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Note della parola chiave

Angeli

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EMR 174.18 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

È vero che è detto che i deformi non possono più servire Dio nel Tempio. Ma oltre la vita i deformi per nascita, che siano santi, o i deformi per virtù, diverranno belli più degli angeli e serviranno Dio, amandolo nella gioia del Cielo.

EMR 179.9 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Siano giusti i vostri cuori, l’uno verso l’altro, come giusto era colui che piangete. Non date impronta umana al sovrumano: la morte e l’elezione ad una missione. L’anima del giusto non si è agitata nel vedere che il figlio mancava alla sepoltura del suo cadavere. Ma si è anzi messa quieta, nella sicurezza sul futuro del suo Elia. Il pensiero del mondo non turbi la grazia dell’elezione. Se il mondo ha potuto stupire di non vedere costui presso il feretro paterno, gli angeli hanno esultato nel vederlo a fianco del Messia. Siate giusti. E tu, madre, sii consolata da questo. Hai educato con saggezza, e tuo figlio è stato chiamato dalla Sapienza. Vi benedico tutti. La pace sia con voi ora e sempre».

Dettaglio

Messaggio di Gesù ai fratelli che sono arrabbiati con il figlio minore perché ha seguito Gesù invece di andare con loro a seppellire il padre.

EMR 180.3 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Ai nostri sensi occorre sempre un termine per afferrare un’idea. Ognuno di noi, parlo di noi credenti, crede per forza di fede all’Altissimo, Signore e Creatore, eterno Iddio che sta nel Cielo. Ma anche ogni essere ha bisogno di più di questa nuda fede, vergine, incorporea, atta e sufficiente agli angeli che vedono e amano Dio spiritualmente, condividendo con Lui la natura spirituale e avendo capacità di vedere Dio. Noi abbiamo bisogno di crearci una “figura” di Dio, la quale figura è fatta delle qualità essenziali che doniamo a Dio per dare un nome alla sua perfezione assoluta, infinita. Più l’anima si concentra e più riesce a raggiungere l’esattezza nella cognizione di Dio. Ecco ciò che io dico: il Dio immanente. Io non sono un filosofo. Forse avrò applicato male la parola. Ma insomma per me il Dio immanente è il sentire, il percepire Dio sul nostro spirito, e sentirlo e percepirlo non più come idea astratta ma come reale presenza datrice di una fortezza e di una pace nuova».

Dettaglio

Simone lo Zelota parla a Giuda.

EMR 181.4-5 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Nel senso universale la parabola ha questa applicazione: il campo è il mondo. Il buon seme sono i figli del Regno di Dio, seminati da Dio sul mondo in attesa di giungere al loro limite ed essere recisi dalla Falciatrice e portati al Padrone del mondo, perché li riponga nei suoi granai. Il loglio sono i figli del Maligno, sparsi a loro volta sul campo di Dio nell’intento di dare pena al Padrone del mondo e di nuocere anche alle spighe di Dio. Il Nemico di Dio li ha, per un sortilegio, seminati apposta, perché veramente il Diavolo snatura l’uomo fino a farne una sua creatura, e questa semina, per traviare altri che non ha potuto asservire altrimenti. La mietitura, anzi la formazione dei covoni e il trasporto degli stessi ai granai, è la fine del mondo, e coloro che la compiono sono gli angeli. A loro è ordinato di radunare le falciate creature e separare il grano dal loglio e, come nella parabola questo si brucia, così verranno bruciati nel fuoco eterno i dannati, all’Ultimo Giudizio.

Il Figlio dell’uomo manderà a togliere dal suo Regno tutti gli operatori di scandali e di iniquità. Perché allora il Regno sarà e in Terra e in Cielo, e fra i cittadini del Regno sulla Terra saranno mescolati molti figli del Nemico. Questi raggiungeranno, come è detto[1] anche dai Profeti, la perfezione dello scandalo e dell’abominio in ogni ministero della Terra, e daranno fiera noia ai figli dello spirito. Nel Regno di Dio, nei Cieli, già saranno stati espulsi i corrotti, perché corruzione non entra in Cielo. Ora dunque gli angeli del Signore, menando la falce fra le schiere dell’ultimo raccolto, falceranno e separeranno il grano dal loglio e getteranno questo nella fornace ardente dove è pianto e stridor di denti, portando invece i giusti, l’eletto grano, nella Gerusalemme eterna dove essi splenderanno come soli nel Regno del Padre mio e vostro.

Questo nel senso universale.

Dettaglio

Gesù ha appena dato la parabola del grano buono e della zizzania e l'ha spiegata agli apostoli. Il testo del Vangelo è disponibile come annotazione.

Annotazione

Raggiungeranno, come annunciano i profeti, la perfezione dello scandalo e dell'abominio in tutta la loro attività terrena. Come annunciano, ad esempio, Daniele 9, 27; 11, 31.36; 12, 11.

Dan 9, 27: Egli stringerà un'alleanza solida con un gran numero di persone per una settimana; a metà della settimana farà cessare il sacrificio e l'oblazione, e sull'ala delle abominazioni verrà un distruttore, finché la distruzione e ciò che è stato decretato siano riversati sui devastati.

Non abbiamo trovato versetti convincenti negli altri riferimenti indicati.

Dn 11, 31.36: Le truppe da lui inviate si fermeranno là; profaneranno il santuario e la fortezza; porranno fine al sacrificio perpetuo e innalzeranno l'abominio del distruttore.

Dan 12,11: Dal momento in cui sarà cessato il sacrificio quotidiano e sarà innalzato l'abominio del distruttore, passeranno milleduecentonovanta giorni.

Questo è dunque il significato universale: Gesù aveva già commentato il significato della Parabola nella sua catechesi del 27 ottobre 1943.

Vangelo di Matteo 13, 23-30; 36-43

Mt 13, 23-30; Mt 13, 36-43: Chi riceve il seme nel terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende: egli porta frutto al centuplo, o al sessanta per cento, o al trenta per cento. E fece loro un'altra parabola: "Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre la gente dormiva, venne il suo nemico, seminò la zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando lo stelo crebbe e produsse una spiga di grano, apparvero anche le erbacce. I servi del padrone vennero a dirgli: "Signore, non è forse buon grano quello che hai seminato nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?". Egli rispose loro: "È stato un nemico a fare questo". I servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a toglierla?". Rispose: "No, se togliete la zizzania, rischiate di sradicare anche il grano. Lasciateli crescere insieme fino al tempo della mietitura; e al tempo della mietitura dirò ai mietitori: "Prima togliete le erbacce, legatele in fasci per bruciarle; quanto al grano, raccoglietelo per portarlo nel mio granaio"".

Poi lasciò le folle e tornò a casa. I suoi discepoli vennero da lui e gli dissero: "Spiegaci chiaramente la parabola delle erbacce nel campo". Egli rispose loro: "Il Figlio dell'uomo è colui che semina il buon seme; il campo è il mondo; il buon seme sono i figli del Regno; la zizzania sono i figli del Maligno. Il nemico che ha seminato è il diavolo; il raccolto è la fine del mondo; i mietitori sono gli angeli. Come la zizzania viene portata via e gettata nel fuoco, così sarà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli ed essi toglieranno dal suo regno tutti coloro che sono causa di inciampo e tutti coloro che fanno il male e li getteranno nella fornace, dove ci sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchio ascolti!

EMR 191.5-7 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

(..) Ascoltate la parabola che ho pensata per voi.

Vi era un tempo un uomo molto ricco. Le vesti più belle erano le sue, e nei suoi abiti di porpora e di bisso si pavoneggiava nelle piazze e nella sua casa, riverito dai cittadini come il più potente del paese, e dagli amici che lo secondavano nella sua superbia per averne utile. Le sue sale erano aperte ogni giorno in splendidi banchetti in cui la folla degli invitati, tutti ricchi, e perciò non bisognosi, si pigiavano adulando il ricco Epulone. I suoi banchetti erano celebri per abbondanza di cibi e di vini prelibati.

Ma nella stessa città vi era un mendico, un grande mendico. Grande nella sua miseria come l’altro era grande nella sua ricchezza. Ma sotto la crosta della miseria umana del mendico Lazzaro vi era celato un tesoro ancor più grande della miseria di Lazzaro e della ricchezza dell’Epulone. Ed era la santità vera di Lazzaro. Egli non aveva mai trasgredito alla Legge, neppure sotto la spinta del bisogno, e soprattutto aveva ubbidito al precetto dell’amore verso Dio e verso il prossimo.

Egli, come sempre fanno i poveri, si accostava alle porte dei ricchi per chiedere l’obolo e non morire di fame. E andava ogni sera alla porta dell’Epulone sperando averne almeno le briciole dei pomposi banchetti che avvenivano nelle ricchissime sale. Si sdraiava sulla via, presso la porta, e paziente attendeva. Ma se l’Epulone si accorgeva di lui lo faceva scacciare, perché quel corpo coperto di piaghe, denutrito, in vesti lacere, era una vista troppo triste per i suoi convitati. L’Epulone diceva così. In realtà era perché quella vista di miseria e di bontà era un rimprovero continuo per lui.

Più pietosi di lui erano i suoi cani, ben pasciuti, dai preziosi collari, che si accostavano al povero Lazzaro e gli leccavano le piaghe, mugolando di gioia per le sue carezze, e giungevano a portargli gli avanzi delle ricche mense, per cui Lazzaro sopravviveva alla denutrizione per merito degli animali, perché per mezzo dell’uomo sarebbe morto, non concedendogli l’uomo neppure di penetrare nella sala dopo il convito per raccogliere le briciole cadute dalle mense.

191.6

Un giorno Lazzaro morì. Nessuno se ne accorse sulla Terra, nessuno lo pianse. Anzi ne giubilò l’Epulone di non vedere quel giorno né poi quella miseria che egli chiamava “obbrobrio” sulla sua soglia. Ma in Cielo se ne accorsero gli angeli. E al suo ultimo anelito, nella sua tana fredda e spoglia, erano presenti le coorti celesti, che in un folgoreggiare di luci ne raccolsero l’anima portandola con canti di osanna nel seno di Abramo.

Passò qualche tempo e morì l’Epulone. Oh! che funerali fastosi! Tutta la città, che già sapeva della sua agonia e che si pigiava sulla piazza dove sorgeva la sua dimora per essere notata come amica del grande, per curiosità, per interesse presso gli eredi, si unì al cordoglio, e gli ululi salirono al cielo e con gli ululi del lutto le lodi bugiarde al “grande”, al “benefattore”, al “giusto” che era morto.

Può parola d’uomo mutare il giudizio di Dio? Può apologia umana cancellare quanto è scritto sul libro della Vita? No, non può. Ciò che è giudicato è giudicato, e ciò che è scritto è scritto. E, nonostante i funerali solenni, l’Epulone ebbe lo spirito sepolto nell’Inferno.

Allora, in quel carcere orrendo, bevendo e mangiando fuoco e tenebre, trovando odio e torture in ogni dove e in ogni attimo di quella eternità, alzò lo sguardo al Cielo. Al Cielo che aveva visto[4] in un bagliore di folgore, in un atomo di minuto, e la cui non dicibile bellezza gli rimaneva presente ad essere tormento fra i tormenti atroci. E vide lassù Abramo. Lontano, ma fulgido, beato… e nel suo seno, fulgido e beato pure egli, era Lazzaro, il povero Lazzaro un tempo spregiato, repellente, misero, ed ora?… Ed ora bello della luce di Dio e della sua santità, ricco dell’amore di Dio, ammirato non dagli uomini ma dagli angeli di Dio.

Epulone gridò piangendo: “Padre Abramo, abbi pietà di me! Manda Lazzaro, poiché non posso sperare che tu stesso lo faccia, manda Lazzaro ad intingere la punta del suo dito nell’acqua e a posarla sulla mia lingua per rinfrescarla, perché io spasimo per questa fiamma che mi penetra di continuo e mi arde!”.

Abramo rispose: “Ricordati, figlio, che tu avesti tutti i beni in vita, mentre Lazzaro ebbe tutti i mali. E lui seppe del male fare un bene, mentre tu non sapesti dei tuoi beni fare nulla che male non fosse. Perciò è giusto che ora lui sia qui consolato e che tu soffra. Inoltre non è più possibile farlo. I santi sono sparsi sulla Terra perché gli uomini di loro se ne avvantaggino. Ma quando, nonostante ogni vicinanza, l’uomo resta quello che è – nel tuo caso, un demonio – è inutile poi ricorrere ai santi. Ora noi siamo separati. Le erbe sul campo sono mescolate. Ma una volta che sono falciate vengono separate dalle buone le malvagie. Così è di voi e di noi. Fummo insieme sulla Terra e ci cacciaste, ci tormentaste in tutti i modi, ci dimenticaste, contro l’amore. Ora siamo divisi. Tra voi e noi c’è un tale abisso che quelli che vogliono passare da qui a voi non possono, né voi, che lì siete, potete valicare l’abisso tremendo per venire a noi”.

191.7

Epulone piangendo più forte gridò: “Almeno, o padre santo, manda, io te ne prego, manda Lazzaro a casa di mio padre. Ho cinque fratelli. Non ho mai capito l’amore neppure fra parenti. Ma ora, ora comprendo cosa è di terribile essere non amati. E, poi che qui dove io sono è l’odio, ora ho capito, per quell’atomo di tempo che vide la mia anima Iddio[5], cosa è l’Amore. Non voglio che i miei fratelli soffrano le mie pene. Ho terrore per loro che fanno la mia stessa vita. Oh! manda Lazzaro ad avvertirli di dove io sono, e perché ci sono, e a dire loro che l’Inferno è, ed è atroce, e che chi non ama Dio e il prossimo all’Inferno viene. Mandalo! Che in tempo provvedano, e non abbiano a venire qui, in questo luogo di eterno tormento”.

Ma Abramo rispose: “I tuoi fratelli hanno Mosè ed i Profeti. Ascoltino quelli”.

E con gemito di anima torturata rispose l’Epulone: “Oh! padre Abramo! Farà loro più impressione un morto… Ascoltami! Abbi pietà!”.

Ma Abramo disse: “Se non hanno ascoltato Mosè ed i Profeti, non crederanno nemmeno ad uno che risusciti per un’ora dai morti per dire loro parole di Verità. E d’altronde non è giusto che un beato lasci il mio seno per andare a ricevere offese dai figli del Nemico. Il tempo delle ingiurie per esso è passato. Ora è nella pace e vi sta, per ordine di Dio che vede l’inutilità di un tentativo di conversione presso coloro che non credono neppure alla parola di Dio e non la mettono in pratica”.

Questa la parabola, il cui significato è così chiaro da non meritare neppure una spiegazione.

Annotazione

Nel dettato del 2 agosto 1943, Gesù si riferisce a questo ricco malvagio come a Epulone, il nome dei sacerdoti incaricati di organizzare i banchetti nell'antica Roma, che nell'originale di questo episodio usa "Epulone" come equivalente di ricco malvagio.

"Volse gli occhi verso il cielo che aveva intravisto". È da intendersi come Maria Valtorta ha commentato su una copia dattiloscritta: "Volse gli occhi verso il limbo dei santi che aveva intravisto... e la cui pacifica bellezza era già indicibile...".

"In quel secondo in cui la mia anima intravide Dio" è da intendersi nel senso di "al momento del giudizio particolare", come nota Maria Valtorta in un dattiloscritto.

Vangelo di Luca 16,19-31

Lc 16, 19-31: "C'era un uomo ricco, vestito di porpora e di lino finissimo, che dava ogni giorno sontuosi banchetti. Fuori dalla sua porta giaceva un povero di nome Lazzaro, coperto di piaghe. Avrebbe voluto mangiare ciò che cadeva dalla tavola del ricco, ma i cani vennero e leccarono le sue piaghe. Così il povero morì e gli angeli lo portarono ad Abramo. Anche il ricco morì e fu sepolto.

Quando fu nell'Ade, fu torturato; e quando alzò gli occhi, vide Abramo lontano e Lazzaro vicino a lui. Allora gridò: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere la punta del suo dito nell'acqua per raffreddare la mia lingua, perché sto soffrendo terribilmente in questa fornace". - Figlia mia", rispose Abramo, "ricorda: tu hai ricevuto felicità durante la tua vita, mentre Lazzaro ha ricevuto disgrazie durante la sua. Ora lui trova qui la consolazione e tu la sofferenza. E per di più, tra voi e noi è stato tracciato un grande abisso, cosicché coloro che vorrebbero passare da voi non possono farlo, e da lì non possono neanche passare da noi". Il ricco rispose: "Ebbene, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre. Perché ho cinque fratelli: lascia che porti loro la sua testimonianza, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tortura!". Abramo gli disse: "Hanno Mosè e i Profeti: che li ascoltino!". - Egli disse: "No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti viene a loro, si convertiranno". Abramo rispose: "Se non ascolteranno Mosè e i Profeti, qualcuno potrebbe risorgere dai morti: non si convinceranno"".

EMR 194.2 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Ecco una nuova salita molto ripida poiché, lasciata la via maestra, polverosa e affollata, la comitiva ha preferito prendere questa scorciatoia boscosa. E, giunti alla cima, ecco in lontananza splendere, già distintamente, un mare lucente, sospeso sopra un agglomerato bianco, forse case nitide di calcina.

«Jabé», chiama Gesù, «vieni qui. Vedi quel punto d’oro? È la Casa del Signore. Là tu giurerai di ubbidire alla Legge. Ma la conosci bene?».

«La mamma me ne parlava e il padre mi insegnava i precetti. So leggere e… e credo sapere ciò che “essi” mi hanno detto prima di morire…». Il bambino, che è accorso con un sorriso alla chiamata di Gesù, piange ora, col capino basso e la mano che trema nella mano di Gesù.

«Non piangere. Senti. Sai dove siamo? Questa è Betel. Qui il santo Giacobbe fece il suo sogno angelico. Lo sai? Lo ricordi?».

«Sì, Signore. Vide una scala che toccava dalla Terra al Cielo, e su e giù andavano gli angeli, e la mamma mi diceva che nell’ora della morte, se si era stati sempre buoni, si vedeva la stessa cosa e si andava per quella scala alla Casa di Dio. Tante cose mi diceva la mamma… Ma ora non me le dirà più… le ho tutte qui ed è tutto quello che ho di lei…». Le lacrime scendono sul visetto tanto triste.

«Ma non piangere così! Senti, Jabé. Ho anche Io una Madre che si chiama Maria, e che è santa e buona e sa dire tante cose. È più sapiente di un maestro, e più buona e bella di un angelo. Ora andiamo da Lei. Ti vorrà tanto bene. Ti dirà tante cose. E poi con Lei è la mamma di Giovanni, anche lei tanto buona e di nome Maria. E la madre di mio fratello Giuda, anche lei dolce come un pan di miele, e anche lei ha nome Maria. Ti vorranno tanto bene. Ma tanto. Perché sei un bravo bambino, e per amor mio che ti amo tanto. E poi tu crescerai con loro e fatto grande sarai un santo di Dio, predicherai come un dottore il Gesù che ti ha ridato una madre qui, e che aprirà le porte dei Cieli alla tua madre morta, al padre tuo, e che te l’aprirà anche a te, alla tua ora. Tu non avrai neppure bisogno di salire la lunga scala dei Cieli all’ora della morte. L’avrai già salita durante la vita tua, essendo un buon discepolo, e ti troverai là, alla soglia aperta del Paradiso, ed Io ci sarò e ti dirò: “Vieni, amico mio e figlio di Maria” e staremo insieme».

Il sorriso fulgido di Gesù, che cammina un poco curvo per essere più vicino al visetto alzato del bambino che gli cammina a lato con la manina nella sua, e il racconto meraviglioso rasciugano le lacrime e fanno spuntare un sorriso.

Annotazione

Libro della Genesi 28, 10-19

Gen 28, 10-19 : Giacobbe lasciò Bersabea e andò ad Haran. Giunto in un luogo, vi rimase tutta la notte, perché il sole era tramontato. Prese una delle pietre che si trovavano lì, ne fece il suo giaciglio e si sdraiò in quel luogo. Poi fece un sogno ed ecco che una scala era posta sulla terra e la sua cima arrivava fino al cielo; ed ecco che gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa e Yahweh era in piedi in cima. Egli disse: "Io sono Yahweh, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. Io darò questa terra su cui giaci a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra; ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a mezzogiorno; e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Ecco, io sono con voi, vi custodirò dovunque andrete e vi ricondurrò in questa terra. Perché non vi lascerò finché non avrò fatto ciò che vi ho detto". "

Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: "Certamente Yahweh è in questo luogo e io non lo sapevo! "E, spaventato, aggiunse: "Quanto è terribile questo luogo! Questa è la casa di Dio, questa è la porta del cielo". "Giacobbe si alzò di buon mattino, prese la pietra che aveva fatto per il suo capezzale, la eresse a monumento e versò olio sulla sua sommità. Chiamò il luogo Bethel, ma il nome originario della città era Luz.

EMR 204.5 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

« (...) Vi è un unico e vero Dio».

«Allora… Egli è lassù, solo, nel suo Olimpo? E che fa se è solo?».

«Basta a Se stesso e si occupa di ogni cosa che è nel creato. Ti ho detto prima: anche al sibilo della zanzara è presente Dio. Non si annoia, non dubitare. Non è un povero uomo, padrone di un immenso impero in cui si sente odiato e in cui vive tremando. È l’Amore, e vive amando. La sua Vita è Amore continuo. Basta a Se stesso perché è infinito e potentissimo, è la Perfezione. Ma tante sono le cose create, che vivono per il suo continuo volere, che Egli non ha tempo di annoiarsi. La noia è frutto dell’ozio e del vizio. Nel Cielo del vero Dio non vi è ozio e non vi è vizio. Ma presto Egli avrà, oltre agli angeli che ora lo servono, un popolo di giusti giubilanti in Lui, e sempre più questo popolo si accrescerà per i credenti futuri nel vero Dio».

«Gli angeli sarebbero i geni?», chiede Lidia.

«No. Sono esseri spirituali, come lo è Dio che li ha creati».

«E i geni che sono allora?».

«Quali voi li immaginate sono menzogna. Non esistono, così come voi li immaginate. Ma per quell’istintivo bisogno dell’uomo di cercare la verità – e questo per pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi, perché è delusa nel suo desiderio, perché è affamata nella sua nostalgia del Dio vero che essa sola ricorda, in quel corpo in cui ella abita e che è retto da una mente pagana – anche voi avete sentito che l’uomo non è solo carne, e che al suo peribile corpo è unito un che di immortale. E così lo hanno le città e le nazioni. Ecco allora che credete, che sentite il bisogno di credere ai “geni”. E vi date il genio individuale, quello della famiglia, della città, delle nazioni. Voi avete il “genio di Roma”. Avete il “genio dell’imperatore”. E li adorate come divinità minori. Entrate nella vera fede. Avrete conoscenza ed amicizia dell’angelo vostro, al quale darete venerazione, non adorazione. Solo Dio va adorato».