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Note del tema

Il mistero della sofferenza. Il digiuno, il sacrificio e la penitenza

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EMR 24.8

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Troppo dolore mi date, o figli, dietro ai cui volti vedo apparire il Nemico, colui che si scaglia contro il mio Gesù. Troppo dolore! Vorrei esser per tutti la Sorgente della Grazia. Ma troppi fra voi la Grazia non la vogliono. Chiedete “grazie”, ma con l’anima priva di Grazia. E come può la Grazia soccorrervi se voi le siete nemici?

EMR 24.9

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Il grande mistero del Venerdì santo si approssima. Tutto nei templi lo ricorda e celebra. Ma occorre celebrarlo e ricordarlo nei vostri cuori e battersi il petto, come coloro che scendevano dal Golgota, e dire: “Costui è realmente il Figlio di Dio, il Salvatore”, e dire: “Gesù, per il tuo Nome, salvaci”, e dire: “Padre, perdonaci”. E dire infine: “Signore, io non son degno. Ma se Tu mi perdoni e vieni a me, la mia anima sarà guarita, ed io non voglio, no, non voglio più peccare, per non tornare ammalato e in odio a Te”.

Pregate, figli, con le parole del Figlio mio. Dite al Padre pei vostri nemici: “Padre, perdona loro”. Chiamate il Padre che si è ritirato sdegnato dei vostri errori: “Padre, Padre, perché mi hai Tu abbandonato? Io sono peccatore. Ma se Tu mi abbandoni, perirò. Torna, Padre santo, che io mi salvi”. Affidate, all’Unico che lo può conservare illeso dal demonio, il vostro eterno bene, lo spirito vostro: “Padre, nelle tue mani confido lo spirito mio”. Oh! che se umilmente e amorosamente cedete il vostro spirito a Dio, Egli ve lo conduce come un padre il suo piccino, né permette che nulla allo spirito vostro faccia male.

Gesù, nelle sue agonie, ha pregato per insegnarvi a pregare. Io ve lo ricordo in questi giorni di Passione.

Dettaglio

Quando Maria diede questo dettato, si avvicinava il Venerdì Santo.

EMR 25.9

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Il dubbio che è così pericoloso, letale allo spirito. Letale, perché è il primo agente della malattia mortale che ha nome “disperazione” e al quale si deve reagire con ogni forza, per non perire nell’anima e perdere Dio.

EMR 27.5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Richiamo (...) l’attenzione delle mogli su un punto. Troppe unioni si mutano in disunioni per colpa delle mogli, le quali non hanno quell’amore che è tutto — gentilezza, pietà, conforto — verso il marito. Sull’uomo non pesa la sofferenza fisica che grava sulla donna. Ma pesano tutte le preoccupazioni morali. Necessità di lavoro, decisioni da prendere, responsabilità davanti ai poteri costituiti e alla famiglia propria… oh! quante cose non pesano sull’uomo! E quanto ha bisogno anche lui di conforto! Ebbene, l’egoismo è tale che al marito stanco, sfiduciato, avvilito, preoccupato, la donna aggiunge il peso di inutili, e talora ingiusti, lamenti. Tutto questo perché è egoista. Non ama.

Amare non è soddisfare se stessi nel senso e nell’utile. Amare è soddisfare chi si ama, oltre il senso e l’utile, dando al suo spirito quell’aiuto di che ha bisogno per poter tenere aperte sempre l’ali nei cieli della speranza e della pace.

EMR 29.7-12

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

29.7 Io, Maria, ho redento la donna con la mia Maternità divina. Ma non fu che l’inizio della redenzione della donna, questo. Negandomi ad ogni umano sponsale col voto di verginità, avevo respinto ogni soddisfazione concupiscente meritando grazia da Dio. Ma non bastava ancora. Perché il peccato d’Eva era albero di quattro rami: superbia, avarizia, golosità, lussuria. E tutti e quattro andavano stroncati prima di sterilire l’albero dalle radici.

29.8 Umiliandomi sino al profondo, ho vinto la superbia.

Mi sono umiliata davanti a tutti. Non parlo della mia umiltà verso Dio. Questa è dovuta all’Altissimo da ogni creatura. L’ebbe il suo Verbo. La dovevo avere io, donna. Ma hai mai riflettuto quali umiliazioni dovetti subire, e senza difendermi in nessuna maniera, da parte degli uomini? Anche Giuseppe, che era giusto, mi aveva accusata nel suo cuore. Gli altri, che giusti non erano, avevano peccato di mormorazione verso il mio stato, e il rumore delle loro parole era venuto come onda amara a frangersi contro la mia umanità.

E furon le prime delle infinite umiliazioni che la mia vita di Madre di Gesù e del genere umano mi procurarono. Umiliazioni di povertà, umiliazioni di profuga, umiliazioni per rimproveri di parenti e amici che, non sapendo la verità, giudicavano debole il mio modo d’esser madre verso il mio Gesù fatto giovane uomo, umiliazioni nei tre anni del suo ministero, umiliazioni crudeli nell’ora del Calvario, umiliazioni fin nel dover riconoscere che non avevo di che comperare luogo e aromi per la sepoltura del Figlio mio.

29.9 Ho vinto l’avarizia dei Progenitori rinunciando in anticipo di tempo alla mia Creatura.

Una madre non rinuncia mai che forzatamente alla sua creatura. La chiedano al suo cuore la patria, l’amore di una sposa, o Dio stesso, ella recalcitra alla separazione. È naturale. Il figlio ci cresce in seno e non è mai reciso completamente il legame che tiene la sua persona congiunta alla nostra. Se anche è spezzato il canale del vitale ombelico, resta sempre un nervo che parte dal cuore della madre, un nervo spirituale e più vivo e sensibile di un nervo fisico, il quale si innesta nel cuore del figlio. E si sente stirare sino allo spasimo se l’amore di Dio o di una creatura, o le esigenze della patria, allontanano il figlio dalla madre. E si spezza lacerando il cuore se la morte strappa un figlio ad una madre.

Ed io ho rinunciato, dal momento che l’ho avuto, al Figlio mio. A Dio l’ho dato. A voi l’ho dato. Io, del Frutto del mio seno, me ne sono spogliata per riparare al furto di Eva del frutto di Dio.

29.10 Ho vinto la golosità, e del sapere e del godere, accettando di sapere unicamente ciò che Dio voleva sapessi, senza chiedere a me o a Lui più di quanto mi fosse detto. Ho creduto senza investigare. Ho vinto la golosità del godere, perché mi sono negata ogni sapore di senso. La mia carne l’ho messa sotto ai piedi. La carne, strumento di Satana, l’ho confinata con Satana sotto al mio calcagno per farmene scalino per avvicinarmi al Cielo. Il Cielo! La mia mèta. Là dove era Dio. L’unica mia fame. Fame che non è gola ma necessità benedetta da Dio, il quale vuole che appetiamo di Lui.

29.11 Ho vinto la lussuria, la quale è la golosità portata all’ingordigia. Perché ogni vizio non frenato conduce ad un vizio più grande. E la golosità di Eva, già riprovevole, la condusse alla lussuria. Non le bastò più il darsi soddisfazione da sola. Volle spingere il suo delitto ad una raffinata intensità, e conobbe e si fece maestra di lussuria al compagno. Io ho capovolto i termini e, in luogo di scendere, sono sempre salita. In luogo di far scendere, ho sempre attirato in alto, e del mio compagno, un onesto, ho fatto un angelo.

Ora che possedevo Iddio e con Lui le sue ricchezze infinite, mi sono affrettata a spogliarmene dicendo: “Ecco, sia fatta per Lui e da Lui la tua volontà”. Casto è colui che ha ritenutezza non solo di carne, ma anche di affetti e di pensieri. Io dovevo esser la Casta per annullare l’Impudica della carne, del cuore e della mente. E non uscii dal mio ritegno dicendo neppure del mio Figlio, unicamente mio sulla Terra come era unicamente di Dio in Cielo: “Questo è mio e lo voglio”.

29.12 Eppure non bastava ancora per ottenere alla donna la pace perduta da Eva. Quella ve la ottenni ai piedi della Croce. Nel veder morire Quello che tu hai visto nascere. Nel sentirmi strappare le viscere al grido della mia Creatura che moriva, sono rimasta vuota di ogni femminismo: non più carne ma angelo. Maria, la Vergine sposata allo Spirito, morì in quel momento. Rimase la Madre della Grazia, quella che vi ha dal suo tormento generata la Grazia e ve l’ha data. La femmina che avevo riconsacrata donna la notte del Natale, ai piedi della Croce acquistò i mezzi di divenire creatura dei Cieli.

Questo ho fatto io per voi, negandomi ogni soddisfazione anche santa. Di voi, ridotte da Eva femmine non superiori alle compagne degli animali, ho fatto, sol che lo vogliate, le sante di Dio. Sono ascesa per voi. Come feci con Giuseppe, vi ho portate più in alto. La roccia del Calvario è il mio monte degli Ulivi. Da lì presi il balzo per portare ai Cieli l’anima risantificata della donna insieme alla mia carne, glorificata per aver portato il Verbo di Dio e annullato in me anche l’ultima traccia di Eva, l’ultima radice di quell’albero dai quattro venefici rami e dalla radice confitta nel senso, che aveva trascinato alla caduta l’umanità e che fino alla fine dei secoli e all’ultima donna vi morderà le viscere. Da là, dove ora splendo nel raggio dell’Amore, io vi chiamo e vi indico la Medicina per vincere voi stesse: la Grazia del mio Signore e il Sangue del Figlio mio.