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Note del tema

Gesù Cristo nel Vangelo così come mi è stato rivelato

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EMR 211.3 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Giovanni, nel suo amore totale di Dio, ha mano di ferro e parola di fuoco, e vuole piegare tutti come un gigante piega uno stelo d’erba. Molti cadono in sconforto perché l’uomo è più peccatore che santo. È difficile essere santi!… Tu… si dice che non pieghi ma sollevi, che non cauterizzi ma metti balsami, che non stritoli ma carezzi. Si sa che sei paterno coi peccatori e che sei potente sulle malattie, quali che siano, anche e soprattutto quelle del cuore.

Dettaglio

Confronto tra Giovanni Battista e Gesù Cristo.

EMR 211.4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Portatemi i vostri malati e poi radunatevi in questo giardino abbandonato e profanato dal peccato dopo che fu fatto tempio per la Grazia che vi abitò».

Gli ebroniti partono in tutte le direzioni come rondini e resta il sinagogo, che entra con Gesù e i discepoli oltre la cinta del giardino, andando all’ombra di un pergolato intricato di rose e di viti, cresciute a loro beneplacito. Fanno presto a ritornare gli ebroniti. E con loro è un paralitico in barella, una giovane cieca, un mutolino e due malati di non so che, che vengono accompagnati sorreggendoli.

«La pace a te», saluta Gesù ad ogni malato che viene. E poi la dolce domanda: «Che volete che vi faccia?». E il coro dei lamenti di questi infelici, in cui ognuno vuole dire la storia propria.

Gesù, che era seduto, si alza e va dal mutolino, a cui bagna le labbra con la sua saliva e dice la grande parola: «Apriti». E così la dice bagnando le palpebre senza taglio della cieca con il dito bagnato di saliva. E poi dà la mano al paralitico e gli dice:

«Sorgi!»; infine impone le mani ai due malati dicendo: «Guarite, nel nome del Signore!».

E il mutolino, che prima mugolava, dice nettamente: «Mamma!», mentre la giovane sbatte le dissigillate palpebre alla luce e fa solecchio delle dita allo sconosciuto sole, e piange e ride, e guarda ancora, stringendo gli occhi perché è non abituata alla luce, le fronde, la terra, le persone, specie Gesù. Il paralitico scende sicuro dalla barella, e i suoi pietosi portatori sollevano la stessa vuota per fare capire ai lontani che la grazia è fatta, mentre i due malati piangono di gioia e si inginocchiano a venerare il Salvatore loro. La folla è in un urlio frenetico di osanna.

Tommaso, che è vicino a Giuda, lo guarda così intensamente e con una così chiara espressione che quello gli risponde: «Ero stolto, perdona».

Annotazione

Tommaso, che si trova accanto a Giuda, lo guarda così intensamente e con un'espressione così chiara che Giuda risponde: "Sono stato uno sciocco, perdonami". Questo segue una discussione tra Tommaso e Giuda, in cui l'Iscariota accusa Gesù di non fare più miracoli. Cfr. EMV 210.

EMR 211.5-8 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Cessato il gridio, Gesù inizia a parlare.

«“Il Signore parlò a Giosuè dicendo: ‘Parla ai figli di Israele e di’ loro: Separate le città pei fuggiaschi, delle quali vi parlai per mezzo di Mosè, affinché vi si possa rifugiare chi avrà involontariamente ucciso uno, e possa così sottrarsi all’ira del prossimo parente, del vendicatore del sangue’”. Ed Ebron è una di queste. È sempre detto: “E i seniori della città non consegneranno l’innocente a chi lo cerca per ucciderlo, ma lo accoglieranno e gli daranno da abitare e vi resterà fino al giudizio e finché non muore il sommo sacerdote d’allora; dopo di che potrà rientrare nella sua città e nella sua casa”.

In questa legge è già contemplato e ordinato l’amore misericordioso verso il prossimo. Questa legge ha imposto Iddio, perché non è lecito condannare senza udire l’accusato, né è lecito uccidere in momento d’ira. Può dirsi anche per i delitti e le accuse morali questa cosa. Non è lecito accusare se non si conosce, né giudicare se non si è udito l’accusato. Ma oggi alle accuse e alle condanne per le colpe solite o per le credute colpe se ne è aggiunta una nuova serie: quella che si rivolge e che si fa contro coloro che vengono in nome di Dio. Nei secoli si è ripetuta contro i Profeti, ora si torna a ripetere contro il Precursore del Cristo e contro il Cristo.

Voi lo vedete. Attirato con inganno fuori dal territorio di Sichem, il Battista attende la morte nelle prigioni di Erode, perché egli mai si piegherà alla menzogna e al compromesso, e potrà essere spezzata la sua vita e recisa la sua testa ma non si potrà spezzargli la sua onestà e recidere la sua anima dalla Verità, servita fedelmente in tutte le sue diverse forme, divine, soprannaturali o morali che siano. E ugualmente si perseguita il Cristo, con doppia e decupla furia, perché Egli non si limita a dire: “Non ti è lecito” ad Erode, ma tuona questo: “Non ti è lecito” là dovunque Egli entrando trova peccato o sa che è peccato, senza escludere nessuna categoria, in nome di Dio e per l’onore di Dio.

211.6

Come mai può essere questo? Non vi sono più servi di Dio in Israele? Sì, che vi sono. Ma sono “idoli”.

Nella lettera di Geremia[3] agli esuli sono dette, fra le tante cose, queste. E su esse vi richiamo la mente, perché ogni parola del Libro è insegnamento che, dal momento in cui lo Spirito la fa scrivere per un fatto presente, si riferisce ad un fatto che verrà in futuro. È dunque detto: “…Entrati che sarete in Babilonia voi vedrete degli dèi d’oro, d’argento, di pietra, di legno… Guardate di non imitare il fare degli stranieri, di non avere paura, di non temerli… Dite in cuor vostro: ‘Bisogna adorare Te solo, o Signore’”.

E la lettera enumera le particolarità di questi idoli che hanno lingua fatta da artefice e non se ne servono per rimproverare i loro falsi sacerdoti, che li spogliano per rivestire dell’oro dell’idolo le meretrici, salvo poi levare l’oro, profanato dal sudore della prostituzione, per rivestire l’idolo; di questi idoli che la ruggine o la tignola possono rodere e che sono puliti e ordinati solo se l’uomo lava loro la faccia e li riveste, mentre non possono da sé fare nulla neppure se hanno scettro o scure in mano.

E termina il Profeta: “Perciò non li temete”. E continua: “Inutili come vasi rotti sono questi dèi. I loro occhi sono pieni della polvere smossa dai piedi di chi entra nel tempio e sono tenuti ben serrati: come in un sepolcro o come chi ha offeso il re, perché chiunque li può spogliare dei loro vestimenti preziosi. Non vedono la luce delle lampade, perciò sono nel tempio come travi, e le lampade non servono che ad affumicarli, mentre civette, rondini e altri uccelli volano sul loro capo e lo svirgolano di escrementi, e i gatti si fanno un nido nelle loro vesti e le lacerano. Perciò non vanno temuti, sono cose morte. Neanche l’oro serve loro, è una mostra, e se non è ripulito non brillano, così come non hanno sentito niente quando furono fatti. Il fuoco non li ha destati. Furono comperati a prezzi favolosi. Vengono portati dove l’uomo vuole perché sono vergognosamente impotenti… Perché dunque sono chiamati dèi? Perché sono adorati con offerte e con una pantomima di cerimonie false, non sentite da chi le fa, non credute da chi le vede. Se viene loro fatto del male o del bene non ricambiano, sono incapaci di eleggere o detronizzare un re, non possono rendere le ricchezze né il male, non possono salvare un uomo dalla morte e salvare il debole dal prepotente. Non hanno pietà delle vedove e degli orfani. Sono simili a pietre della montagna …”.

La lettera dice su per giù così.

211.7

Ecco. Noi pure abbiamo degli idoli, non più dei santi, nelle file del Signore. Per questo può il male erigersi contro il bene. Il male che svirgola di sterco l’intelletto e il cuore dei non più santi, e fa nido sulle loro false vesti di bontà.

Non sanno parlare più le parole di Dio. È naturale! Hanno una lingua fatta dall’uomo e parlano parole di uomo, quando non parlano parole di Satana, e non sanno che fare rimproveri folli agli innocenti e ai poveri, tacendo però là dove vedono corruzione potente. Perché tutti corrotti sono, e non possono l’un l’altro accusarsi delle stesse colpe. Avidi, non per il Signore, ma per Mammona, lavorano accettando l’oro della lussuria e del delitto, barattandolo, derubando, presi da una frenesia che travolge ogni limite e ogni cosa. Ogni polvere si annida su loro, fermenta su loro, e se mostrano faccia pulita, l’occhio di Dio vede un ben sporco cuore. La ruggine dell’odio e il verme del peccato li rode, né loro sanno intervenire per salvarsi. Agitano le maledizioni come scettri e scuri, ma non sanno di essere maledetti. Chiusi nel loro pensiero e nel loro livore, come cadaveri in un sepolcro o prigionieri in carcere, vi stanno, aggrappandosi alle sbarre per tema che una mano li levi di là, perché là questi morti sono ancora qualcosa: mummie, non più di mummie dall’aspetto umano ma dal corpo ridotto a legno arido, mentre fuori sarebbero oggetti sorpassati dal mondo che cerca la Vita, che ha bisogno della Vita come il bambino della mammella, e che vuole chi gli dà Vita e non fetori di morte.

Stanno nel Tempio, sì, e il fumo delle lampade – degli onori – li affumica, ma la luce non scende in essi; e tutte le passioni si annidano in loro come uccelli e gatti, mentre il fuoco della missione non dà loro il mistico tormento di essere arsi dal fuoco di Dio. Sono refrattari all’Amore. Il fuoco della carità non li accende, così come la carità non li veste dei suoi aurei splendori. La carità duplice nella forma e nella sorgente: carità di Dio e di prossimo la forma; carità da Dio e da uomo la sorgente. Perché Dio si allontana dall’uomo che non ama, e perciò questa prima sorgente cessa; e si allontana l’uomo dall’uomo malvagio, e cessa anche la seconda sorgente. Tutto è levato dalla Carità all’uomo senza amore. Si lasciano comperare con prezzo maledetto e si lasciano portare dove l’utile e il potere vuole.

No. Non è lecito! Non vi è moneta per comperare la coscienza, e specie quella dei sacerdoti e dei maestri. Non è lecito avere acquiescenza con le cose forti della Terra quando esse vogliono portare in atti contrari alle cose ordinate da Dio. Questa è impotenza spirituale, ed è detto[4]: “L’eunuco non entrerà nell’assemblea del Signore”. Se dunque non può essere del popolo di Dio l’impotente di natura, può mai essere suo ministro l’impotente di spirito? Perché in verità vi dico che molti sacerdoti e maestri sono ormai afflitti da colpevole eunuchismo, essendo mutilati della loro virilità spirituale. Molti. Troppi!

211.8

Meditate. Osservate. Confrontate. Vedrete che molti idoli abbiamo e pochi ministri del Bene che è Dio. Ecco perché può farsi che le città rifugio non siano più rifugio. Nulla più è rispettato in Israele, e i santi muoiono perché i non santi li hanno odiosi.

Ma Io vi invito: “Venite!”. Io vi chiamo in nome del vostro Giovanni che langue perché fu santo, che è colpito perché mi precede e perché ha tentato di levare le sozzure dalle vie dell’Agnello. Venite a servire Iddio. Il tempo è vicino. Non siate impreparati alla Redenzione. Fate che la pioggia cada sopra il terreno seminato. Altrimenti per nulla sarà effusa. Voi, voi di Ebron, alla testa dovete essere! Qui siete convissuti con Zaccaria e Elisa: i santi che hanno meritato dal Cielo Giovanni; e qui Giovanni ha sparso il profumo della Grazia con la sua vera innocenza di pargolo, e dal suo deserto vi ha inviato gli incensi anticorruttori della sua Grazia divenuta prodigio di penitenza. Non deludete il vostro Giovanni. Egli ha portato l’amore del prossimo ad un livello quasi divino, onde ama l’ultimo abitatore del deserto come ama voi suoi concittadini; ma certo che egli per voi impetra la Salute. E la Salute è seguire la Voce del Signore e credere nella sua Parola. Da questa città sacerdotale venite in massa al servizio di Dio. Io passo e vi chiamo. Non siate inferiori alle meretrici, alle quali basta una parola di misericordia per lasciare la via percorsa prima e venire sulla via del Bene.

Mi è stato chiesto al mio arrivo: “Ma Tu non ci serbi rancore?”. Rancore? Oh! no! Amore vi serbo! E serbo la speranza di vedervi nelle mie schiere di popolo. Del popolo che Io conduco a Dio, nel novello esodo verso la vera Terra Promessa: il Regno di Dio, oltre il Mare Rosso dei sensi e i deserti del peccato, liberi dalle schiavitù di ogni genere, alla Terra eterna, pingue di delizie, satura di pace… Venite! Questo è l’Amore che passa. Chi vuole può seguirlo, perché ad essere accolti da Lui altro non occorre che buona volontà».

Annotazione

Il Signore parlò a Giosuè con queste parole: "Parla ai figli d'Israele e di' loro: "Stabilite le città di rifugio di cui vi ho parlato per mezzo di Mosè, affinché chiunque abbia ucciso involontariamente possa trovarvi rifugio e sfuggire così all'ira del parente prossimo, vendicatore del sangue"". Cfr. Giosuè 20, 1-9 ed Esodo 21, 12-13". Si vedano gli estratti qui sotto.

E continua: "Gli anziani della città non consegneranno l'innocente nelle mani di chi cerca di ucciderlo, ma lo accoglieranno e gli permetteranno di abitare lì, e rimarrà lì fino al giudizio e fino alla morte del sommo sacerdote allora in carica; dopo di che potrà tornare alla sua città e alla sua casa". "Cfr. Giosuè 20,1-9 e Num 35,25-28. Vedi sotto.

In questa legge si osserva e si organizza l'amore misericordioso per il prossimo. È la legge delle città di rifugio e la legge delle città levitiche.

Città di rifugio: questa legge, a cui si riferisce la citazione precedente (Giosuè 20,1-6), riguarda le città di rifugio, che servivano da manicomio per gli assassini involontari. In questo modo, erano esenti dalla legge della vendetta (che Giuda cita nelle ultime righe di EMV 566.8, forse riferendosi a Genesi 9,6 e ad alcuni passi che ricordiamo più avanti). Le città di rifugio erano sei, tra cui Hebron (come qui) e Kedesh (come in EMV 342.1.2.7.9).

Città levitiche: erano tra le 48 città levitiche, dove vivevano i Leviti. Si veda l'estratto biblico sottostante, nel Libro di Giosuè, capitolo 21.

Le prescrizioni relative a entrambi si trovano in Esodo 21:12-13 | Numeri 35 | Deuteronomio 4:41-43 | Deuteronomio 19:1-13 | Giosuè 20-21. Si vedano gli estratti qui sotto.

La lettera di Geremia agli esuli comprende quanto segue. Lettera di Geremia 1,1-72 (talvolta inserita in Baruc 6). L'estratto biblico è riportato di seguito.

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Libro di Giosuè 20, 1-9 (città di rifugio)

Giosuè 20, 1-9: Yahweh parlò a Giosuè, dicendo: "Parla ai figli d'Israele e di' loro: "Come vi ho comandato per mezzo di Mosè, stabilite per voi delle città di rifugio, dove possa fuggire l'omicida che ha ucciso qualcuno per errore senza saperlo, ed esse saranno il vostro rifugio dal vendicatore del sangue. L'omicida fuggirà in una di queste città; si fermerà all'ingresso della porta della città e spiegherà il suo caso agli anziani di quella città; essi lo accoglieranno con loro nella città e gli daranno un posto per vivere con loro. Se il vendicatore di sangue lo insegue, non consegneranno l'omicida nelle sue mani, perché ha ucciso inconsapevolmente il suo prossimo, che prima non odiava. L'omicida resterà in quella città finché non comparirà davanti alla comunità per essere giudicato, fino alla morte del sommo sacerdote che sarà in carica in quei giorni. Allora l'omicida si volterà e tornerà nella sua città e nella sua casa, nella città da cui è fuggito".

Consacrarono Cedes a Gallilee, nella regione collinare di Neftali; Sichem, nella regione collinare di Efraim; e Cariath-arbe, che è Hebron, nella regione collinare di Giuda. Dall'altra parte del Giordano, di fronte a Gerico, a est, scelsero Bosor, nel deserto, in pianura, città della tribù di Ruben; Ramoth in Galaad, della tribù di Gad, e Gaulon in Basan, della tribù di Manasse. Queste erano le città assegnate a tutti i figli d'Israele e allo straniero che soggiornava in mezzo a loro, affinché chi avesse ucciso qualcuno per errore potesse rifugiarsi lì e non morire per mano del vendicatore di sangue prima di comparire davanti all'assemblea.

Libro dei Numeri 35, 25-28

Num 35, 25-28: La comunità libererà l'omicida dal vendicatore di sangue e lo farà tornare alla città di rifugio, dove è fuggito, e vi abiterà fino alla morte del sommo sacerdote che è stato unto con l'olio santo. Se l'omicida lascia prima di allora il territorio della città di rifugio dove è fuggito, e se il vendicatore di sangue lo incontra fuori dal territorio della sua città di rifugio, e se il vendicatore di sangue uccide l'omicida, questi non sarà colpevole di omicidio; perché l'omicida deve rimanere nella sua città di rifugio fino alla morte del sommo sacerdote; e, dopo la morte del sommo sacerdote, l'omicida potrà tornare nel paese dove si trova il suo possesso.

Libro dell'Esodo 21, 12-13

Es 21, 12-13 : Chiunque colpisce a morte un uomo deve essere messo a morte. Ma se non gli ha teso un tranello e se Dio lo ha presentato alla sua mano, io gli stabilirò un luogo dove rifugiarsi.

Libro del Deuteronomio 4, 41-43

Deut 4, 41-43 : Mosè stabilì tre città al di là del Giordano, a oriente, perché se un omicida avesse inavvertitamente ucciso il suo prossimo e non fosse stato precedentemente suo nemico, potesse rifugiarsi in una di queste città e salvarsi la vita. Queste città erano: Bosor, nel deserto, nella pianura, per i Rubeniti; Ramoth, in Galaad, per i Gaditi e Golan, in Basan, per i Manassiti.

Libro del Deuteronomio 19, 1-13

Dt 19, 1-13: Quando Yahweh, il tuo Dio, avrà isolato le nazioni di cui Yahweh, il tuo Dio, ti dà la terra, e tu le avrai scacciate e abiterai nelle loro città e nelle loro case, allora separerai tre città in mezzo al paese che Yahweh, il tuo Dio, ti dà da possedere. Riparerete le strade che vi conducono e dividerete in tre parti il paese che Yahweh, il vostro Dio, vi dà in eredità, perché ogni assassino possa fuggire verso queste città. Questo è il caso in cui l'omicida che vi si rifugia avrà salva la vita: se ha ucciso inavvertitamente il suo prossimo, senza essergli prima nemico. Per esempio, un uomo va a tagliare la legna nel bosco con un altro uomo; la sua mano alza l'ascia per abbattere un albero; il ferro sfugge dal manico, colpisce il suo compagno e lo uccide: quest'uomo fuggirà in una di queste città e la sua vita sarà salva. Altrimenti il vendicatore del sangue, inseguendo l'assassino nel pieno della sua ira, lo raggiungerebbe, se la strada fosse troppo lunga, e gli sferrerebbe un colpo mortale; eppure quest'uomo non avrebbe meritato la morte, poiché non aveva un odio precedente per la vittima. Ecco perché vi do questo comando: mettete da parte tre città. E se Yahweh, il tuo Dio, allargherà i tuoi confini, come ha giurato ai tuoi padri, e ti darà tutta la terra che ha promesso ai tuoi padri di darti, a condizione che tu osservi e metta in pratica tutti questi comandamenti che ti do oggi, amando Yahweh vostro Dio e camminando sempre nelle sue vie, aggiungerete a queste tre città altre tre città, affinché non venga sparso sangue innocente in mezzo al paese che Yahweh vostro Dio vi dà in eredità e non vi sia sangue su di voi. Ma se un uomo odia il suo prossimo, gli tende un'imboscata e lo colpisce a morte, e poi fugge in una di queste città, gli anziani della sua città lo manderanno a prendere e lo consegneranno nelle mani del vendicatore di sangue, perché muoia. Il tuo occhio non avrà pietà di lui, toglierai il sangue innocente di Israele e prospererai".

Libro di Giosuè 21, 1-43 (città levitiche)

Giosuè 21, 1-43: Allora i capifamiglia dei Leviti si presentarono al sacerdote Eleazar, a Giosuè figlio di Nun e ai capifamiglia delle tribù dei figli d'Israele e parlarono loro a Shiloh, nel paese di Canaan, dicendo: "Yahweh ha ordinato per mezzo di Mosè che ci siano date delle città per le nostre abitazioni e i loro sobborghi per il nostro bestiame". I figli d'Israele assegnarono ai Leviti, secondo il comando di Yahweh, le seguenti città e i loro sobborghi.

La sorte tirò prima le famiglie dei Caath; i figli del sacerdote Aronne, tra i Leviti, presero a sorte tredici città dalla tribù di Giuda, dalla tribù di Simeone e dalla tribù di Beniamino; gli altri figli di Caath presero a sorte dieci città dalle famiglie della tribù di Efraim, dalla tribù di Dan e dalla mezza tribù di Manasse. I figli di Gerson presero a sorte tredici città dalle famiglie della tribù di Issacar, della tribù di Asher, della tribù di Neftali e della mezza tribù di Manasse in Basan. I figli di Merari, secondo le loro famiglie, ottennero dodici città dalla tribù di Ruben, dalla tribù di Gad e dalla tribù di Zabulon. I figli d'Israele assegnarono a sorte queste città e i loro sobborghi ai leviti, come Yahweh aveva ordinato per mezzo di Mosè.

Dalla tribù dei figli di Giuda e dalla tribù dei figli di Simeone diedero le seguenti città per nome, per i figli di Aronne, tra le famiglie dei Caatiti, tra i figli di Levi; perché la sorte fu tirata per prima su di loro. Diedero loro, nella regione collinare di Giuda, la città di Arbe, padre di Enac, che è Ebron, e i suoi dintorni. A Caleb, figlio di Iefona, diedero in possesso la campagna intorno a questa città e i suoi villaggi. Ai figli del sacerdote Aronne diedero la città di rifugio per l'assassino, Ebron con i suoi sobborghi, Lebna con i suoi sobborghi, Jether con i suoi sobborghi, Estemo con i suoi sobborghi, Holon con i suoi sobborghi, Dabir con i suoi sobborghi, Ain con i suoi sobborghi, Jeta con i suoi sobborghi, Bethsames con i suoi sobborghi: nove città di queste due tribù. Della tribù di Beniamino: Ghibeon e i suoi sobborghi, Ghibeah e i suoi sobborghi, Anathoth e i suoi sobborghi, Almon e i suoi sobborghi: quattro città. Tutte le città dei sacerdoti, figli di Aronne: tredici città con i loro sobborghi.

Per quanto riguarda le famiglie dei figli di Caath, i Leviti e gli altri figli di Caath, le città che furono loro assegnate a sorte provenivano dalla tribù di Efraim. I figli d'Israele diedero loro la città di rifugio per l'omicida, Sichem e i suoi sobborghi, nella regione collinare di Efraim, nonché Gazer e i suoi sobborghi, Cibsaim e i suoi sobborghi, Beth-Horon e i suoi sobborghi: quattro città. Della tribù di Dan: Elteco e i suoi sobborghi, Gibathon e i suoi sobborghi, Aijalon e i suoi sobborghi, Geth-regmon e i suoi sobborghi: quattro città. Della mezza tribù di Manasse: Thanah con i suoi sobborghi, Geth-regmon con i suoi sobborghi: due città. In tutto, dieci città con i loro sobborghi, per le famiglie degli altri figli di Caath.

Ai figli di Gerson, delle famiglie dei Leviti, diedero, della mezza tribù di Manasse, la città di rifugio per l'assassino: Gaulon in Basan con i suoi sobborghi e Bosra con i suoi sobborghi: due città. Della tribù di Issacar: Ceresion con i suoi dintorni, Dabereth con i suoi dintorni, Jaramoth con i suoi dintorni, En-Gannim con i suoi dintorni: quattro città. Della tribù di Asher: Masal con i suoi sobborghi, Abdon con i suoi sobborghi, Helcath con i suoi sobborghi, Rohob con i suoi sobborghi: quattro città. Della tribù di Neftali: la città di rifugio per l'assassino, Cedes in Galilea con i suoi sobborghi, Hamoth-dor con i suoi sobborghi, Carthan con i suoi sobborghi: tre città. Tutte le città dei Gersoniti, secondo le loro famiglie: tredici città con i loro sobborghi. Alle famiglie dei figli di Merari, al resto dei Leviti, diedero, della tribù di Zabulon, Jecnam con i suoi sobborghi, Cartha con i suoi sobborghi, Damna con i suoi sobborghi, Naalol con i suoi sobborghi: quattro città. Della tribù di Ruben: Bosor con i suoi sobborghi, Jassah con i suoi sobborghi, Cedemoth con i suoi sobborghi, Mephaath con i suoi sobborghi: quattro città. Della tribù di Gad: la città di rifugio per l'omicida, Ramoth-Gilead con i suoi sobborghi, Manaim con i suoi sobborghi, Heshbon con i suoi sobborghi, Jaser con i suoi sobborghi: in tutto quattro città. Tutte le città assegnate a sorte ai figli di Merari secondo le loro famiglie, che costituiscono il resto delle famiglie dei Leviti: dodici città.

Tutte le città dei leviti in mezzo ai possedimenti dei figli d'Israele: quarantotto città con i loro sobborghi. Ognuna di queste città aveva i suoi sobborghi tutt'intorno; così fu per tutte queste città. Così Yahweh diede a Israele tutta la terra che aveva giurato di dare ai loro padri; essi ne presero possesso e vi si stabilirono. Yahweh diede loro riposo tutt'intorno, come aveva giurato ai loro padri; nessuno dei loro nemici poté resistere e Yahweh li consegnò tutti nelle loro mani. E di tutte le cose buone che Yahweh aveva detto alla casa d'Israele, non ce ne fu una che rimase inascoltata; tutte si realizzarono.

Libro di Geremia 1, 1-72 (a volte trasposto nel Libro di Baruc 6, 1-72) - Sugli idoli

Ger 1, 1-72 | Ba 6, 1-72 : copia della lettera che Geremia inviò a coloro che stavano per essere condotti in cattività a Babilonia dal re dei Babilonesi, per dire loro ciò che Dio gli aveva ordinato di dire. A causa dei peccati che avete commesso davanti a Dio, sarete condotti in cattività a Babilonia da Nabucodonosor, re dei Babilonesi. Quando arriverete a Babilonia, vi resterete per molti anni e per molto tempo, fino a sette generazioni, e poi vi farò uscire in pace. Ma a Babilonia vedrete dèi d'argento, d'oro e di legno, che vengono portati a spalla e che incutono timore tra le nazioni. Fate attenzione, dunque, a non imitare anche voi questi stranieri e a non lasciarvi prendere dalla paura di questi dei. Quando vedrete folle di persone radunarsi davanti e dietro di loro e rendere loro omaggio, dite in cuor vostro: "Sei tu, Maestro, che devi essere adorato. Perché il mio angelo è con te e ha cura della tua vita.

Perché la lingua di questi dèi è stata levigata da un artigiano; è rivestita d'oro e d'argento, ma sono menzogne e non possono parlare. Quanto a una ragazza che ama la raffinatezza, hanno preso l'oro e hanno fatto corone da mettere sulla testa di questi dèi. I sacerdoti arrivano a rubare l'oro e l'argento ai loro dèi e lo usano per i loro scopi; lo danno persino alle prostitute nelle loro case. Adornano questi dèi d'argento, d'oro e di legno con vesti ricche come gli uomini, ma non riescono a proteggersi dalla ruggine o dai vermi. Quando sono stati rivestiti di porpora, devono ancora pulirsi il viso, perché la polvere della casa li ricopre fittamente. Uno ha in mano uno scettro, come un governatore di provincia: non ucciderà chi lo offende. Un altro porta in mano una spada o un'ascia, ma non può difendersi dal nemico o dai ladri. Questo dimostra che non sono dèi, quindi non temeteli.

Proprio come il vaso di un uomo, quando si rompe, diventa inutile, così fanno i loro dèi. Se li mettete in una casa, i loro occhi si riempiono della polvere dei piedi di chi entra. Come le porte della prigione vengono accuratamente chiuse per un uomo che ha offeso il re o per un uomo che sta per essere messo a morte, così i sacerdoti difendono la dimora dei loro dèi con porte robuste, con serrature e chiavistelli, per evitare che vengano derubati dai ladri. Accendono lampade, anche più che per loro stessi, e questi dèi non possono vederle. Sono come una delle travi della casa e si dice che i loro cuori siano divorati dai parassiti che escono dalla terra e divorano loro e i loro vestiti senza che se ne accorgano. I loro volti diventano neri per il fumo che sale dalla casa. Gufi, rondini e altri uccelli svolazzano intorno ai loro corpi e alle loro teste, e i gatti stessi si divertono allo stesso modo. Da questo saprete che non sono dèi, quindi non temeteli.

L'oro di cui sono rivestiti per abbellirli, se qualcuno non toglie la ruggine, non lo farà brillare; infatti non hanno sentito nulla nemmeno quando sono stati fusi. Questi idoli sono stati comprati al prezzo più alto, e non c'è alito di vita in loro. Non avendo piedi, vengono portati sulle spalle, mostrando così agli uomini la loro vergognosa impotenza. Che coloro che li servono siano confusi con loro! Se cadono a terra, non si rialzano da soli; e se qualcuno li alza, non si muovono da soli; e se si appoggiano, non si raddrizzano. Le offerte sono poste davanti a loro come davanti ai morti. I sacerdoti vendono le vittime offerte loro e ne traggono profitto; le loro mogli le salano e non danno nulla ai poveri o agli infermi. Le donne partorienti o in stato di impurità toccano i loro sacrifici. Sapendo dunque da queste cose che non sono dèi, non temeteli.

E perché chiamarli dèi? Perché sono le donne che vengono a portare le loro offerte a questi dei di argento, oro e legno. E nei loro templi i sacerdoti siedono con le tuniche strappate, il capo e il volto rasato e la testa scoperta. Ruggiscono e gridano davanti ai loro dèi, come a un banchetto funebre. I loro sacerdoti li spogliano delle loro vesti e ne rivestono le mogli e i figli. Sia che si faccia loro del male, sia che si faccia loro del bene, non possono fare nulla; non possono stabilire un re né rovesciarlo. Non possono nemmeno donare ricchezze, né una moneta. Se qualcuno che ha fatto un voto a loro non lo adempie, non chiederanno nulla. Non salveranno un uomo dalla morte; non strapperanno il debole dalla mano del potente. Non daranno la vista ai ciechi e non libereranno gli afflitti. Non avranno pietà della vedova e non faranno del bene all'orfano. Questi idoli di legno, rivestiti d'oro e d'argento, sono come rocce tagliate da una montagna, e coloro che li servono saranno svergognati. Come possiamo credere o dire che sono dèi?

I Caldei stessi li disonorano quando, vedendo un uomo che non può parlare, lo presentano a Bel, chiedendo al muto di parlare, come se il dio potesse sentire qualcosa. E anche se se ne rendono conto, non possono abbandonare questi idoli, perché non hanno sentimenti. Le donne, avvolte in una corda, vanno a sedersi sui sentieri, bruciando farina grossolana; e quando una di loro, attirata da qualche passante, ha dormito con lui, rimprovera la sua vicina di non essere stata giudicata degna dello stesso onore e di non aver visto la sua treccia di giunco spezzata. Tutto ciò che si dice sugli idoli è una menzogna. Come possiamo quindi credere o dire che sono degli dei?

Sono stati modellati da artigiani e orafi; non possono essere diversi da come gli operai li vogliono. E gli operai che li hanno modellati non hanno vita lunga: come potrebbero allora le loro opere essere di lunga durata? Non hanno lasciato ai posteri altro che menzogne e disgrazie. Quando arriva la guerra o qualche altra calamità, i sacerdoti decidono tra di loro dove nascondersi con i loro dèi: come non capire allora che non si tratta di dèi, che non possono salvarsi dalla guerra o da qualche altra calamità?

Questi idoli di legno, ricoperti d'oro e d'argento, saranno poi riconosciuti come una menzogna; per tutte le nazioni e i re sarà evidente che non sono dèi, ma opere di uomini e che in essi non c'è alcuna opera divina. Per chi, dunque, non sarebbe evidente che non sono dèi?

Non stabiliranno mai un re su una terra, né daranno la pioggia agli uomini. Non potranno giudicare i loro affari, né proteggere dall'ingiustizia, poiché non possono fare nulla, come i corvi che stanno tra il cielo e la vostra terra. E quando il fuoco cadrà sulla casa di questi dèi di legno, rivestiti d'oro e d'argento, i loro sacerdoti fuggiranno e si salveranno; ma essi si consumeranno come travi in mezzo alle fiamme. Non resisteranno a un re o a un esercito nemico. Come possiamo ammettere o pensare che siano degli dei?

Non sfuggiranno a ladri e briganti, questi dèi di legno, ricoperti d'argento e d'oro. Uomini più potenti di loro porteranno via l'argento e l'oro e se ne andranno con i ricchi vestiti di cui sono stati ricoperti, e questi dèi non potranno fare a meno. Perciò è meglio essere un re che mostra la sua forza, o un vaso utile nella casa che il padrone usa, che essere questi falsi dèi; o una porta in una casa che custodisce ciò che vi è dentro, che essere questi falsi dèi; o una colonna di legno nella casa di un re, che essere questi falsi dèi. Il sole, la luce e le stelle, che sono luminosi e inviati a beneficio degli uomini, obbediscono a Dio. Anche il lampo, quando appare, è bello da vedere; anche il vento soffia su tutta la terra; e le nuvole, quando Dio ordina loro di coprire tutta la terra, fanno ciò che viene loro detto. Anche il fuoco, quando viene mandato dall'alto per consumare i monti e le foreste, fa ciò che gli viene ordinato. Ma gli idoli non sono paragonabili, né per bellezza né per potenza, a tutte queste cose. Perciò non dobbiamo pensare né dire che sono dèi, poiché non possono né discernere ciò che è giusto né fare del bene agli uomini. Sapendo dunque che non sono dèi, non temeteli.

Non possono né maledire né benedire i re. Non mostrano alle nazioni segni nel cielo; non brillano come il sole e non danno luce come la luna. Le bestie sono migliori di loro, perché possono fuggire e trovare riparo ed essere utili a se stesse. Perciò non è affatto evidente che siano degli dèi; non temeteli.

Come uno spaventapasseri in un campo di cetrioli non vi protegge da nulla, così è per i loro dèi di legno, ricoperti d'oro e d'argento. Come un cespuglio di spine in un giardino su cui si posano tutti gli uccelli, o un morto gettato in un luogo buio, così sono i loro dèi di legno, ricoperti d'oro e d'argento. Anche la porpora e lo scarlatto che li ricoprono mostrano che non sono dèi. Essi stessi finiranno per essere divorati e diventeranno una vergogna nel paese. Meglio l'uomo giusto che non ha idoli: non dovrà temere la confusione.

EMR 211.8 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Io vi invito: “Venite!”. (...) Venite a servire Iddio. Il tempo è vicino. Non siate impreparati alla Redenzione. Fate che la pioggia cada sopra il terreno seminato. Altrimenti per nulla sarà effusa. (...) La Salute è seguire la Voce del Signore e credere nella sua Parola. (...) Venite in massa al servizio di Dio. Io passo e vi chiamo. Non siate inferiori alle meretrici, alle quali basta una parola di misericordia per lasciare la via percorsa prima e venire sulla via del Bene.

Mi è stato chiesto al mio arrivo: “Ma Tu non ci serbi rancore?”. Rancore? Oh! no! Amore vi serbo! E serbo la speranza di vedervi nelle mie schiere di popolo. Del popolo che Io conduco a Dio, nel novello esodo verso la vera Terra Promessa: il Regno di Dio, oltre il Mare Rosso dei sensi e i deserti del peccato, liberi dalle schiavitù di ogni genere, alla Terra eterna, pingue di delizie, satura di pace… Venite! Questo è l’Amore che passa. Chi vuole può seguirlo, perché ad essere accolti da Lui altro non occorre che buona volontà.

EMR 211.8 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Mi è stato chiesto al mio arrivo: “Ma Tu non ci serbi rancore?”. Rancore? Oh! no! Amore vi serbo! E serbo la speranza di vedervi nelle mie schiere di popolo. Del popolo che Io conduco a Dio, nel novello esodo verso la vera Terra Promessa: il Regno di Dio, oltre il Mare Rosso dei sensi e i deserti del peccato, liberi dalle schiavitù di ogni genere, alla Terra eterna, pingue di delizie, satura di pace… Venite! Questo è l’Amore che passa. Chi vuole può seguirlo, perché ad essere accolti da Lui altro non occorre che buona volontà.

Dettaglio

Gesù disse:

EMR 211.9 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Gesù ha finito in un silenzio attonito. Sembra che molti soppesino le parole udite, le saggino, le gustino, le confrontino.

Mentre questo avviene, e Gesù stanco e accaldato si siede, parlando con Giovanni e Giuda, ecco un clamore oltre la cinta del giardino. Grida confuse e poi più chiare: «C’è il Messia?

C’è?», e avutane conferma ecco portare avanti uno storpio che sembra un S tanto è contorto.

«Oh! è Masala!».

«Ma troppo storpio è! Che spera?».

«Ecco sua madre! L’infelice!».

«Maestro, il marito la respinse per quell’aborto d’uomo che è il figlio, e lei vive qui di carità. Ma ormai è vecchia, e poco più vivrà…».

L’aborto d’uomo, è detto bene, è ora davanti a Gesù. Non può nemmeno vederlo in viso tanto è curvo e contorto. Sembra una caricatura di uomo-scimpanzè, o di un cammello umanizzato.

La madre, vecchia e misera, non parla neppure, geme solo:

«Signore, Signore… io credo…».

Gesù mette le sue mani sulle spalle sbilenche dell’uomo che gli giunge appena alla vita, alza il volto al Cielo e tuona: «Alzati e cammina nelle vie del Signore», e l’uomo ha una scossa e poi scatta ritto come il più perfetto uomo. Così subitanea la mossa che pare che si siano spezzate delle molle che lo trattenevano in quella anomala positura. Ora arriva alle spalle di Gesù, lo guarda e poi piomba in ginocchio, con la madre, baciando i piedi del suo Salvatore.

Quello che succede fra la folla non si dice… E nonostante ogni volontà contraria, Gesù è costretto a sostare in Ebron, perché la gente è pronta a fare barriera alle uscite per impedirgli l’andare.

Entra così nella casa del vecchio sinagogo, così mutato dallo scorso anno…

EMR 212.1-2 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Tutta Jutta è corsa incontro a Gesù con i fiori selvaggi delle sue pendici e con le primizie delle sue colture, oltre che col sorriso dei suoi bambini e le benedizioni dei suoi cittadini. E prima ancora che Gesù possa mettere piede nel paese, è circondato da questi buoni che, avvisati da Giuda di Keriot e da Giovanni mandati avanti, sono corsi con quanto hanno trovato di meglio per fare onore al Salvatore, e soprattutto col loro amore.

Gesù non fa che benedire col gesto e con la parola questa gente adulta o fanciulla, che gli si stringe addosso baciandogli la veste e le mani e che gli pone sulle braccia i poppanti perché Egli li benedica con un bacio. La prima a farlo è Sara, che gli mette sul cuore quello splendido puttino di dieci mesi che è ormai Jesai.

L’amore ostacola l’andare tanto è irruente, eppure è come un’onda che solleva. Io credo che Gesù proceda più portato da quest’onda che dai propri piedi, e certo il suo Cuore è portato ben in alto, nel sereno, dalla gioia che gli dà questo amore. Ha il volto rifulgente dei momenti di più viva gioia d’Uomo-Dio. Non il potente volto dallo sguardo magnetico delle ore di miracolo, né il volto maestoso di quando manifesta la sua unione continua col Padre, e neppure quello severo di quando reprime una colpa. Tutti rifulgenti di diverse luci, ma questa d’ora è la luce delle ore di distensione di tutto il suo io, assalito da tante parti, costretto a sorvegliare sempre ogni minimo gesto o parola sua o di altri, avvolto in tutti i tranelli del mondo che, come una malefica ragnatela, gettano i loro fili satanici intorno alla divina Farfalla dell’Uomo-Dio, sperando paralizzarne il volo e imprigionarne lo spirito perché non salvi il mondo; imbavagliarne la parola perché non ammaestri le supreme e colpevoli ignoranze della Terra; legarne le mani perché non santifichino, le sue mani di Sacerdote eterno, gli uomini che demonio e carne hanno depravati; velarne gli occhi perché la perfezione del suo sguardo, che è calamita, che è perdono, che è amore, che è fascino che vince ogni resistenza che non sia una resistenza di perfetto satana, non attirino a Sé i cuori.

212.2

Oh! non ancora e sempre così verso il Cristo per opera dei nemici del Cristo? Ancora Scienza ed Eresia, ancora Odio e Invidia, ancora i nemici dell’Umanità, sgorgati dalla stessa Umanità come rami attossicati da una pianta buona, non fanno tutto questo perché l’Umanità muoia, essi che la odiano più ancora di quanto odino il Cristo, perché la odiano attivamente privandola della sua gioia collo scristianizzarla, mentre a Gesù non possono levare nulla, essendo Egli Dio e loro polvere? Sì, lo fanno.

Ma il Cristo si rifugia nei cuori fedeli e da lì guarda, da lì parla, da lì benedice l’Umanità e poi… e poi si dà a questi cuori ed essi… ed essi toccano il Cielo con la sua beatitudine, pur rimanendo qui, ma ardendo, fino ad averne delizioso tormento di tutto quanto è l’essere (...).

Dettaglio

Maria inizia descrivendo la sua visione, poi passa a descrivere Gesù in modo più dettagliato e continua con una riflessione personale.

EMR 212.5-7 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

…Gesù, nella casa di Isacco, parla. La gente stipa la stanza e il cortile e si pigia anche sulla piazza, e Gesù, per essere udito da tutti, si mette a metà della stanza, così che la voce si spande tanto nel cortile come nella piazza. Deve trattare un argomento portato avanti da qualche interrogazione o avvenimento. Dice:

«…Ma non abbiatene dubbio. Come dice[1] Geremia, essi riconosceranno alla prova come è doloroso e amaro avere abbandonato il Signore. Per certi delitti, amici, non c’è nitro né borit che valgano a levarne il segno. Neppure il fuoco dell’Inferno corrode questo segno. È indelebile.

Anche qui bisogna riconoscere la giustizia delle parole di Geremia. Veramente i nostri grandi di Israele sembrano le asine selvagge di cui parla il Profeta. Avvezzi al deserto del loro cuore, perché, credetelo, finché uno è con Dio, anche se povero come Giobbe, anche se solo, anche se nudo, non è mai solo, non è mai povero, non è mai spoglio, non è mai un deserto; ma essi hanno levato Dio dal loro cuore e perciò sono in un arido deserto. Come selvagge asine fiutano nel vento l’odore dei maschi che qui, nel nostro caso, per la loro libidine, ha nome potere, denaro, oltre che lussuria vera e propria, e quell’odore seguono, fino al delitto. Sì. Lo seguono e più lo seguiranno. Non sanno di avere non il piede ma il cuore nudo agli strali di Dio, che vendicherà il loro delitto. Come allora resteranno confusi re e principi, sacerdoti e scribi, che in verità hanno detto e dicono a ciò che è nulla, o peggio, è peccato: “Tu mi sei padre. Tu mi hai generato”!

In verità, in verità vi dico[2] che Mosè spezzò con ira le tavole della Legge vedendo il popolo in idolatria, e poi risalì sul mon te, pregò, adorò, ottenne. E ciò da secoli. Ma ancora non è cessata né cesserà, ma anzi cresce come lievito messo nella farina, l’idolatria nel cuore degli uomini. Ora quasi ognuno degli uomini ha il proprio vitello d’oro. La Terra è una selva di idoli, perché ogni cuore è un altare, e difficilmente vi è sopra Iddio.

Chi non ha una passione maligna ne ha un’altra, chi non ha una concupiscenza ne ha una di altro nome. Chi non è tutto per l’oro è tutto per la posizione, chi non è tutto per la carne è tutto per l’egoismo. Quanti io ridotti a vitello d’oro non sono adorati nei cuori! Verrà perciò il giorno che, percossi, chiameranno il Signore e si sentiranno rispondere: “Volgiti ai tuoi dèi. Io non ti conosco”.

Io non ti conosco! Tremenda parola se detta da Dio ad un uomo. Dio ha creato l’Uomo razza e conosce l’uomo singolo. Se dunque dice: “Io non ti conosco” è segno che ha cancellato con la forza del suo volere quell’uomo dal suo ricordo. Io non ti conosco! Troppo severo Iddio per questo verdetto? No. L’uomo ha urlato al Cielo: “Io non ti conosco” e il Cielo ha risposto all’uomo: “Io non ti conosco”. Fedele come un’eco…

212.6

E, meditate, l’uomo è obbligato a conoscere Dio per dovere di riconoscenza e per rispetto verso la propria intelligenza.

Per riconoscenza. Dio ha creato l’uomo dandogli il dono ineffabile della vita e provvedendolo del dono superineffabile della Grazia. Perduta questa per colpa propria, l’uomo si sente fare una grande promessa: “Io ti renderò la Grazia”. È Dio, l’offeso, che dice così all’offensore, quasi fosse Lui, Dio, il colpevole che è in obbligo di riparare. E Dio mantiene la promessa. Ecco, Io sono qui per rendere la Grazia all’uomo. Dio non si limita a dare il soprannaturale, ma piega la sua Essenza spirituale a provvedere alle pesanti necessità della carne e del sangue dell’uomo, e dà calore di sole, sollievo di acqua, grani, viti, alberi d’ogni specie e animali d’ogni specie. Così l’uomo ha da Dio tutti i mezzi per la vita. È il Benefattore. Bisogna essergli riconoscenti e mostrarlo con lo sforzarsi a conoscerlo.

Per rispetto verso la propria ragione. Il mentecatto, l’ebete, non sono grati a chi li cura perché non comprendono le cure nel vero loro valore, e a chi li lava e imbocca, li conduce o li pone a letto, a chi veglia perché non vadano in pericoli, hanno odio perché, bestiali come sono per causa del loro malanno, confondono le cure con le torture. L’uomo che manca verso Dio è uno che disonora se stesso, essere dotato di ragione. Solo gli ebeti o i folli non riescono a distinguere il padre dall’estraneo, il benefattore dal nemico. Ma l’uomo intelligente conosce suo padre e il suo benefattore e si compiace di sempre più conoscerlo, anche nelle cose che egli ignora perché avvenute prima che egli fosse nato o fosse beneficato dal padre o dal benefattore. Così si deve fare anche con il Signore per mostrare che intelligenti si è, e non bruti.

Ma troppi in Israele sono simili a questi folli che non riconoscono il padre e il benefattore. Geremia si chiede: “Può mai la vergine dimenticare i suoi ornamenti e una sposa la sua cintura?”. Oh! sì. Israele è fatto di queste vergini folli, di queste spose impudiche, che dimenticano gli ornamenti e la cintura onesti per mettersi orpelli da meretrice; e ciò si riscontra in misura sempre più numerosa quanto più si sale nelle classi che dovrebbero essere maestre al popolo. E il rimprovero di Dio va, col corruccio e col pianto di Dio, a loro: “Perché ti sforzi di mostrare buona la tua condotta per cercare amore, tu, che invece insegni le malizie e i tuoi modi di fare, ed hai fatto trovare nei lembi della tua veste il sangue dei poveri e degli innocenti?”.

212.7

Amici, la distanza è un bene ed è un male. Essere molto lontano dai luoghi dove con facilità Io parlo è un male perché vi impedisce di udire le parole della Vita. Voi ve ne lamentate. È vero. Ma è un bene perché vi tiene lontani dai luoghi dove fermenta il peccato, bolle la corruzione e l’insidia sibila per operare su Me intralciandomi nella mia opera, e sui cuori insinuando dubbi e menzogne a mio riguardo. Ma Io vi preferisco lontani a corrotti. Provvederò al vostro formarsi. Voi vedete che Dio ha provveduto da prima che noi ci conoscessimo e perciò ci amassimo. Io ero noto prima che mai ci fossimo visti. Isacco è stato l’annunziatore vostro. Manderò molti Isacchi a parlarvi le mie parole. E sappiate, del resto, che Dio può parlare ovunque, da Solo a solo con lo spirito dell’uomo, e crescerlo nella sua dottrina.

Non temete che l’esser soli vi possa portare in errori. No. Se non vorrete non sarete infedeli al Signore e al suo Cristo. Del resto, chi proprio non può stare lontano dal Messia sappia che il Messia gli apre il cuore e le braccia e gli dice: “Vieni”. Venite, voi che volete venire. Rimanete, voi che volete restare. Ma predicate il Cristo tanto gli uni come gli altri con una vita onesta. Predicatelo contro la disonestà che si annida in troppi cuori. Predicatelo contro la leggerezza degli infiniti che non sanno rimanere fedeli e che dimenticano i loro ornamenti e cinture di anime chiamate alle nozze col Cristo.

Voi mi avete detto felici: “Da quando Tu sei venuto non ebbimo mai più malati né morti. La tua benedizione ci ha protetti”. Sì, grande cosa la salute. Ma fate che la mia venuta di ora vi faccia sani di spirito tutti, e sempre, e per tutto. Per questo vi benedico e vi do la mia pace, a voi, ai vostri bambini, ai campi, alle case, alle messi, alle greggi, ai frutteti. Servitevene con santità, non vivendo per essi, ma di essi, dando il superfluo a chi ne è privo, acquistando così la misura premuta delle benedizioni del Padre e un posto nei Cieli.

Andate. Io resto a pregare…».

Annotazione

Come dice Geremia, vedranno con la prova quanto sia doloroso e amaro aver abbandonato il Signore. Geremia 2:19. Il capitolo 2 tratta dell'apostasia di Israele.

Il re e i principi, i sacerdoti e gli scribi saranno messi alla berlina, perché hanno detto e dicono ancora: "Tu sei mio padre, tu mi hai generato! Tu mi hai generato! In riferimento al Salmo 2,7.

In verità, in verità vi dico che Mosè ruppe le Tavole della Legge con rabbia alla vista del popolo idolatra, poi tornò sul monte, pregò, adorò e ottenne misericordia. Questo accadeva secoli fa. Si veda il libro dell'Esodo, capitoli da 32 a 34.

Geremia si chiede: "Può una vergine dimenticare la sua veste e una moglie la sua cintura? "Geremia 2:32.

"Perché cercate di ostentare l'onestà del vostro comportamento per cercare l'amore, quando insegnate la perversione e le vostre vie, e il sangue dei poveri e degli innocenti è sulle gonne delle vostre vesti? "Geremia 2:34.

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Libro di Geremia 2, 19.32.34

Ger 2, 19: La vostra empietà vi castiga e le vostre ribellioni vi puniscono! Sappiate dunque e vedete quanto sia malvagio e amaro il fatto che abbiate abbandonato Jahvè, il vostro Dio, e non abbiate timore di me, - dice il Signore Jahvè degli eserciti.

Ger 2,32: Una vergine dimentica forse il suo ornamento, una sposa la sua cintura? E il mio popolo mi ha dimenticato per giorni senza numero!

Ger 2,34: Anche sulle gonne delle vostre vesti c'è il sangue dei poveri innocenti; non li avete colti in flagrante, ma li avete uccisi per tutte queste cose.

Libro dei Salmi 2, 7

Sal 2, 7 : Pubblicherò il decreto: Jahvè mi ha detto: Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato.

Libro dell'Esodo 32-34

Esodo 32-34: Quando il popolo vide che Mosè tardava a scendere dal monte, si riunì intorno ad Aronne e gli disse: "Su, facci un dio che ci preceda". Perché di questo Mosè, l'uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto". Aronne disse loro: "Togliete gli anelli d'oro dalle orecchie delle vostre mogli, dei vostri figli e delle vostre figlie e portatemeli". Tutti si tolsero gli anelli d'oro dalle orecchie e li portarono ad Aronne. Egli li prese dalle loro mani, lavorò l'oro con uno scalpello e ne fece un vitello fuso. E dissero: "Questo è il tuo Dio, Israele, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto". Quando Aronne lo vide, costruì un altare davanti all'immagine e gridò: "Domani ci sarà una festa in onore di Jahvè". Il giorno dopo, alzatisi di buon mattino, offrirono olocausti e presentarono offerte di pace; il popolo si sedette a mangiare e a bere, poi si alzò per divertirsi.

Poi Yahweh disse a Mosè: "Scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dal paese d'Egitto, si è comportato molto male. Si sono subito allontanati dalla via che avevo loro comandato, si sono fatti un vitello fuso, lo hanno adorato, gli hanno sacrificato e hanno detto: "Questo è il tuo Dio, Israele, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto"". Yahweh disse a Mosè: "Vedo che questo popolo ha il collo duro. 10Ora lasciatelo a me: la mia ira arda contro di loro e li consumi! Ma io farò di te una grande nazione".

Mosè supplicò Yahweh, il suo Dio, e disse: "Perché, Yahweh, la tua ira dovrebbe accendersi contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dal paese d'Egitto con grande potenza e mano forte? Perché gli Egiziani dovrebbero dire: "Li ha fatti uscire per il loro male, per distruggerli sui monti e cancellarli dalla faccia della terra"? Ritorna dalla ferocia della tua ira e pentiti del male che vuoi fare al tuo popolo. Ricordati di Abramo, Isacco e Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato: "Moltiplicherò la vostra discendenza come le stelle del cielo, e tutta questa terra di cui ho parlato la darò ai vostri discendenti ed essi la possederanno per sempre".

E Yahweh si pentì del male che aveva parlato di fare al suo popolo. Mosè tornò e scese dal monte con le due tavole della testimonianza in mano, scritte su entrambi i lati; erano scritte su entrambi i lati. Le tavole erano opera di Dio e la scrittura era la scrittura di Dio, incisa sulle tavole. Giosuè sentì il rumore del popolo che gridava e disse a Mosè: "C'è un grido di battaglia nell'accampamento!". Mosè rispose: "Non è né il suono di grida di vittoria né il suono di grida di sconfitta; sento la voce del popolo che canta". Quando fu vicino all'accampamento, vide il vitello e le danze. Mosè si adirò, gettò le tavole con le mani e le spezzò ai piedi del monte. Poi prese il vitello che avevano fatto, lo bruciò con il fuoco, lo ridusse in polvere, lo versò sull'acqua e la diede da bere ai figli d'Israele.

Mosè disse ad Aronne: "Che cosa ti ha fatto questo popolo per fargli commettere un peccato così grande?". Aronne rispose: "Non si accenda l'ira del mio signore! Tu stesso sai che questo popolo è incline al male". 23Mi dissero: "Costruiscici un dio che ci preceda, perché di questo Mosè, l'uomo che ci ha fatto uscire dal paese d'Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto". Dissi loro: "Chi ha dell'oro se ne spogli". Così me lo diedero, lo gettai nel fuoco e ne uscì questo vitello.

Mosè vide che il popolo non aveva alcun freno, perché Aronne gli aveva tolto ogni freno, esponendolo a diventare lo zimbello dei suoi nemici. Mosè si fermò alla porta dell'accampamento e disse: "A me appartengono quelli che sono per Yahweh!". E tutti i figli di Levi si radunarono intorno a lui. Ed egli disse loro: "Così dice Yahweh, il Dio d'Israele: "Ognuno di voi metta la spada al fianco e percorra l'accampamento di porta in porta, uccidendo ogni uomo il suo fratello, ogni uomo il suo amico, ogni uomo il suo parente"". I figli di Levi fecero come aveva ordinato Mosè e quel giorno perirono circa tremila persone. Mosè disse: "Consacratevi oggi a Yahweh, poiché ognuno di voi è stato contro suo figlio e suo padre, affinché egli vi dia oggi una benedizione".

Il giorno dopo Mosè disse al popolo: "Avete commesso un grande peccato. Ora salirò da Jahvé: forse otterrò il perdono del vostro peccato". Mosè tornò da Jahvè e disse: "Ah, questo popolo ha commesso un grande peccato! Si è fatto un dio d'oro. Ora perdona il loro peccato; se no, cancellami dal libro che hai scritto". Yahweh disse a Mosè: "È colui che ha peccato contro di me che io cancellerò dal mio libro. Vai ora e guida il popolo dove ti ho detto. Ecco, il mio angelo ti precederà, ma nel giorno della mia visita li punirò per il loro peccato". Così Yahweh colpì il popolo, perché aveva fatto il vitello che Aronne aveva fatto.

(Capitolo 33) Yahweh disse a Mosè: "Va', parti da qui, tu e il popolo che hai fatto uscire dal paese d'Egitto; sali al paese che ho promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, dicendo: La darò alla vostra discendenza. Manderò un angelo davanti a voi e scaccerò il Chananita, l'Amorreo, l'Ittita, il Perizzita, l'Hivita e il Gebuseo. Salite in un paese che scorre latte e miele; ma io non salirò in mezzo a voi, perché siete un popolo dal collo duro, per non distruggervi lungo il cammino".

Quando il popolo udì queste dure parole, si mise a piangere e nessuno si rivestì dei suoi ornamenti. Allora Yahweh disse a Mosè: "Di' ai figli d'Israele: "Voi siete un popolo dal collo rigido; se io salissi un momento in mezzo a voi, vi distruggerei. Ora toglietevi gli ornamenti di dosso e saprò cosa devo fare di voi". 6I figli d'Israele si spogliarono dei loro ornamenti sul monte Oreb.

Mosè prese la tenda e la piantò fuori dall'accampamento, a una certa distanza; la chiamò tenda del convegno; e tutti quelli che cercavano Yahweh andavano alla tenda del convegno, che era fuori dall'accampamento. Quando Mosè andò alla tenda, tutto il popolo si alzò in piedi, ogni uomo alla porta della tenda, e seguirono Mosè con gli occhi finché non entrò nella tenda. Appena Mosè fu entrato nella tenda, la colonna di nube scese e si fermò all'ingresso della tenda e Yahweh parlò con Mosè. E tutto il popolo vide la colonna di nuvola che stava all'ingresso della tenda; allora tutto il popolo si alzò e ognuno si prostrò all'ingresso della sua tenda. E Yahweh parlò a Mosè faccia a faccia, come un uomo parla al suo amico. Poi Mosè tornò nell'accampamento, ma il suo servo Giosuè, figlio di Nun, un giovane, non uscì dal centro della tenda.

Mosè disse a Yahweh: "Tu mi dici: Fai salire questo popolo, ma non mi dici chi manderai con me. Eppure hai detto: "Ti conosco per nome e hai trovato grazia al mio cospetto". E ora, se ho trovato grazia al tuo cospetto, fammi conoscere le tue vie, affinché io ti conosca e possa trovare grazia al tuo cospetto. Considera che questa nazione è il tuo popolo". Yahweh rispose: "Il mio volto andrà con te e ti darò riposo". Mosè disse: "Se il tuo volto non viene, non mandarci via da qui. Come si saprà che io e il tuo popolo abbiamo trovato grazia ai tuoi occhi, se tu non cammini con noi? È questo che distinguerà me e il tuo popolo da tutti i popoli della faccia della terra". Yahweh disse a Mosè: "Farò comunque quello che mi chiedi, perché hai trovato grazia ai miei occhi e ti conosco per nome".

Mosè disse: "Fammi vedere la tua gloria". Yahweh rispose: "Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e pronuncerò il nome di Yahweh davanti a te, perché sarò benevolo con chi voglio essere benevolo e misericordioso con chi voglio essere misericordioso". Yahweh disse: "Non potrai vedere il mio volto, perché l'uomo non può vedermi e vivere". Yahweh disse: "Ecco un luogo vicino a me; tu starai sulla roccia. Quando la mia gloria passerà, ti metterò nella cavità della roccia e ti coprirò con la mia mano finché non sarò passato. Poi ritirerò la mia mano e mi vedrete da dietro; ma il mio volto non si vedrà".

(Capitolo 34) Yahweh disse a Mosè: "Taglia due tavole di pietra come le prime e io scriverò su di esse le parole che erano sulle prime tavole che hai spezzato. Domani preparati, sali al mattino sul monte Sinai e mettiti davanti a me sulla cima del monte. Che nessuno salga con te, che non si veda nessuno sul monte e che né pecore né buoi pascolino sul fianco di questo monte". Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime e, alzatosi di buon'ora, salì sul monte Sinai, come gli aveva ordinato Yahweh, e prese in mano le due tavole di pietra.

Yahweh scese nella nube, si fermò con lui e invocò il nome di Yahweh. E Yahweh passò davanti a lui e gridò: "Yahweh! Yahweh! Dio misericordioso e compassionevole, lento all'ira, ricco di bontà e di fedeltà, che conserva la sua grazia per mille generazioni, che perdona l'iniquità, la ribellione e il peccato; ma non li lascia impuniti, facendo ricadere l'iniquità dei padri sui figli e sui figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione!". Subito Mosè si prostrò a terra e adorò, 9dicendo: "Se ho trovato grazia al tuo cospetto, Signore, degnati di camminare in mezzo a noi, perché è un popolo dal collo rigido; perdona le nostre iniquità e i nostri peccati e prendici come tua eredità".

Yahweh disse: "Ecco, io faccio un patto: in presenza di tutto il vostro popolo farò meraviglie che non sono state fatte in nessun paese e in nessuna nazione; e tutti i popoli intorno a voi vedranno l'opera di Yahweh, perché terribili sono le cose che farò con voi.

Fate attenzione a ciò che vi ordino oggi. Ecco, io scaccerò davanti a voi l'Amorreo, il Cananeo, l'Ittita, il Perizzita, l'Hivita e il Gebuseo. Guardatevi dal fare alleanza con gli abitanti del paese contro cui state marciando, perché non diventino un'insidia in mezzo a voi. 13Ma rovescerete i loro altari, abbatterete le loro colonne e demolirete i loro Asherim. Non adorerete altri dèi, perché Yahweh si chiama Geloso, un Dio geloso. Non farete dunque alcun patto con gli abitanti del paese, per evitare che, quando si prostituiscono con i loro dèi e sacrificano a loro, vi invitino ad entrare e voi mangiate dei loro sacrifici; per evitare che prendiate le loro figlie per i vostri figli e che le loro figlie, prostituendosi con i loro dèi, inducano anche i vostri figli a prostituirsi con i loro dèi.

Non vi farete dei di metallo fuso.

Osserverete la festa dei pani azzimi: per sette giorni mangerete pane azzimo, come vi ho ordinato, al tempo stabilito nel mese di Abib, perché nel mese di Abib siete usciti dall'Egitto.

Ogni maschio primogenito delle vostre greggi, sia bue che pecora, è mio. Riscatterai il primogenito dell'asino con un agnello; se non lo riscatterai, gli spezzerai il collo. Riscatterai ogni primogenito dei tuoi figli e non si presenteranno davanti a me a mani vuote.

Lavorerete sei giorni, ma vi riposerete il settimo, anche nell'aratura e nella mietitura.

Celebrerete la Festa delle Settimane, del primo raccolto di grano, e la Festa della Mietitura alla fine dell'anno.

Tre volte all'anno tutti i maschi compariranno davanti al Signore Yahweh, Dio Israele. Perché io scaccerò le nazioni di fronte a te e allargherò i tuoi confini; e nessuno potrà desiderare la tua terra mentre tu salirai a presentarti davanti a Jahvé, tuo Dio, tre volte all'anno.

Non offrirete il sangue della mia vittima con pane lievitato e il sacrificio della festa di Pasqua non sarà conservato fino al mattino.

Porterai alla casa di Jahvè, tuo Dio, le primizie del tuo terreno.

Non farai bollire un capretto nel latte di sua madre.

Yahweh disse a Mosè: "Scrivi queste parole, perché secondo queste parole io faccio un'alleanza con te e con Israele".

Mosè rimase con Yahweh quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiare pane né bere acqua. E Yahweh scrisse sulle tavole le parole dell'alleanza, le dieci parole.

Mosè scese dal monte Sinai; Mosè aveva in mano le due tavole della testimonianza quando scese dal monte; e Mosè non sapeva che la pelle del suo volto era diventata luminosa mentre parlava con Yahweh. Aronne e tutti i figli d'Israele videro Mosè, ed ecco che la pelle del suo volto brillava; ed ebbero paura di avvicinarsi a lui. Mosè li chiamò, Aronne e tutti i capi della comunità vennero da lui ed egli parlò loro. Allora tutti i figli d'Israele si avvicinarono ed egli diede loro tutti gli ordini che aveva ricevuto da Yahweh sul monte Sinai.

Quando Mosè ebbe finito di parlare loro, si coprì il volto con un velo. Quando Mosè si presentò davanti a Yahweh per parlare con lui, si tolse il velo finché non uscì; poi uscì e raccontò ai figli d'Israele ciò che gli era stato ordinato. 35E quando i figli d'Israele videro il volto di Mosè, videro che la pelle del volto di Mosè era radiosa; e Mosè si rimise il velo sul volto, finché non entrò a parlare con Yahweh.

EMR 213.1-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

L’interno della sinagoga di Keriot. Allo stesso posto dove fu steso al suolo Saul, morto dopo aver visto la gloria futura del Cristo. E su questo posto, in gruppo serrato dal quale emergono Gesù e Giuda – i due più alti, entrambi sfavillanti nel volto, uno per il suo amore, l’altro per la gioia di vedere che la sua città è sempre fedele al Maestro e che si fa onore con la pompa delle onoranze – sono i notabili di Keriot e poi, più lontano da Gesù, ma fitti come semi in un sacchetto, i cittadini, a far piena la sinagoga dove non si respira nonostante le porte aperte. E, per fare onore, per sentire il Maestro, finiscono che fanno tutti una bella confusione e un rumore che non fa sentire nulla.

Gesù sopporta e tace. Ma gli altri si inquietano e fanno gesti e urlano: «Silenzio!». Ma l’urlo si perde nel frastuono come un grido gettato su una spiaggia in tempesta.

Giuda non fa storie. Sale su un alto scanno e picchia le lampade, che pendono a grappolo, fra di loro. Il metallo cavo suona e le catenelle crepitano fra di loro come strumenti musicali. La gente si cheta e si può, finalmente, sentire parlare Gesù.

Dice al sinagogo: «Dàmmi il decimo rotolo di quello scaffale»; e, avutolo, lo scioglie e lo porge al sinagogo dicendo: «Leggi il 4° capitolo della storia, II° dei Maccabei».

Il sinagogo ubbidiente legge. E le vicende di Onia e gli errori di Giasone e i tradimenti e i furti di Menelao passano così davanti al pensiero dei presenti. Il capitolo è terminato. Il sinagogo guarda Gesù che ha ascoltato attentamente.

213.2

Gesù fa cenno che basta così e poi si volge al popolo:

«Nella città del mio carissimo discepolo Io non avrò le solite parole di ammaestramento. Sosteremo qui qualche giorno ed Io voglio che sia lui che ve le dice. Perché da qui voglio che si inizi il diretto contatto, il continuo contatto fra gli apostoli e il popolo. È stato deciso nell’alta Galilea e là ebbe un primo bagliore. Ma l’umiltà dei miei discepoli li fece poi ritirare nell’ombra, perché temono di non saper fare e di usurpare il mio posto. No. Devono fare, faranno bene e aiuteranno il loro Maestro. Qui perciò, congiungendo in un unico amore i confini galileo-fenici con le terre di Giuda, le più meridionali, di confine verso i paesi del sole e delle arene, deve avere inizio la vera predicazione apostolica. Perché il Maestro non basta più ai bisogni delle folle. E perché è giusto che gli aquilotti lascino il nido e facciano i primi voli mentre ancora il Sole è con loro e l’ala robusta di Lui li regge.

Perciò Io, in questi giorni, sarò l’amico vostro e il vostro conforto. Essi saranno la parola e andranno spargendo il seme che ho loro dato. Io non avrò perciò parole di pubblico ammaestramento, ma vi darò una cosa privilegiata. Una profezia. Vi prego di ricordarvela per i tempi futuri, quando l’evento più orrendo dell’Umanità avrà offuscato il sole e, nelle tenebre, potranno i cuori essere tratti in giudizi d’errore. Non voglio che voi siate indotti in errore, voi che dal primo momento foste buoni con Me. Non voglio che il mondo possa dire: “Keriot fu nemica del Cristo”. Giusto Io sono. Non posso permettere che la critica, astiosa o innamorata di Me, possa, ognuna per il pungolo del suo sentimento, accusarvi di colpe verso di Me. Come non si può da numerosa famiglia pretendere una uguale santità nei figli, così non la si può pretendere per una popolosa città. Ma sarebbe forte anticarità dire per un figlio malvagio o per un cittadino non buono: “Tutta la famiglia o tutta la città è anatema”.

Udite dunque, ricordate poi, siate fedeli sempre, e come Io vi amo tanto da volervi difendere da una accusa ingiusta, così voi sappiate amare gli incolpevoli. Sempre. Quali che siano. Quale che sia la loro parentela coi colpevoli.

213.3

Ora udite. Verrà un tempo che in Israele vi saranno delatori del tesoro e della patria i quali, nella speranza di farsi amici gli stranieri, parleranno male del vero Sommo Sacerdote, accusandolo di alleanza coi nemici d’Israele e di atti malvagi verso i figli di Dio. E per giungere a questo saranno capaci di commettere delitti addossandone le responsabilità all’Innocente. E verrà il tempo, sempre in Israele, in cui, più ancora che ai tempi di Onia, un infame, tramando di essere lui il Pontefice, andrà dai potenti in Israele e li corromperà con l’oro, ancor più infame, di mendaci parole, e intanto sviserà la verità dei fatti, non parlerà contro le colpe, ma anzi, perseguendo i suoi indegni scopi, si volgerà a corrompere i costumi per avere più facile presa sugli animi privati dell’amicizia con Dio: tutto per giungere al suo scopo. E riuscirà. Oh! certo! Poiché, se nella stessa dimora sul monte Moria non sono i ginnasi dell’empio Giasone, in realtà essi sono nei cuori degli abitatori del monte che per franchigia sono disposti a vendere ciò che è ben più di un terreno, ma è la loro stessa coscienza. I frutti dell’antico errore si vedono ora, e chi ha occhi per vedere vede ciò che avviene là dove dovrebbe essere carità, purezza, giustizia, bontà, religione santa e profonda. Ma se sono frutti che già fanno tremare, i frutti nati dai semi di questi non solo saranno oggetto di tremore ma di maledizione divina.

Ed eccoci alla vera profezia. In verità vi dico che da colui che ha carpito il posto e la fiducia, mediante un giuoco lungo e astuto, sarà dato, per denaro, nelle mani dei nemici il Sommo Sacerdote, il vero Sacerdote. Tratto in inganno con proteste d’affetto, indicato ai carnefici con un atto d’amore, Egli sarà ucciso senza riguardo alla giustizia.

Quali accuse saranno fatte al Cristo, poiché di Me Io parlo, per giustificare il diritto di ucciderlo? Quale sorte sarà serbata a coloro che questo faranno? Una sorte immediata di orrenda giustizia. Una sorte non individuale ma collettiva per i complici del traditore. Una sorte più lontana e ancor più orrenda di quella dell’uomo che il rimorso porterà a coronare il suo animo di demonio dell’ultimo delitto contro se stesso. Perché quello in un attimo avrà fine. Quest’ultimo castigo sarà lungo, tremendo. Trovatelo nelle frasi: “e acceso di sdegno ordinò che Andronico fosse spogliato della porpora e ucciso nel luogo dove aveva commesso empietà contro Onia”. Sì, la razza sacerdotale sarà colpita nei figli oltreché negli esecutori. E il destino della massa complice leggetelo in queste[2]: “La voce di questo sangue grida a Me dalla Terra. Or dunque tu sarai maledetto…”. E sarà detta da Dio a tutto un popolo che non avrà saputo tutelare il dono del Cielo. Perché, se è vero che Io sono venuto per redimere, guai a coloro che saranno assassini e non redenti, fra questo popolo che ha per prima redenzione la mia Parola.

Ho detto. Ricordatevelo. E quando sentirete dire che Io sono un malfattore, dite: “No. Egli lo ha detto. Questo è il segnato che si compie ed Egli è la Vittima uccisa per i peccati del mondo”»…

213.4

La sinagoga si svuota e tutti parlano e gesticolano sulla profezia e sulla stima che Gesù ha di Giuda. Quelli di Keriot sono esaltati dall’onore dato loro dal Messia scegliendo il luogo di un apostolo, e proprio dell’apostolo di Keriot, per iniziare il magistero apostolico e anche per il dono della profezia.

Per quanto sia triste, è un grande onore averla avuta e con le parole di amore che la precedono… Nella sinagoga restano Gesù e il gruppo degli apostoli; anzi passano nel giardinetto che è fra la sinagoga e la casa del sinagogo. Giuda si è seduto e piange.

«Perché piangi? Non ne vedo il motivo…», dice l’altro Giuda.

«Ma, ecco. Quasi quasi farei anche io come lui. Avete sentito? Ora bisogna parlare noi…», dice Pietro.

«Ma un poco lo abbiamo già fatto sul monte. Sempre meglio faremo. Tu e Giovanni siete stati subito capaci», dice Giacomo di Zebedeo per rincuorare.

«Il peggio è per me… ma Dio mi aiuterà. Non è vero, Maestro?», interroga Andrea.

Gesù, che scorreva dei rotoli che si era portati con Sé, si volta e dice: «Cosa dicevi?».

«Che Dio mi aiuterà quando dovrò parlare. Cercherò di ripetere le tue parole il meglio che posso. Ma mio fratello ha paura e Giuda piange».

«Piangi? Perché?», domanda Gesù.

«Perché veramente io ho peccato. Andrea e Tommaso lo possono dire. Io ho fatto maldicenza su Te, e Tu mi benefichi chiamandomi “carissimo discepolo” e volendomi maestro qui… Quanto amore!…».

«Ma non lo sapevi che ti amavo?».

«Sì. Ma… Grazie, Maestro. Non mormorerò mai più, perché veramente io sono le tenebre e Tu sei la Luce».

Ritorna il sinagogo invitandoli nella sua casa, e nell’andare dice: «Penso alle tue parole. Se ho ben compreso, in Keriot, come hai trovato un prediletto, il nostro Giuda di Simone, profetizzi di trovarvi un indegno. Ciò mi accora. Meno male che Giuda compenserà l’altro…».

«Con tutto me stesso», dice Giuda che si è ripreso.

Gesù non parla, ma guarda i suoi interlocutori e fa un gesto aprendo le braccia come per dire: «Così è».

Dettaglio

Gesù si trova a Kerioth, all'interno della sinagoga. Dopo che la folla si è calmata grazie a Giuda, annuncia che sta iniziando la predicazione apostolica e fa una profezia agli abitanti di Keroth, annunciando che ci sarà un uomo indegno che lo tradirà. Gesù vuole proteggerli da un'accusa ingiusta, perché Keroth non è nemica di Cristo: vuole quindi che si auguri le sue parole affinché, quando verrà il giorno, ribattano ai suoi nemici che egli aveva previsto tutti questi eventi e che è la Vittima redentrice. Poiché Giuda e il capo della sinagoga reagiscono al suo discorso, riportiamo l'intero brano.

Annotazione

Vedo l'interno della sinagoga di Kerioth, proprio nel punto in cui Saulo morto giaceva a terra dopo aver visto la futura gloria di Cristo. In EMV 78.

Il leader legge. E così le prove di Onia, gli errori di Giasone, i tradimenti e i furti di Menelao passano davanti al pubblico. Il capitolo è concluso. Il lettore guarda Gesù, che ha ascoltato con attenzione. Cfr. il secondo libro dei Maccabei, 2 M 4.

Voglio che inizi un contatto diretto, un contatto continuo tra gli apostoli e il popolo. Questo fu deciso nell'Alta Galilea e lì si vide la prima luce. Gesù li manda a predicare per la prima volta in EMV 166,2-3. Essi tengono la loro prima predica in EMV 166,4-12 (soprattutto Simone lo Zelota e Giovanni). È nei pressi della casa di Elise, in Giudea, che Gesù dichiara di non essere più sufficiente a soddisfare i bisogni delle folle(EMV 209,5).

Per quanto riguarda il destino della massa dei complici, possiamo leggerlo in queste parole: "La voce di questo sangue grida a me dalla terra. Sarete dunque maledetti...". Ed è Dio che pronuncerà queste parole a un intero popolo che non ha saputo proteggere il dono del cielo. Perché se è vero che sono venuto a redimere, guai a coloro che saranno assassini e non saranno redenti, tra questo popolo la cui prima redenzione è stata la mia Parola. Cfr. Gen 4,10-11.

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Secondo libro dei Maccabei, 4

2 M 4 : Simone, l'informatore del tesoro e del suo paese, parlava male di Onia: era lui, diceva, che aveva sobillato Eliodoro e che era l'autore di tutto il male. Il benefattore della città, il difensore dei suoi concittadini e il fedele osservante delle leggi, osava farlo passare per un avversario dello Stato. L'odio si spinse a tal punto che uno dei sostenitori di Simone commise un omicidio. Allora Onia, considerando il pericolo di queste divisioni e gli sfoghi di Apollonio, governatore militare della Coele-Siria e della Fenicia, che incoraggiava la malvagità di Simone, si recò dal re, non per accusare i suoi concittadini, ma in vista degli interessi generali e particolari di tutto il suo popolo. Infatti, vedeva che senza l'intervento del re sarebbe stato impossibile pacificare la situazione e che Simone non avrebbe rinunciato alle sue imprese criminali.

Ma dopo la morte di Seleuco, gli successe Antioco, soprannominato Epifane, e Giasone, fratello di Onia, si mise in testa di usurpare il pontificato. In un incontro con il re, gli promise trecentosessanta talenti d'argento e ottanta talenti presi da altre entrate. Promise inoltre di impegnarsi per iscritto a versare altri centocinquanta talenti se gli fosse stato permesso di istituire, di sua autorità e secondo i suoi desideri, un ginnasio con un efebo e di registrare gli abitanti di Gerusalemme come cittadini di Antiochia. Il re acconsentì a tutto. Non appena Giasone ottenne il potere, si accinse a introdurre le usanze greche tra i suoi concittadini. Abolì le franchigie che i re, per umanità, avevano concesso ai Giudei grazie all'impresa di Giovanni, padre di Eupolemo, che era stato inviato in ambasceria per concludere un trattato di alleanza e amicizia con i Romani, e, distruggendo le istituzioni legittime, stabilì usanze contrarie alla legge. Si compiaceva di fondare un ginnasio ai piedi dell'Acropoli e allevava i bambini più nobili mettendoli sotto il suo cappello. L'ellenismo crebbe a tal punto e ci fu una tale inclinazione verso costumi stranieri, come risultato dell'eccessiva perversione di Giasone, un uomo senza Dio e per nulla sommo sacerdote, che i sacerdoti non mostrarono più alcuno zelo per il servizio dell'altare e, disprezzando il tempio e trascurando i sacrifici, si affrettarono a partecipare, nel palaestra, agli esercizi proibiti dalla legge, non appena si udì il richiamo al lancio del disco. Non badando agli onori della patria, tenevano in grande considerazione le distinzioni dei Greci. Ne conseguirono gravi disgrazie e proprio nel popolo di cui imitavano lo stile di vita e a cui volevano assomigliare in tutto, trovarono nemici e oppressori. Infatti, non si violano impunemente le leggi divine; ma questo è ciò che dimostreranno gli eventi successivi.

Mentre a Tiro si celebravano i giochi quinquennali, ai quali il re assisteva, il criminale Giasone inviò da Gerusalemme degli spettatori, cittadini di Antiochia, che portavano trecento dracme d'argento per il sacrificio di Ercole; ma quelli che li portavano chiesero che il denaro fosse usato non per i sacrifici, che non erano appropriati, ma per coprire altre spese. Così le trecento dracme erano effettivamente destinate da chi le aveva inviate al sacrificio in onore di Ercole; ma furono utilizzate, secondo il desiderio di chi le portava, per la costruzione di triremi.

Apollonio, figlio di Menesteo, essendo stato inviato in Egitto in occasione dell'intronizzazione del re Tolomeo Filometore, Antioco venne a sapere che il re era mal disposto nei suoi confronti e, volendo mettersi al sicuro da lui, si recò a Giaffa e poi a Gerusalemme. Ricevuto magnificamente da Giasone e da tutta la città, fece il suo ingresso alla luce delle fiaccole e tra le acclamazioni; poi condusse il suo esercito in Fenicia allo stesso modo.

Trascorsi tre anni, Giasone inviò Menelao, il fratello di Simone di cui sopra, a portare il denaro al re e a pagare le tasse di registrazione per gli affari importanti. Menelao, però, si raccomandò al re, lo onorò sotto le spoglie di un uomo di alto rango e si fece assegnare il pontificato sovrano, offrendo trecento talenti d'argento in più rispetto a Giasone. Ricevute le lettere di investitura dal re, tornò a Gerusalemme senza nulla di degno del sacerdozio, ma con gli istinti di un tiranno crudele e la furia di una bestia selvaggia. Così Giasone, che aveva ingannato il proprio fratello, ingannato a sua volta da un altro, dovette fuggire nella terra degli Ammoniti. Quanto a Menelao, ottenne il potere; ma, non avendo rispettato la somma promessa al re, nonostante le lamentele di Sostrato, comandante dell'Acropoli, incaricato di riscuotere le tasse, entrambi furono convocati dal re.

Menelao lasciò il fratello Lisimaco al suo posto come sommo sacerdote e Sostrato lasciò Crates, governatore di Cipro, come suo sostituto. Nel frattempo, gli abitanti di Tarso e Mallas si ribellarono, perché queste due città erano state date in dono ad Antiochide, concubina del re. Il re partì quindi in fretta e furia per sedare la rivolta, lasciando Andronico, uno dei grandi dignitari, come suo luogotenente. Menelao, ritenendo le circostanze favorevoli, prese alcuni vasi d'oro dal tempio e li consegnò ad Andronico, riuscendo a venderne altri a Tiro e alle città vicine.

Quando Onia seppe con certezza che Menelao aveva commesso questo nuovo crimine, glielo rimproverò, dopo essersi ritirato in un luogo di rifugio a Dafne, vicino ad Antiochia. Menelao, quindi, prese da parte Andronico e lo esortò a mettere a morte Onia. Andronico si recò dunque da Onia e, con l'inganno, giurò sulla sua mano destra; poi, benché sospettoso, lo convinse a uscire dal suo rifugio e lo mise subito a morte, senza alcun riguardo per la giustizia. Così non solo i Giudei, ma anche molte altre nazioni furono indignate e addolorate per l'ingiusta uccisione di quest'uomo.

Quando il re tornò dalla Cilicia, i Giudei di Antiochia, insieme ai Greci, anch'essi nemici della violenza, si rivolsero a lui per l'ingiusta uccisione di Onia. Antioco ne fu profondamente addolorato e, mosso da compassione per Onia, versò lacrime al ricordo della moderazione e della saggia condotta del defunto. Arroventato dall'ira, fece immediatamente spogliare Andronico della porpora, gli strappò le vesti e, dopo averlo condotto per tutta la città, degradò il furfante proprio nel luogo in cui aveva compiuto l'empio attentato a Onia; il Signore lo colpì così con un giusto castigo.

Quando Lisimaco, d'accordo con Menelao, aveva commesso in città un gran numero di furti sacrileghi e si era sparsa la voce, il popolo si sollevò contro Lisimaco, anche se molti vasi d'oro erano già stati dispersi. Quando Lisimaco vide che la folla era stata sobillata e gli animi accesi, armò circa tremila uomini e cominciò a commettere atti di violenza sotto il comando di un certo Tiranno, un uomo di età avanzata e non meno perverso. Ma quando seppero dell'attacco di Lisimaco, alcuni presero delle pietre, altri dei grossi bastoni, altri ancora raccolsero della cenere che si trovava in giro e li scagliarono tumultuosamente contro i sostenitori di Lisimaco. Così ferirono molti dei suoi uomini, ne uccisero diversi, misero in fuga tutti gli altri e massacrarono lo stesso sacrilego vicino al tesoro del tempio.

Sulla base di questi fatti iniziò un'indagine contro Menelao. Quando il re giunse a Tiro, i tre uomini inviati dagli anziani spiegarono la giustizia del loro caso. Ritenendosi convinto, Menelao promise a Tolomeo, figlio di Dorymene, una grande somma di denaro perché il re lo favorisse. Tolomeo allora portò il re sotto il peristilio, come per rinfrescarsi, e gli fece cambiare idea. Il re dichiarò Menelao innocente delle accuse mosse contro di lui, pur essendo colpevole di ogni crimine, e condannò a morte uomini sfortunati che, se avessero fatto valere le loro ragioni anche davanti agli Sciti, sarebbero stati riconosciuti innocenti; e uomini che avevano difeso la città, il popolo e gli oggetti sacri, subirono senza indugio questa ingiusta punizione. I Tiri stessi si indignarono e fecero alle vittime un magnifico funerale. Quanto a Menelao, grazie all'avidità dei potenti, mantenne la sua dignità, crescendo nella malizia e nel crudele flagello dei suoi concittadini.

Libro della Genesi 4, 10-11

Gn 4, 10-11 : Yahweh disse: "Che cosa hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida dalla terra verso di me. Ora sei maledetto dalla terra, che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano".

EMR 213.1-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

La gente si cheta e si può, finalmente, sentire parlare Gesù.

Dice al sinagogo: «Dàmmi il decimo rotolo di quello scaffale»; e, avutolo, lo scioglie e lo porge al sinagogo dicendo: «Leggi il 4° capitolo della storia, II° dei Maccabei».

Il sinagogo ubbidiente legge. E le vicende di Onia e gli errori di Giasone e i tradimenti e i furti di Menelao passano così davanti al pensiero dei presenti. Il capitolo è terminato. Il sinagogo guarda Gesù che ha ascoltato attentamente.

213.2

Gesù fa cenno che basta così e poi si volge al popolo:

«Nella città del mio carissimo discepolo Io non avrò le solite parole di ammaestramento. Sosteremo qui qualche giorno ed Io voglio che sia lui che ve le dice. Perché da qui voglio che si inizi il diretto contatto, il continuo contatto fra gli apostoli e il popolo. È stato deciso nell’alta Galilea e là ebbe un primo bagliore. Ma l’umiltà dei miei discepoli li fece poi ritirare nell’ombra, perché temono di non saper fare e di usurpare il mio posto. No. Devono fare, faranno bene e aiuteranno il loro Maestro. Qui perciò, congiungendo in un unico amore i confini galileo-fenici con le terre di Giuda, le più meridionali, di confine verso i paesi del sole e delle arene, deve avere inizio la vera predicazione apostolica. Perché il Maestro non basta più ai bisogni delle folle. E perché è giusto che gli aquilotti lascino il nido e facciano i primi voli mentre ancora il Sole è con loro e l’ala robusta di Lui li regge.

Perciò Io, in questi giorni, sarò l’amico vostro e il vostro conforto. Essi saranno la parola e andranno spargendo il seme che ho loro dato. Io non avrò perciò parole di pubblico ammaestramento, ma vi darò una cosa privilegiata. Una profezia. Vi prego di ricordarvela per i tempi futuri, quando l’evento più orrendo dell’Umanità avrà offuscato il sole e, nelle tenebre, potranno i cuori essere tratti in giudizi d’errore. Non voglio che voi siate indotti in errore, voi che dal primo momento foste buoni con Me. Non voglio che il mondo possa dire: “Keriot fu nemica del Cristo”. Giusto Io sono. Non posso permettere che la critica, astiosa o innamorata di Me, possa, ognuna per il pungolo del suo sentimento, accusarvi di colpe verso di Me. Come non si può da numerosa famiglia pretendere una uguale santità nei figli, così non la si può pretendere per una popolosa città. Ma sarebbe forte anticarità dire per un figlio malvagio o per un cittadino non buono: “Tutta la famiglia o tutta la città è anatema”.

Udite dunque, ricordate poi, siate fedeli sempre, e come Io vi amo tanto da volervi difendere da una accusa ingiusta, così voi sappiate amare gli incolpevoli. Sempre. Quali che siano. Quale che sia la loro parentela coi colpevoli.

213.3

Ora udite. Verrà un tempo che in Israele vi saranno delatori del tesoro e della patria i quali, nella speranza di farsi amici gli stranieri, parleranno male del vero Sommo Sacerdote, accusandolo di alleanza coi nemici d’Israele e di atti malvagi verso i figli di Dio. E per giungere a questo saranno capaci di commettere delitti addossandone le responsabilità all’Innocente. E verrà il tempo, sempre in Israele, in cui, più ancora che ai tempi di Onia, un infame, tramando di essere lui il Pontefice, andrà dai potenti in Israele e li corromperà con l’oro, ancor più infame, di mendaci parole, e intanto sviserà la verità dei fatti, non parlerà contro le colpe, ma anzi, perseguendo i suoi indegni scopi, si volgerà a corrompere i costumi per avere più facile presa sugli animi privati dell’amicizia con Dio: tutto per giungere al suo scopo. E riuscirà. Oh! certo! Poiché, se nella stessa dimora sul monte Moria non sono i ginnasi dell’empio Giasone, in realtà essi sono nei cuori degli abitatori del monte che per franchigia sono disposti a vendere ciò che è ben più di un terreno, ma è la loro stessa coscienza. I frutti dell’antico errore si vedono ora, e chi ha occhi per vedere vede ciò che avviene là dove dovrebbe essere carità, purezza, giustizia, bontà, religione santa e profonda. Ma se sono frutti che già fanno tremare, i frutti nati dai semi di questi non solo saranno oggetto di tremore ma di maledizione divina.

Ed eccoci alla vera profezia. In verità vi dico che da colui che ha carpito il posto e la fiducia, mediante un giuoco lungo e astuto, sarà dato, per denaro, nelle mani dei nemici il Sommo Sacerdote, il vero Sacerdote. Tratto in inganno con proteste d’affetto, indicato ai carnefici con un atto d’amore, Egli sarà ucciso senza riguardo alla giustizia.

Quali accuse saranno fatte al Cristo, poiché di Me Io parlo, per giustificare il diritto di ucciderlo? Quale sorte sarà serbata a coloro che questo faranno? Una sorte immediata di orrenda giustizia. Una sorte non individuale ma collettiva per i complici del traditore. Una sorte più lontana e ancor più orrenda di quella dell’uomo che il rimorso porterà a coronare il suo animo di demonio dell’ultimo delitto contro se stesso. Perché quello in un attimo avrà fine. Quest’ultimo castigo sarà lungo, tremendo. Trovatelo nelle frasi: “e acceso di sdegno ordinò che Andronico fosse spogliato della porpora e ucciso nel luogo dove aveva commesso empietà contro Onia”. Sì, la razza sacerdotale sarà colpita nei figli oltreché negli esecutori. E il destino della massa complice leggetelo in queste[2]: “La voce di questo sangue grida a Me dalla Terra. Or dunque tu sarai maledetto…”. E sarà detta da Dio a tutto un popolo che non avrà saputo tutelare il dono del Cielo. Perché, se è vero che Io sono venuto per redimere, guai a coloro che saranno assassini e non redenti, fra questo popolo che ha per prima redenzione la mia Parola.

Ho detto. Ricordatevelo. E quando sentirete dire che Io sono un malfattore, dite: “No. Egli lo ha detto. Questo è il segnato che si compie ed Egli è la Vittima uccisa per i peccati del mondo”»…

213.4

La sinagoga si svuota e tutti parlano e gesticolano sulla profezia e sulla stima che Gesù ha di Giuda. Quelli di Keriot sono esaltati dall’onore dato loro dal Messia scegliendo il luogo di un apostolo, e proprio dell’apostolo di Keriot, per iniziare il magistero apostolico e anche per il dono della profezia.

Per quanto sia triste, è un grande onore averla avuta e con le parole di amore che la precedono… Nella sinagoga restano Gesù e il gruppo degli apostoli; anzi passano nel giardinetto che è fra la sinagoga e la casa del sinagogo. Giuda si è seduto e piange.

«Perché piangi? Non ne vedo il motivo…», dice l’altro Giuda.

«Ma, ecco. Quasi quasi farei anche io come lui. Avete sentito? Ora bisogna parlare noi…», dice Pietro.

«Ma un poco lo abbiamo già fatto sul monte. Sempre meglio faremo. Tu e Giovanni siete stati subito capaci», dice Giacomo di Zebedeo per rincuorare.

«Il peggio è per me… ma Dio mi aiuterà. Non è vero, Maestro?», interroga Andrea.

Gesù, che scorreva dei rotoli che si era portati con Sé, si volta e dice: «Cosa dicevi?».

«Che Dio mi aiuterà quando dovrò parlare. Cercherò di ripetere le tue parole il meglio che posso. Ma mio fratello ha paura e Giuda piange».

«Piangi? Perché?», domanda Gesù.

«Perché veramente io ho peccato. Andrea e Tommaso lo possono dire. Io ho fatto maldicenza su Te, e Tu mi benefichi chiamandomi “carissimo discepolo” e volendomi maestro qui… Quanto amore!…».

«Ma non lo sapevi che ti amavo?».

«Sì. Ma… Grazie, Maestro. Non mormorerò mai più, perché veramente io sono le tenebre e Tu sei la Luce».

Ritorna il sinagogo invitandoli nella sua casa, e nell’andare dice: «Penso alle tue parole. Se ho ben compreso, in Keriot, come hai trovato un prediletto, il nostro Giuda di Simone, profetizzi di trovarvi un indegno. Ciò mi accora. Meno male che Giuda compenserà l’altro…».

«Con tutto me stesso», dice Giuda che si è ripreso.

Gesù non parla, ma guarda i suoi interlocutori e fa un gesto aprendo le braccia come per dire: «Così è».

Annotazione

Il leader legge. E così le prove di Onia, gli errori di Giasone, i tradimenti e i furti di Menelao passano davanti al pubblico. Il capitolo è terminato. Il lettore guarda Gesù, che ha ascoltato con attenzione. Cfr. il secondo libro dei Maccabei, 2 M 4.

Voglio che inizi un contatto diretto, un contatto continuo tra gli apostoli e il popolo. Questo fu deciso nell'Alta Galilea e lì si vide la prima luce. Gesù li manda a predicare per la prima volta in EMV 166,2-3. Essi tengono la loro prima predica in EMV 166,4-12 (soprattutto Simone lo Zelota e Giovanni). È nei pressi della casa di Elise, in Giudea, che Gesù dichiara di non essere più sufficiente a soddisfare i bisogni delle folle(EMV 209,5).

Per quanto riguarda il destino della massa dei complici, possiamo leggerlo in queste parole: "La voce di questo sangue grida a me dalla terra. Sarete dunque maledetti...". Ed è Dio che pronuncerà queste parole a un intero popolo che non ha saputo proteggere il dono del cielo. Perché se è vero che sono venuto a redimere, guai a coloro che saranno assassini e non saranno redenti, tra questo popolo la cui prima redenzione è stata la mia Parola. Cfr. Gen 4,10-11.

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Secondo libro dei Maccabei, 4

2 M 4 : Simone, l'informatore dell'erario e del suo paese, parlava male di Onia: era lui, diceva, che aveva sobillato Eliodoro e che era l'autore di tutto il male. Il benefattore della città, il difensore dei suoi concittadini e il fedele osservante delle leggi, osava farlo passare per un avversario dello Stato. L'odio si spinse a tal punto che uno dei sostenitori di Simone commise un omicidio. Allora Onia, considerando il pericolo di queste divisioni e gli sfoghi di Apollonio, governatore militare della Coele-Siria e della Fenicia, che incoraggiava la malvagità di Simone, si recò dal re, non per accusare i suoi concittadini, ma in vista degli interessi generali e particolari di tutto il suo popolo. Infatti, vedeva che senza l'intervento del re sarebbe stato impossibile pacificare la situazione e che Simone non avrebbe rinunciato alle sue imprese criminali.

Ma dopo la morte di Seleuco, gli successe Antioco, soprannominato Epifane, e Giasone, fratello di Onia, si mise in testa di usurpare il pontificato. In un incontro con il re, gli promise trecentosessanta talenti d'argento e ottanta talenti presi da altre entrate. Promise inoltre di impegnarsi per iscritto a versare altri centocinquanta talenti se gli fosse stato permesso di istituire, di sua autorità e secondo i suoi desideri, un ginnasio con un efebo e di registrare gli abitanti di Gerusalemme come cittadini di Antiochia. Il re acconsentì a tutto. Non appena Giasone ottenne il potere, si accinse a introdurre le usanze greche tra i suoi concittadini. Abolì le franchigie che i re, per umanità, avevano concesso ai Giudei grazie all'impresa di Giovanni, padre di Eupolemo, che era stato inviato in ambasceria per concludere un trattato di alleanza e amicizia con i Romani, e, distruggendo le istituzioni legittime, stabilì usanze contrarie alla legge. Si compiaceva di fondare un ginnasio ai piedi dell'Acropoli e allevava i bambini più nobili mettendoli sotto il suo cappello. L'ellenismo crebbe a tal punto e ci fu una tale inclinazione verso costumi stranieri, come risultato dell'eccessiva perversione di Giasone, un uomo senza Dio e per nulla sommo sacerdote, che i sacerdoti non mostrarono più alcuno zelo per il servizio dell'altare e, disprezzando il tempio e trascurando i sacrifici, si affrettarono a partecipare, nel palaestra, agli esercizi proibiti dalla legge, non appena si udì il richiamo al lancio del disco. Non badando agli onori della patria, tenevano in grande considerazione le distinzioni dei Greci. Ne conseguirono gravi disgrazie e proprio nel popolo di cui imitavano lo stile di vita e a cui volevano assomigliare in tutto, trovarono nemici e oppressori. Infatti, non si violano impunemente le leggi divine; ma questo è ciò che dimostreranno gli eventi successivi.

Mentre a Tiro si celebravano i giochi quinquennali, ai quali il re assisteva, il criminale Giasone inviò da Gerusalemme degli spettatori, cittadini di Antiochia, che portavano trecento dracme d'argento per il sacrificio di Ercole; ma quelli che li portavano chiesero che il denaro fosse usato non per i sacrifici, che non erano appropriati, ma per coprire altre spese. Così le trecento dracme erano effettivamente destinate da chi le aveva inviate al sacrificio in onore di Ercole; ma furono utilizzate, secondo il desiderio di chi le portava, per la costruzione di triremi.

Apollonio, figlio di Menesteo, essendo stato inviato in Egitto in occasione dell'intronizzazione del re Tolomeo Filometore, Antioco venne a sapere che il re era mal disposto nei suoi confronti e, volendo mettersi al sicuro da lui, si recò a Giaffa e poi a Gerusalemme. Ricevuto magnificamente da Giasone e da tutta la città, fece il suo ingresso alla luce delle fiaccole e tra le acclamazioni; poi condusse il suo esercito in Fenicia allo stesso modo.

Trascorsi tre anni, Giasone inviò Menelao, il fratello di Simone di cui sopra, a portare il denaro al re e a pagare le tasse di registrazione per gli affari importanti. Menelao, però, si raccomandò al re, lo onorò sotto le spoglie di un uomo di alto rango e si fece assegnare il pontificato sovrano, offrendo trecento talenti d'argento in più rispetto a Giasone. Ricevute le lettere di investitura dal re, tornò a Gerusalemme senza nulla di degno del sacerdozio, ma con gli istinti di un tiranno crudele e la furia di una bestia selvaggia. Così Giasone, che aveva ingannato il proprio fratello, ingannato a sua volta da un altro, dovette fuggire nella terra degli Ammoniti. Quanto a Menelao, ottenne il potere; ma, non avendo rispettato la somma promessa al re, nonostante le lamentele di Sostrato, comandante dell'Acropoli, incaricato di riscuotere le tasse, entrambi furono convocati dal re.

Menelao lasciò il fratello Lisimaco al suo posto come sommo sacerdote e Sostrato lasciò Crates, governatore di Cipro, come suo sostituto. Nel frattempo, gli abitanti di Tarso e Mallas si ribellarono, perché queste due città erano state date in dono ad Antiochide, concubina del re. Il re partì quindi in fretta e furia per sedare la rivolta, lasciando Andronico, uno dei grandi dignitari, come suo luogotenente. Menelao, ritenendo le circostanze favorevoli, prese alcuni vasi d'oro dal tempio e li consegnò ad Andronico, riuscendo a venderne altri a Tiro e alle città vicine.

Quando Onia seppe con certezza che Menelao aveva commesso questo nuovo crimine, glielo rimproverò, dopo essersi ritirato in un luogo di rifugio a Dafne, vicino ad Antiochia. Menelao, quindi, prese da parte Andronico e lo esortò a mettere a morte Onia. Andronico si recò dunque da Onia e, con l'inganno, giurò sulla sua mano destra; poi, benché sospettoso, lo convinse a uscire dal suo rifugio e lo mise subito a morte, senza alcun riguardo per la giustizia. Così non solo i Giudei, ma anche molte altre nazioni si indignarono e si addolorarono per l'ingiusta uccisione di quest'uomo.

Quando il re tornò dalla Cilicia, i Giudei di Antiochia, insieme ai Greci, anch'essi nemici della violenza, si rivolsero a lui per l'ingiusta uccisione di Onia. Antioco ne fu profondamente addolorato e, mosso da compassione per Onia, versò lacrime al ricordo della moderazione e della saggia condotta del defunto. Arroventato dall'ira, fece immediatamente spogliare Andronico della porpora, gli strappò le vesti e, dopo averlo condotto per tutta la città, degradò il furfante proprio nel luogo in cui aveva compiuto l'empio attentato a Onia; il Signore lo colpì così con un giusto castigo.

Quando Lisimaco, d'accordo con Menelao, aveva commesso in città un gran numero di furti sacrileghi e si era sparsa la voce, il popolo si sollevò contro Lisimaco, anche se molti vasi d'oro erano già stati dispersi. Quando Lisimaco vide che la folla era stata sobillata e gli animi accesi, armò circa tremila uomini e cominciò a commettere atti di violenza sotto il comando di un certo Tiranno, un uomo di età avanzata e non meno perverso. Ma quando seppero dell'attacco di Lisimaco, alcuni presero delle pietre, altri dei grossi bastoni, altri ancora raccolsero della cenere che si trovava in giro e li scagliarono tumultuosamente contro i sostenitori di Lisimaco. Così ferirono molti dei suoi uomini, ne uccisero diversi, misero in fuga tutti gli altri e massacrarono lo stesso sacrilego vicino al tesoro del tempio.

Sulla base di questi fatti iniziò un'indagine contro Menelao. Quando il re giunse a Tiro, i tre uomini inviati dagli anziani spiegarono la giustizia del loro caso. Ritenendosi convinto, Menelao promise a Tolomeo, figlio di Dorymene, una grande somma di denaro perché il re lo favorisse. Tolomeo allora portò il re sotto il peristilio, come per rinfrescarsi, e gli fece cambiare idea. Il re dichiarò Menelao innocente delle accuse mosse contro di lui, pur essendo colpevole di ogni crimine, e condannò a morte uomini sfortunati che, se avessero fatto valere le loro ragioni anche davanti agli Sciti, sarebbero stati riconosciuti innocenti; e uomini che avevano difeso la città, il popolo e gli oggetti sacri, subirono senza indugio questa ingiusta punizione. I Tiri stessi si indignarono e fecero alle vittime un magnifico funerale. Quanto a Menelao, grazie all'avidità dei potenti, mantenne la sua dignità, crescendo nella malizia e nel crudele flagello dei suoi concittadini.

Libro della Genesi 4, 10-11

Gn 4, 10-11 : Yahweh disse: "Che cosa hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida dalla terra verso di me. Ora sei maledetto dalla terra, che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano".