EMR 62.3
L’Evangelo come mi è stato rivelato
Citazione
Io sono l’Amore, la Luce, la Salute tutti i giorni della settimana.
Note del tema
Comfort di lettura
EMR 62.3
Io sono l’Amore, la Luce, la Salute tutti i giorni della settimana.
EMR 62.3
62.3 Volevate qualche cosa da Me, che mi avete cercato?».
«No, Maestro. Ma vi sono molti che vogliono tanto da Te. C’era già gente che veniva verso Cafarnao, ed erano poveri, malati, persone addolorate, uomini di buona volontà col desiderio di istruirsi. Abbiamo detto, poiché ci chiedevano di Te: “Il Maestro è stanco e dorme. Andatevene. Venite il prossimo sabato”».
«No, Simone. Questo non va detto. Non c’è solo un giorno per la pietà. Io sono l’Amore, la Luce, la Salute tutti i giorni della settimana».
«Ma… ma finora hai parlato solo al sabato».
«Perché ero ancora ignoto. Ma, mano mano che sarò noto, ogni giorno sarà di effusione di Grazia e di grazie. In verità ti dico che verrà un tempo che anche lo spazio di tempo che è concesso al passero per riposare su un ramo a saziarsi di granelli non sarà lasciato al Figlio dell’uomo per il suo riposo ed il suo pasto».
«Ma allora ti ammalerai! Noi non lo permetteremo. Non deve la tua bontà renderti infelice».
«E tu credi che Io possa esser reso infelice da questo? Oh! Ma se tutto il mondo venisse a Me per udirmi, per piangere i suoi peccati ed i suoi dolori sul mio cuore, per esser guarito nell’anima e nel corpo, ed Io mi consumassi nel parlargli, nel perdonarlo, nell’effondere il mio potere, allora sarei tanto felice, Pietro, da non rimpiangere neppur più il Cielo nel quale ero nel Padre!»
EMR 62.3
Oh! Ma se tutto il mondo venisse a Me per udirmi, per piangere i suoi peccati ed i suoi dolori sul mio cuore, per esser guarito nell’anima e nel corpo, ed Io mi consumassi nel parlargli, nel perdonarlo, nell’effondere il mio potere, allora sarei tanto felice, Pietro, da non rimpiangere neppur più il Cielo nel quale ero nel Padre!
EMR 63
Samuele, il gobbo guarito in EMV 61, viene a trovare un lebbroso, Abele, che è all'ultimo stadio della malattia. È una rovina, un relitto umano. Samuele, però, non ha paura e viene a portargli delle provviste. Mentre lo fa, gli parla di Cristo, il Messia, e infonde speranza nel compagno. Il ragazzo ha fede e accetta di rimanere nel bosco ad aspettare il Salvatore. Samuele, da parte sua, va incontro a Gesù e lo conduce da Abele. Gesù lo guarisce e i due uomini sono felicissimi.
EMR 63.1-5
63.1 Con una precisione da fotografia perfetta ho davanti alla vista spirituale, da stamane prima ancor che fosse l’alba, un povero lebbroso.
Questo è veramente un rudere di uomo. Non saprei dire che età ha, tanto è devastato dal male. Scheletrito, seminudo, mostra il suo corpo ridotto allo stato di una mummia corrosa, dalle mani e dai piedi contorti e mancanti di parti, di modo che quelle povere estremità non paiono neppur più di uomo. Le mani, artigliate e contorte, hanno della zampa di qualche mostro alato, i piedi paiono quasi zoccoli di bove, tanto sono mozzi e sfigurati.
La testa poi!… Io credo che uno rimasto insepolto, e che divenga mummificato dal sole e dal vento, sia simile nel capo a questo capo. Pochi superstiti ciuffetti di capelli, sparsi qua e là, appiccicati alla cute giallastra e crostosa come per polvere seccata su un teschio, occhi appena socchiusi e incavatissimi, labbra e naso sbocconcellati dal male mostrano già le cartilagini e le gengive, le orecchie sono due embrionali ruderi di padiglione, e su tutto è stesa una pelle incartapecorita, gialla come certi caolini, sotto la quale bucano le ossa. Pare abbia ufficio di tenere radunate queste povere ossa entro il suo lurido sacco, tutto frinzelli di cicatrici o lacerazioni di piaghe putride. Una rovina!
Penso proprio ad una Morte che sia vagante per la Terra e ricoperta da una pelle incartapecorita sullo scheletro, avvolta in un lurido manto tutto a brandelli, e avente in mano non la falce, ma un nodoso bastone, certo strappato a qualche albero.
È sulla soglia di una spelonca fuori mano, una vera spelonca, tanto diruta che non posso dire se in origine era un sepolcro, o un capanno per boscaioli, o l’avanzo di qualche casa distrutta. Guarda verso la via, lontana un cento e più metri dal suo antro, una via maestra polverosa e ancora piena di sole. Nessuno è sulla via. A perdita d’occhio, sole, polvere e solitudine sulla via. Molto più su, a nord-ovest, vi deve essere un paese o città. Vedo le prime case. Sarà lontana almeno un chilometro.
Il lebbroso guarda e sospira. Poi prende una ciotola sbocconcellata e la riempie ad un rigagnolo. Beve. Si addentra in un groviglio di rovi, dietro all’antro, si curva, strappa al suolo dei radicchi selvatici. Torna al rigagnolo, li monda dalla polvere più grossa con l’acqua scarsa del rio e se li mangia piano, portandoli a fatica alla bocca con le mani rovinate. Devono esser duri come stecchi. Stenta a masticarli e molti li sputa senza poterli inghiottire, nonostante cerchi di aiutarsi bevendo sorsi d’acqua.
63.2 «Dove sei, Abele?», grida una voce.
Il lebbroso si scuote, ha un che sulle labbra che potrebbe essere un sorriso. Ma sono così mal ridotte quelle labbra che è informe anche questa larva di sorriso. Risponde con una voce strana, stridula (mi fa pensare al grido di certi pennuti di cui ignoro l’esatto nome): «Qui sono! Non credevo più che tu venissi. Pensavo ti fosse accaduto del male, ero triste… Se mi manchi anche tu, che resta al povero Abele?». Nel dire così, cammina verso la via, finché può secondo la Legge, si vede, perché a mezza distanza si ferma.
Sulla via viene avanti un uomo che quasi corre, tanto va lesto.
«Ma sei proprio tu, Samuele? Oh! se non sei tu che attendo, chiunque tu sia, non farmi del male!».
«Sono io, Abele, proprio io. E sano. Guarda come corro. Sono in ritardo, lo so. E ne avevo pena per te. Ma quando saprai… oh! tu sarai felice. E qui ho non solo i soliti tozzi di pane. Ma una intera pagnotta fresca e buona, tutta per te, e ho anche del buon pesce e un formaggio. Tutto per te. Voglio tu faccia festa, mio povero amico, per prepararti alla festa più grande».
«Ma come sei tanto ricco? Io non capisco…».
«Ora ti dirò».
«E sano. Non sembri più tu!».
63.3 «Senti, dunque. Ho saputo che a Cafarnao era quel Rabbi che è santo, e sono andato…».
«Fermati, fermati! Sono infetto».
«Oh! non importa! Non ho più paura di niente». L’uomo, che non è altro che il povero rattratto guarito e beneficato da Gesù nell’orto della suocera di Pietro, è infatti giunto col suo passo veloce a pochi passi dal lebbroso. Ha parlato camminando e ridendo felice.
Ma il lebbroso dice ancora: «Fermati, in nome di Dio. Se ti vede qualcuno…».
«Mi fermo. Guarda, metto qui le provviste. Mangia, mentre io parlo». Pone su un grosso sasso un fagottello e lo apre. Poi si ritrae qualche passo, mentre il lebbroso si avanza e si getta sul cibo inusato.
«Oh! quanto è che non mangiavo così! Come è buono! E pensare che pensavo che sarei andato al riposo a stomaco vuoto. Non un pietoso oggi… e tu neppure… Mi ero masticato dei radicchi…».
«Povero Abele! Lo pensavo. Ma dicevo: “Bene. Ora sarà triste. Ma poi sarà felice!”».
«Felice, sì, per questo buon cibo. Ma poi…».
«No! Sarai felice per sempre».
Il lebbroso scuote il capo.
«Senti, Abele. Se tu puoi aver fede, sarai felice».
«Ma fede in chi?».
«Nel Rabbi. Nel Rabbi che ha guarito me».
«Ma io sono lebbroso e all’ultimo punto! Come può guarirmi?».
«Oh! Lo può. È santo».
«Sì, anche Eliseo guarì Naaman lebbroso… Lo so… Ma io… Io non posso andare al Giordano».
«Tu sarai guarito senza bisogno d’acqua. Ascolta: questo Rabbi è il Messia, capisci? Il Messia! Il Figlio di Dio è. E guarisce tutti quelli che hanno fede. Dice: “Voglio” e i demoni scappano, e le membra si raddrizzano, e gli occhi ciechi vedono».
«Oh! se avrei fede, io! Ma come posso vedere il Messia?».
«Ecco… sono venuto per questo. Egli è là, in quel paese. So dove è questa sera. Se vuoi… Io ho detto: “Lo dico ad Abele, e se Abele sente di aver fede lo conduco al Maestro”».
«Sei pazzo, Samuele? Se mi avvicino alle case sarò lapidato».
«Non nelle case. La sera sta per scendere. Ti condurrò sino a quel boschetto e poi andrò a chiamare il Maestro. Te lo condurrò…».
«Va’, va’ subito! Vengo da me sino a quel punto. Camminerò nel fossato, fra la siepe, ma tu va’, va’… Oh! va’, amico buono! Se sapessi cosa è aver questo male! E cosa è sperare di guarire!…». Il lebbroso non si cura neppur più del cibo. Piange e gestisce implorando l’amico.
«Vado, e tu vieni». L’ex-rattratto va via di corsa.
63.4 Abele scende a fatica nel fosso che costeggia la via, tutto pieno di cespugli cresciuti nel fondo asciutto. Vi è appena al centro un filo d’acqua. La sera scende mentre l’infelice scivola fra le macchie dei cespugli, sempre all’erta se ode un passo. Due volte si appiatta nel fondo: la prima per un cavaliere che percorre al trotto la via, la seconda per tre uomini carichi di fieno, diretti al paese. Poi prosegue.
Ma prima di lui giunge al boschetto Gesù con Samuele. «Fra poco sarà qui. Va lento per le piaghe. Abbi pazienza».
«Non ho fretta».
«Lo guarirai?».
«Ha fede?».
«Oh!… moriva di fame, vedeva quel cibo dopo anni di astinenza, eppure ha lasciato tutto dopo pochi bocconi per correre qui».
«Come lo hai conosciuto?».
«Sai… vivevo di elemosina dopo la mia sventura e percorrevo le vie per andare da un luogo all’altro. Di qui passavo ogni sette giorni e avevo conosciuto quel poverello… un giorno in cui, costretto dalla fame, si era spinto, sotto un temporale da mettere in fuga i lupi, sin sulla via del paese, in cerca di qualcosa. Frugava fra le immondizie come un cane. Io avevo del pane secco nella bisaccia, obolo di persone buone, e ho fatto a mezzo con lui. Da allora siamo amici e ogni settimana lo rifornisco. Con quel che ho… Se ho molto, molto; se poco, poco. Faccio quel che posso come mi fosse un fratello. È dalla sera che mi hai guarito, benedetto Tu sia, che penso a lui… e a Te».
«Sei buono, Samuele; per questo la grazia ti ha visitato. Chi ama merita tutto da Dio.
63.5 Ma ecco là qualcosa fra le frasche…».
«Sei tu, Abele?».
«Sono io».
«Vieni. Il Maestro ti attende qui, sotto il noce».
Il lebbroso emerge dal fosso e monta sulla sponda, la valica, si addentra nel prato. Gesù, col dorso addossato ad un altissimo noce, lo attende.
«Maestro, Messia, Santo, pietà di me!», e si butta tutto fra l’erba, ai piedi di Gesù. Col volto al suolo dice ancora: «O Signore mio! Se Tu vuoi, Tu puoi mondarmi!». E poi osa alzarsi sui ginocchi e tende le braccia scheletrite, dalle mani contorte, e tende il volto ossuto, devastato… Le lacrime scendono dalle orbite malate alle labbra corrose.
Gesù lo guarda con tanta pietà. Guarda questa larva d’uomo che il male orrendo divora, e che solo una vera carità può sopportare vicino, tanto è ripugnante e maleodorante. Eppure ecco che Gesù tende una mano, la sua bella, sana mano destra, come per carezzare il poveretto.
Questo, senza alzarsi, si butta però indietro, sui calcagni, e grida: «Non mi toccare! Pietà di Te!».
Ma Gesù fa un passo avanti. Solenne, buono, soave, posa le sue dita sulla testa mangiata dalla lebbra e dice, con voce piana, tutta amore eppure piena di imperio: «Lo voglio! Sii mondato!». La mano rimane per qualche minuto sulla povera testa. «Alzati. Vai dal sacerdote. Compi quanto la Legge prescrive. E non dire quanto ti ho fatto. Ma solo sii buono. Non peccare mai più. Ti benedico».
«Oh! Signore! Abele! Ma tu sei tutto sano!». Samuele, che vede la metamorfosi dell’amico, grida di gioia.
«Sì. È sano. Lo ha meritato per la sua fede. Addio. La pace sia con te».
«Maestro! Maestro! Maestro! Io non ti lascio! Io non ti posso lasciare!».
«Fai quanto vuole la Legge. Poi ci vedremo ancora. Per la seconda volta sia su te la mia benedizione».
Gesù si avvia facendo cenno a Samuele di restare. E i due amici piangono di gioia, mentre alla luce di un quarto di luna tornano alla spelonca per l’ultima sosta in quella tana di sventura.
La visione cessa così.
Guarigione di un lebbroso.
Samuele arriva in 63,2. Il miracolo ha luogo in 63,4. Per comprendere appieno il contesto, è bene rileggere MTS 61,3 e tutto MTS 62.
Vangelo di Marco 1, 40-45
Mc 1, 40-45 : Un lebbroso si avvicinò a lui, lo pregò, cadde in ginocchio e disse: "Se vuoi, puoi farmi diventare pulito". Preso da compassione, Gesù stese la mano, lo toccò e disse: "Sono disposto; sii purificato". Immediatamente la lebbra lo lasciò ed egli fu purificato. Gesù lo mandò via con fermezza, dicendogli: "Stai attento, non dire niente a nessuno, ma va' a mostrarti al sacerdote e dà per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto nella Legge: sarà una testimonianza per il popolo". Una volta partito, quell'uomo cominciò a proclamare e a diffondere la notizia, tanto che Gesù non poteva più entrare apertamente in una città, ma se ne stava in luoghi deserti. Ma la gente veniva da lui da ogni parte.
Vangelo di Luca 5, 12-14
Lc 5, 12-14 : Gesù si trovava in una città, quando arrivò un uomo coperto di lebbra; quando vide Gesù, cadde sulla faccia e lo pregò: "Signore, se vuoi, puoi farmi diventare pulito". Gesù stese la mano e lo toccò, dicendo: "Sono disposto; sii purificato". Immediatamente la lebbra lo lasciò. Allora Gesù gli ordinò di non dirlo a nessuno: "Va' invece a mostrarti al sacerdote e dà per la tua purificazione quello che Mosè ha comandato; sarà una testimonianza per tutti".
EMR 64
Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo di Zebedeo pescarono con Zebedeo. Tuttavia, non presero alcun pesce e Simone di Giona rimase deluso. C'erano persone malate da sfamare e da curare. Gli dispiaceva che il Maestro non fosse lì, ma ora il Maestro era appena tornato. I discepoli si precipitarono da lui e gli raccontarono ciò che avevano fatto. Il sommoapostolo spiegò che aveva conservato una borsa che gli era stata data, affinché Cristo potesse distribuirla, e gli disse anche che aveva conservato alcuni malati per aspettare il suo ritorno. Gesù rispose che aveva fatto la cosa giusta.
I bambini sparsero la voce per tutta Cafarnao che il loro grande Amico era lì, e i piccoli lo circondarono: promise una predica solo per loro. Così il Salvatore si recò in una delle case di Pietro e da lì predicò: commentò due versetti del Cantico dei Cantici sui gigli e li applicò ai bambini. Ordinò a tutti gli uomini, grandi o poveri, di essere come uno di loro, spiegando che il Figlio dell'uomo trova la sua gioia in questi esseri innocenti e semplici.
Quando ebbe finito di predicare, Pietro gli disse che erano presenti alcuni malati, ma che uno di loro non riusciva a muoversi: il Maestro gli disse di portarlo sul tetto, e così fecero. Gli viene presentato il paralitico del Vangelo e tutto avviene come nel racconto del Nuovo Testamento. Gesù gli dice che i suoi peccati gli sono perdonati e risponde ai farisei presenti dicendo che il Figlio dell'uomo ha tutti i poteri. Guarisce lo storpio, i medici pignoli se ne vanno e la folla segue l'operatore miracoloso in tripudio. Una madre presenta il figlio morente e Gesù lo salva. Infine, uscito all'esterno, guarisce un uomo con la febbre alta.
Una volta fuori, la gente implora Cristo di dare i suoi insegnamenti, perché alcuni non l'hanno ascoltato. Gesù uscì allora con la barca di Pietro per predicare alla folla. La visione termina qui.
EMR 64.1.3-4.5
64.1 Vedo le rive del lago di Genezaret. E vedo le barche dei pescatori tratte a riva; sulla riva e addossati ad esse sono Pietro e Andrea, intenti a rassettare le reti, che i garzoni portano loro stillanti dopo averle sciacquate nel lago dai detriti rimasti impigliati in esse. A una distanza di un dieci metri Giovanni e Giacomo, curvi sulla barca loro, sono intenti a mettere ordine nella stessa, aiutati da un garzone e da un uomo sui cinquanta o cinquantacinque anni, che penso esser Zebedeo, perché il garzone lo chiama «padrone» e perché è somigliantissimo a Giacomo.
Pietro e Andrea, con le spalle alla barca, lavorano silenziosi a riannodare fili e i sugheri di segnale. Solo ogni tanto scambiano qualche parola circa il loro lavoro che, a quel che capisco, è stato infruttuoso.
Pietro se ne rammarica non per la borsa vuota né per la fatica inutile, ma dice: «Mi spiace perché… come faremo a dare un cibo a quei poverelli? A noi non vengono che rade offerte, e quei dieci denari e sette dramme che abbiamo raccolto in questi quattro giorni io non le tocco. Solo il Maestro mi deve indicare a chi e come vanno date quelle monete. E fino a sabato Egli non torna! Se avevo fatto buona pesca!… Il pesce più minuto me lo cucinavo e lo davo a quei poveri… e se c’era chi brontolava in casa non me ne faceva niente. I sani possono andare a cercarlo. Ma i malati!…».
«Quel paralitico, poi!… Hanno già fatto tanta strada per portarlo qui…», dice Andrea. (...)
[Gesù torna dai suoi discepoli e il Maestro tiene un sermone nella casa del suo apostolo.]
La gente si affolla nello stanzone posteriore adibito alle reti, canapi, ceste, remi, vele e provviste. Si vede che Pietro l’ha messo a disposizione di Gesù, ammucchiando tutto in un angolo per fare posto. Il lago non si vede da qui. Se ne ode solo il fiotto lento. E si vede invece solo il muretto verdastro dell’orto, dalla vecchia vite e dal fico fronzuto. Gente è persino nella strada, traboccando dalla stanza nell’orto e da questo alla via.
64.4 Gesù comincia a parlare. In prima fila — si sono fatti largo con prepotenza di gesto e in grazia del timore che la folla popolana ha di loro — sono cinque persone… altolocate. Paludamenti, ricchezza di vesti e superbia li denunciano per farisei e dottori. (...)
[Gesù conclude la sua predica e il suo discorso è terminato.]
«Maestro», grida Pietro di fra la calca, «qui vi sono i malati. Due possono attendere che Tu esca, ma questo è pigiato fra la folla e poi… non può più stare. E passare non possiamo. Lo rimando?».
«No. Calatelo dal tetto».
«Dici bene. Lo facciamo subito».
Si sente scalpicciare sul tetto basso dello stanzone che, non essendo vera parte della casa, non ha sopra la terrazza cementata, ma solo un tettuccio di fascine coperte da scaglie simili a lavagna. Non so che pietra fosse. Si forma un’apertura, e a mezzo di corde viene calata la barellina su cui è l’infermo. Viene proprio calata davanti a Gesù. La gente si aggruppa più ancora per vedere.
«Hai avuto gran fede e con te chi ti ha portato!».
«Oh! Signore! Come non averla in Te?».
«Orbene, Io ti dico: figlio (l’uomo è molto giovane), ti sono rimessi tutti i tuoi peccati».
L’uomo lo guarda piangendo… Forse resta un poco male perché sperava guarire nel corpo.
I farisei e dottori bisbigliano fra loro arricciando naso, fronte e bocca con sdegno.
«Perché mormorate, più ancor nel cuore che sul labbro? Secondo voi è più facile dire al paralitico: “Ti sono rimessi i tuoi peccati”, oppure: “Alzati, prendi il lettuccio e cammina”? Voi pensate che solo Dio può rimettere i peccati. Ma non sapete rispondere quale è la più grande cosa, perché costui, perduto in tutto il corpo, ha speso sostanze senza poter essere sanato. Non lo può se non da Dio. Or perché sappiate che tutto Io posso, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha potere sulla carne e sull’anima, sulla Terra e nel Cielo, Io dico a costui: “Alzati. Prendi il tuo letto e cammina. Va’ a casa tua e sii santo”».
L’uomo ha una scossa, un grido, si alza in piedi, si getta ai piedi di Gesù, li bacia e carezza, piange e ride e con lui i parenti e la folla, che poi si divide per farlo passare come in trionfo e lo segue festante. La folla, non i cinque astiosi che se ne vanno tronfi e duri come pioli.
Matteo 9:1-8
Gesù salì su una barca, rifece la traversata e andò nella sua città natale, Cafarnao.
Ecco, gli fu portato un uomo paralitico, che giaceva su una barella. Vedendo la loro fede, Gesù disse al paralitico: "Fidati, figlio mio, i tuoi peccati sono perdonati". Ed ecco che alcuni scribi dicevano tra loro: "Quest'uomo bestemmia".
Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, chiese: "Perché fate pensieri cattivi? Perché cosa è più facile? Dire: "I tuoi peccati sono perdonati", o dire: "Alzati e cammina"? Ebbene, affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra... - Allora Gesù disse all'uomo paralizzato: "Alzati, prendi la tua barella e vai a casa". Egli si alzò e andò a casa.
Quando le folle lo videro, rimasero atterrite e diedero gloria a Dio, che aveva dato un tale potere agli uomini.
Marco 2, 1-12
Qualche giorno dopo, Gesù tornò a Cafarnao e giunse la notizia che era in casa. Si era radunata così tanta gente che non c'era più posto, nemmeno davanti alla porta, ed egli stava predicando la Parola a tutti.
Arrivarono alcune persone e gli portarono un uomo paralizzato, portato da quattro uomini. Non potendo avvicinarsi a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto sopra di lui, fecero un'apertura e calarono la barella su cui giaceva il paralitico. Vedendo la loro fede, Gesù disse al paralitico: "Figlio, i tuoi peccati sono perdonati".
Ma alcuni scribi, seduti lì, pensavano tra loro: "Perché quest'uomo parla così? Egli bestemmia. Chi può perdonare i peccati se non Dio? Subito Gesù vide nella sua mente quello che stavano pensando, così disse loro: "Perché pensate così? Che cosa è più facile? Dire a quest'uomo paralizzato: "I tuoi peccati sono perdonati", o dirgli: "Alzati, prendi la tua barella e cammina"? Ebbene! Affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha l'autorità di perdonare i peccati sulla terra... - Gesù disse all'uomo paralizzato: "Ti dico di alzarti, prendi la tua barella e vai a casa". Egli si alzò, prese subito la sua barella e uscì davanti a tutti. Tutti erano stupiti e davano gloria a Dio, dicendo: "Non abbiamo mai visto nulla di simile".
Luca 5:17-26
Un giorno, mentre Gesù insegnava, erano presenti farisei e maestri della Legge da tutti i villaggi della Galilea e della Giudea, e anche da Gerusalemme; e la potenza del Signore era all'opera per fargli compiere guarigioni.
Arrivarono alcune persone che portavano su una barella un uomo paralizzato; cercavano di portarlo dentro per metterlo davanti a Gesù. Ma non vedendo come fare a causa della folla, salirono sul tetto e, scostando le tegole, lo calarono con la barella proprio davanti a Gesù. Quando vide la loro fede, disse: "Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati". Gli scribi e i farisei cominciarono a ragionare: "Chi è quest'uomo? Dice bestemmie! Chi può perdonare i peccati, se non Dio? Ma Gesù, comprendendo i loro pensieri, rispose loro: "Perché avete questi pensieri nel cuore? Che cosa è più facile? Dire: "I tuoi peccati sono perdonati", o dire: "Alzati e cammina"? Ebbene! Affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha autorità sulla terra per rimettere i peccati", Gesù si rivolse all'uomo paralizzato: "Ti dico di alzarti, prendi la tua barella e torna a casa tua".
Subito si alzò davanti a loro, prese il suo lettuccio e se ne andò a casa, rendendo gloria a Dio. Erano tutti stupiti e rendevano gloria a Dio. Pieni di paura, dissero: "Oggi abbiamo visto cose straordinarie!
EMR 64.4
«“Il mio diletto è disceso nel suo giardino, all’aiuola degli aromi, a pascersi tra i giardini e a cogliere gigli… egli che si pasce fra i gigli”, dice Salomone di Davide da cui vengo, Io, Messia d’Israele.
Il mio giardino! Quale giardino più bello e più degno di Dio, del Cielo dove sono fiori gli angeli creati dal Padre? Eppure no. Un altro giardino ha voluto il Figlio unigenito del Padre, il Figlio dell’uomo perché per l’uomo Io ho carne, senza la quale non potrei redimere le colpe della carne dell’uomo. Un giardino che avrebbe potuto esser di poco inferiore al celeste, se dal Paradiso terrestre si fossero effusi, come dolci api da un’arnia, i figli di Adamo, i figli di Dio, per popolare la Terra di santità destinata tutta al Cielo. Ma triboli e spine ha seminato il Nemico nel cuore di Adamo, e triboli e spine da esso cuore sono traboccati sulla Terra. Non più giardino, ma selva aspra e crudele in cui stagna la febbre e si annida il serpe.
Ma pure il Diletto del Padre ha ancora un giardino in questa Terra su cui impera Mammona. Il giardino in cui va a pascersi del suo cibo celeste: amore e purezza; l’aiuola da cui coglie i fiori a Lui cari, in cui non è macchia di senso, di cupidigia, di superbia. Questi. (Gesù carezza quanti più piccoli può, passando la sua mano sulla corona di testoline attente, un’unica carezza che li sfiora e fa sorridere di gioia). Ecco i miei gigli.
Non ebbe Salomone, nella sua ricchezza, veste più bella del giglio che profuma la convalle, né diadema di più aerea e splendida grazia di quello che ha il giglio nel suo calice di perla. Eppure al mio cuore non vi è giglio che valga un di questi. Non vi è aiuola, non vi è giardino di ricchi, tutto a gigli coltivato, che mi valga quanto un sol di questi puri, innocenti, sinceri, semplici pargoli.
EMR 64.4
Per l’uomo Io ho carne, senza la quale non potrei redimere[3] le colpe della carne dell’uomo
EMR 64.5
«Maestro», grida Pietro di fra la calca, «qui vi sono i malati. Due possono attendere che Tu esca, ma questo è pigiato fra la folla e poi… non può più stare. E passare non possiamo. Lo rimando?».
«No. Calatelo dal tetto».
«Dici bene. Lo facciamo subito».
Si sente scalpicciare sul tetto basso dello stanzone che, non essendo vera parte della casa, non ha sopra la terrazza cementata, ma solo un tettuccio di fascine coperte da scaglie simili a lavagna. Non so che pietra fosse. Si forma un’apertura, e a mezzo di corde viene calata la barellina su cui è l’infermo. Viene proprio calata davanti a Gesù. La gente si aggruppa più ancora per vedere.
«Hai avuto gran fede e con te chi ti ha portato!».
«Oh! Signore! Come non averla in Te?».
«Orbene, Io ti dico: figlio (l’uomo è molto giovane), ti sono rimessi tutti i tuoi peccati».
L’uomo lo guarda piangendo… Forse resta un poco male perché sperava guarire nel corpo.
I farisei e dottori bisbigliano fra loro arricciando naso, fronte e bocca con sdegno.
«Perché mormorate, più ancor nel cuore che sul labbro? Secondo voi è più facile dire al paralitico: “Ti sono rimessi i tuoi peccati”, oppure: “Alzati, prendi il lettuccio e cammina”? Voi pensate che solo Dio può rimettere i peccati. Ma non sapete rispondere quale è la più grande cosa, perché costui, perduto in tutto il corpo, ha speso sostanze senza poter essere sanato. Non lo può se non da Dio. Or perché sappiate che tutto Io posso, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha potere sulla carne e sull’anima, sulla Terra e nel Cielo, Io dico a costui: “Alzati. Prendi il tuo letto e cammina. Va’ a casa tua e sii santo”».
L’uomo ha una scossa, un grido, si alza in piedi, si getta ai piedi di Gesù, li bacia e carezza, piange e ride e con lui i parenti e la folla, che poi si divide per farlo passare come in trionfo e lo segue festante. La folla, non i cinque astiosi che se ne vanno tronfi e duri come pioli.