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Località - Massiccio della Tentazione

Tema: Luoghi del Vangelo come mi è stato rivelato

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EMR 46.1-2

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Vedo la solitudine petrosa già vista alla mia sinistra nella visione del battesimo di Gesù al Giordano. Però devo essere molto addentrata in essa, perché non vedo affatto il bel fiume lento e azzurro, né la vena di verde che lo costeggia alle sue due rive, come alimentata da quell’arteria d’acqua. Qui solo solitudine, pietroni, terra talmente arsa da esser ridotta a polvere giallastra, che ogni tanto il vento solleva con piccoli vortici, che paion fiato di bocca febbrile tanto sono asciutti e caldi. E tormentosi per la polvere che penetra con essi nelle narici e nelle fauci. Molto rari, qualche piccolo cespuglio spinoso, non si sa come resistente in quella desolazione. Sembrano ciuffetti di superstiti capelli sulla testa di un calvo. Sopra, un cielo spietatamente azzurro; sotto, il suolo arido; intorno, massi e silenzio. Ecco quanto vedo come natura.

46.2 Addossato ad un enorme pietrone, che per la sua forma, fatta su per giù così come mi sforzo a disegnarla, fa un embrione di grotta, e seduto su un sasso trascinato nell’incavo, al punto +, sta Gesù. Si ripara così dal sole cocente.

E l’interno ammonitore mi avverte che quel sasso, su cui ora siede, è anche il suo inginocchiatoio e il suo guanciale quando prende le brevi ore di riposo avvolto nel suo mantello, al lume delle stelle e all’aria fredda della notte. Infatti là presso è la sacca che gli ho visto prendere prima di partire da Nazareth. Tutto il suo avere. E, dal come si piega floscia, comprendo che è vuota del poco cibo che vi aveva messo Maria.

EMR 79.1

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Dove li troviamo i pastori?».

«A cinque miglia da Ebron, sulle rive del fiume di cui chiedevi».

«Oltre quel colle, allora».

«Oltre».

«È molto caldo. L’estate… Dove andiamo dopo, Maestro?».

«In un luogo ancor più caldo. Ma vi prego di venire. Viaggeremo di notte. Le stelle sono tanto chiare che non vi è tenebra. Vi voglio mostrare un luogo…».

«Una città?».

«No… Un luogo… che vi farà capire il Maestro… forse meglio delle sue parole».

EMR 79.7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«E noi?».

«Voi? Verrete, l’ho detto, per vedere la mia preparazione. Anche Io mi sono preparato alla missione».

«Andando da un rabbi?».

«No».

«Da Giovanni?».

«Ne presi solo il battesimo».

«E allora?».

«Betlemme ha parlato con le pietre ed i cuori. Anche lì dove ti porto, Giuda, le pietre ed un cuore, il mio, parleranno e ti daranno risposta».

Dettaglio

Gesù dà le sue istruzioni ai pastori Elia, Levi, Giuseppe e Isacco dopo averli trovati. A questo punto, Giuda interviene e chiede cosa farà il gruppo apostolico.

EMR 80

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Dettaglio

Gesù arriva sul luogo delle tentazioni, accompagnato da Giovanni, Giuda e Simone lo Zelota. È un luogo desolato. Giuda pensava di essere lì solo da poche ore, ma il Signore gli dimostrò che si sbagliava. Gli spiegò che era venuto lì per prepararsi alla sua Missione. L'Iscariota pensava di essere stato con alcuni maestri e rabbini, ma chi può insegnare qualcosa alla Parola di Dio?

Gesù spiegò poi che gli uomini hanno un destino e che devono scegliere tra l'Amico o Satana. Infine, suggerì agli apostoli di rimanere qui per qualche giorno per insegnare loro il potere della penitenza. Giovanni e Simone lo Zelota accettarono prontamente. Giuda era meno entusiasta, ma non osava andarsene.

Dopo qualche giorno, la visione di Maria continuò. Gesù spiegò che il suo soggiorno nel deserto era durato quaranta giorni ed era avvenuto durante l'inverno. Spiega il suo battesimo, impartito da Giovanni, e poi la tentazione del diavolo. In particolare, parla della sua natura di Dio-Uomo e risponde anche alla domanda di Giuda se potesse essere tentato o meno. Alla fine del suo discorso, chiede ai discepoli di non dire a Maria dell'ostilità del mondo verso Gesù. Avrebbe sofferto troppo...

EMR 80.1-2

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Un’alba bellissima in un luogo selvaggio. Un’alba dall’alto di una costa di monte. Appena un principio di giorno. In cielo ancora le superstiti stelle e un arco sottile di luna calante che persiste, virgola d’argento, sul velluto ancora azzurro scuro del cielo.

Il monte pare a sé, non congiunto ad altre catene. Ma è un vero monte, non un colle. La cima è molto più su, eppure da mezza costa già si domina un largo raggio d’orizzonte, segno che si è elevati di molto sul livello del suolo. Nell’aria fresca del mattino, in cui si fa strada la luce incerta, bianco-verdastra, dell’alba che sempre più si fa chiara, si svelano i contorni ed i particolari, che prima erano in quella caligine che precede il giorno, sempre più cupa di una notte perché pare che la luce degli astri, nel trapasso da notte a giorno, diminuisca e, direi, si annulli. Vedo così che il monte è roccioso e nudo, spaccato da anfratti che formano grotte, antri e seni nel monte. Un luogo proprio selvaggio su cui – e solo nei luoghi dove un poco di terra si è deposta in modo da poter raccogliere anche l’acqua del cielo e conservarla – sono ciuffetti di verde, per lo più piante rigide, spinose, dalla poca fronda, e bassi e duri cespugli di quelle erbe che paiono bastoncini verdi di cui non so il nome.

In basso vi è una distesa più arida ancora, piatta, sassosa e che sempre più diviene arida quanto più si avvicina ad un punto scuro, molto più lungo che largo, almeno cinque volte più lungo che largo, che penso sia un’oasi folta, nata in tanto squallore per acque sotterranee. Però, quando la luce si fa più viva, vedo che non è che acqua. Un’acqua ferma, cupa, morta. Un lago di una tristezza infinita. In questa luce ancora incerta mi fa ricordare la visione[1] del mondo morto. Pare che aspiri tutto il cupo del cielo, tutto il triste del suolo circostante, e stemperi nelle sue acque ferme il verde cupo delle piante spinose e delle rigide erbe – che per chilometri e chilometri, in piatto e in altezza, sono l’unica decorazione del suolo – e, fattosene un filtro di cupezza, la emani poi e spanda tutto intorno. Come è diverso dal solare, ridente lago di Genezaret! In alto, guardando il cielo di un assoluto sereno che si fa sempre più chiaro, guardando la luce che avanza da oriente a fiotti sempre più vasti, lo spirito si rallegra. Ma guardando quel grandissimo lago morto si stringe il cuore. Non un uccello trasvola sulle sue acque. Non un animale è sulle sue rive. Nulla.

80.2

Mentre guardo questa desolazione, mi scuote la voce del mio Gesù: «Ed eccoci giunti dove volevo». Mi volgo. Lo vedo alle mie spalle, fra Giovanni, Simone e Giuda, presso la costa rocciosa del monte, là dove giunge un sentiero… sarebbe meglio dire: là dove un lungo lavoro di acque, nei mesi di pioggia, ha graffiato il calcare scavando nei secoli un canale appena disegnato, che sarà scolo alle acque delle cime e che ora è via per le capre selvatiche più che per gli uomini.

Gesù si guarda intorno e ripete: «Sì, qui vi volevo portare.

Qui il Cristo si è preparato alla sua missione».

«Ma qui non c’è nulla!».

«Non c’è nulla, l’hai detto».

«Con chi eri?».

«Col mio spirito e col Padre».

«Ah! fu sosta di poche ore!».

«No, Giuda. Non di poche ore. Di molti giorni…».

«Ma chi ti serviva? Dove dormisti?».

«Avevo a servi gli onagri che nella notte venivano a dormire nella loro tana… in questa, dove Io pure m’ero intanato… Avevo a serve le aquile che mi dicevano: “È giorno” col loro grido aspro, partendo per la preda. Avevo ad amici le piccole lepri che venivano a rodere le erbe selvagge quasi ai miei piedi… Mi era cibo e bevanda ciò che è cibo e bevanda del fiore selvaggio: la rugiada notturna, la luce del sole. Non altro».

«Ma perché?».

«Per prepararmi bene, come tu dici, alla mia missione. Le cose ben preparate riescono bene. Tu lo hai detto. E la mia cosa non era la piccola, inutile cosa di far brillare Me, Servo del Signore, ma di far comprendere agli uomini ciò che è il Signore e, attraverso questa comprensione, farlo amare in spirito di verità. Misero quel servo del Signore che pensa al suo trionfo e non a quello di Dio! Che cerca averne utile, che sogna mettersi in alto su un trono fatto… oh! fatto degli interessi di Dio, avviliti sino a toccare il suolo, essi che sono celesti interessi. Non è più servo, costui, anche se ne ha l’aspetto esterno. È un mercante, un trafficante, un falso che inganna sé, gli uomini e vorrebbe ingannare Dio… uno sciagurato che si crede principe ed è schiavo… È del Demonio, il suo re di menzogna. Qui, in questa tana, il Cristo per molti giorni visse di macerazioni e preghiera per prepararsi alla sua missione.

Dettaglio

Quando Maria parla del lago e afferma che le ricorda la visione del mondo morto, si riferisce alla visione del 29 gennaio 1944, riportata nei *Cahiers* del 1944.

EMR 80.2-3.5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Mi scuote la voce del mio Gesù: «Ed eccoci giunti dove volevo». Mi volgo. Lo vedo alle mie spalle, fra Giovanni, Simone e Giuda, presso la costa rocciosa del monte, là dove giunge un sentiero… sarebbe meglio dire: là dove un lungo lavoro di acque, nei mesi di pioggia, ha graffiato il calcare scavando nei secoli un canale appena disegnato, che sarà scolo alle acque delle cime e che ora è via per le capre selvatiche più che per gli uomini.

Gesù si guarda intorno e ripete: «Sì, qui vi volevo portare.

Qui il Cristo si è preparato alla sua missione».

«Ma qui non c’è nulla!».

«Non c’è nulla, l’hai detto».

«Con chi eri?».

«Col mio spirito e col Padre».

«Ah! fu sosta di poche ore!».

«No, Giuda. Non di poche ore. Di molti giorni…».

«Ma chi ti serviva? Dove dormisti?».

«Avevo a servi gli onagri che nella notte venivano a dormire nella loro tana… in questa, dove Io pure m’ero intanato… Avevo a serve le aquile che mi dicevano: “È giorno” col loro grido aspro, partendo per la preda. Avevo ad amici le piccole lepri che venivano a rodere le erbe selvagge quasi ai miei piedi… Mi era cibo e bevanda ciò che è cibo e bevanda del fiore selvaggio: la rugiada notturna, la luce del sole. Non altro».

«Ma perché?».

«Per prepararmi bene, come tu dici, alla mia missione. Le cose ben preparate riescono bene. Tu lo hai detto. E la mia cosa non era la piccola, inutile cosa di far brillare Me, Servo del Signore, ma di far comprendere agli uomini ciò che è il Signore e, attraverso questa comprensione, farlo amare in spirito di verità. Misero quel servo del Signore che pensa al suo trionfo e non a quello di Dio! Che cerca averne utile, che sogna mettersi in alto su un trono fatto… oh! fatto degli interessi di Dio, avviliti sino a toccare il suolo, essi che sono celesti interessi. Non è più servo, costui, anche se ne ha l’aspetto esterno. È un mercante, un trafficante, un falso che inganna sé, gli uomini e vorrebbe ingannare Dio… uno sciagurato che si crede principe ed è schiavo… È del Demonio, il suo re di menzogna. Qui, in questa tana, il Cristo per molti giorni visse di macerazioni e preghiera per prepararsi alla sua missione.

80.3

E dove vorresti fossi andato a prepararmi, Giuda?».

Giuda è perplesso, disorientato. Risponde infine: «Ma non saprei… Pensavo… da qualche rabbi… presso gli esseni… non so».

«E potevo trovare un rabbi che mi dicesse più di quanto mi diceva la Potenza e la Sapienza di Dio? E potevo Io – Io Verbo eterno del Padre, Io che ero quando il Padre creò l’uomo e so di quale spirito immortale e animato, e di quale potenza di giudizio libero e capace, abbia il Creatore dotato l’uomo – andare ad attingere scienza e capacità da quelli che negano l’immortalità dell’anima negando la finale risurrezione, e negano la libertà d’azione dell’uomo addossando virtù e vizi, azioni sante e malvagie, al destino che dicono fatale e non vincibile? Ah! no. (...)

Qui sono venuto. Ho preso la mia anima di Figlio dell’uomo e me la sono lavorata con gli ultimi tocchi, finendo il lavoro di trent’anni di annichilimento e di preparazione per andare perfetto al mio ministero. Ora Io vi chiedo di stare meco qualche giorno, in questa tana. Sarà sempre meno desolata la sosta, perché saremo quattro amici che fanno forza contro le tristezze, le paure, le tentazioni, le necessità della carne. Io ero solo. Sarà sempre meno penosa, perché ora è estate e qui, in alto, vi è il vento delle cime a temperare il calore. Io vi venni al finir della luna di tebet, e rigido era il vento che scendeva dalle nevi della vetta. Sarà sempre meno tormentosa, perché più breve e perché abbiamo ora quel minimo di cibo che può dare conforto alla nostra fame, e nelle piccole ghirbe di pelle che vi ho fatto dare dai pastori vi è tant’acqua da bastare per questi giorni di sosta. Io… io ho bisogno di strappare due anime a Satana. Non vi è che la penitenza che lo possa. Vi chiedo aiuto. Sarà formazione anche per voi. Imparerete come si strappano le prede a Mammona. Non tanto con le parole, quanto col sacrificio… Le parole!… Il frastuono satanico impedisce che siano udite… Ogni anima preda del Nemico è avvolta in turbini di voci infernali… Volete rimanere con Me? Ma se non volete, andate. Io resto. Ci ritroveremo a Tecua, presso il mercato».

«No, Maestro, io non ti lascio», dice Giovanni; mentre Simone contemporaneamente esclama: «Tu ci elevi volendoci teco in questa redenzione». Giuda… non mi pare molto entusiasta. Ma fa buon viso al… destino e dice: «Io resto».

«Prendete allora le ghirbe e le sacche e portatele dentro e, prima che il sole arda, spezzate legna e accumulatela presso lo spacco. La notte è rigida anche d’estate, qui, e non tutte le bestie sono buone. Un ramo lo accenderete subito. Là, di quella pianta di acacia gommosa. Brucia bene. Guarderemo fra le fessure per cacciare col fuoco aspidi e scorpioni. Andate»…

Dettaglio

Cristo si preparò alla sua missione.

Tebet: mese a cavallo tra dicembre e gennaio.

EMR 80.6-7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

80.6 … Lo stesso punto di monte. Solo ora è notte. Una notte tutta stellata. Una bellezza di cielo notturno come credo se ne possa godere solo in quei paesi già quasi tropicali. Stelle di una larghezza e di un brillio meravigliosi. Le costellazioni maggiori paiono grappoli di brillanti, di chiari topazi, di pallidi zaffiri, di miti opali, di tenui rubini. Tremolano, si accendono, si spengono come sguardi che la palpebra cela per un attimo, tornano ad accendersi più belle. Ogni tanto una stella riga il cielo e scompare verso chissà quale orizzonte. Una riga di luce che pare un grido di giubilo stellare per poter volare così per quei prati sterminati.

Gesù è seduto sull’apertura della spelonca e parla ai tre che fanno cerchio con Lui. Deve esservi stato del fuoco, perché, in mezzo al cerchio dei quattro, un mucchietto di tizzi ha ancora bagliori di bragia e getta il suo riflesso rosso sui quattro volti.

«Sì. La sosta è finita. Questa sosta. L’altra volta durò quaranta giorni… E vi dico ancora: era ancora inverno su questi pendii… e non avevo cibo. Un poco più difficile di questa volta, non è vero? So che avete sofferto anche ora. Il poco che avevamo e che vi davo era nulla, specie per la fame dei giovani. Era sufficiente solo a non farvi cadere languenti. L’acqua ancor meno. Il calore è torrido nel giorno. E voi direte che ciò non c’era nell’inverno. Ma allora c’era un vento secco, che scendeva bruciando i polmoni da quella cima e saliva da quella bassura carico di polvere desertica e asciugava più ancora di questo calore estivo, a cui può dare sollievo succhiare questi aciduli frutti che quasi son maturi. Allora il monte non dava che vento ed erbe bruciate dal gelo intorno alle acacie scheletrite. Non vi ho dato tutto, perché ho serbato gli ultimi pani e l’ultimo formaggio con l’ultima ghirba per il ritorno… Io so cosa fu il ritorno, esausto come ero, nella solitudine del deserto… Raccogliamo le nostre cose e andiamo. La notte è ancor più chiara di quella che qui ci condusse. Non vi è luna. Ma il cielo piove luce. Andiamo. Ricordatevi questo posto. Sappiate ricordare come si preparò Cristo e come si preparano gli apostoli. Come Io insegno si preparino gli apostoli».

80.7 Si alzano. Simone, con un ramo, fruga nelle bracie, le ravviva, prima di sperderle col piede, gettandovi sopra delle erbe disseccate, e alla fiamma accende una frasca di acacia e la tiene alta, all’ingresso della tana, mentre Giuda e Giovanni raccolgono mantelli, sacche e dei piccoli otri di pelle, di cui solo uno è ancora gonfio. Poi spegne la frasca contro la roccia, si carica della sua sacca e si mette il manto, come tutti, legandoselo alla vita perché non dia noia nell’andare.

Scendono senza altre parole l’uno dietro l’altro per un sentiero ripidissimo, mettendo in fuga piccoli animali che brucano le poche erbe che ancora resistono al sole. Il cammino è lungo e disagiato. Finalmente giungono al piano. Non è molto comodo il cammino neppur qui dove pietre e schegge di pietre si muovono traditore sotto al piede, ferendolo anche, perché la terra ridotta a polvere le nasconde e non si possono evitare, dove arsi cespugli di spini graffiano e intralciano attaccandosi al basso delle vesti. Ma è più spedito.

In alto le stelle sono sempre più belle.

Vanno, vanno, vanno per ore. La pianura è sempre più sterile e triste. Luccichii di scaglie brillano in certe piccole rughe del terreno, in pozzette fra asperità del suolo. Paiono scaglie di brillanti sporchi. Giovanni si china a guardarle.

«È il sale del sottosuolo. Ne è saturo. Affiora con le acque di primavera e poi si secca. Per questo la vita non regge qui. Il mare Orientale, per profonde vene, sparge la sua morte a molti stadi intorno. Solo dove sorgive dolci combattono il suo mordente è possibile trovare piante e ristoro», spiega Gesù.

EMR 80.7-8

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Si alzano. Simone, con un ramo, fruga nelle bracie, le ravviva, prima di sperderle col piede, gettandovi sopra delle erbe disseccate, e alla fiamma accende una frasca di acacia e la tiene alta, all’ingresso della tana, mentre Giuda e Giovanni raccolgono mantelli, sacche e dei piccoli otri di pelle, di cui solo uno è ancora gonfio. Poi spegne la frasca contro la roccia, si carica della sua sacca e si mette il manto, come tutti, legandoselo alla vita perché non dia noia nell’andare.

Scendono senza altre parole l’uno dietro l’altro per un sentiero ripidissimo, mettendo in fuga piccoli animali che brucano le poche erbe che ancora resistono al sole. Il cammino è lungo e disagiato. Finalmente giungono al piano. Non è molto comodo il cammino neppur qui dove pietre e schegge di pietre si muovono traditore sotto al piede, ferendolo anche, perché la terra ridotta a polvere le nasconde e non si possono evitare, dove arsi cespugli di spini graffiano e intralciano attaccandosi al basso delle vesti. Ma è più spedito.

In alto le stelle sono sempre più belle.

Vanno, vanno, vanno per ore. La pianura è sempre più sterile e triste. Luccichii di scaglie brillano in certe piccole rughe del terreno, in pozzette fra asperità del suolo. Paiono scaglie di brillanti sporchi. Giovanni si china a guardarle.

«È il sale del sottosuolo. Ne è saturo. Affiora con le acque di primavera e poi si secca. Per questo la vita non regge qui. Il mare Orientale, per profonde vene, sparge la sua morte a molti stadi intorno. Solo dove sorgive dolci combattono il suo mordente è possibile trovare piante e ristoro», spiega Gesù.

80.8

Vanno ancora. Poi Gesù si ferma presso la roccia cava in cui lo vidi tentato da Satana.

«Sostiamo qui. Sedete. Fra poco sarà il canto del gallo.

Camminiamo da sei ore e dovete avere fame, sete e stanchezza. Prendete. Mangiate e bevete, seduti qui, a Me intorno, mentre Io vi dico ancora una cosa che voi direte agli amici e al mondo».

Dettaglio

Tra il Monte della Tentazione, dove Gesù si preparò alla sua missione e digiunò per quaranta giorni, e la Grotta della Tentazione, dove Gesù fu tentato dal Diavolo, occorre camminare per sei ore.