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Note della parola chiave

Giovanni di Zebedeo (apostolo)

Tema: L'entourage di Gesù · Pagina 7 di 26

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EMR 81.3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«E questo non lo conoscete?», e indica Giovanni.

«Lo vedemmo con altri galilei nelle folle più fedeli al Battista. E, se non erriamo, tu sei quello che ha nome Giovanni e del quale egli diceva, a noi suoi intimi: “Ecco: io il primo, egli l’ultimo. E poi sarà: egli il primo ed io l’ultimo”. Né mai si comprese che voleva dire».

Gesù si volge alla sua sinistra dove è Giovanni e se lo attira contro il cuore, con un sorriso ancor più luminoso, e spiega: «Egli voleva dire che egli era il primo a dire: “Ecco l’Agnello”, e che questi sarà l’ultimo degli amici del Figlio dell’uomo che parlerà alle folle dell’Agnello; ma che, nel cuore dell’Agnello, questi è il primo, perché gli è caro sopra ogni uomo. Questo voleva dire. Ma quando vedrete il Battista – lo vedrete ancora, e ancora lo servirete sino all’ora segnata – ditegli che non è egli l’ultimo nel cuore del Cristo. Non tanto per il sangue quanto per la santità, egli è l’amato pari a questo. E voi ricordatevelo. Se l’umiltà del santo si proclama “ultima”, la Parola di Dio lo proclama compagno al discepolo a Me caro. Ditegli che amo questo, perché ha il suo nome e perché in lui trovo i segni del Battista, preparatore di animi al Cristo».

«Lo diremo… Ma lo vedremo ancora?».

«Lo vedrete».

Dettaglio

Gesù conversa con alcuni pastori di Betlemme, discepoli di Giovanni Battista.

EMR 81.6-7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

81.6 Chi è dunque il compratore?».

«Ve ne è uno a Gerico e molti a Gerusalemme. Ma quello di Gerico!!! Ah! è un astuto levantino, battiloro usuraio, barattiere, mercante d’amore, certo ladro, forse omicida… di sicuro perseguitato da Roma. Si fa chiamare Isacco per parere ebreo.

Ma il suo vero nome è Diomede. Lo conosco bene…».

«Lo vediamo!», interrompe Simone Zelote che poco parla ma che tutto osserva. E chiede: «Come fai a conoscerlo tanto bene?».

«Ma… sai… Per far piacere a degli amici potenti. Sono andato da lui… e ho fatto affari… Noi del Tempio… sai…».

«Già!… fate tutti i mestieri», termina Simone con fredda ironia. Giuda avvampa, ma tace.

«Può comprare?», chiede Gesù.

«Io credo. Non gli manca mai il denaro. Certo bisogna saper vendere, perché il greco è astuto, e se vede di avere a che fare con un onesto, un… colombo di nido, lo spenna a dovere. Ma se ha a che fare con un avvoltoio suo pari…».

«Vacci tu, Giuda. Sei il tipo adatto. Hai l’astuzia della volpe e la rapacità dell’avvoltoio. Oh! perdona, Maestro. Ho parlato prima di Te!», dice ancora Simone Zelote. «La penso come tu pensi, e perciò dico a Giuda di andare.

Giovanni, va’ con lui. Noi vi raggiungeremo al calar del sole. Il luogo di ritrovo sarà presso la piazza del mercato. Vai. E fa’ per il meglio».

Giuda si alza subito. Giovanni ha gli occhi imploranti di un cagnolo scacciato. Ma Gesù parla di nuovo coi pastori e non vede questo sguardo implorante. E Giovanni si avvia dietro a Giuda.

81.7 «Vorrei farvi contenti», dice Gesù.

«Lo farai sempre, Maestro. L’Altissimo ti benedica per noi.

Quell’uomo è tuo amico?».

«Lo è. Non ti pare possa esserlo?».

Il pastore Giovanni china il capo e tace. Parla il discepolo Simone: «Solo chi è buono sa vedere. Io non sono buono e non vedo quel che la Bontà vede. Vedo l’esterno. Il buono scende anche nell’interno. Anche tu, Giovanni, vedi come me. Ma il Maestro è buono… e vede…».

«Che vedi, Simone, in Giuda? Ti ordino di parlare».

«Ecco: penso, guardandolo, a certi luoghi misteriosi che paiono antri di fiere e stagni di febbre. Se ne vede solo un grande intrico e si gira al largo paurosi. Invece… invece dentro sono anche tortore e usignoli, e il suolo è ricco d’acque di salute e di erbe salutifere. Io voglio credere che Giuda sia così… Lo credo perché Tu lo hai preso. Tu che sai…».

«Sì. Io che so… Vi sono molte pieghe nel cuore di quell’uomo… Ma non manca di lati buoni. Lo hai visto a Betlemme e anche a Keriot. Va alzato, questo lato buono, e che è tutto un buono umano, ad una bontà che sia spirituale. Allora Giuda sarà come tu vorresti che fosse. È giovane…».

«Anche Giovanni è giovane…».

«E tu concludi in cuor tuo: ed è migliore. Ma Giovanni è Giovanni! Amalo, Simone, questo povero Giuda… Te ne prego. Se lo amerai… ti parrà più buono».

«Mi sforzo a farlo… per Te… Ma è lui che rompe i miei sforzi come fossero canne del fiume… Ma, Maestro, io ho una legge sola: fare ciò che Tu vuoi. Perciò amo Giuda, nonostante qualcosa gridi in me contro di lui e verso me stesso».

«Che cosa, Simone?».

«Non so di preciso… Qualcosa che è come il grido del milite di guardia nella notte… e che mi dice: “Non dormire! Osserva!”. Non so… Non ha nome questa cosa. Ma c’è… c’è in me contro di lui».

«Non ci pensare più, Simone. Non sforzarti a definirla. Fa male conoscere certe verità… e potresti sbagliare la conoscenza. Lascia fare al tuo Maestro. Tu dàmmi il tuo amore e pensa che esso mi fa felice…».

Dettaglio

Gesù chiede a Giuda chi sia l'acquirente che potrebbe procurarsi i gioielli di Aglae. A quel punto interviene Simone e, quando Giuda se ne va insieme a Giovanni, lo Zelota parla con il Maestro dell'Iscariota. Menzionano anche Giovanni di Zebedeo.

EMR 82

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Dettaglio

Gesù è a Gerico. Insegna ai bambini a essere gentili con gli animali e a non essere scortesi con loro. Poi Giuda torna con Giovanni dal suo incontro con Diomede, l'acquirente dei gioielli di Aglaia. Racconta il suo stratagemma, il fatto di aver fatto apparire Giovanni come un giovane fidanzato, il fatto di avergli fatto credere di voler acquistare gioielli simili a quelli di Aglaia affinché il mercante gli facesse il suo prezzo. Poi gli disse che non voleva comprare, ma vendere, e riuscì a ottenere dodici talenti, che è una somma considerevole. Ma l'apostolo mentì... Gesù gli consigliò di non farlo più e di dare tutto il denaro ai discepoli di Giovanni Battista.

EMR 82.2-4

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

82.2 Gesù fende il cerchio dei ragazzi, al quale si erano uniti degli adulti, e va verso Giuda e Giovanni che vengono svelti da un’altra via. Giuda è gongolante. Giovanni sorride a Gesù… ma non pare proprio felice.

«Vieni, vieni, Maestro. Credo di aver fatto bene. Però vieni con me. Sulla via non si può parlare».

«Dove, Giuda?».

«All’albergo. Ho già fissato quattro stanze… oh! roba modesta, non temere. Tanto per potere riposare in un letto dopo tanto disagio in questo calore, e mangiare da uomini e non da uccelli sulla frasca, e parlare anche in pace. Ho venduto molto bene. Vero, Giovanni?».

Giovanni annuisce senza molto entusiasmo. Ma Giuda è talmente contento della sua opera che non nota né la poca contentezza di Gesù, per la prospettiva di un alloggio comodo, né l’ancor meno entusiastico atteggiamento di Giovanni. E prosegue: «Avendo venduto a più di quanto avevo stimato, ho detto: “È giusto ne levi una piccola somma, cento denari, per i nostri letti e per i nostri pasti. Se siamo sfiniti noi che abbiamo sempre mangiato, Gesù deve essere sfinito del tutto”. Ho il dovere di guardare che non si ammali, il mio Maestro! Dovere d’amore, perché Tu mi ami ed io ti amo… C’è posto anche per voi e per le pecore», dice ai pastori. «Ho pensato a tutto».

Gesù non dice una parola. Lo segue insieme agli altri. Giungono ad una piazzetta secondaria. Giuda dice: «Vedi quella casa senza finestre sulla via e con quella porticina così stretta da parere una fessura? È la casa del battiloro Diomede. Sembra una povera casa, vero? Ma là dentro è tant’oro da comprare Gerico e… ah! ah!…», Giuda ride maligno…, «e in quell’oro si possono trovare anche molti monili e vasellami e… e anche altre cose di tutte le persone più influenti in Israele. Diomede… oh! tutti fingono di non conoscerlo ma tutti lo conoscono: dagli erodei a… a tutti, ecco. Su quel muro liscio, povero, si potrebbe scrivere: “Mistero e Segreto”. Se parlassero quelle mura! Altro che scandalizzarsi del modo come ho trattato l’affare, Giovanni!… Tu… tu moriresti affogato dallo stupore e dallo scrupolo. Anzi, senti Maestro. Non mi mandare più con Giovanni a certi negozi. Per poco mi fa fallire tutto. Non sa capire a volo, non sa negare, e con un furbo come Diomede bisogna esser svelti e franchi».

Giovanni mormora: «Dicevi certe cose! Così impensate e così… e così… Sì, Maestro. Non mi mandare più. Non sono capace che di amare, io…».

«Difficilmente avremo ancora bisogno di simili vendite», risponde Gesù, che è serio.

«Ecco là l’albergo. Vieni, Maestro. Parlo io perché… ho fatto tutto io».

82.3 Entrano e Giuda parla col padrone, che fa condurre le pecore in una stalla, e poi conduce personalmente gli ospiti in una stanzetta dove sono due stuoie a letto, dei sedili e un tavolo pronto. Poi si ritira.

«Parliamo subito, Maestro, mentre i pastori sono intenti a sistemare le pecore».

«Ti ascolto».

«Giovanni può dire se sono sincero».

«Non ne dubito. Fra uomini onesti non deve esser necessario giuramento e testimonianza. Parla».

«Siamo arrivati a Gerico a sesta. Eravamo sudati come bestie da soma. Non ho voluto dare impressione a Diomede di avere urgente bisogno. E prima sono venuto qui, e mi sono tutto rinfrescato e ho messo veste monda, e così ho voluto facesse lui. Oh! non voleva saperne di farsi ungere e accomodare i capelli… Ma io avevo fatto il mio piano, mentre venivo per via!… Quando era prossimo il vespero ho detto: “Andiamo”. Ormai eravamo riposati e freschi come due ricconi in viaggio di piacere. Quando siamo stati per arrivare da Diomede, ho detto a Giovanni: “Tu assecondami. Non negare e sii svelto a capire”. Ma era meglio se lo lasciavo fuori! Non mi ha aiutato per nulla. Anzi… Per buona sorte io sono svelto per due e ho riparato a tutto.

Dalla casa usciva il gabelliere. “Bene!”, ho detto. “Se esce quello lì, troveremo denari e quel che voglio per fare paragone”. Perché il gabelliere, usuraio e ladro come tutti i suoi pari, ha sempre monili strappati con minacce e strozzinaggio a quei disgraziati che egli tassa più del lecito, per avere poi molto da godere in crapule e donne. Ed è molto amico di Diomede, che compra e vende oro e carne… Siamo entrati dopo che mi sono fatto conoscere. Dico: entrati. Perché altro è andare nell’androne dove lui finge di lavorare onestamente l’oro, e altro è scendere nel sotterraneo dove egli fa i veri affari. Bisogna esser molto conosciuti da lui per potere ciò. Quando mi ha visto, mi ha detto: “Ancora vuoi vendere oro? Sono momenti brutti e ho poco denaro”. La sua solita canzone. Gli ho risposto: “Non vengo a vendere. Ma a comperare. Hai gioielli per donna? Ma belli, ricchi, preziosi e pesanti, d’oro puro?”. Diomede è rimasto stupito. E ha chiesto: “Vuoi una donna?”. “Non te ne occupare”, gli ho risposto. “Non è per me. È per questo mio amico che è sposo e vuole comperare l’oro per la sua amata”.

E qui Giovanni ha cominciato a fare il bambino. Diomede, che lo guardava, lo ha visto diventare una porpora e ha detto, da quel vecchio lurido che è: “Eh! il ragazzo, solo a sentire nominare la sposa, va in febbre d’amore. È molto bella la tua donna?”, ha chiesto. Ho dato un calcio a Giovanni per svegliarlo e fargli capire di non fare lo stolto. Ma ha risposto un “sì” così strangolato che Diomede si è insospettito. Allora ho parlato io: “Se bella o meno non ti deve interessare, vecchio. Non sarà mai del numero delle femmine per cui l’inferno ti avrà. È vergine onesta, e presto onesta sposa. Fuori il tuo oro. Io sono il paraninfo ed ho l’incarico di aiutare il giovane… io giudeo e cittadino”. “Lui è galileo, vero?”. Sempre per quei capelli vi tradite! “È ricco?”. “Molto”.

Allora siamo andati abbasso e Diomede ha aperto cofani e forzieri. Ma di’ il vero, Giovanni! Non pareva d’esser in Cielo davanti a tutte quelle gemme e ori? Collane, serti, bracciali, orecchini, reticelle di oro e pietre preziose per i capelli, forcine, fibbie, anelli… ah! che splendori! Con molto sussiego ho scelto una collana su per giù come quella di Aglae, e anelli, fibbie, bracciali… tutto come quello che avevo nella borsa e in numero uguale. Diomede stupiva e chiedeva: “Ancora? Ma chi è costui? E la sposa chi è? Una principessa?”. Quando ho avuto tutto quel che volevo, ho detto: “Il prezzo?”.

Oh! che litania di lamenti preparatori sui tempi, sulle tasse, sui rischi, sui ladri! Oh! che altra litania di assicurazioni di onestà! Poi ecco la risposta: “Proprio perché sei te, ti dirò il vero. Senza esagerazioni. Ma meno di questo neppure una dramma. Chiedo dodici talenti d’argento”. “Ladro!”, ho detto. Ho detto: “Andiamo, Giovanni. A Gerusalemme troveremo qualcuno meno ladro di costui”. E ho fatto finta d’uscire. Mi è corso dietro. “Mio alto amico, mio diletto amico, vieni, senti il povero tuo servo. Meno non posso. Non posso proprio. Guarda. Faccio proprio uno sforzo e mi rovino. Lo faccio perché tu mi hai sempre dato la tua amicizia e mi hai fatto fare affari. Undici talenti, ecco. È quello che darei se dovessi comperare questo oro da un che ha fame. Non uno spicciolo meno. Sarebbe come levare il sangue dalle mie vecchie vene”. Vero che diceva così? Faceva ridere e faceva nausea.

Quando l’ho visto ben fermo sul prezzo ho fatto il colpo. “Vecchio sporco, sappi che non comperare, ma vendere voglio. Questo voglio vendere. Guarda: è bello come il tuo. Oro di Roma e di foggia nuova. Ti andrà a ruba. È tuo per undici talenti. Quanto hai chiesto per questo. Tu ne hai fatto la stima e tu paga”. Uh! allora!… “È un tradimento! Hai tradito la mia stima in te! Tu sei la mia rovina! Non posso dare tanto!”. “L’hai sti mato tu. Paga”. “Non posso”. “Guarda che lo porto ad altri”. “No, amico” e allungava le mani adunche sul mucchio di Aglae. “E allora paga: dodici talenti dovrei volere. Ma mi accontento della tua ultima richiesta”. “Non posso”. “Usuraio! Guarda che qui ho un testimone e ti posso denunciare come ladro…”, e gli ho detto anche altre virtù che non ripeto per questo ragazzo…

Infine, poiché mi premeva vendere e fare presto, gli ho detto una cosetta, fra me e lui, che non manterrò… Ma che valore ha promessa fatta a un ladro? E ho concluso con dieci talenti e mezzo. Siamo venuti via fra pianti e profferte di amicizia e… di donne. E Giovanni per poco ci piange. Ma che ti importa che ti credano un vizioso? Basta che tu non lo sia. Non sai che il mondo è così e tu sei un aborto del mondo? Un giovane che non sa il sapore della donna? Chi vuoi che ti creda? O se ti credono… oh! io non vorrei pensassero di me ciò che può pensare di te chi ti crede non desideroso di donna.

Ecco, Maestro. Conta Tu stesso. Avevo un mucchio di denari. Ma sono passato dal gabelliere e gli ho detto: “Riprenditi questa zavorra e rendimi i talenti che ti ha dato Isacco”. Perché avevo saputo anche questo per ultima notizia, ad affare fatto.

82.4 Però, per ultima cosa, ho detto a Isacco-Diomede: “Ricordati che il Giuda del Tempio non esiste più. Ora sono discepolo di un santo. Fingi perciò di non avermi mai conosciuto, se ti preme il collo”. E per poco glielo torco subito, perché mi ha risposto male».

«Che ti ha detto?», chiede con indifferenza Simone.

«Mi ha detto: “Tu discepolo di un santo? Non lo crederò mai, o presto vedrò anche qui il santo a chiedermi una donna”. Mi ha detto: “Diomede è una vecchia sciagura del mondo. Ma tu ne sei quella nuova. Ed io potrei ancora cambiare, perché sono diventato quel che sono da vecchio. Ma tu non cambi. Sei nato così”. Vecchio lurido! Nega il tuo potere, capisci?».

«E, da buon greco, dice molte verità».

«Che vuoi dire, Simone? Per me parli?».

«No. Per tutti. È uno che conosce l’oro e i cuori nella stessa maniera. È un ladro, un lurido di tutti i più luridi commerci. Ma si sente in lui la filosofia dei grandi greci. Conosce l’uomo, animale dalle sette branche di peccato, polipo che strozza il bene, l’onestà, l’amore e tante altre cose, in sé e negli altri».

«Ma non conosce Dio».

«E tu glielo vorresti insegnare?».

«Io. Sì. Perché? Sono i peccatori che hanno bisogno di conoscere Dio».

«Vero. Però… il maestro deve conoscerlo per insegnarlo».

«E non lo conosco?».

«Pace, amici. Vengono i pastori. Non turbiamo il loro animo con querele fra noi. Hai contato il denaro tu? Basta. Porta a termine bene ogni tua azione come hai portato questa e, te lo ripeto, se puoi, in futuro, non mentire neppure per raggiungere una azione buona…».

Dettaglio

Giuda e Giovanni tornano dalle trattative con Diomede per vendere i gioielli di Aglaé e Giuda… si comporta da Giuda.

Il carattere di Giovanni viene messo in risalto in 82.2 e alla fine di 82.3.

EMR 82.4-5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Vengono i pastori. Non turbiamo il loro animo con querele fra noi. Hai contato il denaro tu? Basta. Porta a termine bene ogni tua azione come hai portato questa e, te lo ripeto, se puoi, in futuro, non mentire neppure per raggiungere una azione buona…».

82.5 Entrano i pastori.

«Amici. Qui sono dieci talenti e mezzo. Mancano solo cento denari che Giuda ha tenuto per le spese di alloggio. Prendete».

«Tutti li dai?», chiede Giuda.

«Tutti. Non voglio uno spicciolo di quel denaro. Noi abbiamo l’obolo di Dio e di coloro che onestamente cercano Dio… e non ci mancherà mai l’indispensabile. Credilo. Prendete e siate felici, come Io lo sono, per il Battista. Domani andrete verso la sua prigione. Due, ossia Giovanni e Mattia. Simeone con Giuseppe andrà da Elia a riferire e ad istruirsi per il futuro. Elia sa. Poi Giuseppe tornerà con Levi. Il luogo di ritrovo, fra dieci giorni, presso la porta dei Pesci a Gerusalemme, all’ora di prima. E ora mangiamo e prendiamo riposo. Domani, a mattutino, Io parto coi miei. Altro non ho da dirvi per ora. Più tardi saprete di Me».

E tutto si offusca sulla frazione del pane fatta da Gesù.

Dettaglio

Giuda ha raccontato come ha ricavato dieci talenti e mezzo dalla vendita dei gioielli di Aglae.

Alla luce di quanto riportato nell'EMV 83.3, forse il Giovanni menzionato è Giovanni di Zebedeo. Da confermare.