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Note del tema

La Chiesa cattolica

Pagina 24 di 274

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EMR 25.6-7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

25.6 Giuseppe rientra in casa con Maria, che riprende il suo posto nell’angolo semioscuro. «Se non ti spiace viaggiare di notte, io proporrei di partire al tramonto. Il caldo è forte nel giorno. La notte invece è fresca e quieta. Dico per te, per non farti prendere troppo sole. Per me è cosa da nulla stare sotto al solleone. Ma tu…».

«Come vuoi, Giuseppe. Credo io pure che sia bene andare di notte».

«La casa è tutta in ordine. E l’orticello. Vedrai che bei fiori! Giungi in tempo per vederli tutti fiorire. Il melo, il fico e la vite sono carichi di frutti come non mai, e il melograno ho dovuto sorreggerlo, tanto ha i rami carichi di frutti così già formati che mai si vide esser tali di questo tempo. L’ulivo, poi… Avrai olio in abbondanza. Ha fatto una fiorita miracolosa e non si è perso un fiore. Tutti sono già piccole ulive. Quando saranno mature, la pianta sembrerà piena di scure perle. Non c’è che il tuo orto così bello in tutta Nazareth. Anche i parenti ne sono stupiti. E Alfeo dice che questo è un prodigio».

«Le tue cure lo hanno creato».

«Oh! no! Povero uomo! Che devo aver fatto io? Un poco di cura alle piante ed un poco d’acqua ai fiori… Sai? Ti ho fatto una fonte in fondo, presso la grotta, e vi ho messo una vasca. Così non avrai ad uscire per aver l’acqua. L’ho condotta da quella sorgente che sta sopra all’uliveto di Mattia. È pura e abbondante. Un piccolo rivolo l’ho condotto a te. Ho fatto un piccolo canale ben coperto, e ora viene e canta come un’arpa. Mi doleva che tu andassi alla fonte del paese e ne tornassi carica delle anfore piene d’acqua».

«Grazie, Giuseppe. Tu sei buono!».

I due sposi tacciono, ora, come stanchi. E Giuseppe sonnecchia anche. Maria prega.

25.7 Viene la sera. Gli ospiti insistono perché prima di mettersi in viaggio i due mangino ancora. Giuseppe mangia infatti pane e pesce. Maria solo frutta e latte.

Poi partono. Montano sui loro ciuchini. Giuseppe ha legato sul suo, come nel venire, il cofano di Maria, e prima che Ella monti sul somarello osserva che la sella sia ben sicura. Vedo che Giuseppe osserva Maria quando monta in sella. Ma non dice nulla.

Il viaggio ha inizio sotto le prime stelle che cominciano a palpitare in cielo. Si affrettano alle porte per giungervi avanti che siano chiuse, forse. Quando escono da Gerusalemme e prendono la via maestra che va verso la Galilea, le stelle gremiscono ormai tutto il cielo sereno. E un grande silenzio è per la campagna. Solo si sente cantare qualche usignolo e il battere degli zoccoli dei due asinelli sul terreno duro della via arsa dall’estate.

EMR 25.10

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Voglio lo amiate il mio Giuseppe, questo saggio e prudente, questo paziente e buono, che non è separato dal mistero della Redenzione, ma sibbene è ad esso intimamente connesso, perché consumò il dolore per esso e se stesso per esso, salvandovi il Salvatore a costo del suo sacrificio e della sua santità.

Dettaglio

Marie dice:

EMR 25.10

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Giuseppe era santo. Il suo spirito puro viveva in Dio. La carità era in lui accesa e forte. E per la carità vi salvò il Salvatore, tanto quando non mi accusò agli anziani, quanto quando, lasciando tutto con pronta ubbidienza, salvò Gesù in Egitto.

EMR 25.11

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Chiusa nella mia casa, sola, nella casa dove tutto mi ricordava l’Annuncio e l’Incarnazione, e dove tutto mi ricordava Giuseppe a me sposato in una illibata verginità, io ho dovuto resistere allo sconforto, alle insinuazioni di Satana e sperare, sperare, sperare. E pregare, pregare, pregare. E perdonare, perdonare, perdonare al sospetto di Giuseppe, al suo sommovimento di giusto sdegno.

Dettaglio

Maria parla del momento in cui Giuseppe si rende conto che è madre. In questo passaggio, ricorda la realtà della sua verginità e dell'Incarnazione.

EMR 26

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Dettaglio

Titolo del capitolo: Giuseppe chiede perdono a Maria. Fede, carità e umiltà per accogliere Dio.

Data della visione e della dettatura: mercoledì 31 maggio 1944

Calendario: sabato 17 agosto dell'anno -5

Luogo (mappa) : Nazareth

Ciclo: Nascita e infanzia di Gesù

Sintesi: Maria è sola nella sua casa di Nazareth. È sola, in preghiera, finché non bussa alla porta: è Giuseppe. Egli viene a chiederle perdono e la Vergine risponde che non ha nulla da perdonargli. Ma il marito le risponde che sapeva che era incinta dell'Emmanuele e che aveva sbagliato a non lasciarle spiegare. Aveva agito senza consultarla prima e lo considerava un insulto alla moglie. Le chiede quindi perdono e il falegname le rivela tutta la sofferenza dei suoi ultimi giorni. Le chiede perché non gli abbia rivelato il suo segreto e Maria risponde che se la sua umiltà non fosse stata così perfetta, non le sarebbe stata concessa la grazia di essere la Madre del Salvatore. Comunque sia, Giuseppe propose di celebrare le nozze il prima possibile e di iniziare a pianificare la venuta di Gesù. Egli è sconvolto al pensiero di ricevere il suo Dio nella sua casa, ma Maria lo rassicura e gli parla della loro gioia di essere i genitori del Redentore.

La Madonna fa poi un dettato e commenta questo episodio. Parla poi delle condizioni essenziali per piacere a Dio e averlo nel cuore: la fede, la carità e l'umiltà assoluta. Inoltre, la Madre ci incoraggia a rimanere nascosti e a lasciare al Signore il compito di proclamarci suoi servi, come Maria che lo lasciò agire come voleva quando era incinta dello Spirito Santo.

Contenuto del capitolo: 26,1: Vedere Maria. 26,2: Maria si nasconde all'ombra di un melo. 26,3: Giuseppe arriva e si scusa per aver sospettato di lei. 26.4: Maria non ha fatto altro che obbedire a Dio. 26.5: Le nozze avranno luogo la settimana successiva. 26.6: Ero pallida perché soffrivo per il dolore di Giuseppe. 26.7: L'umiltà al massimo, come colui che portavo in grembo. 26.8: Le condizioni per piacere e ricevere Dio. 26.9: Lasciate che sia il Signore a proclamarvi suoi servi.

EMR 26.3-5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

26.3 Maria sobbalza per un picchio dato risolutamente all’uscio di casa. Posa conocchia e fuso e si alza per andare ad aprire. Per quanto l’abito sia sciolto e ampio, non riesce a nascondere completamente la rotondità del suo bacino.

Si trova di fronte Giuseppe. Maria impallidisce anche nelle labbra. Ora il suo viso pare un’ostia, tanto è esangue. Maria guarda con occhio che interroga mestamente. Giuseppe guarda con occhio che pare supplichi. Tacciono, guardandosi. Poi Maria apre la bocca: «A quest’ora, Giuseppe? Hai bisogno di qualche cosa? Che vuoi dirmi? Vieni».

Giuseppe entra e chiude la porta. Non parla ancora.

«Parla, Giuseppe. Che vuoi da me?».

«Il tuo perdono». Giuseppe si curva come volesse inginocchiarsi. Ma Maria, sempre così riservata nel toccarlo, lo afferra per le spalle risolutamente e glielo impedisce.

Il colore va e viene dal volto di Maria, che ora è tutta rossa e ora di neve come prima. «Il mio perdono? Non ho nulla da perdonarti, Giuseppe. Non devo che ringraziarti ancora per tutto quanto hai fatto qui dentro in mia assenza e per l’amore che mi porti».

Giuseppe la guarda, e vedo due grossi goccioloni formarsi nell’incavo del suo occhio profondo, stare lì come sull’orlo di un vaso e poi rotolare giù sulle guance e sulla barba. «Perdono, Maria. Ho diffidato di te. Ora so. Sono indegno di avere tanto tesoro. Ho mancato di carità, ti ho accusata nel mio cuore, ti ho accusata senza giustizia perché non ti avevo chiesto la verità. Ho mancato verso la legge di Dio non amandoti come mi sarei amato…».

«Oh! no! Non hai mancato!».

«Sì, Maria. Se fossi stato accusato di un tal delitto, mi sarei difeso. Tu… Non concedevo a te di difenderti, perché stavo per prendere delle decisioni senza interrogarti. Ho mancato verso te recandoti l’offesa di un sospetto. Anche solo un sospetto è offesa, Maria. Chi sospetta non conosce. Io non ti ho conosciuta come dovevo. Ma per il dolore che ho patito,… tre giorni di supplizio, perdonami, Maria».

«Non ho nulla da perdonarti. Ma, anzi, io ti chiedo perdono per il dolore che ti ho dato».

«Oh! sì, che fu dolore! Che dolore! Guarda, stamane mi hanno detto che sulle tempie sono canuto e sul viso ho rughe.

Più di dieci anni di vita sono stati questi giorni!

26.4 Ma perché, Maria, sei stata tanto umile da tacere, a me, tuo sposo, la tua gloria, e permettere che io sospettassi di te?».

Giuseppe non è in ginocchio, ma sta così curvo che è come lo fosse, e Maria gli posa la manina sul capo e sorride. Pare lo assolva. E dice: «Se non lo fossi stata in maniera perfetta, non avrei meritato di concepire l’Atteso, che viene ad annullare la colpa di superbia che ha rovinato l’uomo. E poi ho ubbidito… Dio mi ha chiesto questa ubbidienza. Mi è costata tanto… per te, per il dolore che te ne sarebbe venuto. Ma non dovevo che ubbidire. Sono l’Ancella di Dio, e i servi non discutono gli ordini che ricevono. Li eseguiscono, Giuseppe, anche se fanno piangere sangue».

Maria piange quietamente mentre dice questo. Tanto quietamente che Giuseppe, curvo come è, non se ne avvede sinché una lacrima non cade al suolo. Allora alza il capo e — è la prima volta che gli vedo fare questo gesto — stringe le manine di Maria nelle sue brune e forti e bacia la punta di quelle rosee dita sottili, che spuntano come tanti bocci di pesco dall’anello delle mani di Giuseppe.

26.5 «Ora bisognerà provvedere perché…». Giuseppe non dice di più, ma guarda il corpo di Maria, e Lei diviene di porpora e si siede di colpo per non rimanere così esposta, nelle sue forme, allo sguardo che l’osserva. «Bisognerà fare presto. Io verrò qui… Compiremo il matrimonio… Nell’entrante settimana. Va bene?».

«Tutto quanto tu fai va bene, Giuseppe. Tu sei il capo di casa, io la tua serva».

«No. Io sono il tuo servo. Io sono il beato servo del mio Signore che ti cresce in seno. Tu benedetta fra tutte le donne d’Israele. Questa sera avviserò i parenti. E dopo… quando sarò qui lavoreremo per preparare tutto a ricevere… Oh! come potrò ricevere nella mia casa Dio? Nelle mie braccia Dio? Io ne morrò di gioia!… Io non potrò mai osare di toccarlo!…».

«Tu lo potrai, come io lo potrò, per grazia di Dio».

«Ma tu sei tu. Io sono un povero uomo, il più povero dei figli di Dio!…».

«Gesù viene per noi, poveri, per farci ricchi in Dio, viene a noi due perché siamo i più poveri e riconosciamo di esserlo. Giubila, Giuseppe. La stirpe di Davide ha il Re atteso e la nostra casa diviene più fastosa della reggia di Salomone, perché qui sarà il Cielo e noi divideremo con Dio il segreto di pace che più tardi gli uomini sapranno. Crescerà fra noi, e le nostre braccia saranno cuna al Redentore che cresce, e le nostre fatiche gli daranno un pane… Oh! Giuseppe! Sentiremo la voce di Dio chiamarci “padre e Madre!”. Oh!…».

Maria piange di gioia. Un pianto così felice! E Giuseppe inginocchiato, ora, ai suoi piedi, piange col capo quasi nascosto nell’ampia veste di Maria, che le fa una caduta di pieghe sui poveri mattoni della stanzetta.

La visione cessa qui.

EMR 26.6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Dice Maria:

«Nessuno interpreti in modo errato il mio pallore. Non era dato da paura umana. Umanamente mi sarei dovuta attendere la lapidazione. Ma non temevo per questo. Soffrivo per il dolore di Giuseppe. Anche il pensiero che egli mi accusasse, non mi turbava per me stessa. Soltanto mi spiaceva che egli potesse, insistendo nell’accusa, mancare alla carità. Quando lo vidi, il sangue mi andò tutto al cuore per questo. Era il momento in cui un giusto avrebbe potuto offendere la Giustizia, offendendo la Carità. E che un giusto mancasse, egli che non mancava mai, mi avrebbe dato dolore sommo.»