il Battista e principiato a predicare, Simeone, Giovanni e Tobia andarono con lui».

«Ma ora il Battista è prigioniero».

«Sì. Ed essi sono di ronda presso Macheronte, con un pugno di pecore, per non dare sospetti, date da un ricco, discepolo di Giovanni tuo parente».

«Vorrei vederli tutti».

«Sì, Signore. Andremo a dir loro: “Venite. Egli è vivo. Egli ci ricorda e ama”».

«E vi vuole fra i suoi amici».

«Sì, Signore».

«Ma per primo andremo da Isacco. E Samuele e Giuseppe dove sono sepolti?».

«Samuele a Ebron. Restò a servizio di Zaccaria. Giuseppe… non ha tomba, Signore. Fu arso con la casa».

«Non fra le fiamme dei crudeli, ma fra le fiamme del Signore, nella gloria, presto sarà. Io ve lo dico; a te, Giuseppe figlio di Giuseppe, lo dico. Vieni, che Io ti baci per dir grazie al padre tuo».

«E i miei bambini?».

«Angeli, Elia. Angeli che ripeteranno il “Gloria” quando il Salvatore sarà coronato».

«Re?».

«No. Redentore. Oh! corteo di giusti e santi! E sul davanti le falangi bianche e porporine dei pargoli martiri! E, aperte le porte del Limbo, ecco che saliremo insieme al Regno che non muore. E poi voi verrete e ritroverete padri, madri e figli nel Signore! Credete».

«Sì, Signore».

«Chiamatemi Maestro.

75.5

La sera scende, la prima stella nasce. Di’ la tua preghiera prima della cena».

«Non io. Tu».

«Gloria a Dio nei Cieli altissimi e pace in Terra agli uomini di buona volontà, che hanno meritato di vedere la Luce e di servirla. Il Salvatore è fra loro. Il Pastore della stirpe regale è fra il suo gregge. La Stella del mattino è sorta. Giubilate, o giusti! Giubilate nel Signore. Lui che ha fatto la volta dei cieli e li ha seminati di stelle, Lui che ha messo a limite delle terre i mari, Lui che ha creato i venti e le rugiade, e regolato il corso delle stagioni per dare pane e vino ai figli suoi, ecco che più alto Cibo ora vi manda: il Pane vivo che scende dal Cielo, il Vino dell’eterna Vite. Venite, voi, primizie dei miei adoratori. Venite a conoscere il Padre in verità per seguirlo in santità e averne eterno premio».

Gesù ha pregato in piedi con le braccia stese, mentre discepoli e pastori stanno in ginocchio.

Poi viene dato pane e una scodella di latte appena munto, e dato che tre sono le ciotole, o zucche svuotate, non so, prima mangiano Gesù, Simone e Giuda. Poi Giovanni, al quale Gesù passa la sua tazza, con Levi e Giuseppe; ultimo mangia Elia.

Le pecore non brucano più, si riuniscono in gran gruppo serrato in attesa di esser condotte forse al loro chiuso. Ma vedo invece che i tre pastori le conducono nel bosco, sotto una rustica tettoia di rami recinta da funi. Loro si dànno da fare a preparare del fieno per letto a Gesù e discepoli. Vengono accesi dei fuochi, forse per le bestie selvatiche.

Giuda e Giovanni, stanchi, si sdraiano e dopo poco dormono. Simone vorrebbe far compagnia a Gesù. Ma dopo poco dorme lui pure, seduto sul fieno e col dorso addossato a un palo.

75.6

Restano svegli Gesù coi pastori. E parlano: di Giuseppe, di Maria, della fuga in Egitto, del ritorno… E poi, dopo queste domande d’amore, ecco le domande più alte: che fare per servire Gesù? Come lo potranno, loro, rozzi pastori?

E Gesù istruisce e spiega: «Ora Io vado per la Giudea. Voi sarete sempre tenuti informati dai discepoli. Poi vi farò venire. Riunitevi, intanto. Fate che l’uno sappia dell’altro, e di questo mio essere nel mondo, come Maestro e Salvatore. Come potete, fatelo sapere. Non vi prometto che sarete creduti. Dileggio Io ho avuto e percosse. Voi pure le avrete. Ma, come avete saputo esser forti e giusti in questa attesa, siatelo più ancora ora che siete miei. Domani andremo verso Jutta. Poi a Ebron. Potete venire?».

«Oh! sì! Le strade sono di tutti ed i pascoli sono di Dio. Solo Betlemme ci è interdetta dall’odio ingiusto. Gli altri paesi sanno… ma ci scherniscono solo chiamandoci “beoni”. Perciò poco potremo fare qui».

«Vi chiamerò altrove. Non vi abbandonerò».

«Per tutta la vita?».

«Per tutta la mia vita».

«No. Prima morirò io, Maestro. Sono vecchio».

«Lo credi? Non Io. Uno dei primi volti che vidi fu il tuo, Elia. Uno degli ultimi sarà. Porterò meco nella pupilla il tuo volto sconvolto dal dolore per la mia morte. Ma poi sarà il tuo a portare nel cuore il radioso di un mattino trionfale, e con quello aspetterai la morte… La morte: l’incontro eterno col Gesù che hai adorato piccino. Anche allora gli angeli canteranno il Gloria: “per l’uomo di buona volontà”».

Non sento più nulla, la dolce visione si offusca. Finisce.

Dettaglio

Elia parla per i tre pastori per la maggior parte del tempo.