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Note del tema

Il Pentateuco

Pagina 7 di 7

Comfort di lettura

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EMR 212.5-7 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

…Gesù, nella casa di Isacco, parla. La gente stipa la stanza e il cortile e si pigia anche sulla piazza, e Gesù, per essere udito da tutti, si mette a metà della stanza, così che la voce si spande tanto nel cortile come nella piazza. Deve trattare un argomento portato avanti da qualche interrogazione o avvenimento. Dice:

«…Ma non abbiatene dubbio. Come dice[1] Geremia, essi riconosceranno alla prova come è doloroso e amaro avere abbandonato il Signore. Per certi delitti, amici, non c’è nitro né borit che valgano a levarne il segno. Neppure il fuoco dell’Inferno corrode questo segno. È indelebile.

Anche qui bisogna riconoscere la giustizia delle parole di Geremia. Veramente i nostri grandi di Israele sembrano le asine selvagge di cui parla il Profeta. Avvezzi al deserto del loro cuore, perché, credetelo, finché uno è con Dio, anche se povero come Giobbe, anche se solo, anche se nudo, non è mai solo, non è mai povero, non è mai spoglio, non è mai un deserto; ma essi hanno levato Dio dal loro cuore e perciò sono in un arido deserto. Come selvagge asine fiutano nel vento l’odore dei maschi che qui, nel nostro caso, per la loro libidine, ha nome potere, denaro, oltre che lussuria vera e propria, e quell’odore seguono, fino al delitto. Sì. Lo seguono e più lo seguiranno. Non sanno di avere non il piede ma il cuore nudo agli strali di Dio, che vendicherà il loro delitto. Come allora resteranno confusi re e principi, sacerdoti e scribi, che in verità hanno detto e dicono a ciò che è nulla, o peggio, è peccato: “Tu mi sei padre. Tu mi hai generato”!

In verità, in verità vi dico[2] che Mosè spezzò con ira le tavole della Legge vedendo il popolo in idolatria, e poi risalì sul mon te, pregò, adorò, ottenne. E ciò da secoli. Ma ancora non è cessata né cesserà, ma anzi cresce come lievito messo nella farina, l’idolatria nel cuore degli uomini. Ora quasi ognuno degli uomini ha il proprio vitello d’oro. La Terra è una selva di idoli, perché ogni cuore è un altare, e difficilmente vi è sopra Iddio.

Chi non ha una passione maligna ne ha un’altra, chi non ha una concupiscenza ne ha una di altro nome. Chi non è tutto per l’oro è tutto per la posizione, chi non è tutto per la carne è tutto per l’egoismo. Quanti io ridotti a vitello d’oro non sono adorati nei cuori! Verrà perciò il giorno che, percossi, chiameranno il Signore e si sentiranno rispondere: “Volgiti ai tuoi dèi. Io non ti conosco”.

Io non ti conosco! Tremenda parola se detta da Dio ad un uomo. Dio ha creato l’Uomo razza e conosce l’uomo singolo. Se dunque dice: “Io non ti conosco” è segno che ha cancellato con la forza del suo volere quell’uomo dal suo ricordo. Io non ti conosco! Troppo severo Iddio per questo verdetto? No. L’uomo ha urlato al Cielo: “Io non ti conosco” e il Cielo ha risposto all’uomo: “Io non ti conosco”. Fedele come un’eco…

212.6

E, meditate, l’uomo è obbligato a conoscere Dio per dovere di riconoscenza e per rispetto verso la propria intelligenza.

Per riconoscenza. Dio ha creato l’uomo dandogli il dono ineffabile della vita e provvedendolo del dono superineffabile della Grazia. Perduta questa per colpa propria, l’uomo si sente fare una grande promessa: “Io ti renderò la Grazia”. È Dio, l’offeso, che dice così all’offensore, quasi fosse Lui, Dio, il colpevole che è in obbligo di riparare. E Dio mantiene la promessa. Ecco, Io sono qui per rendere la Grazia all’uomo. Dio non si limita a dare il soprannaturale, ma piega la sua Essenza spirituale a provvedere alle pesanti necessità della carne e del sangue dell’uomo, e dà calore di sole, sollievo di acqua, grani, viti, alberi d’ogni specie e animali d’ogni specie. Così l’uomo ha da Dio tutti i mezzi per la vita. È il Benefattore. Bisogna essergli riconoscenti e mostrarlo con lo sforzarsi a conoscerlo.

Per rispetto verso la propria ragione. Il mentecatto, l’ebete, non sono grati a chi li cura perché non comprendono le cure nel vero loro valore, e a chi li lava e imbocca, li conduce o li pone a letto, a chi veglia perché non vadano in pericoli, hanno odio perché, bestiali come sono per causa del loro malanno, confondono le cure con le torture. L’uomo che manca verso Dio è uno che disonora se stesso, essere dotato di ragione. Solo gli ebeti o i folli non riescono a distinguere il padre dall’estraneo, il benefattore dal nemico. Ma l’uomo intelligente conosce suo padre e il suo benefattore e si compiace di sempre più conoscerlo, anche nelle cose che egli ignora perché avvenute prima che egli fosse nato o fosse beneficato dal padre o dal benefattore. Così si deve fare anche con il Signore per mostrare che intelligenti si è, e non bruti.

Ma troppi in Israele sono simili a questi folli che non riconoscono il padre e il benefattore. Geremia si chiede: “Può mai la vergine dimenticare i suoi ornamenti e una sposa la sua cintura?”. Oh! sì. Israele è fatto di queste vergini folli, di queste spose impudiche, che dimenticano gli ornamenti e la cintura onesti per mettersi orpelli da meretrice; e ciò si riscontra in misura sempre più numerosa quanto più si sale nelle classi che dovrebbero essere maestre al popolo. E il rimprovero di Dio va, col corruccio e col pianto di Dio, a loro: “Perché ti sforzi di mostrare buona la tua condotta per cercare amore, tu, che invece insegni le malizie e i tuoi modi di fare, ed hai fatto trovare nei lembi della tua veste il sangue dei poveri e degli innocenti?”.

212.7

Amici, la distanza è un bene ed è un male. Essere molto lontano dai luoghi dove con facilità Io parlo è un male perché vi impedisce di udire le parole della Vita. Voi ve ne lamentate. È vero. Ma è un bene perché vi tiene lontani dai luoghi dove fermenta il peccato, bolle la corruzione e l’insidia sibila per operare su Me intralciandomi nella mia opera, e sui cuori insinuando dubbi e menzogne a mio riguardo. Ma Io vi preferisco lontani a corrotti. Provvederò al vostro formarsi. Voi vedete che Dio ha provveduto da prima che noi ci conoscessimo e perciò ci amassimo. Io ero noto prima che mai ci fossimo visti. Isacco è stato l’annunziatore vostro. Manderò molti Isacchi a parlarvi le mie parole. E sappiate, del resto, che Dio può parlare ovunque, da Solo a solo con lo spirito dell’uomo, e crescerlo nella sua dottrina.

Non temete che l’esser soli vi possa portare in errori. No. Se non vorrete non sarete infedeli al Signore e al suo Cristo. Del resto, chi proprio non può stare lontano dal Messia sappia che il Messia gli apre il cuore e le braccia e gli dice: “Vieni”. Venite, voi che volete venire. Rimanete, voi che volete restare. Ma predicate il Cristo tanto gli uni come gli altri con una vita onesta. Predicatelo contro la disonestà che si annida in troppi cuori. Predicatelo contro la leggerezza degli infiniti che non sanno rimanere fedeli e che dimenticano i loro ornamenti e cinture di anime chiamate alle nozze col Cristo.

Voi mi avete detto felici: “Da quando Tu sei venuto non ebbimo mai più malati né morti. La tua benedizione ci ha protetti”. Sì, grande cosa la salute. Ma fate che la mia venuta di ora vi faccia sani di spirito tutti, e sempre, e per tutto. Per questo vi benedico e vi do la mia pace, a voi, ai vostri bambini, ai campi, alle case, alle messi, alle greggi, ai frutteti. Servitevene con santità, non vivendo per essi, ma di essi, dando il superfluo a chi ne è privo, acquistando così la misura premuta delle benedizioni del Padre e un posto nei Cieli.

Andate. Io resto a pregare…».

Annotazione

Come dice Geremia, vedranno con la prova quanto sia doloroso e amaro aver abbandonato il Signore. Geremia 2:19. Il capitolo 2 tratta dell'apostasia di Israele.

Il re e i principi, i sacerdoti e gli scribi saranno messi alla berlina, perché hanno detto e dicono ancora: "Tu sei mio padre, tu mi hai generato! Tu mi hai generato! In riferimento al Salmo 2,7.

In verità, in verità vi dico che Mosè ruppe le Tavole della Legge con rabbia alla vista del popolo idolatra, poi tornò sul monte, pregò, adorò e ottenne misericordia. Questo accadeva secoli fa. Si veda il libro dell'Esodo, capitoli da 32 a 34.

Geremia si chiede: "Può una vergine dimenticare la sua veste e una moglie la sua cintura? "Geremia 2:32.

"Perché cercate di ostentare l'onestà del vostro comportamento per cercare l'amore, quando insegnate la perversione e le vostre vie, e il sangue dei poveri e degli innocenti è sulle gonne delle vostre vesti? "Geremia 2:34.

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Libro di Geremia 2, 19.32.34

Ger 2, 19: La vostra empietà vi castiga e le vostre ribellioni vi puniscono! Sappiate dunque e vedete quanto sia malvagio e amaro il fatto che abbiate abbandonato Jahvè, il vostro Dio, e non abbiate timore di me, - dice il Signore Jahvè degli eserciti.

Ger 2,32: Una vergine dimentica forse il suo ornamento, una sposa la sua cintura? E il mio popolo mi ha dimenticato per giorni senza numero!

Ger 2,34: Anche sulle gonne delle vostre vesti c'è il sangue dei poveri innocenti; non li avete colti in flagrante, ma li avete uccisi per tutte queste cose.

Libro dei Salmi 2, 7

Sal 2, 7 : Pubblicherò il decreto: Jahvè mi ha detto: Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato.

Libro dell'Esodo 32-34

Esodo 32-34: Quando il popolo vide che Mosè tardava a scendere dal monte, si riunì intorno ad Aronne e gli disse: "Su, facci un dio che ci preceda". Perché di questo Mosè, l'uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto". Aronne disse loro: "Togliete gli anelli d'oro dalle orecchie delle vostre mogli, dei vostri figli e delle vostre figlie e portatemeli". Tutti si tolsero gli anelli d'oro dalle orecchie e li portarono ad Aronne. Egli li prese dalle loro mani, lavorò l'oro con uno scalpello e ne fece un vitello fuso. E dissero: "Questo è il tuo Dio, Israele, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto". Quando Aronne lo vide, costruì un altare davanti all'immagine e gridò: "Domani ci sarà una festa in onore di Jahvè". Il giorno dopo, alzatisi di buon mattino, offrirono olocausti e presentarono offerte di pace; il popolo si sedette a mangiare e a bere, poi si alzò per divertirsi.

Poi Yahweh disse a Mosè: "Scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dal paese d'Egitto, si è comportato molto male. Si sono subito allontanati dalla via che avevo loro comandato, si sono fatti un vitello fuso, lo hanno adorato, gli hanno sacrificato e hanno detto: "Questo è il tuo Dio, Israele, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto"". Yahweh disse a Mosè: "Vedo che questo popolo ha il collo duro. 10Ora lasciatelo a me: la mia ira arda contro di loro e li consumi! Ma io farò di te una grande nazione".

Mosè supplicò Yahweh, il suo Dio, e disse: "Perché, Yahweh, la tua ira dovrebbe accendersi contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dal paese d'Egitto con grande potenza e mano forte? Perché gli Egiziani dovrebbero dire: "Li ha fatti uscire per il loro male, per distruggerli sui monti e cancellarli dalla faccia della terra"? Ritorna dalla ferocia della tua ira e pentiti del male che vuoi fare al tuo popolo. Ricordati di Abramo, Isacco e Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato: "Moltiplicherò la vostra discendenza come le stelle del cielo, e tutta questa terra di cui ho parlato la darò ai vostri discendenti ed essi la possederanno per sempre".

E Yahweh si pentì del male che aveva parlato di fare al suo popolo. Mosè tornò e scese dal monte con le due tavole della testimonianza in mano, scritte su entrambi i lati; erano scritte su entrambi i lati. Le tavole erano opera di Dio e la scrittura era la scrittura di Dio, incisa sulle tavole. Giosuè sentì il rumore del popolo che gridava e disse a Mosè: "C'è un grido di battaglia nell'accampamento!". Mosè rispose: "Non è né il suono di grida di vittoria né il suono di grida di sconfitta; sento la voce del popolo che canta". Quando fu vicino all'accampamento, vide il vitello e le danze. Mosè si adirò, gettò le tavole con le mani e le spezzò ai piedi del monte. Poi prese il vitello che avevano fatto, lo bruciò con il fuoco, lo ridusse in polvere, lo versò sull'acqua e la diede da bere ai figli d'Israele.

Mosè disse ad Aronne: "Che cosa ti ha fatto questo popolo per fargli commettere un peccato così grande?". Aronne rispose: "Non si accenda l'ira del mio signore! Tu stesso sai che questo popolo è incline al male". 23Mi dissero: "Costruiscici un dio che ci preceda, perché di questo Mosè, l'uomo che ci ha fatto uscire dal paese d'Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto". Dissi loro: "Chi ha dell'oro se ne spogli". Così me lo diedero, lo gettai nel fuoco e ne uscì questo vitello.

Mosè vide che il popolo non aveva alcun freno, perché Aronne gli aveva tolto ogni freno, esponendolo a diventare lo zimbello dei suoi nemici. Mosè si fermò alla porta dell'accampamento e disse: "A me appartengono quelli che sono per Yahweh!". E tutti i figli di Levi si radunarono intorno a lui. Ed egli disse loro: "Così dice Yahweh, il Dio d'Israele: "Ognuno di voi metta la spada al fianco e percorra l'accampamento di porta in porta, uccidendo ogni uomo il suo fratello, ogni uomo il suo amico, ogni uomo il suo parente"". I figli di Levi fecero come aveva ordinato Mosè e quel giorno perirono circa tremila persone. Mosè disse: "Consacratevi oggi a Yahweh, poiché ognuno di voi è stato contro suo figlio e suo padre, affinché egli vi dia oggi una benedizione".

Il giorno dopo Mosè disse al popolo: "Avete commesso un grande peccato. Ora salirò da Jahvé: forse otterrò il perdono del vostro peccato". Mosè tornò da Jahvè e disse: "Ah, questo popolo ha commesso un grande peccato! Si è fatto un dio d'oro. Ora perdona il loro peccato; se no, cancellami dal libro che hai scritto". Yahweh disse a Mosè: "È colui che ha peccato contro di me che io cancellerò dal mio libro. Vai ora e guida il popolo dove ti ho detto. Ecco, il mio angelo ti precederà, ma nel giorno della mia visita li punirò per il loro peccato". Così Yahweh colpì il popolo, perché aveva fatto il vitello che Aronne aveva fatto.

(Capitolo 33) Yahweh disse a Mosè: "Va', parti da qui, tu e il popolo che hai fatto uscire dal paese d'Egitto; sali al paese che ho promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, dicendo: La darò alla vostra discendenza. Manderò un angelo davanti a voi e scaccerò il Chananita, l'Amorreo, l'Ittita, il Perizzita, l'Hivita e il Gebuseo. Salite in un paese che scorre latte e miele; ma io non salirò in mezzo a voi, perché siete un popolo dal collo duro, per non distruggervi lungo il cammino".

Quando il popolo udì queste dure parole, si mise a piangere e nessuno si rivestì dei suoi ornamenti. Allora Yahweh disse a Mosè: "Di' ai figli d'Israele: "Voi siete un popolo dal collo rigido; se io salissi un momento in mezzo a voi, vi distruggerei. Ora toglietevi gli ornamenti di dosso e saprò cosa devo fare di voi". 6I figli d'Israele si spogliarono dei loro ornamenti sul monte Oreb.

Mosè prese la tenda e la piantò fuori dall'accampamento, a una certa distanza; la chiamò tenda del convegno; e tutti quelli che cercavano Yahweh andavano alla tenda del convegno, che era fuori dall'accampamento. Quando Mosè andò alla tenda, tutto il popolo si alzò in piedi, ogni uomo alla porta della tenda, e seguirono Mosè con gli occhi finché non entrò nella tenda. Appena Mosè fu entrato nella tenda, la colonna di nube scese e si fermò all'ingresso della tenda e Yahweh parlò con Mosè. E tutto il popolo vide la colonna di nuvola che stava all'ingresso della tenda; allora tutto il popolo si alzò e ognuno si prostrò all'ingresso della sua tenda. E Yahweh parlò a Mosè faccia a faccia, come un uomo parla al suo amico. Poi Mosè tornò nell'accampamento, ma il suo servo Giosuè, figlio di Nun, un giovane, non uscì dal centro della tenda.

Mosè disse a Yahweh: "Tu mi dici: Fai salire questo popolo, ma non mi dici chi manderai con me. Eppure hai detto: "Ti conosco per nome e hai trovato grazia al mio cospetto". E ora, se ho trovato grazia al tuo cospetto, fammi conoscere le tue vie, affinché io ti conosca e possa trovare grazia al tuo cospetto. Considera che questa nazione è il tuo popolo". Yahweh rispose: "Il mio volto andrà con te e ti darò riposo". Mosè disse: "Se il tuo volto non viene, non mandarci via da qui. Come si saprà che io e il tuo popolo abbiamo trovato grazia ai tuoi occhi, se tu non cammini con noi? È questo che distinguerà me e il tuo popolo da tutti i popoli della faccia della terra". Yahweh disse a Mosè: "Farò comunque quello che mi chiedi, perché hai trovato grazia ai miei occhi e ti conosco per nome".

Mosè disse: "Fammi vedere la tua gloria". Yahweh rispose: "Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e pronuncerò il nome di Yahweh davanti a te, perché sarò benevolo con chi voglio essere benevolo e misericordioso con chi voglio essere misericordioso". Yahweh disse: "Non potrai vedere il mio volto, perché l'uomo non può vedermi e vivere". Yahweh disse: "Ecco un luogo vicino a me; tu starai sulla roccia. Quando la mia gloria passerà, ti metterò nella cavità della roccia e ti coprirò con la mia mano finché non sarò passato. Poi ritirerò la mia mano e mi vedrete da dietro; ma il mio volto non si vedrà".

(Capitolo 34) Yahweh disse a Mosè: "Taglia due tavole di pietra come le prime e io scriverò su di esse le parole che erano sulle prime tavole che hai spezzato. Domani preparati, sali al mattino sul monte Sinai e mettiti davanti a me sulla cima del monte. Che nessuno salga con te, che non si veda nessuno sul monte e che né pecore né buoi pascolino sul fianco di questo monte". Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime e, alzatosi di buon'ora, salì sul monte Sinai, come gli aveva ordinato Yahweh, e prese in mano le due tavole di pietra.

Yahweh scese nella nube, si fermò con lui e invocò il nome di Yahweh. E Yahweh passò davanti a lui e gridò: "Yahweh! Yahweh! Dio misericordioso e compassionevole, lento all'ira, ricco di bontà e di fedeltà, che conserva la sua grazia per mille generazioni, che perdona l'iniquità, la ribellione e il peccato; ma non li lascia impuniti, facendo ricadere l'iniquità dei padri sui figli e sui figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione!". Subito Mosè si prostrò a terra e adorò, 9dicendo: "Se ho trovato grazia al tuo cospetto, Signore, degnati di camminare in mezzo a noi, perché è un popolo dal collo rigido; perdona le nostre iniquità e i nostri peccati e prendici come tua eredità".

Yahweh disse: "Ecco, io faccio un patto: in presenza di tutto il vostro popolo farò meraviglie che non sono state fatte in nessun paese e in nessuna nazione; e tutti i popoli intorno a voi vedranno l'opera di Yahweh, perché terribili sono le cose che farò con voi.

Fate attenzione a ciò che vi ordino oggi. Ecco, io scaccerò davanti a voi l'Amorreo, il Cananeo, l'Ittita, il Perizzita, l'Hivita e il Gebuseo. Guardatevi dal fare alleanza con gli abitanti del paese contro cui state marciando, perché non diventino un'insidia in mezzo a voi. 13Ma rovescerete i loro altari, abbatterete le loro colonne e demolirete i loro Asherim. Non adorerete altri dèi, perché Yahweh si chiama Geloso, un Dio geloso. Non farete dunque alcun patto con gli abitanti del paese, per evitare che, quando si prostituiscono con i loro dèi e sacrificano a loro, vi invitino ad entrare e voi mangiate dei loro sacrifici; per evitare che prendiate le loro figlie per i vostri figli e che le loro figlie, prostituendosi con i loro dèi, inducano anche i vostri figli a prostituirsi con i loro dèi.

Non vi farete dei di metallo fuso.

Osserverete la festa dei pani azzimi: per sette giorni mangerete pane azzimo, come vi ho ordinato, al tempo stabilito nel mese di Abib, perché nel mese di Abib siete usciti dall'Egitto.

Ogni maschio primogenito delle vostre greggi, sia bue che pecora, è mio. Riscatterai il primogenito dell'asino con un agnello; se non lo riscatterai, gli spezzerai il collo. Riscatterai ogni primogenito dei tuoi figli e non si presenteranno davanti a me a mani vuote.

Lavorerete sei giorni, ma vi riposerete il settimo, anche nell'aratura e nella mietitura.

Celebrerete la Festa delle Settimane, del primo raccolto di grano, e la Festa della Mietitura alla fine dell'anno.

Tre volte all'anno tutti i maschi compariranno davanti al Signore Yahweh, Dio Israele. Perché io scaccerò le nazioni di fronte a te e allargherò i tuoi confini; e nessuno potrà desiderare la tua terra mentre tu salirai a presentarti davanti a Jahvé, tuo Dio, tre volte all'anno.

Non offrirete il sangue della mia vittima con pane lievitato e il sacrificio della festa di Pasqua non sarà conservato fino al mattino.

Porterai alla casa di Jahvè, tuo Dio, le primizie del tuo terreno.

Non farai bollire un capretto nel latte di sua madre.

Yahweh disse a Mosè: "Scrivi queste parole, perché secondo queste parole io faccio un'alleanza con te e con Israele".

Mosè rimase con Yahweh quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiare pane né bere acqua. E Yahweh scrisse sulle tavole le parole dell'alleanza, le dieci parole.

Mosè scese dal monte Sinai; Mosè aveva in mano le due tavole della testimonianza quando scese dal monte; e Mosè non sapeva che la pelle del suo volto era diventata luminosa mentre parlava con Yahweh. Aronne e tutti i figli d'Israele videro Mosè, ed ecco che la pelle del suo volto brillava; ed ebbero paura di avvicinarsi a lui. Mosè li chiamò, Aronne e tutti i capi della comunità vennero da lui ed egli parlò loro. Allora tutti i figli d'Israele si avvicinarono ed egli diede loro tutti gli ordini che aveva ricevuto da Yahweh sul monte Sinai.

Quando Mosè ebbe finito di parlare loro, si coprì il volto con un velo. Quando Mosè si presentò davanti a Yahweh per parlare con lui, si tolse il velo finché non uscì; poi uscì e raccontò ai figli d'Israele ciò che gli era stato ordinato. 35E quando i figli d'Israele videro il volto di Mosè, videro che la pelle del volto di Mosè era radiosa; e Mosè si rimise il velo sul volto, finché non entrò a parlare con Yahweh.

EMR 213.1-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

La gente si cheta e si può, finalmente, sentire parlare Gesù.

Dice al sinagogo: «Dàmmi il decimo rotolo di quello scaffale»; e, avutolo, lo scioglie e lo porge al sinagogo dicendo: «Leggi il 4° capitolo della storia, II° dei Maccabei».

Il sinagogo ubbidiente legge. E le vicende di Onia e gli errori di Giasone e i tradimenti e i furti di Menelao passano così davanti al pensiero dei presenti. Il capitolo è terminato. Il sinagogo guarda Gesù che ha ascoltato attentamente.

213.2

Gesù fa cenno che basta così e poi si volge al popolo:

«Nella città del mio carissimo discepolo Io non avrò le solite parole di ammaestramento. Sosteremo qui qualche giorno ed Io voglio che sia lui che ve le dice. Perché da qui voglio che si inizi il diretto contatto, il continuo contatto fra gli apostoli e il popolo. È stato deciso nell’alta Galilea e là ebbe un primo bagliore. Ma l’umiltà dei miei discepoli li fece poi ritirare nell’ombra, perché temono di non saper fare e di usurpare il mio posto. No. Devono fare, faranno bene e aiuteranno il loro Maestro. Qui perciò, congiungendo in un unico amore i confini galileo-fenici con le terre di Giuda, le più meridionali, di confine verso i paesi del sole e delle arene, deve avere inizio la vera predicazione apostolica. Perché il Maestro non basta più ai bisogni delle folle. E perché è giusto che gli aquilotti lascino il nido e facciano i primi voli mentre ancora il Sole è con loro e l’ala robusta di Lui li regge.

Perciò Io, in questi giorni, sarò l’amico vostro e il vostro conforto. Essi saranno la parola e andranno spargendo il seme che ho loro dato. Io non avrò perciò parole di pubblico ammaestramento, ma vi darò una cosa privilegiata. Una profezia. Vi prego di ricordarvela per i tempi futuri, quando l’evento più orrendo dell’Umanità avrà offuscato il sole e, nelle tenebre, potranno i cuori essere tratti in giudizi d’errore. Non voglio che voi siate indotti in errore, voi che dal primo momento foste buoni con Me. Non voglio che il mondo possa dire: “Keriot fu nemica del Cristo”. Giusto Io sono. Non posso permettere che la critica, astiosa o innamorata di Me, possa, ognuna per il pungolo del suo sentimento, accusarvi di colpe verso di Me. Come non si può da numerosa famiglia pretendere una uguale santità nei figli, così non la si può pretendere per una popolosa città. Ma sarebbe forte anticarità dire per un figlio malvagio o per un cittadino non buono: “Tutta la famiglia o tutta la città è anatema”.

Udite dunque, ricordate poi, siate fedeli sempre, e come Io vi amo tanto da volervi difendere da una accusa ingiusta, così voi sappiate amare gli incolpevoli. Sempre. Quali che siano. Quale che sia la loro parentela coi colpevoli.

213.3

Ora udite. Verrà un tempo che in Israele vi saranno delatori del tesoro e della patria i quali, nella speranza di farsi amici gli stranieri, parleranno male del vero Sommo Sacerdote, accusandolo di alleanza coi nemici d’Israele e di atti malvagi verso i figli di Dio. E per giungere a questo saranno capaci di commettere delitti addossandone le responsabilità all’Innocente. E verrà il tempo, sempre in Israele, in cui, più ancora che ai tempi di Onia, un infame, tramando di essere lui il Pontefice, andrà dai potenti in Israele e li corromperà con l’oro, ancor più infame, di mendaci parole, e intanto sviserà la verità dei fatti, non parlerà contro le colpe, ma anzi, perseguendo i suoi indegni scopi, si volgerà a corrompere i costumi per avere più facile presa sugli animi privati dell’amicizia con Dio: tutto per giungere al suo scopo. E riuscirà. Oh! certo! Poiché, se nella stessa dimora sul monte Moria non sono i ginnasi dell’empio Giasone, in realtà essi sono nei cuori degli abitatori del monte che per franchigia sono disposti a vendere ciò che è ben più di un terreno, ma è la loro stessa coscienza. I frutti dell’antico errore si vedono ora, e chi ha occhi per vedere vede ciò che avviene là dove dovrebbe essere carità, purezza, giustizia, bontà, religione santa e profonda. Ma se sono frutti che già fanno tremare, i frutti nati dai semi di questi non solo saranno oggetto di tremore ma di maledizione divina.

Ed eccoci alla vera profezia. In verità vi dico che da colui che ha carpito il posto e la fiducia, mediante un giuoco lungo e astuto, sarà dato, per denaro, nelle mani dei nemici il Sommo Sacerdote, il vero Sacerdote. Tratto in inganno con proteste d’affetto, indicato ai carnefici con un atto d’amore, Egli sarà ucciso senza riguardo alla giustizia.

Quali accuse saranno fatte al Cristo, poiché di Me Io parlo, per giustificare il diritto di ucciderlo? Quale sorte sarà serbata a coloro che questo faranno? Una sorte immediata di orrenda giustizia. Una sorte non individuale ma collettiva per i complici del traditore. Una sorte più lontana e ancor più orrenda di quella dell’uomo che il rimorso porterà a coronare il suo animo di demonio dell’ultimo delitto contro se stesso. Perché quello in un attimo avrà fine. Quest’ultimo castigo sarà lungo, tremendo. Trovatelo nelle frasi: “e acceso di sdegno ordinò che Andronico fosse spogliato della porpora e ucciso nel luogo dove aveva commesso empietà contro Onia”. Sì, la razza sacerdotale sarà colpita nei figli oltreché negli esecutori. E il destino della massa complice leggetelo in queste[2]: “La voce di questo sangue grida a Me dalla Terra. Or dunque tu sarai maledetto…”. E sarà detta da Dio a tutto un popolo che non avrà saputo tutelare il dono del Cielo. Perché, se è vero che Io sono venuto per redimere, guai a coloro che saranno assassini e non redenti, fra questo popolo che ha per prima redenzione la mia Parola.

Ho detto. Ricordatevelo. E quando sentirete dire che Io sono un malfattore, dite: “No. Egli lo ha detto. Questo è il segnato che si compie ed Egli è la Vittima uccisa per i peccati del mondo”»…

213.4

La sinagoga si svuota e tutti parlano e gesticolano sulla profezia e sulla stima che Gesù ha di Giuda. Quelli di Keriot sono esaltati dall’onore dato loro dal Messia scegliendo il luogo di un apostolo, e proprio dell’apostolo di Keriot, per iniziare il magistero apostolico e anche per il dono della profezia.

Per quanto sia triste, è un grande onore averla avuta e con le parole di amore che la precedono… Nella sinagoga restano Gesù e il gruppo degli apostoli; anzi passano nel giardinetto che è fra la sinagoga e la casa del sinagogo. Giuda si è seduto e piange.

«Perché piangi? Non ne vedo il motivo…», dice l’altro Giuda.

«Ma, ecco. Quasi quasi farei anche io come lui. Avete sentito? Ora bisogna parlare noi…», dice Pietro.

«Ma un poco lo abbiamo già fatto sul monte. Sempre meglio faremo. Tu e Giovanni siete stati subito capaci», dice Giacomo di Zebedeo per rincuorare.

«Il peggio è per me… ma Dio mi aiuterà. Non è vero, Maestro?», interroga Andrea.

Gesù, che scorreva dei rotoli che si era portati con Sé, si volta e dice: «Cosa dicevi?».

«Che Dio mi aiuterà quando dovrò parlare. Cercherò di ripetere le tue parole il meglio che posso. Ma mio fratello ha paura e Giuda piange».

«Piangi? Perché?», domanda Gesù.

«Perché veramente io ho peccato. Andrea e Tommaso lo possono dire. Io ho fatto maldicenza su Te, e Tu mi benefichi chiamandomi “carissimo discepolo” e volendomi maestro qui… Quanto amore!…».

«Ma non lo sapevi che ti amavo?».

«Sì. Ma… Grazie, Maestro. Non mormorerò mai più, perché veramente io sono le tenebre e Tu sei la Luce».

Ritorna il sinagogo invitandoli nella sua casa, e nell’andare dice: «Penso alle tue parole. Se ho ben compreso, in Keriot, come hai trovato un prediletto, il nostro Giuda di Simone, profetizzi di trovarvi un indegno. Ciò mi accora. Meno male che Giuda compenserà l’altro…».

«Con tutto me stesso», dice Giuda che si è ripreso.

Gesù non parla, ma guarda i suoi interlocutori e fa un gesto aprendo le braccia come per dire: «Così è».

Annotazione

Il leader legge. E così le prove di Onia, gli errori di Giasone, i tradimenti e i furti di Menelao passano davanti al pubblico. Il capitolo è terminato. Il lettore guarda Gesù, che ha ascoltato con attenzione. Cfr. il secondo libro dei Maccabei, 2 M 4.

Voglio che inizi un contatto diretto, un contatto continuo tra gli apostoli e il popolo. Questo fu deciso nell'Alta Galilea e lì si vide la prima luce. Gesù li manda a predicare per la prima volta in EMV 166,2-3. Essi tengono la loro prima predica in EMV 166,4-12 (soprattutto Simone lo Zelota e Giovanni). È nei pressi della casa di Elise, in Giudea, che Gesù dichiara di non essere più sufficiente a soddisfare i bisogni delle folle(EMV 209,5).

Per quanto riguarda il destino della massa dei complici, possiamo leggerlo in queste parole: "La voce di questo sangue grida a me dalla terra. Sarete dunque maledetti...". Ed è Dio che pronuncerà queste parole a un intero popolo che non ha saputo proteggere il dono del cielo. Perché se è vero che sono venuto a redimere, guai a coloro che saranno assassini e non saranno redenti, tra questo popolo la cui prima redenzione è stata la mia Parola. Cfr. Gen 4,10-11.

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Secondo libro dei Maccabei, 4

2 M 4 : Simone, l'informatore dell'erario e del suo paese, parlava male di Onia: era lui, diceva, che aveva sobillato Eliodoro e che era l'autore di tutto il male. Il benefattore della città, il difensore dei suoi concittadini e il fedele osservante delle leggi, osava farlo passare per un avversario dello Stato. L'odio si spinse a tal punto che uno dei sostenitori di Simone commise un omicidio. Allora Onia, considerando il pericolo di queste divisioni e gli sfoghi di Apollonio, governatore militare della Coele-Siria e della Fenicia, che incoraggiava la malvagità di Simone, si recò dal re, non per accusare i suoi concittadini, ma in vista degli interessi generali e particolari di tutto il suo popolo. Infatti, vedeva che senza l'intervento del re sarebbe stato impossibile pacificare la situazione e che Simone non avrebbe rinunciato alle sue imprese criminali.

Ma dopo la morte di Seleuco, gli successe Antioco, soprannominato Epifane, e Giasone, fratello di Onia, si mise in testa di usurpare il pontificato. In un incontro con il re, gli promise trecentosessanta talenti d'argento e ottanta talenti presi da altre entrate. Promise inoltre di impegnarsi per iscritto a versare altri centocinquanta talenti se gli fosse stato permesso di istituire, di sua autorità e secondo i suoi desideri, un ginnasio con un efebo e di registrare gli abitanti di Gerusalemme come cittadini di Antiochia. Il re acconsentì a tutto. Non appena Giasone ottenne il potere, si accinse a introdurre le usanze greche tra i suoi concittadini. Abolì le franchigie che i re, per umanità, avevano concesso ai Giudei grazie all'impresa di Giovanni, padre di Eupolemo, che era stato inviato in ambasceria per concludere un trattato di alleanza e amicizia con i Romani, e, distruggendo le istituzioni legittime, stabilì usanze contrarie alla legge. Si compiaceva di fondare un ginnasio ai piedi dell'Acropoli e allevava i bambini più nobili mettendoli sotto il suo cappello. L'ellenismo crebbe a tal punto e ci fu una tale inclinazione verso costumi stranieri, come risultato dell'eccessiva perversione di Giasone, un uomo senza Dio e per nulla sommo sacerdote, che i sacerdoti non mostrarono più alcuno zelo per il servizio dell'altare e, disprezzando il tempio e trascurando i sacrifici, si affrettarono a partecipare, nel palaestra, agli esercizi proibiti dalla legge, non appena si udì il richiamo al lancio del disco. Non badando agli onori della patria, tenevano in grande considerazione le distinzioni dei Greci. Ne conseguirono gravi disgrazie e proprio nel popolo di cui imitavano lo stile di vita e a cui volevano assomigliare in tutto, trovarono nemici e oppressori. Infatti, non si violano impunemente le leggi divine; ma questo è ciò che dimostreranno gli eventi successivi.

Mentre a Tiro si celebravano i giochi quinquennali, ai quali il re assisteva, il criminale Giasone inviò da Gerusalemme degli spettatori, cittadini di Antiochia, che portavano trecento dracme d'argento per il sacrificio di Ercole; ma quelli che li portavano chiesero che il denaro fosse usato non per i sacrifici, che non erano appropriati, ma per coprire altre spese. Così le trecento dracme erano effettivamente destinate da chi le aveva inviate al sacrificio in onore di Ercole; ma furono utilizzate, secondo il desiderio di chi le portava, per la costruzione di triremi.

Apollonio, figlio di Menesteo, essendo stato inviato in Egitto in occasione dell'intronizzazione del re Tolomeo Filometore, Antioco venne a sapere che il re era mal disposto nei suoi confronti e, volendo mettersi al sicuro da lui, si recò a Giaffa e poi a Gerusalemme. Ricevuto magnificamente da Giasone e da tutta la città, fece il suo ingresso alla luce delle fiaccole e tra le acclamazioni; poi condusse il suo esercito in Fenicia allo stesso modo.

Trascorsi tre anni, Giasone inviò Menelao, il fratello di Simone di cui sopra, a portare il denaro al re e a pagare le tasse di registrazione per gli affari importanti. Menelao, però, si raccomandò al re, lo onorò sotto le spoglie di un uomo di alto rango e si fece assegnare il pontificato sovrano, offrendo trecento talenti d'argento in più rispetto a Giasone. Ricevute le lettere di investitura dal re, tornò a Gerusalemme senza nulla di degno del sacerdozio, ma con gli istinti di un tiranno crudele e la furia di una bestia selvaggia. Così Giasone, che aveva ingannato il proprio fratello, ingannato a sua volta da un altro, dovette fuggire nella terra degli Ammoniti. Quanto a Menelao, ottenne il potere; ma, non avendo rispettato la somma promessa al re, nonostante le lamentele di Sostrato, comandante dell'Acropoli, incaricato di riscuotere le tasse, entrambi furono convocati dal re.

Menelao lasciò il fratello Lisimaco al suo posto come sommo sacerdote e Sostrato lasciò Crates, governatore di Cipro, come suo sostituto. Nel frattempo, gli abitanti di Tarso e Mallas si ribellarono, perché queste due città erano state date in dono ad Antiochide, concubina del re. Il re partì quindi in fretta e furia per sedare la rivolta, lasciando Andronico, uno dei grandi dignitari, come suo luogotenente. Menelao, ritenendo le circostanze favorevoli, prese alcuni vasi d'oro dal tempio e li consegnò ad Andronico, riuscendo a venderne altri a Tiro e alle città vicine.

Quando Onia seppe con certezza che Menelao aveva commesso questo nuovo crimine, glielo rimproverò, dopo essersi ritirato in un luogo di rifugio a Dafne, vicino ad Antiochia. Menelao, quindi, prese da parte Andronico e lo esortò a mettere a morte Onia. Andronico si recò dunque da Onia e, con l'inganno, giurò sulla sua mano destra; poi, benché sospettoso, lo convinse a uscire dal suo rifugio e lo mise subito a morte, senza alcun riguardo per la giustizia. Così non solo i Giudei, ma anche molte altre nazioni si indignarono e si addolorarono per l'ingiusta uccisione di quest'uomo.

Quando il re tornò dalla Cilicia, i Giudei di Antiochia, insieme ai Greci, anch'essi nemici della violenza, si rivolsero a lui per l'ingiusta uccisione di Onia. Antioco ne fu profondamente addolorato e, mosso da compassione per Onia, versò lacrime al ricordo della moderazione e della saggia condotta del defunto. Arroventato dall'ira, fece immediatamente spogliare Andronico della porpora, gli strappò le vesti e, dopo averlo condotto per tutta la città, degradò il furfante proprio nel luogo in cui aveva compiuto l'empio attentato a Onia; il Signore lo colpì così con un giusto castigo.

Quando Lisimaco, d'accordo con Menelao, aveva commesso in città un gran numero di furti sacrileghi e si era sparsa la voce, il popolo si sollevò contro Lisimaco, anche se molti vasi d'oro erano già stati dispersi. Quando Lisimaco vide che la folla era stata sobillata e gli animi accesi, armò circa tremila uomini e cominciò a commettere atti di violenza sotto il comando di un certo Tiranno, un uomo di età avanzata e non meno perverso. Ma quando seppero dell'attacco di Lisimaco, alcuni presero delle pietre, altri dei grossi bastoni, altri ancora raccolsero della cenere che si trovava in giro e li scagliarono tumultuosamente contro i sostenitori di Lisimaco. Così ferirono molti dei suoi uomini, ne uccisero diversi, misero in fuga tutti gli altri e massacrarono lo stesso sacrilego vicino al tesoro del tempio.

Sulla base di questi fatti iniziò un'indagine contro Menelao. Quando il re giunse a Tiro, i tre uomini inviati dagli anziani spiegarono la giustizia del loro caso. Ritenendosi convinto, Menelao promise a Tolomeo, figlio di Dorymene, una grande somma di denaro perché il re lo favorisse. Tolomeo allora portò il re sotto il peristilio, come per rinfrescarsi, e gli fece cambiare idea. Il re dichiarò Menelao innocente delle accuse mosse contro di lui, pur essendo colpevole di ogni crimine, e condannò a morte uomini sfortunati che, se avessero fatto valere le loro ragioni anche davanti agli Sciti, sarebbero stati riconosciuti innocenti; e uomini che avevano difeso la città, il popolo e gli oggetti sacri, subirono senza indugio questa ingiusta punizione. I Tiri stessi si indignarono e fecero alle vittime un magnifico funerale. Quanto a Menelao, grazie all'avidità dei potenti, mantenne la sua dignità, crescendo nella malizia e nel crudele flagello dei suoi concittadini.

Libro della Genesi 4, 10-11

Gn 4, 10-11 : Yahweh disse: "Che cosa hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida dalla terra verso di me. Ora sei maledetto dalla terra, che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano".

EMR 217.3-4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

« Ma intanto, Tu, che ti dici santo, perché permetti certe cose? Tu, che ti dici Maestro, perché non istruisci i tuoi apostoli prima degli altri? Guardali lì, dietro a Te!… Eccoli con ancora lo strumento del peccato fra le mani! Li vedi? Hanno colto delle spighe, ed è sabato. Hanno colto delle spighe non loro. Hanno violato il sabato e hanno rubato».

«Avevamo fame. Abbiamo chiesto al paese, dove siamo giunti ieri sera, alloggio e cibo. Ci hanno cacciati. Solo una vecchierella ci ha dato del suo pane e un pugno d’ulive. Dio glielo renda centuplicato perché ha dato tutto ciò che aveva, chiedendo soltanto una benedizione. Abbiamo camminato per un miglio e poi abbiamo sostato, come di legge, bevendo l’acqua di un rio. Poi, venuto il tramonto, siamo andati a quella casa… Ci hanno respinto. Tu vedi che in noi c’era volontà di ubbidire alla Legge», risponde Pietro.

«Ma non lo avete fatto. Non è lecito in sabato fare opera manuale e non è mai lecito prendere ciò che è di altri. Io e i miei amici ne siamo scandalizzati».

«Io, invece, no. Non avete mai letto[3] come Davide a Nobe prese i pani sacri della Proposizione per cibarsi lui ed i suoi compagni? I pani sacri erano di Dio, nella sua casa, riserbati per ordine eterno ai sacerdoti. È detto: “Apparterranno ad Aronne e ai suoi figli che li mangeranno in luogo santo perché sono cosa santissima”. Eppure Davide li prese per sé e per i suoi compagni, perché ebbe fame. Or dunque, se il santo re entrò nella casa di Dio e mangiò i pani della Proposizione in sabato, lui a cui non era lecito cibarsene, eppure non gli fu ascritto a peccato, perché Dio continuò anche dopo questo ad averlo caro, come puoi tu dire che noi siamo peccatori se cogliamo sul suolo di Dio le spighe cresciute e maturate per suo volere, le spighe che sono anche degli uccelli, e che tu neghi che se ne cibino gli uomini, figli del Padre?», chiede Gesù.

«Li avevano chiesti quei pani, non li avevano presi senza chiedere. E ciò cambia aspetto. E poi non è vero che Dio non ascrisse questo a peccato a Davide. Lo colpì ben duramente Dio!».

«Ma non per questo. Per la lussuria, per il censimento, non per…», ribatte il Taddeo.

«Oh! basta! Non è lecito e non è lecito. Non avete diritto di farlo e non lo farete.

217.4

Andatevene. Non vi vogliamo nelle nostre terre. Non abbiamo bisogno di voi. Non sappiamo che fare di voi».

«Ce ne andremo», dice Gesù impedendo ai suoi di ribattere oltre.

«E per sempre, ricordalo. Che mai più Gionata di Uziel ti trovi al suo cospetto. Via!».

«Sì. Via. Eppure ci troveremo ancora. E allora sarà Gionata quello che mi vorrà vedere per ripetere la condanna e per liberare per sempre il mondo di Me. Ma allora sarà il Cielo che ti dirà: “Non ti è lecito di farlo”, e quel “non ti è lecito” ti suonerà nel cuore come urlo di buccina per tutta la vita, e oltre la vita. Come nei giorni di sabato i sacerdoti nel Tempio violano il riposo sabatico e non fanno peccato, così noi, servi del Signore, possiamo, posto che l’uomo ci nega l’amore, attingere amore e soccorso dal Padre santissimo, senza per questo commettere colpe. Qui c’è Uno che è ben più grande del Tempio e può prendere ciò che vuole di quanto è nel creato, perché Dio ha messo tutto a far da sgabello alla Parola. Ed Io prendo e dono. Così le spighe del Padre, posate sulla immensa tavola che è la Terra, come la Parola. Prendo e dono. Ai buoni come ai malvagi. Perché Misericordia sono. Ma voi non sapete cosa è la Misericordia. Se sapeste cosa vuol dire il mio essere Misericordia, capireste anche che Io non voglio che quella. Se voi sapeste cosa è la Misericordia non avreste condannato degli innocenti. Ma voi non lo sapete. Voi non sapete neppure che Io non vi condanno, voi non sapete che Io vi perdonerò, che chiederò, anzi, perdono al Padre per voi. Perché Io voglio misericordia e non castigo. Ma voi non sapete. Non volete sapere. E questo è un peccato più grande di quello che mi ascrivete, di quello che dite abbiano fatto questi innocenti. Del resto sappiate che il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, e che il Figlio dell’uomo è padrone anche del sabato. Addio…».

Si volge ai discepoli: «Venite. Andiamo a cercare un letto fra le sabbie che sono ormai vicine. Avremo sempre a compagne le stelle e ci daranno ristoro le rugiade. Dio provvederà, Lui che mandò la manna ad Israele, a nutrire noi pure, poveri e fedeli a Lui».

E Gesù lascia in asso il gruppo astioso e se ne va coi suoi, mentre la sera scende con le prime ombre violette… Trovano finalmente una siepe di fichi d’India sulla cui cima, irta di palette pungenti, sono dei fichi che iniziano a maturare. Ma tutto è buono per chi ha fame. E, pungendosi, colgono i più maturi e vanno, finché i campi cessano in dune sabbiose. Viene da lontano un rumore di mare.

«Sostiamo qui. La sabbia è soffice e calda. Domani entreremo in Ascalona», dice Gesù, e tutti cadono stanchi ai piedi di un’alta duna.

Dettaglio

Gli apostoli hanno fame e cominciano a raccogliere spighe di grano nei campi, non avendo ricevuto cibo dagli abitanti (EMV 217.1). Gesù incontra allora un gruppo di farisei, tra cui Jonathas ben Ouziel, un membro del Sinedrio. Questi gli è ostile e rimprovera al Maestro il comportamento dei discepoli. Simone Pietro e Giuda interverranno brevemente in 217.3.

Annotazione

Non avete mai letto di come Davide, a Nob, prese i pani consacrati per sfamare se stesso e i suoi compagni? I pani consacrati appartenevano a Dio, nella sua casa, riservati per un ordine eterno ai sacerdoti. Si dice: «Apparterranno ad Aronne e ai suoi figli, che li mangeranno in un luogo sacro, poiché è una cosa santissima». Cfr. 1 Samuele 21, 1-4 e Levitico 24, 9.

Dio punì severamente Davide per la sua lussuria e per il censimento: riguardo alla sua lussuria, cfr. 2 Samuele 12, 9-14 (vedi anche 94.7). Per il censimento, cfr. 2 Samuele 24, 1-17 e 1 Cronache 21, 1-17.

Ai buoni come ai cattivi, poiché io sono la Misericordia. Ma voi ignorate che cosa sia la misericordia. Se sapeste cosa significa, capireste anche che io non voglio altro che essa. Cfr . Osea 6,6 ripreso anche in Matteo 9,13.

Alla fine trovano una siepe di fichi d’India, sulle cui cime, irte di spine, i fichi cominciano a maturare. Questa menzione incuriosisce: si ritiene che il fico d’India, o fico d’India, sia stato importato dal Messico da Cristoforo Colombo. Si tratta di un grossolano anacronismo o di una rara conoscenza di Maria Valtorta? Vedi il commento.

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Libro del Levitico 24, 9

Lv 24, 9: Apparterranno ad Aronne e ai suoi figli, che li mangeranno in luogo santo; poiché per loro è cosa santissima tra le offerte bruciate a Yahweh. È una legge perpetua.

Primo Libro di Samuele, 21, 1-7

1 Sam 1-7: Davide si alzò e se ne andò, mentre Gionata tornò in città. Davide si recò a Nob, dal sommo sacerdote Achimelech; e Achimelech, spaventato, corse incontro a Davide e gli disse: « Perché sei solo e non c’è nessuno con te ? » Davide rispose al sacerdote Achimelech: «Il re mi ha dato un ordine e mi ha detto: “Che nessuno sappia nulla della faccenda per la quale ti mando e ti ho dato un ordine. Ho indicato ai miei uomini un determinato luogo di ritrovo. E ora, cosa hai a disposizione ? Dammi cinque pani, o quello che c’è. » Il sacerdote rispose a Davide e disse: «Non ho a disposizione pane comune, ma c’è del pane consacrato; a condizione che i tuoi uomini si siano astenuti dalle donne. » Davide rispose al sacerdote e gli disse: «Ci siamo astenuti dalle donne da tre giorni, da quando sono partito, e i vasi dei miei uomini sono cosa santa; e se il viaggio è profano, tuttavia è santificato per quanto riguarda il vaso? » Allora il sacerdote gli diede il pane consacrato, poiché non c’era lì altro pane se non il pane dell’offerta, che era stato tolto dalla presenza del Signore per essere sostituito con pane fresco nel momento stesso in cui veniva rimosso.

Secondo libro di Samuele 12, 9-14

2 Sam 12, 9-14: Perché hai disprezzato la parola del Signore, compiendo ciò che è male ai suoi occhi? Hai fatto morire di spada Uria l’Hittita; hai preso sua moglie per farne tua moglie e l’hai fatto uccidere dalla spada dei figli di Ammon. E ora la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché mi hai disprezzato e hai preso la moglie di Uria l’Hittita per farne tua moglie. Così dice Yahweh: «Ecco, io farò sorgere la sventura su di te proprio dalla tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle al tuo vicino, ed egli giacerà con le tue mogli alla luce di questo sole. Tu infatti hai agito in segreto; io invece farò questo alla presenza di tutto Israele e alla luce del sole».

Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore». E Natan disse a Davide: «Il Signore ha perdonato il tuo peccato; non morirai. Ma, poiché con questa tua azione hai fatto sì che i nemici del Signore lo disprezzassero, il figlio che ti è nato morirà».

Secondo libro di Samuele 24, 1-17

2 Sam 24, 1-17: L’ ira di Yahweh si accese di nuovo contro Israele, ed egli incitò Davide contro di loro, dicendo: «Va’, fai il censimento di Israele e di Giuda». » Il re disse a Joab, capo dell’esercito, che era con lui: «Percorri dunque tutte le tribù d’Israele, da Dan a Bersabea; fate il censimento del popolo, affinché io conosca il numero del popolo. » Joab disse al re: «Che Yahweh, il tuo Dio, aggiunga al popolo cento volte tanto quanto c’è, e che gli occhi del re, mio signore, lo vedano! Ma perché il re, mio signore, si compiace di fare questo? » Ma la parola del re prevalse su quella di Joab e dei capi dell’esercito; e Joab e i capi dell’esercito si allontanarono dal re per fare il censimento del popolo d’Israele.

Dopo aver attraversato il Giordano, si accamparono ad Aroër, a destra della città, che si trova in mezzo alla valle di Gad, e poi a Jazer. Giunsero in Galaad e nel paese di Thachthim-Hodsi; poi giunsero a Dan-Jaan e nei dintorni di Sidone. Giunsero alla fortezza di Tiro e in tutte le città degli Hivvei e dei Cananei, per poi arrivare nel Negeb di Giuda, a Beersheba. Dopo aver così percorso tutto il paese, tornarono a Gerusalemme al termine di nove mesi e venti giorni. Joab consegnò al re l’elenco del censimento del popolo: in Israele c’erano ottocentomila uomini da guerra che impugnavano la spada, e in Giuda cinquecentomila uomini. Il cuore di Davide si strinse dopo aver contato il popolo, e Davide disse al Signore: «Ho commesso un grande peccato con ciò che ho fatto! Ora, o Signore, ti prego, perdona l’iniquità del tuo servo, poiché ho agito da vero stolto».

Il giorno seguente, quando Davide si alzò, la parola del Signore fu rivolta a Gad, il profeta, il veggente di Davide, in questi termini: «Va’ a dire a Davide: Così dice il Signore: Ti pongo davanti tre cose; scegline una, e io te la farò. » Gad andò da Davide e gli riferì la parola del Signore, dicendogli: «Vorresti che nel tuo paese ci fosse una carestia di sette anni, oppure che tu fuggissi per tre mesi dai tuoi nemici che ti inseguiranno, oppure che nel tuo paese ci fosse una pestilenza per tre giorni? Ora, rifletti e vedi cosa devo rispondere a colui che mi ha mandato». » Davide rispose a Gad: «Sono in grande angoscia. Ah! Cadiamo nelle mani del Signore, poiché le sue misericordie sono grandi; ma che io non cada nelle mani degli uomini! » E il Signore mandò una pestilenza in Israele dal mattino di quel giorno fino al tempo stabilito; e morirono, da Dan a Beersheba, settantamila uomini tra il popolo. L’angelo stava stendendo la mano su Gerusalemme per distruggerla. Ma il Signore si pentì di quel male e disse all’angelo che stava sterminando il popolo: «Basta! Ritira ora la tua mano. » L’angelo di Yahweh si trovava vicino all’aia di Areuna, il Gebuseo. Vedendo l’angelo che colpiva il popolo, Davide disse a Yahweh: «Ecco, sono io che ho peccato, sono io il colpevole; ma quelle pecore, che cosa hanno fatto? Che la tua mano ricada dunque su di me e sulla casa di mio padre!»

Quel giorno Gad andò da Davide e gli disse: «Sali ed erigi un altare al Signore sull’aia di Areuna, il Gebuseo». Davide salì, secondo la parola di Gad, come il Signore aveva ordinato. Areuna, guardando, vide il re e i suoi servi che si dirigevano verso di lui; Areuna uscì e si prostrò davanti al re, con il volto a terra, dicendo: «Perché il mio signore, il re, viene dal suo servo?» E Davide rispose: «Per acquistare da te questa piana per costruire un altare a Yahweh, affinché la piaga si allontani dal popolo». Areuna disse a Davide: «Che il mio signore, il re, prenda la piana e offra in sacrificio ciò che riterrà opportuno! Ecco i buoi per l’olocausto, i carri e i gioghi dei buoi per la legna. Tutto questo, o re, Areuna lo dona al re». E Areuna disse ancora al re: «Che Yahweh, il tuo Dio, ti sia favorevole! » Ma il re disse ad Areuna: «No! Voglio comprarlo da te a prezzo d’argento, e non offrirò a Yahweh, il mio Dio, olocausti che non mi costino nulla. » E Davide acquistò l’aia e i buoi per cinquanta sicli d’argento. 25E Davide costruì lì un altare a Yahweh e offrì olocausti e sacrifici di ringraziamento.

Così Yahweh si placò verso il paese, e la piaga si allontanò da Israele.

Primo libro delle Cronache 21, 1-17

1 Cr 21, 1-17: Satana si levò contro Israele e incitò Davide a fare il censimento di Israele. E Davide disse a Joab e ai capi del popolo: «Andate, contate Israele da Bersabea fino a Dan e riferitemi il numero, affinché io sappia quanti sono». » Joab rispose: «Che Yahweh aggiunga al suo popolo cento volte tanto quanti sono! O re, mio signore, non sono forse tutti servi del mio signore? Perché dunque il mio signore chiede questo? Perché far cadere il peccato su Israele ?» Ma la parola del re prevalse su quella di Joab. Joab partì e percorse tutto Israele, poi tornò a Gerusalemme. E Joab consegnò a Davide l’elenco del censimento del popolo: in tutto Israele c’erano undici centomila uomini abili a maneggiare la spada, e in Giuda quattrocentosettanta mila uomini abili a maneggiare la spada. Non fece il censimento dei Leviti e dei Beniaminiti in mezzo a loro, poiché l’ordine del re era sgradito a Joab.

Dio vide di cattivo occhio questa faccenda e colpì Israele. E Davide disse a Dio: «Ho commesso un grande peccato facendo questo. Ora, ti prego, togli l’iniquità dal tuo servo, poiché ho agito da vero stolto». » Yahweh parlò a Gad, il veggente di Davide, dicendo: «Va’ e parla a Davide così: “Così dice Yahweh: Ti propongo tre cose; scegline una, e io te la farò.”» Gad andò da Davide e gli disse: «Così dice Yahweh: Scegli: o tre anni di carestia, o tre mesi durante i quali sarai in fuga davanti ai tuoi avversari e colpito dalla spada dei tuoi nemici, o tre giorni durante i quali la spada di Yahweh e la peste saranno nel paese, e l’angelo di Yahweh opererà la distruzione in tutto il territorio d’Israele. Ora, vedi cosa devo rispondere a colui che mi ha mandato». Davide disse a Gad: «Sono in una crudele angoscia. Ah, che io cada nelle mani del Signore, poiché la sua misericordia è grande, e non cada nelle mani degli uomini!»

E il Signore mandò una pestilenza in Israele, e perirono settantamila uomini in Israele. E Dio mandò un angelo a Gerusalemme per distruggerla; e mentre distruggeva, Yahweh vide e si pentì di quel male, e disse all’angelo che distruggeva: «Basta! Ritira ora la tua mano». » L’angelo di Yahweh si trovava vicino all’aia di Ornan, il Gebuseo. Davide, alzando gli occhi, vide l’angelo di Yahweh in piedi tra la terra e il cielo, con in mano la spada sguainata, puntata contro Gerusalemme. Allora Davide e gli anziani, coperti di sacchi, si prostrarono con la faccia a terra. E Davide disse a Dio: «Non sono forse io che ho ordinato di fare il censimento del popolo? Sono io che ho peccato e ho fatto il male; ma queste, queste pecore, che cosa hanno fatto? Yahvé, mio Dio, che la tua mano ricada dunque su di me e sulla casa di mio padre, ma non sul tuo popolo per la sua rovina».

Libro di Osea 6, 6

Os 6, 6: Rimase di nuovo incinta e partorì una figlia. E il Signore disse a Osea: «Chiamala Lo-Ruhama (cioè “Non-amata”), perché non amo più la casa d’Israele e non voglio più perdonarla».

Vangelo di Matteo 9, 13

Mt 9, 13: «Andate a imparare che cosa significa: “Misericordia io voglio, non sacrificio”. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Vangelo secondo Matteo 12, 1-8

Mt 12, 1-8: In quel tempo, un giorno di sabato, Gesù passava per i campi di grano; i suoi discepoli avevano fame e cominciarono a strappare delle spighe e a mangiarle. Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli fanno ciò che non è lecito fare di sabato!» Ma egli disse loro: «Non avete letto ciò che fece Davide, quando lui e quelli che lo accompagnavano avevano fame? Entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta; ora, né lui né gli altri avevano il diritto di mangiarli, ma solo i sacerdoti. Oppure, non avete letto nella Legge che nel giorno di sabato i sacerdoti, nel Tempio, violano il riposo sabbatico senza commettere alcuna colpa? Ebbene, vi dico: qui c’è qualcuno più grande del Tempio. Se aveste compreso che cosa significa: «Misericordia io voglio e non sacrificio», non avreste condannato coloro che non hanno commesso alcuna colpa. Infatti, il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

Vangelo secondo Marco 2, 23-28

Mc 2, 23-28: Un giorno di sabato, Gesù camminava tra i campi di grano; e i suoi discepoli, lungo la strada, cominciarono a strappare delle spighe. I farisei gli dicevano: «Guarda cosa fanno nel giorno di sabato! Non è permesso». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto ciò che fece Davide, quando era nel bisogno e aveva fame, lui e quelli che lo accompagnavano? Al tempo del sommo sacerdote Abiatar, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che nessuno ha il diritto di mangiare se non i sacerdoti, e ne diede anche a coloro che lo accompagnavano. » E diceva loro ancora: «Il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato. Ecco perché il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

Vangelo di Luca 6, 1-5

Lc 6, 1-5: Un giorno di sabato, Gesù attraversava i campi; i suoi discepoli strappavano delle spighe e le mangiavano, dopo averle sgranate con le mani. Allora alcuni farisei dissero: «Perché fate ciò che non è permesso nel giorno di sabato?». Gesù rispose loro: «Non avete letto ciò che fece Davide un giorno in cui aveva fame, lui e quelli che lo accompagnavano? Entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede a coloro che lo accompagnavano, mentre solo i sacerdoti hanno il diritto di mangiarli». E diceva loro ancora: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».