22.6 Vedo Maria che fila svelta svelta sotto la pergola, dove l’uva aumenta il suo volume. Deve essere passato del tempo, perché già le mele cominciano ad arrossire sulle piante e le api ronzano presso i fiori del fico già maturi.
Elisabetta è tutt’affatto grossa e cammina pesantemente. Maria la guarda con attenzione e amore. Anche Maria, quando si alza per raccogliere il fuso che le è caduto lontano, appare più rotonda nei fianchi, e l’espressione del volto è mutata. Più matura. Prima era una bambina, ora è la donna.
Le donne entrano in casa, perché la sera cala e nella stanza vengono accese le lampade. In attesa della cena, Maria tesse.
«Ma non ti stanca proprio?», chiede Elisabetta accennando il telaio.
«No. Siine sicura».
«A me questo caldo mi spossa. Non ho più sofferto, ma ora il peso è forte per le mie vecchie reni».
«Fàtti coraggio. Presto sarai liberata. Come sarai felice, allora!
22.7 Io non vedo l’ora di esser madre. Il mio Bambino! Il mio Gesù! Come sarà?».
«Bello come te, Maria».
«Oh, no! Più bello! Egli è Dio. Io sono la sua serva. Ma dicevo: sarà biondo o sarà bruno? Avrà gli occhi come il cielo sereno o come quelli dei cervi delle montagne? Io me lo figuro più bello d’un cherubino, coi capelli ricci e color dell’oro, con gli occhi del color del nostro mare di Galilea quando le stelle cominciano ad affacciarsi al confine del cielo, una bocchina piccina e rossa come il taglio di una melagrana che appena crepa per maturar di sole, e per gote, ecco, un roseo come questo di questa pallida rosa, e due manine che starebbero nel cavo di un giglio tanto sono piccine e belle, e due piedini da starmi nel cavo della mano, e morbidi e lisci più di petalo di fiore. Vedi. Io presto all’idea che mi son fatta di Lui tutte le bellezze che mi suggerisce la terra. E sento la sua voce. Sarà, nel pianto — perché un poco piangerà per fame o sonno il mio Bambino, e sarà sempre un gran dolore per la sua Mamma, che non potrà, oh! non potrà sentirlo piangere senza averne il cuore trapassato — sarà, nel pianto, come quel belato, che ora viene, di agnellino di poche ore, che cerca la mammella e il caldo del vello materno per dormire. Sarà, nel riso che mi empirà di cielo il cuore innamorato della mia Creatura — posso esser innamorata di Lui, perché è il mio Dio ed amarlo da amante non è contravvenire alla mia consacrata verginità — sarà, nel riso, come questo festoso tubare di colombino, felice per esser sazio e contento sul tepido nido. Lo penso ai suoi primi passi… un uccellino saltellante su un prato fiorito. Il prato sarà il cuore della sua Mamma, che starà sotto ai suoi piedini di rosa con tutto il suo amore per non fargli incontrare nulla che gli dia dolore. Come lo amerò, il mio Bambino! Il Figlio mio!
22.8 Anche Giuseppe lo amerà!».
«Ma dovrai pur dirglielo a Giuseppe!».
Maria si oscura e sospira. «Dovrò pur dirglielo… Avrei voluto glielo avesse a dire il Cielo, perché è molto difficile a dirsi».
«Vuoi che glielo dica io? Lo facciamo venire per la circoncisione di Giovanni…».
«No. Ho rimesso a Dio l’incarico di istruirlo sulla sua sorte felice di nutrizio del Figlio di Dio, ed Egli lo farà. Lo Spirito mi ha detto, quella sera: “Taci. Affida a Me il compito di giustificarti”. E lo farà. Dio non mente mai. È una grande prova. Ma con l’aiuto dell’Eterno sarà superata. Dalla mia bocca nessuno, fuorché te a cui lo Spirito l’ha rivelato, deve sapere quanto la benignità del Signore ha fatto alla sua serva».
«Ho sempre taciuto anche con Zaccaria, che ne avrebbe giubilato. Egli ti crede madre secondo natura».
«Lo so. E così volli per prudenza. I segreti di Dio sono santi. L’angelo del Signore non aveva rivelato a Zaccaria la mia maternità divina. Avrebbe potuto farlo, se Dio l’avesse voluto, perché Dio sapeva che già era imminente il tempo dell’Incarnazione del suo Verbo in me. Ma Dio ha tenuto nascosta questa luce di gioia a Zaccaria, che respingeva come impossibile cosa la vostra figliolanza tardiva. Mi sono uniformata al volere di Dio. E, lo vedi. Tu hai sentito il segreto vivente in me. Egli nulla ha avvertito. Finché non cadrà il diaframma della sua incredulità davanti alla potenza di Dio, egli sarà separato dalle luci soprannaturali».
Elisabetta sospira e tace.
22.9 Entra Zaccaria. Offre dei rotoli a Maria. È l’ora della preghiera prima di cena. È Maria che prega ad alta voce al posto di Zaccaria. Poi si siedono a mensa.
«Quando non ci sarai più, come rimpiangeremo di non avere più chi prega per noi», dice Elisabetta guardando il suo muto.
«Tu pregherai, allora, Zaccaria», dice Maria.
Egli scuote il capo e scrive: «Non potrò mai più pregare per gli altri. Ne sono divenuto indegno da quando ho dubitato di Dio».
«Zaccaria, tu pregherai. Dio perdona».
Il vecchio si asciuga una lacrima e sospira.
Dopo la cena Maria torna al telaio. «Basta!», dice Elisabetta. «Ti stanchi troppo».
«Il tempo è prossimo, Elisabetta. Voglio fare al tuo bambino un corredo degno di colui che precede il Re della stirpe di Davide».
Zaccaria scrive: «Da chi nascerà Egli? E dove?».
Maria risponde: «Dove i Profeti hanno detto e da chi l’Eterno sceglierà. Tutto ben fatto ciò che il nostro Signore altissimo fa».
Zaccaria scrive: «A Betlem dunque! In Giudea. L’andremo a venerare, donna. Verrai anche tu con Giuseppe a Betlem».
E Maria, curvando il capo sul suo telaio: «Verrò».
La visione cessa così.