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Note della parola chiave

La Vergine Maria

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EMR 42

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Dettaglio

Maria vede il banco del falegname a Nazareth. Gesù sta lavorando lì. Maria arriva e chiama il Figlio: entrano in una stanza dove Giuseppe sta morendo. Gesù si avvicinò al padre, cercò di rianimarlo e fece sedere la Madre. Poi pregò accanto al moribondo e lo confortò. Giuseppe morì serenamente tra le sue braccia, circondato da suo Figlio e dalla sua santissima Sposa.

Gesù fa un dettato e insiste sulla sofferenza di Maria in quel momento, perché amava veramente il suo Giuseppe. Per trovare forza in questa prova e per dare il suo fiat, si aggrappa a Gesù. Anche lei si è aggrappata a Dio nell'ora della prova.

Gesù ci invita a fare lo stesso, e a invocarlo nell'ora della nostra morte, perché tra le sue calze essa perde tutta la sua durezza. Gesù ha detto per tutti noi: "Signore, nelle tue mani affido il mio spirito", per tutti coloro che muoiono pensando a lui, affinché le nostre agonie siano alleviate.

EMR 42.1-7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

42.1 Prepotentemente, mentre sono dietro a correggere il fascicolo, e precisamente quel dettato sulle pseudo-religioni di ora, entra in me questa visione. La scrivo mentre la vedo.

Vedo un interno di laboratorio da falegname. Ma sembra che due delle pareti di esso siano formate da pareti di roccia, come se si fosse approfittato di grotte naturali per formare vani di casa. Qui sono precisamente i lati nord e ovest quelli che sono di roccia, mentre le altre due pareti, sud e est, sono di intonaco come le nostre.

Nel lato nord, in un’insenatura della roccia, è stato ricavato un focolare rudimentale, sul quale è un pentolino con della vernice o colla, non capisco bene. Le legna, bruciate da anni in quel posto, hanno tinto la parete che pare incatramata tanto è nera. Un buco nella parete, sormontato da una specie di grosso tegolone ricurvo, vorrebbe fare da camino aspirante il fumo delle legna. Ma deve aver fatto male il suo compito, perché anche le altre pareti sono molto annerite dal fumo, e una nebbia fumosa è anche in questo momento sparsa nella stanza.

42.2 Gesù lavora ad un tavolone da falegname. Sta piallando delle tavole che poi addossa al muro dietro a Sé. Poi prende una specie di sgabello, stretto a due lati in una morsa, lo libera dalla stessa, guarda se il lavoro è esatto, lo squadra in tutti i sensi, poi va al camino, prende il pentolino e vi fruga dentro con un bastoncino o pennello, non so; io vedo solo la parte che sporge e che è simile a un bastoncino.

Gesù è vestito di nocciola scuro e ha la tunica piuttosto corta, le maniche rimboccate oltre il gomito e una specie di grembiule davanti, nel quale si sfrega le dita dopo aver toccato il pentolino.

È solo. Lavora assiduamente ma con pacatezza. Nessuna mossa disordinata, impaziente. È preciso e continuo nel suo lavoro. Non si infastidisce di nulla, né di un nodo nel legno che non si lascia piallare, né di un cacciavite (mi pare) che gli cade due volte dal banco, né del fumo sparso che gli deve andare negli occhi.

Ogni tanto alza il capo e guarda verso la parete sud, dove è una porta chiusa, come ascoltando. A un dato momento si affaccia, aprendo una porta che è nella parete est e che dà sulla via. Vedo uno squarcio di viuzza polverosa. Sembra che attenda qualcuno. Poi torna al lavoro. Non è triste, ma è serio. Rinchiude l’uscio e torna al lavoro.

42.3 Mentre è occupato a fabbricare qualcosa che mi sembrano pezzi di cerchio di ruota, entra la Mamma. Entra da una porta della parete meridionale. Entra affrettatamente e corre verso Gesù. È vestita di azzurro cupo e senza nulla sul capo. Una semplice tunica, tenuta stretta alla vita da un cordone d’uguale colore. Chiama con affanno il Figlio e gli si appoggia con ambo le mani ad un braccio con mossa di supplica e di dolore. Gesù la carezza passandole il braccio sulla spalla e la conforta, poi si avvia con Essa lasciando subito il lavoro e levandosi il grembiule.

Penso che lei voglia sapere anche le parole dette. Ben poche da parte di Maria : «Oh! Gesù! Vieni, vieni. Sta male!». Vengono dette con labbra che tremano e con un luccichio di pianto negli occhi arrossati e stanchi. Gesù non dice che: «Mamma!», ma vi è tutto in quella parola.

Entrano nella stanza accanto, tutta ridente di sole che entra da una porta spalancata su un orticello pieno di luce e di verde, nel quale svolazzano dei colombi fra uno sventolio di panni stesi ad asciugare. La stanza è povera ma ordinata. Vi è un giaciglio basso, coperto di materassini (dico materassini perché sono certe cose alte e morbide, ma non è un letto come il nostro). Su esso, appoggiato a molti cuscini, è Giuseppe. È morente. Lo dice chiaramente il volto di un pallore livido, l’occhio spento, il petto anelante e l’abbandono di tutto il corpo.

42.4 Maria si mette alla sua sinistra, gli prende la mano rugosa e livida nelle unghie, la strofina, la carezza, la bacia, gli asciuga con un pannilino il sudore che fa righe lucide alle tempie incavate, la lacrima che si invetra nell’angolo dell’occhio, gli bagna le labbra con un lino intinto in un liquido che pare vino bianco.

Gesù si mette a destra. Solleva con sveltezza e cura il corpo che si affossa, lo raddrizza sui cuscini che accomoda insieme a Maria. Carezza sulla fronte l’agonizzante e cerca di rianimarlo.

Maria piange piano, senza rumore, ma piange. I lacrimoni rotolano lungo le guance pallide sino sulla veste azzurro cupo e sembrano zaffiri lucenti.

Giuseppe si rianima alquanto e guarda fisso Gesù, gli dà la mano come per dirgli qualcosa e per avere, al contatto divino, forza nell’ultima prova. Gesù si china su quella mano e la bacia. Giuseppe sorride. Poi si volge a cercare con lo sguardo Maria e sorride anche a Lei. Maria si inginocchia presso il letto cercando di sorridere. Ma le riesce male e curva il capo. Giuseppe le mette la mano sul capo con una casta carezza che pare una benedizione.

Non si sente che lo svolazzio e il tubare dei colombi, il frusciare delle foglie, un chioccolio di acqua e, nella stanza, il respiro del morente.

Gesù gira intorno al letto, prende uno sgabello e fa sedere Maria chiamandola ancora e unicamente: «Mamma». Poi torna al suo posto e riprende nelle sue la mano di Giuseppe. È così vera la scena che io piango per la pena di Maria.

42.5 Poi Gesù, curvandosi sul morente, gli mormora un salmo. So che è un salmo, ma ora non posso dirle quale. Comincia così:

«“Proteggimi, o Signore, perché in Te ho posto la mia speranza…

A pro dei santi che sono nella terra di lui ha compiuto mirabilmente tutti i miei desideri…

Benedirò il Signore che mi dà consiglio…

Io tengo sempre dinnanzi a me il Signore. Egli mi sta alla destra perché io non vacilli.

Per questo si rallegra il mio cuore ed esulta la mia lingua, anche il mio corpo riposerà nella speranza.

Perché Tu non abbandonerai l’anima mia nel soggiorno dei morti, né permetterai che il tuo santo veda la corruzione.

Mi farai conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia colla tua faccia”».

Giuseppe si rianima tutto e con uno sguardo più vivo sorride a Gesù e gli stringe le dita.

Gesù risponde con un sorriso al sorriso e con una carezza alla stretta, e continua dolcemente, curvo sul suo padre putativo:

«“Quanto sono amabili i tuoi Tabernacoli, o Signore.

L’anima mia si consuma di desiderio verso gli atrii del Signore.

Anche il passero si trova una casa e la tortorella un nido per i suoi nati. Io desidero i tuoi altari, Signore.

Beati coloro che abitano la tua casa… Beato l’uomo che trova in Te la sua forza. Egli ha disposte nel suo cuore le ascensioni dalla valle delle lacrime al luogo eletto.

O Signore, ascolta la mia preghiera…

O Dio, volgi il tuo sguardo e mira la faccia del tuo Cri­sto…”».

Giuseppe con un singhiozzo guarda Gesù e fa il moto di parlare come per benedirlo. Ma non può. Si comprende che capisce, ma ha la parola impedita. È però felice e guarda con vivacità e fiducia il suo Gesù.

«“O Signore”», continua Gesù. «“Tu sei stato propizio alla tua terra, hai liberato dalla schiavitù Giacobbe…

Mostraci, o Signore, la tua misericordia e donaci il tuo Salvatore.

Voglio sentire quel che dice dentro di me il Signore Iddio. Certo Egli parlerà di pace al suo popolo per i suoi santi e per chi di cuore torna a Lui.

Sì, la tua salute è vicina… e la gloria abiterà sulla Terra… La bontà e la verità si sono incontrate, la giustizia e la pace si sono baciate. La verità è spuntata dalla Terra e la giustizia ha guardato dal Cielo.

Sì, il Signore si mostrerà benigno e la nostra terra darà il suo frutto. La giustizia camminerà dinnanzi a Lui e lascerà nella via le sue impronte”.

Tu l’hai vista quest’ora, padre, e per essa ti sei affaticato. Tu hai aiutato quest’ora a formarsi, e il Signore te ne darà premio. Io te lo dico», aggiunge Gesù asciugando una lacrima di gioia che scende lenta sulla guancia di Giuseppe.

Poi riprende:

«“O Signore, ricordati di Davide e di tutta la sua mansuetudine.

Come egli giurò al Signore: io non entrerò dentro alla mia casa, non salirò sul letto del mio riposo, non concederò sonno agli occhi miei, non riposo alle mie palpebre, non requie alle mie tempie finché non ho trovato un posto al Signore, una dimora per il Dio di Giacobbe…

Sorgi, o Signore, e vieni al tuo riposo, Tu e l’Arca della tua santità (Maria comprende e ha uno scoppio di pianto).

Sian rivestiti di giustizia i tuoi sacerdoti e faccian festa i tuoi santi.

Per amore di Davide tuo servo non negarci il volto del tuo Cristo.

Il Signore ha giurato a Davide la promessa e la manterrà: ‘Porrò sul tuo trono il frutto del tuo seno’.

Il Signore l’ha scelta a sua dimora…

Io farò fiorire la potenza di Davide preparando una fiaccola accesa per il mio Cristo”.

42.6 Grazie, padre mio, per Me e per la Madre. Tu mi sei stato padre giusto, e te ha posto l’Eterno a custodia del suo Cristo e della sua Arca. Tu fosti la fiaccola accesa per Lui, e per il Frutto del seno santo hai avuto viscere di carità. Va’ in pace, padre. La Vedova non sarà senza aiuto. Il Signore ha predisposto perché sola non sia. Vai sereno al tuo riposo. Io te lo dico».

Maria piange col volto curvo sulle coperte (sembrano mantelli) stese sul corpo di Giuseppe, che si raffredda. Gesù affretta i suoi conforti, perché l’anelito si fa più affannoso e lo sguardo torna a velarsi.

«“Felice l’uomo che teme il Signore e pone nei suoi comandamenti ogni diletto…

La giustizia di lui rimane nei secoli dei secoli.

Fra gli uomini retti sorge fra le tenebre come luce il misericordioso, il benigno, il giusto…

Il giusto sarà ricordato in eterno… La sua giustizia è eterna, la sua potenza si alzerà fino alla gloria…”.

Tu l’avrai questa gloria, padre. Presto verrò a trarti, coi Patriarchi che ti hanno preceduto, alla gloria che ti attende. Esulti il tuo spirito nella mia parola.

“Chi riposa nell’aiuto dell’Altissimo vive sotto la protezione del Dio del Cielo”.

Tu vi sei, padre mio.

“Egli mi liberò dal laccio dei cacciatori e dalle aspre parole.

Ti coprirà colle sue ali e sotto alle sue penne troverai rifugio.

La sua verità ti circonderà come scudo, non temerai i notturni spaventi…

Non si avvicinerà a te il male… perché ai suoi angeli ha dato l’ordine di custodirti in tutte le tue vie.

Ti porteranno sulle loro palme, affinché il tuo piede non urti nei sassi.

Camminerai sopra l’aspide e il basilisco e calpesterai il dragone e il leone.

Perché hai sperato nel Signore, Egli ti dice, o padre, che ti libererà e ti proteggerà.

Perché hai alzato a Lui la tua voce ti esaudirà, sarà teco nella tribolazione ultima, ti glorificherà dopo questa vita, facendoti vedere già da questa la sua Salvezza”, e nell’altra facendoti entrare, per la Salvezza che ora ti conforta e che presto, oh!, presto verrà, te lo ripeto, a cingerti di un abbraccio divino e a portarti Seco, alla testa di tutti i Patriarchi, là dove è preparata la dimora del Giusto di Dio che mi fu padre benedetto.

Precedimi per dire ai Patriarchi che la Salvezza è nel mondo e il Regno dei Cieli presto sarà a loro aperto. Va’, padre. La mia benedizione ti accompagni».

42.7 La voce di Gesù si è elevata per giungere alla mente di Giuseppe, che sprofonda nelle nebbie della morte. La fine è imminente. Il vecchio ansima a fatica. Maria lo carezza, Gesù si siede sulla sponda del lettuccio e cinge e attira a Sé il morente, che si accascia e si spegne senza sussulti.

La scena è piena di una pace solenne. Gesù riadagia il Patriarca e abbraccia Maria, che in ultimo si era avvicinata a Gesù nello strazio che la angosciava.

Dettaglio

Morte di San Giuseppe.

EMR 43.6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

43.6 Non ti prometto doni e consolazioni umane. Ti prometto le stesse consolazioni che ebbe Giuseppe: soprannaturali. Perché, lo sappiano tutti, i doni dei Magi, nell’usura che stringe alla gola un povero fuggiasco, dileguarono rapidi come il baleno per l’acquisto di un tetto e di quel minimo di masserizie necessarie alla vita, di quel cibo che era pur necessario e che solo da quel cespite venne, sinché non trovammo lavoro.

La comunità ebraica si è sempre molto aiutata. Ma la comunità raccolta in Egitto era quasi tutta composta di profughi perseguitati, poveri perciò come noi, che venivamo ad aggiungerci a loro. E un poco di quella ricchezza, che volevamo tenere per Gesù, per il nostro Gesù adulto, salvatasi dalle spese della sistemazione in Egitto, fu provvida per il ritorno e appena sufficiente a riorganizzare casa e laboratorio a Nazareth al nostro ritorno. Perché gli evi cambiano, ma l’avidità umana è sempre uguale, e dell’altrui bisogno se ne serve per succhiare la sua parte in maniera esosa.

No. L’aver con noi Gesù non ci procurò beni materiali. Molti di voi pretendono questo quando appena appena sono un poco uniti a Gesù. Dimenticano che Egli ha detto: “Cercate le cose dello spirito”. Tutto il resto è un sovrappiù. Dio provvede anche il cibo. Agli uomini come agli uccelli. Perché sa che di cibo avete bisogno sinché la carne è armatura intorno alla vostra anima. Ma chiedete prima la sua Grazia. Chiedete prima per lo spirito vostro. Il resto vi sarà dato per giunta.

EMR 44

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Dettaglio

Gesù si prepara a lasciare Nazareth. Maria è chiaramente angosciata. Suo Figlio mangia e, dopo aver preparato la borsa, Maria si isola per un momento. Gesù va da lei e si scopre che sta piangendo nella bottega di Giuseppe. Gesù le parla e vanno entrambi nel giardino, dove Gesù le dà le sue raccomandazioni. Poi recitano insieme il Padre Nostro, per appoggiarsi a Dio nell'ora della prova. Gesù se ne va, lasciando sua Madre a Nazareth.

Cristo fa un dettato e parla della sofferenza di Maria dopo la separazione da Cristo. Per un momento dice perché sta dando l'Opera e come dà le lezioni. Poi dichiara che questa visione vale per tutti coloro che devono subire una dolorosa rinuncia e lasciare la propria famiglia. Questa lezione è rivolta sia ai genitori che ai figli.

Maria ha sofferto il dolore di essere separata da suo Figlio, ma non si è ribellata alla volontà di Dio. Ha pianto - ma chi non avrebbe pianto quando ha intuito come avrebbe sofferto il proprio Figlio? Sapeva che i suoi parenti erano pieni di buon senso umano e che non avrebbero capito la partenza o la predicazione di Cristo. Sapeva che suo Figlio avrebbe incontrato ostilità durante il suo ministero. Anche lei ha pianto, sofferto e riparato per tutte le madri che devono separarsi dalla loro prole. Le lacrime della Madre e il Sangue di Gesù Cristo rafforzano coloro che devono dare prova di eroismo, e rafforzano in particolare le anime consacrate e le anime vittime.

Nell'ora della prova, Maria prega con Gesù. La sofferenza non le ha impedito di pregare, anzi. E Gesù ci dice che dobbiamo sempre pregare con lui, perché è Gesù che ci giustifica.

EMR 44.1-6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

44.1 Vedo l’interno della casa di Nazareth. Vedo una stanza, pare un tinello dove la Famiglia prenda i pasti e sosti nelle ore di riposo. È una stanzetta molto piccina e con una semplice tavola rettangolare contro una specie di cassapanca, addossata ad una parete. Questo è il sedile di un lato. Contro le altre pareti vi è un telaio e uno sgabello, e due altri sgabelli e una scansia con sopra dei lumi ad olio e altri oggetti. Una porta è aperta sull’orticello. Deve essere verso sera, perché non c’è altro che un ricordo di sole sulla cima di un alto albero, che appena verzica con le prime foglie.

Alla tavola è seduto Gesù. Mangia e Maria lo serve andando e venendo da una porticina, che suppongo conduca al posto dove è il focolare, del quale si vede il bagliore dalla porta socchiusa.

Gesù dice due o tre volte a Maria di sedere… e di mangiare Essa pure. Ma Lei non vuole, scuote il capo sorridendo mestamente e porta, dopo le verdure lessate, che mi pare abbiano il ruolo di minestra, dei pesci arrostiti e poi un formaggio piuttosto molle, come un pecorino fresco, di forma appallottolata come una di quelle pietre che si vedono nei torrenti, e delle ulive piccole e scure. Il pane, in piccole forme tonde (larghe quanto un piatto comune) e poco alto, è già sulla tavola. È piuttosto scuro, come non fosse privato del cruschello. Gesù ha davanti un’anfora con dell’acqua e una coppa. Mangia in silenzio, guardando la Mamma con doloroso amore.

Maria, lo si vede visibilmente, è in pena. Va, viene, per darsi un contegno. Accende, e vi è ancora luce sufficiente, una lucerna e la mette presso a Gesù, e nell’allungare il braccio carezza la testa del Figlio furtivamente, riapre una bisaccia, che mi pare di quelle stoffe tessute a mano di lana vergine e perciò impermeabile, color nocciola, vi fruga dentro, esce nell’orticello e va in fondo ad esso, in una specie di ripostiglio, ne esce con delle mele piuttosto vizze, certo conservate dall’estate, e le mette nella bisaccia, poi prende un pane e una formaggella e unisce anche questa, per quanto Gesù non voglia dicendo che basta ciò che ha.

Poi Maria si accosta alla tavola di nuovo, dal lato più stretto, alla sinistra di Gesù, e lo guarda mangiare. Se lo guarda con struggimento, con adorazione, con il volto ancor più pallido del solito e che la pena rende come invecchiato, con gli occhi più grandi per un’ombra che li segna, indizio di lacrime già versate. Sembrano anche più chiari del solito, come lavati dal pianto che è già nell’occhio, pronto a cadere. Due occhi dolorosi e stanchi.

44.2 Gesù, che mangia adagio e palesemente contro voglia, tanto per fare contenta la Madre, e che è pensieroso più del solito, alza il capo e la guarda. Incontra uno sguardo pieno di lacrime e curva il capo per lasciarla libera, limitandosi a prenderle la manina sottile che Ella tiene appoggiata all’orlo del tavolo. Gliela prende con la sinistra e se la porta alla guancia, vi appoggia sopra la guancia e ve la strofina un momento per sentire la carezza di quella povera manina che trema, e poi la bacia sul dorso con tanto amore e rispetto.

Vedo Maria che si porta la mano libera, la sinistra, alla bocca, come per soffocare un singhiozzo, e poi si asciuga con le dita un lacrimone che è traboccato dal ciglio e riga la guancia.

Gesù riprende a mangiare e Maria esce svelta svelta nell’orticello, dove è ormai poca luce, e scompare. Gesù appoggia il gomito sinistro sul tavolo, e sulla mano appoggia la fronte e si immerge nei suoi pensieri, smettendo di mangiare.

Poi ascolta e si alza. Esce anche Lui nell’orto e, dopo essersi guardato intorno, si dirige verso destra, rispetto al lato della casa, ed entra, per una spaccatura, in una parete rocciosa, dentro a quello che riconosco per il laboratorio del falegname, questa volta tutto ordinato, senza assi, senza trucioli, senza fuoco acceso. Vi è il bancone e gli utensili, tutti al loro posto, e basta.

Curva sul bancone, Maria piange. Sembra una bambina. Ha il capo sul braccio sinistro ripiegato e piange senza rumore, ma con molto dolore. Gesù entra piano e le si accosta così leggermente che Ella capisce che è lì solo quando il Figlio le posa la mano sulla testa china, chiamandola: «Mamma!» con voce di amoroso rimprovero.

Maria alza la testa e guarda Gesù fra un velo di pianto e si appoggia a Lui, con le due mani congiunte, contro al suo braccio destro. Gesù le asciuga il volto con un lembo della sua larga manica e poi l’abbraccia, tirandosela sul cuore e baciandola sulla fronte. Gesù è maestoso, sembra più virile del solito, e Maria sembra più bambina, fuorché nel volto che il dolore segna.

«Vieni, Mamma» le dice Gesù e, tenendola stretta a Sé col braccio destro, si incammina tornando nell’orto, dove si siede su un banco contro il muro della casa. L’orto è silenzioso e ormai oscuro. Vi è solo un bel chiaro di luna e la luce che esce dal tinello. La notte è serena.

44.3 Gesù parla a Maria. Non intendo in principio le parole appena mormorate, alle quali Maria assente col capo. Poi odo: «E fàtti venire le parenti. Non rimanere sola. Sarò più tranquillo, Madre, e tu sai se ho bisogno d’esser tranquillo per compiere la mia missione. Il mio amore non ti mancherà. Io verrò sovente e ti farò avvertire quando sarò in Galilea e non potrò venire a casa. Tu verrai da Me, allora. Mamma, quest’ora doveva venire. Si è iniziata qui, quando l’Angelo ti apparve; ora scocca e noi dobbiamo viverla, non è vero, Mamma? Dopo verrà la pace della prova superata e la gioia. Prima bisogna valicare questo deserto come gli antichi Padri per entrare nella Terra Promessa. Ma il Signore Iddio ci aiuterà come aiutò loro. E ci darà il suo aiuto come manna spirituale per nutrire il nostro spirito nello sforzo della prova. Diciamo insieme al Padre nostro…». E Gesù si alza e Maria con Lui e alzano il volto al cielo. Due ostie vive che lucono nell’oscurità.

Gesù dice lentamente, ma con voce chiara e scandendo le parole, la preghiera dominicale. Appoggia molto sulle frasi: «adveniat Regnum tuum, fiat voluntas tua» distanziando molto queste due frasi dalle altre. Prega con le braccia aperte, non proprio a croce, ma come stanno i sacerdoti quando si volgono a dire: «Dominus vobiscum». Maria tiene le mani congiunte.

44.4 Poi tornano in casa e Gesù, che non ho mai visto bere vino, versa in una coppa, da un’anfora presa sulla scansia, un poco di vino bianco e la porta sulla tavola, prende per mano Maria e la obbliga a sedersi vicino a Lui e a bere di quel vino, in cui intinge una fettina di pane che le fa mangiare. L’insistenza è tale che Maria cede. Gesù beve il rimanente vino. E poi si stringe la Mamma al fianco e se la tiene così, contro la persona, dalla parte del cuore. Né Gesù né Maria stanno sdraiati, ma seduti come noi. Non parlano più. Attendono. Maria carezza la mano destra di Gesù e le sue ginocchia. Gesù carezza Maria sul braccio e sul capo.

44.5 Poi Gesù si alza e Maria con Lui e si abbracciano e si baciano amorosamente più e più volte. Sembra che sempre si vogliano lasciare, ma Maria torna a stringere a sé la sua Creatura. È la Madonna, ma è una mamma infine, una mamma che si deve staccare dal suo figlio e che sa dove conduce quel distacco. Non mi si venga più a dire che Maria non ha sofferto. Prima lo credevo poco, ora più affatto.

Gesù prende il mantello (blu scuro) e se lo drappeggia sulle spalle e sul capo a cappuccio. Poi si passa a tracolla la bisaccia, di modo che non gli ostacoli il cammino. Maria lo aiuta e mai finisce di accomodargli la veste e il manto e il cappuccio, e intanto lo carezza ancora.

Gesù va verso l’uscio dopo avere tracciato un gesto di benedizione nella stanza. Maria lo segue e sull’uscio ormai aperto si baciano ancora.

44.6 La via è silenziosa e solitaria, bianca di luna. Gesù si incammina. Si volta ancora per due volte a guardare la Mamma, che è rimasta appoggiata allo stipite, più bianca della luna e tutta lucente di pianto silenzioso. Gesù si allontana sempre più per la viuzza bianca. Maria piange sempre contro la porta. Poi Gesù scompare ad una svolta della via.

È cominciato il suo cammino di Evangelizzatore, che terminerà al Golgota. Maria entra piangendo e chiude la porta. Anche per Lei è cominciato il cammino che la porterà al Golgota. E per noi…

Dettaglio

Gesù lascia Nazareth per iniziare la sua vita pubblica.

EMR 44.7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Dice Gesù:

«Questo è il quarto dolore di Maria Madre di Dio. Il primo, la presentazione al Tempio; il secondo, la fuga in Egitto; il terzo, la morte di Giuseppe; il quarto, il mio distacco da Lei.

Conoscendo il desiderio del Padre, ti ho detto ieri sera che affretterò la descrizione dei “nostri” dolori perché siano resi noti. Ma, come vedi, già ne erano stati illustrati di quelli di mia Madre. Ho spiegato prima la fuga che la presentazione, perché vi era bisogno di farlo in quel giorno. Io so. E tu comprendi e dirai il perché al Padre. A voce.

EMR 44.9-12

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

L’insegnamento che viene dalla contemplazione del mio distacco va specialmente ai genitori e ai figli, che la volontà di Dio chiama alla rinuncia reciproca per un più alto amore. In secondo luogo va a tutti coloro che si trovano di fronte ad una rinuncia penosa.

Quante ne trovate nella vita! Esse sono spine sulla Terra e trafiggenti il cuore, lo so. Ma a chi le accoglie con rassegnazione — badate, non dico: “a chi le desidera e le accoglie con gioia” (ciò è già perfezione); dico: “con rassegnazione” — si mutano in eterne rose. Ma pochi le accolgono con rassegnazione. Come asinelli restii, recalcitrate al volere del Padre e vi impuntate, se pur non cercate colpire con spirituali calci e morsi, ossia con ribellione e bestemmie al buon Dio.

44.10 E non dite: “Ma io non avevo che questo bene e Dio me l’ha tolto. Ma io non avevo che questo affetto e Dio me l’ha strappato”. Anche Maria, donna gentile, amorosa alla perfezione, perché nella Tutta Grazia anche le forme affettive e sensitive erano perfette, non aveva che un bene e un amore sulla Terra: il Figlio suo. Non le rimaneva che Quello. I genitori morti da tempo, Giuseppe morto da qualche anno. Non c’ero che Io per amarla e farle sentire che non era sola. I parenti, per cagione di Me, di cui non sapevano l’origine divina, le erano un poco ostili, come verso una mamma che non sa imporsi al figlio che esce dal comune buon senso, che rifiuta le nozze proposte, le quali potrebbero dare lustro alla famiglia, e aiuto anche.

I parenti, voce del senso comune, del senso umano — voi lo chiamate buon senso, ma non è che senso umano, ossia egoismo — avrebbero voluto queste pratiche svolte nella mia vita. In fondo c’era sempre la paura di dovere un giorno passare delle noie per causa mia, che già osavo mettere fuori delle idee troppo idealiste, secondo loro, le quali potevano urtare la sinagoga. La storia ebraica era piena di insegnamenti sulla sorte dei profeti. Non era una facile missione quella del profeta, e dava sovente morte allo stesso e noie al parentado. In fondo c’era sempre il pensiero di dovere, un giorno, occuparsi di mia Madre.

Perciò il vedere che Ella non mi ostacolava in nulla e pareva in continua adorazione davanti al Figlio, li urtava. Questo urto sarebbe poi cresciuto nei tre anni di ministero, sino a culminare nei rimproveri aperti quando mi raggiungevano in mezzo alle folle e si vergognavano della mia, secondo loro, mania di urtare le caste potenti. Rimprovero a Me e a Lei, povera Mamma!

44.11 Eppure Maria, che sapeva l’umore dei parenti — non tutti furono come Giacomo e Giuda e Simone, né come la loro madre Maria di Cleofa — e che prevedeva l’umore futuro, Maria, che sapeva la sua sorte durante quei tre anni e quella che l’attendeva alla fine degli stessi e la sorte mia, non recalcitrò come voi fate. Pianse. E chi non avrebbe pianto davanti ad una separazione da un figlio che l’amava come Io l’amavo, davanti alla prospettiva dei lunghi giorni, vuoti della mia presenza, nella casa solitaria, davanti al futuro del Figlio destinato a dare di cozzo contro il malanimo di chi era colpevole e che si vendicava d’esser colpevole offendendo l’Incolpevole sino ad ucciderlo?

Pianse perché era la Corredentrice e la Madre del genere umano rinato a Dio, e doveva piangere per tutte le mamme che non sanno fare, del loro dolore di madri, una corona di gloria eterna.

Quante madri nel mondo, a cui la morte svelle dalle braccia una creatura! Quante madri a cui un soprannaturale volere strappa dal fianco un figlio! Per tutte le sue figlie, come Madre dei cristiani, per tutte le sue sorelle, nel dolore di madre orbata, ha pianto Maria. E per tutti i figli che, nati da donna, sono destinati a divenire apostoli di Dio o martiri per amore di Dio, per fedeltà a Dio, o per ferocia umana.

44.12 Il mio Sangue e il pianto di mia Madre sono la mistura che fortifica questi segnati a eroica sorte, quella che annulla in loro le imperfezioni, o anche le colpe commesse dalla loro debolezza, dando, oltre al martirio, comunque subìto, la pace di Dio e, se sofferto per Dio, la gloria del Cielo.

Le trovano i missionari come fiamma che scalda nelle regioni dove la neve impera, le trovano come rugiada là dove il sole arde. Sono spremute dalla carità di Maria e sono sgorgate da un cuore di giglio. Hanno perciò, della carità verginale sposata all’Amore, il fuoco, e della verginale purezza la profumata frescura, simile a quella dell’acqua raccolta nel calice di un giglio dopo una notte rugiadosa.

Le trovano i consacrati in quel deserto che è la vita monastica bene intesa: deserto, perché non vive che l’unione con Dio, e ogni altro affetto cade divenendo unicamente carità soprannaturale: per i parenti, gli amici, i superiori, gli inferiori.

Le trovano i consacrati a Dio nel mondo, nel mondo che non li capisce e non li ama, deserto anche per questi, in cui essi vivono come fossero soli, tanto sono incompresi e derisi per amor mio.

Le trovano le mie care “vittime”, perché Maria è la prima delle vittime per amore di Gesù, ed alle sue seguaci Ella dà, con mano di Madre e di Medico, le sue lacrime che ristorano e inebbriano a più alto sacrificio.

Santo pianto della Madre mia!

Dettaglio

Gesù lascia Nazareth per iniziare la sua vita pubblica.

EMR 45

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Dettaglio

Giovanni battezza al Giordano. Maria lo sente predicare alla folla. Nel frattempo, Gesù arrivò in modo molto semplice, senza mostrarsi al suo Precursore. Ma il Precursore sembra intuire qualcosa e si volta verso il cugino. Subito va dal suo Signore e proclama che è l'Agnello di Dio. Tutto si svolse poi come racconta il Vangelo. Gesù fece poi un dettato, dicendo che Giovanni non aveva bisogno di segni. Tuttavia, ci fu una serie di manifestazioni cristologiche, in modo che la sua natura di Dio-Uomo non potesse essere negata dai suoi contemporanei.

EMR 49.5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Hai dei nipoti, Maestro?».

«Non ho che una Madre… Ma in Lei c’è la purezza, la sincerità, l’amore dei pargoli più santi, insieme alla sapienza, giustizia e fortezza degli adulti. Ho tutto in mia Madre, Giovanni».

«E l’hai lasciata?».

«Dio è sopra anche alla più santa delle madri».

«La conoscerò io?».

«La conoscerai».

«E mi amerà?».

«Ti amerà perché Ella ama chi ama il suo Gesù».

EMR 49.11

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

49.11 È il mio prediletto? Sì. Ma non ha anche questa somiglianza con Me? Puro, amoroso, ubbidiente, ma anche umile. Io mi specchiavo in lui e vedevo in lui le virtù mie. Lo amavo perciò come un secondo Me. Vedevo su lui lo sguardo del Padre che lo riconosceva un piccolo Cristo. E mia Madre mi diceva: “In lui io sento un secondo figlio. Mi par di vedere Te, riprodotto in un uomo”.

Oh! la Piena di Sapienza come ti ha conosciuto, o mio diletto! E i due azzurri dei vostri cuori di purezza si sono fusi in un unico velario per farmi protezione d’amore, e un solo amore sono divenuti, prima ancora che Io dessi la Madre a Giovanni e Giovanni alla Madre. S’erano amati perché s’erano riconosciuti simili: figli e fratelli del Padre e del Figlio.