L’infanzia, la fanciullezza, l’adolescenza e la gioventù del Figlio mio hanno solo brevi tratti nel quadro vasto della sua vita descritto dai Vangeli. In essi Egli è il Maestro. Qui è l’Uomo. È il Dio che si umilia per amore dell’uomo.
43.2 E che pure opera miracoli anche nell’annichilimento di una vita comune. Li opera in me, che sento portata alla perfezione la mia anima a contatto col Figlio che mi cresce in seno. Li opera nella casa di Zaccaria santificando il Battista, aiutando il travaglio di Elisabetta, rendendo parola e fede a Zaccaria. Li opera in Giuseppe, aprendogli lo spirito alla luce di una verità talmente eccelsa che egli non la poteva da solo comprendere, nonostante fosse un giusto.
43.3 E, dopo di me, il più letificato da questa pioggia di divini benefizi è Giuseppe.
Osserva quanto cammino fa, spirituale cammino, da quando viene nella mia casa sino al momento della fuga in Egitto. All’inizio non era che un uomo giusto del suo tempo. Poi, per fasi successive, diviene il giusto del tempo cristiano. Acquista la fede nel Cristo e si abbandona a questa fede sicura, tanto che dalla frase detta all’inizio del viaggio da Nazareth a Betlem: “Come faremo?”, frase in cui vi è tutto l’uomo che si disvela coi suoi timori umani e le sue umane preoccupazioni, passa alla speranza. Nella grotta, avanti la nascita, dice: “Domani andrà meglio”. Gesù che si avvicina lo fortifica già con questa speranza, che fra i doni di Dio è uno dei più belli. E da questa speranza, quando il contatto con Gesù lo santifica, passa all’ardimento. Si è sempre lasciato dirigere da me, per il rispetto venerabondo che per me nutriva. Ora dirige lui e le cose materiali e quelle superiori, e decide, da capo della Famiglia, quanto vi è da decidere. Non solo, ma nell’ora penosa della fuga, dopo che mesi di unione col Figlio divino lo hanno saturato di santità, è lui che conforta il mio penare e mi dice: “Anche non dovessimo avere più niente, avremo sempre tutto perché avremo Lui”.