Un’alba bellissima in un luogo selvaggio. Un’alba dall’alto di una costa di monte. Appena un principio di giorno. In cielo ancora le superstiti stelle e un arco sottile di luna calante che persiste, virgola d’argento, sul velluto ancora azzurro scuro del cielo.
Il monte pare a sé, non congiunto ad altre catene. Ma è un vero monte, non un colle. La cima è molto più su, eppure da mezza costa già si domina un largo raggio d’orizzonte, segno che si è elevati di molto sul livello del suolo. Nell’aria fresca del mattino, in cui si fa strada la luce incerta, bianco-verdastra, dell’alba che sempre più si fa chiara, si svelano i contorni ed i particolari, che prima erano in quella caligine che precede il giorno, sempre più cupa di una notte perché pare che la luce degli astri, nel trapasso da notte a giorno, diminuisca e, direi, si annulli. Vedo così che il monte è roccioso e nudo, spaccato da anfratti che formano grotte, antri e seni nel monte. Un luogo proprio selvaggio su cui – e solo nei luoghi dove un poco di terra si è deposta in modo da poter raccogliere anche l’acqua del cielo e conservarla – sono ciuffetti di verde, per lo più piante rigide, spinose, dalla poca fronda, e bassi e duri cespugli di quelle erbe che paiono bastoncini verdi di cui non so il nome.
In basso vi è una distesa più arida ancora, piatta, sassosa e che sempre più diviene arida quanto più si avvicina ad un punto scuro, molto più lungo che largo, almeno cinque volte più lungo che largo, che penso sia un’oasi folta, nata in tanto squallore per acque sotterranee. Però, quando la luce si fa più viva, vedo che non è che acqua. Un’acqua ferma, cupa, morta. Un lago di una tristezza infinita. In questa luce ancora incerta mi fa ricordare la visione[1] del mondo morto. Pare che aspiri tutto il cupo del cielo, tutto il triste del suolo circostante, e stemperi nelle sue acque ferme il verde cupo delle piante spinose e delle rigide erbe – che per chilometri e chilometri, in piatto e in altezza, sono l’unica decorazione del suolo – e, fattosene un filtro di cupezza, la emani poi e spanda tutto intorno. Come è diverso dal solare, ridente lago di Genezaret! In alto, guardando il cielo di un assoluto sereno che si fa sempre più chiaro, guardando la luce che avanza da oriente a fiotti sempre più vasti, lo spirito si rallegra. Ma guardando quel grandissimo lago morto si stringe il cuore. Non un uccello trasvola sulle sue acque. Non un animale è sulle sue rive. Nulla.
80.2
Mentre guardo questa desolazione, mi scuote la voce del mio Gesù: «Ed eccoci giunti dove volevo». Mi volgo. Lo vedo alle mie spalle, fra Giovanni, Simone e Giuda, presso la costa rocciosa del monte, là dove giunge un sentiero… sarebbe meglio dire: là dove un lungo lavoro di acque, nei mesi di pioggia, ha graffiato il calcare scavando nei secoli un canale appena disegnato, che sarà scolo alle acque delle cime e che ora è via per le capre selvatiche più che per gli uomini.
Gesù si guarda intorno e ripete: «Sì, qui vi volevo portare.
Qui il Cristo si è preparato alla sua missione».
«Ma qui non c’è nulla!».
«Non c’è nulla, l’hai detto».
«Con chi eri?».
«Col mio spirito e col Padre».
«Ah! fu sosta di poche ore!».
«No, Giuda. Non di poche ore. Di molti giorni…».
«Ma chi ti serviva? Dove dormisti?».
«Avevo a servi gli onagri che nella notte venivano a dormire nella loro tana… in questa, dove Io pure m’ero intanato… Avevo a serve le aquile che mi dicevano: “È giorno” col loro grido aspro, partendo per la preda. Avevo ad amici le piccole lepri che venivano a rodere le erbe selvagge quasi ai miei piedi… Mi era cibo e bevanda ciò che è cibo e bevanda del fiore selvaggio: la rugiada notturna, la luce del sole. Non altro».
«Ma perché?».
«Per prepararmi bene, come tu dici, alla mia missione. Le cose ben preparate riescono bene. Tu lo hai detto. E la mia cosa non era la piccola, inutile cosa di far brillare Me, Servo del Signore, ma di far comprendere agli uomini ciò che è il Signore e, attraverso questa comprensione, farlo amare in spirito di verità. Misero quel servo del Signore che pensa al suo trionfo e non a quello di Dio! Che cerca averne utile, che sogna mettersi in alto su un trono fatto… oh! fatto degli interessi di Dio, avviliti sino a toccare il suolo, essi che sono celesti interessi. Non è più servo, costui, anche se ne ha l’aspetto esterno. È un mercante, un trafficante, un falso che inganna sé, gli uomini e vorrebbe ingannare Dio… uno sciagurato che si crede principe ed è schiavo… È del Demonio, il suo re di menzogna. Qui, in questa tana, il Cristo per molti giorni visse di macerazioni e preghiera per prepararsi alla sua missione.