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Note del tema

Vita quotidiana e fatti di società

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Comfort di lettura

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EMR 204.4 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

« (...) Non è così?».

«Così è, Maestro. Li hai visti e studiati molto bene», conferma e loda Plautina.

«Ma se ci consta che non è mai uscito dalla Palestina!?», esclama Quintilliano.

«Non sono mai uscito per andare a Roma o ad Atene. Ma non ignoro l’architettura di Grecia e di Roma, e nel genio dell’uomo che ha decorato il Partenone Io ero presente, perché Io sono dovunque è vita e manifestazione di vita. Là dove un saggio pensa, uno scultore scolpisce, un poeta compone, una madre canta su una cuna, un uomo fatica sui solchi, un medico lotta con i morbi, un vivente respira, un animale vive, un albero vegeta, là Io sono insieme a Colui da cui vengo. Nel boato del terremoto o nel fragore dei fulmini, nella luce delle stelle o nel flusso delle maree, nel volo dell’aquila o nel sibilo della zanzara, Io sono col Creatore altissimo».

«Sicché… Tu… Tu sai tutto? E il pensiero e le opere umane?», chiede ancora Quintilliano.

«Io so».

I romani si guardano stupiti.

Dettaglio

Gesù descrive a lungo i templi costruiti dai Romani e dai Greci.

EMR 204.5 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

« (...) Vi è un unico e vero Dio».

«Allora… Egli è lassù, solo, nel suo Olimpo? E che fa se è solo?».

«Basta a Se stesso e si occupa di ogni cosa che è nel creato. Ti ho detto prima: anche al sibilo della zanzara è presente Dio. Non si annoia, non dubitare. Non è un povero uomo, padrone di un immenso impero in cui si sente odiato e in cui vive tremando. È l’Amore, e vive amando. La sua Vita è Amore continuo. Basta a Se stesso perché è infinito e potentissimo, è la Perfezione. Ma tante sono le cose create, che vivono per il suo continuo volere, che Egli non ha tempo di annoiarsi. La noia è frutto dell’ozio e del vizio. Nel Cielo del vero Dio non vi è ozio e non vi è vizio. Ma presto Egli avrà, oltre agli angeli che ora lo servono, un popolo di giusti giubilanti in Lui, e sempre più questo popolo si accrescerà per i credenti futuri nel vero Dio».

«Gli angeli sarebbero i geni?», chiede Lidia.

«No. Sono esseri spirituali, come lo è Dio che li ha creati».

«E i geni che sono allora?».

«Quali voi li immaginate sono menzogna. Non esistono, così come voi li immaginate. Ma per quell’istintivo bisogno dell’uomo di cercare la verità – e questo per pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi, perché è delusa nel suo desiderio, perché è affamata nella sua nostalgia del Dio vero che essa sola ricorda, in quel corpo in cui ella abita e che è retto da una mente pagana – anche voi avete sentito che l’uomo non è solo carne, e che al suo peribile corpo è unito un che di immortale. E così lo hanno le città e le nazioni. Ecco allora che credete, che sentite il bisogno di credere ai “geni”. E vi date il genio individuale, quello della famiglia, della città, delle nazioni. Voi avete il “genio di Roma”. Avete il “genio dell’imperatore”. E li adorate come divinità minori. Entrate nella vera fede. Avrete conoscenza ed amicizia dell’angelo vostro, al quale darete venerazione, non adorazione. Solo Dio va adorato».

EMR 204.6 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

« (...) “L’uomo è generato come tutti gli animali da un connubio fra maschio e femmina. Ma l’anima, ossia quella cosa che differenzia l’animale-uomo dall’animale-bruto, viene da Dio. Egli la crea di volta in volta che un uomo è generato, meglio, è concepito in un seno, e la innesta in questa carne che altrimenti sarebbe solamente animale”».

«E noi l’abbiamo? Noi pagani? A sentire i tuoi connazionali non parrebbe…», dice ironico Quintilliano.

«Ogni nato da donna l’ha».

EMR 204.6 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Vedere nel suo contesto

Citazione

«Ogni nato da donna l’ha».

«Tu hai detto però che il peccato la uccide. Come allora in noi peccatori è viva?», chiede Plautina.

«Voi non peccate nella fede, credendo di essere nel Vero.

Quando conoscerete la Verità e persisterete nell’errore, allora peccherete. Ugualmente molte cose, che per gli israeliti sono peccato, per voi non lo sono. Perché nessuna legge divina ve le proibisce. Il peccato è quando uno scientemente si ribella all’ordine dato da Dio e dice: “So che ciò che faccio è male. Ma lo voglio fare ugualmente”. Dio è giusto. Non può punire uno che fa il male credendo di fare il bene. Punisce chi, avendo avuto modo di conoscere Bene e Male, sceglie quest’ultimo e vi persiste».

«Allora in noi l’anima è, e viva e presente?».

«Sì».

Dettaglio

Gesù discute dell'anima con le signore romane che sono pagane e credono nell'Olimpo.

EMR 204.6 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Il peccato è quando uno scientemente si ribella all’ordine dato da Dio e dice: “So che ciò che faccio è male. Ma lo voglio fare ugualmente”. Dio è giusto. Non può punire uno che fa il male credendo di fare il bene. Punisce chi, avendo avuto modo di conoscere Bene e Male, sceglie quest’ultimo e vi persiste.

EMR 204.6 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Allora in noi l’anima è, e viva e presente?».

«Sì».

«E sofferente? Credi proprio che essa si ricordi di Dio? Noi non ci ricordiamo del seno che ci ha portati. Non potremmo dire come era fatto nel suo interno. L’anima, se ho ben capito, viene spiritualmente generata da Dio. Può mai ricordarsi di questo se il corpo non ricorda la lunga sosta nel seno?».

«L’anima non è bruta, Plautina. L’embrione sì. Tanto vero che l’anima viene data quando il feto è già formato[2]. L’anima è, a somiglianza di Dio, eterna e spirituale. Eterna dal momento che viene creata, mentre Dio è il perfettissimo Eterno e perciò non ha principio nel tempo come non avrà fine. L’anima, lucida, intelligente, spirituale, opera di Dio, si ricorda[3]. E soffre perché desidera Dio, il vero Dio da cui viene, e ha fame di Dio. Ecco perché pungola il corpo, torpido a cercare di accostarsi a Dio».

Annotazione

- L'anima non è materia prima, Plautina. Lo è l'embrione. È proprio vero che l'anima si dà solo quando il feto è già formato.

INFUSIONE DELL'ANIMA: L'embrione, sì, invece di:il feto, sì, è una correzione di Maria Valtorta al manoscritto originale, dove inserisce: "Tanto è vero che l'anima è data quando il feto è già formato". Questa frase è presente nella traduzione francese di Felix Sauvage del 1985, ma è stata tolta perché sarebbe in contraddizione con altre affermazioni del capitolo, ma questa affermazione, che è in linea con quella di San Tommaso d'Aquino (vedi sotto), è confermata da altre affermazioni come in EMV 118: L 'uomo è prima di tutto solo un embrione animale, non diverso da quello di una pecora.

L'anima è, a somiglianza di Dio, eterna e spirituale. Questa posizione è stata sostenuta da San Tommaso d'Aquino, Dottore della Chiesa, nella tradizione di Aristotele. Egli stimava il tempo di insufflazione a 40 giorni (circa 6 settimane). Oggi, con il progredire della scienza, Giovanni Paolo II, senza pronunciarsi sul momento esatto dell'insufflazione, ci ricorda che fin dall'origine dell'embrione c'è una definizione personale da rispettare (siamo tutti nati da esso). Lo studio antropologico ci porta a riconoscere che, in virtù dell'unità sostanziale del corpo con lo spirito, il genoma umano non ha solo un significato biologico; è portatore di una dignità antropologica che ha la sua fonte nell'anima spirituale che lo penetra e gli dà vita"(Discorso ai membri della Pontificia Accademia per la Vita, 24 febbraio 1998 {it}). Da parte sua, San Tommaso d'Aquino affermava: "L'anima preesiste nell'embrione; lì è prima nutritiva, poi sensibile e infine intellettiva"(Summa Theologica, Parte I, Domanda 118, da dove viene l'anima dell'uomo, Articolo 2, Risposta).

L'anima, lucida, intelligente, spirituale, opera di Dio, lo ricorda. Se ne è già parlato sopra, in EMV 204.5, così come in EMV 94.7, EMV 121.7, EMV 154.7 (con una nota), EMV 157.5, EMV 169.5, EMV 344.7 (in bocca a un bambino), EMV 428.4 (con una nota), EMV 534.6 (in bocca a un vecchio), EMV 554.10, EMV 556.8.

Il ricordo che le anime hanno di Dio è trattato in modo più specifico in : EMV 10,9 | EMV 286,7 | EMV 290,9. Inoltre, Maria "non fu mai priva del ricordo di Dio", come si legge in EMV 4,6; ciò è illustrato in EMV 10,8/10 e nelle ultime righe diEMV 11,4. L'anima di Maria è menzionata anche in EMV 136,6 e in EMV 348,9/10.

EMR 204.8 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Vedere nel suo contesto

Citazione

«Come possiamo fare spazio, libertà, elevazione all’anima?».

«Con l’abbattere le inutili cose che avete nel vostro io. Liberarlo da tutte le idee sbagliate, e coi detriti di queste demolizioni fare l’elevazione per il tempio sovrano. L’anima va portata sempre più in alto, sui tre gradini. Oh! voi romani amate i simboli. Guardate i tre gradini alla luce del simbolo. Possono dirvi i loro nomi: penitenza, pazienza, costanza. Oppure: umiltà, purezza, giustizia. Oppure: sapienza, generosità, misericordia. O infine il trinomio splendido: fede, speranza, carità. Guardate ancora il simbolo della cinta che, ornata e robusta, cinge l’area del tempio. Occorre saper circondare l’anima, regina del corpo, tempio allo Spirito eterno, di una barriera che la difenda senza però impedirle la luce né opprimerla con la vista di brutture. Una cinta sicura, e scalpellata dal desiderio di amore, da ciò che è inferiore: la carne e il sangue, verso ciò che è superiore: lo spirito. Scalpellare con la volontà. Levare angoli, scheggiature, macchie, vene di debolezza dal marmo del nostro io perché sia perfetto intorno all’anima. E nello stesso tempo, della cinta messa a riparo del tempio, fare misericordioso rifugio ai più infelici che non conoscono ciò che è Carità. I portici: l’effondersi dell’amore, della pietà, del desiderio che altri vengano a Dio, simili ad amorose braccia che si stendono a far velo sulla cuna di un orfano. E oltre la cinta le piante più belle e più profumate, omaggio al Creatore. Seminate sul terreno prima nudo e poi coltivate le piante: le virtù d’ogni nome, la seconda cinta viva e fiorita intorno al sacrario; e fra le piante, fra le virtù, le fontane, altro amore, altra purificazione prima di accostarsi al propileo vicino al quale, e prima di salire all’altare, si deve compiere il sacrificio della carnalità, svenarsi delle lussurie. E poi passare oltre, all’altare, per deporvi l’offerta, e poi ancora accostarsi alla cella dove è Dio, superando il vestibolo. E la cella che sarà? Una dovizia di spirituali ricchezze perché nulla è mai troppo per fare cornice a Dio. Avete inteso? Mi avete chiesto come si costruisce la fede. Vi ho detto: “secondo il metodo con cui si alzano i templi”. Vedete che è vero.

EMR 205.3-7 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Udite. È una bella parabola che vi guiderà con la sua luce in tanti casi.

Un uomo aveva due figli. Il maggiore era serio, lavoratore, affezionato, ubbidiente. Il secondo era intelligente più del maggiore – che in verità era un poco ottuso e si lasciava guidare per non avere da affaticarsi a decidere da sé – ma in compenso era anche ribelle, svagato, amante del lusso e del piacere, dissipatore e ozioso. L’intelligenza è un grande dono di Dio. Ma è un dono che va usato saggiamente. Altrimenti è come certi farmachi i quali, usati in mal modo, non sanano ma uccidono. Il padre – era nel suo diritto e nel suo dovere – lo richiamava a vita più saggia. Ma senza alcun utile, tolto quello di averne male risposte e un maggior irrigidimento del figlio nelle proprie cattive idee.

Infine un giorno, dopo una disputa più fiera, il figlio minore disse: “Dàmmi la mia parte dei beni. Così non sentirò più i tuoi rimproveri e i lagni del fratello. Ognuno il suo e sia finito tutto”. “Guarda”, rispose il padre, “che presto sarai rovinato. Che farai allora? Pensa che io non sarò ingiusto in favore di te e non riprenderò un picciolo a tuo fratello per darlo a te”. “Non ti chiederò nulla. Sta’ sicuro. Dàmmi la mia parte”.

Il padre fece stimare le terre e le cose preziose e, visto che denaro e gioielli facevano tanto quanto le terre, dette al maggiore i campi e i vigneti, le mandre e gli ulivi, e al minore il denaro e i gioielli, che il giovane vendette subito mutando tutto in denaro. E fatto questo, in pochi giorni, se ne andò in lontano paese dove visse da gran signore, scialacquando tutto il suo in bagordi di ogni specie, facendosi credere un figlio di re perché si vergognava di dire: “sono campagnolo”, rinnegando perciò il padre suo. Festini, amici e amiche, vesti, vini, giuoco… vita dissoluta… Presto vide scemare la sostanza e venire avanti la miseria. E con la miseria, a farla più grave, venne nel paese una grande carestia che dette fondo ai resti della sostanza.

205.4

Avrebbe potuto andare dal padre. Ma era superbo e non volle. Andò allora da un riccone del paese, già suo amico nei tempi buoni, e lo pregò dicendo: “Accoglimi fra i tuoi servi in ricordo di quando godesti delle mie dovizie”. Vedete voi come è stolto l’uomo! Preferisce mettersi sotto la frusta di un padrone anziché dire ad un padre: “Perdono! Ho sbagliato!”. Quel giovane aveva imparato tante cose inutili con la sua intelligenza aperta, ma non aveva voluto imparare il detto[1] dell’Ecclesiastico: “Quanto è infame colui che abbandona il padre suo e quanto è maledetto da Dio chi fa inquietare la madre”. Era intelligente ma non sapiente.

L’uomo a cui si era rivolto, in cambio del molto che aveva goduto dal giovane stolto, mise questo stolto di guardia ai porci – perché si era in paese pagano e vi erano molti porci – e lo mandò a pasturare nei suoi possessi le mandre dei porci. Lurido, stracciato, puzzolente, affamato – perché il cibo era scarso per tutti i servi e specie per gli infimi, e lui, straniero mandriano di porci e deriso, era ritenuto tale – vedeva i porci satollarsi delle ghiande e sospirava: “Potessi almeno io pure empirmi il ventre di questi frutti! Ma sono troppo amari! Neppure la fame me li fa parere buoni”. E piangeva pensando ai ricchi festini da satrapo fatti poco tempo prima fra risa, canti, danze… e pensava poi agli onesti pranzi ben nutriti della sua casa lontana, alle porzioni che il padre faceva a tutti imparzialmente, serbando per sé sempre il meno, lieto di vedere il sano appetito dei suoi figli… e pensava anche alle parti fatte ai servi da quel giusto, e sospirava: “I garzoni di mio padre, anche i più infimi, hanno pane in abbondanza… e io qui muoio di fame…”. Un lungo lavoro di riflessione, una lunga lotta per strozzare la superbia…

205.5

Infine venne il giorno che, rinato nell’umiltà e nella sapienza, sorse in piedi e disse: “Io vado dal padre mio! È stolto questo orgoglio che mi fa prigione. E di che? Perché soffrire e nel corpo e più nel cuore mentre posso avere perdono e sollievo? Vado dal padre mio. È detto. Che gli dirò? Ma quello che è nato qui dentro, in questa abbiezione, fra queste lordure, fra i morsi della fame! Gli dirò: ‘Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami perciò come l’infimo dei tuoi garzoni, ma sopportami sotto il tuo tetto. Che io ti veda passare…’. Non potrò dirgli: ‘…perché ti amo’. Non lo crederebbe. Ma lo dirà la mia vita, ed egli lo comprenderà, e prima di morire mi benedirà ancora… Oh! lo spero. Perché mio padre mi ama”. E, tornato la sera in paese, si licenziò dal padrone e mendicando per via tornò a casa sua.

Ecco i campi paterni… e la casa… e il padre che dirigeva i lavori, invecchiato, scarnito dal dolore, ma sempre buono… Il colpevole, guardando quella rovina causata da lui, si fermò intimorito… ma il padre, girando l’occhio, lo vide e gli corse incontro, perché era ancora lontano, e raggiuntolo gli gettò le braccia al collo e lo baciò. Solo il padre aveva riconosciuto in quel mendicante avvilito la sua creatura e solo lui aveva avuto un movimento di amore. Il figlio, stretto fra quelle braccia, con il capo sulla spalla paterna, mormorò fra i singhiozzi: “Padre, lascia che io mi getti ai tuoi piedi”. “No, figlio mio! Non ai piedi. Sul mio cuore, che ha tanto sofferto della tua assenza e che ha bisogno di rivivere col sentire il tuo calore sul mio petto”. E il figlio, piangendo più forte, disse: “Oh! padre mio! Io ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato da te: figlio. Ma permettimi di vivere fra i tuoi servi, sotto il tuo tetto, vedendoti, mangiando il tuo pane, servendoti, bevendo il tuo alito. Ad ogni boccone di pane, ad ogni tuo respiro si riformerà il mio cuore tanto corrotto e diverrò onesto…”. Ma il padre, tenendolo sempre abbracciato, lo condusse verso i servi, che si erano ammucchiati in distanza e che osservavano, e disse loro: “Presto, portate qui la veste più bella e catini di acque odorose, lavatelo, profumatelo, rivestitelo, mettetegli dei calzari nuovi e un anello al dito. Poi prendete un vitello ingrassato e ammazzatelo. E si prepari un banchetto. Perché questo figlio mio era morto ed ora è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato. Io voglio che ora lui pure ritrovi il suo semplice amore di pargolo; e il mio amore e la festa della casa per il suo ritorno glielo devono dare. Deve capire che egli è sempre per me il caro bambino ultimo nato, quale era nella infanzia sua lontana, quando mi camminava al fianco facendomi beato col suo sorriso e il suo balbettio”. E così fecero i servi.

205.6

Il figlio maggiore era in campagna e non seppe nulla fino al suo ritorno. A sera, venendo verso casa, la vide luminosa di lumi e udì suoni di strumenti e danze uscire da essa. Chiamò un servo che correva indaffarato e gli disse: “Che avviene?”. E il servo rispose: “È tornato tuo fratello! Tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso perché ha riavuto il figlio e sano, guarito dal suo grande male, ed ha ordinato banchetto. Non si attende che te per cominciare”. Ma il primogenito, in collera perché gli pareva ingiustizia tanta festa per il minore, che oltre che minore era stato cattivo, non volle entrare e anzi fece per allontanarsi da casa.

Ma il padre, avvertito di questo, corse fuori e lo raggiunse tentando di convincerlo e pregandolo di non amareggiargli la sua gioia. Il primogenito rispose al padre suo: “E vuoi che io non sia inquieto? Tu fai ingiustizia e spregio al tuo primogenito. Io da quando ho potuto lavorare ti ho servito, e sono molti anni. Io non ho mai trasgredito ad un tuo comando, neppure ad un tuo desiderio. Io ti sono sempre stato vicino e ti ho amato per due per farti guarire dalla piaga fatta da mio fratello. E tu non mi hai dato neppure un capretto per godermelo cogli amici. Questo, che ti ha offeso, che ti ha abbandonato, che è stato infingardo e dissipatore e che torna ora perché è spinto dalla fame, tu lo onori e per lui ammazzi il vitello più bello. Vale la pena essere lavoratori e senza vizi! Questo non me lo dovevi fare!”.

Il padre disse allora stringendoselo al seno: “Oh! figlio mio! E puoi credere che io non ti ami perché non stendo un velo di festa sulle tue azioni? Le tue azioni sono sante di loro, e il mondo ti loda per esse. Ma questo tuo fratello, invece, ha bisogno di essere rialzato nella stima del mondo e nella stima sua stessa. E credi tu che io non ti ami perché non ti do un premio visibile? Ma mattina e sera e in ogni mio alito e pensiero tu sei presente al mio cuore, e ad ogni attimo io ti benedico. Tu hai il premio continuo di essere sempre con me, e tutto quanto è mio è tuo. Ma era giusto banchettare e fare festa per questo tuo fratello, che era morto ed è risuscitato al Bene, che era perduto ed è stato ritornato al nostro amore”. E il primogenito si arrese.

205.7

Così, amici miei, succede nella Casa del Padre. E chi si sa uguale al figlio minore della parabola pensi pure che, se lo imita nell’andare al Padre, il Padre gli dice: “Non ai miei piedi. Ma sul mio cuore, che ha sofferto della tua assenza e che ora è beato per il tuo ritorno”. Chi è in condizioni di figlio primogenito e senza colpa verso il Padre, non sia geloso della gioia paterna, ma ne prenda parte, dando amore al fratello redento.»

Annotazione

Libro del Siracide 3, 16

Si 3, 16 : Chi abbandona suo padre è come un bestemmiatore; chi provoca sua madre all'ira è maledetto dal Signore.

Vangelo di Luca 15, 11-32

Lc 15, 11-32 : Gesù disse ancora: "Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: "Padre, dammi la mia parte di ricchezza". E il padre divise i suoi beni tra loro. Pochi giorni dopo, il figlio minore raccolse tutto ciò che aveva e partì per un paese lontano, dove sperperò la sua fortuna conducendo una vita disordinata. Aveva speso tutto, quando in quel paese si verificò una grande carestia e cominciò a trovarsi nel bisogno. Andò a lavorare per un abitante di quel paese, che lo mandò a curare i maiali nei suoi campi. Avrebbe voluto riempirsi la pancia con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gli dava nulla.

Allora rientrò in se stesso e si disse: "Quanti lavoratori di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi operai". Così si alzò e andò da suo padre. Mentre era ancora lontano, il padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo riempì di baci. Il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". Ma il padre disse ai suoi servi: "Presto, portate la veste più bella per vestirlo, mettetegli un anello al dito e dei sandali ai piedi, andate a prendere il vitello grasso, uccidetelo, mangiamo e facciamo festa, perché mio figlio, che vedete era morto, è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato". E cominciarono a banchettare.

Ma il figlio maggiore era fuori nei campi. Quando tornò e fu vicino alla casa, sentì musica e danze. Chiamò uno dei servi e chiese cosa stesse succedendo. Il servo rispose: "Tuo fratello è arrivato e tuo padre ha ucciso il vitello grasso, perché ha trovato tuo fratello in buona salute". Allora il figlio maggiore si arrabbiò e si rifiutò di entrare. Suo padre uscì per pregarlo. Ma egli rispose al padre: "Sono stato al tuo servizio per tanti anni senza mai trasgredire i tuoi ordini, e non mi hai mai dato un capretto da mangiare con i miei amici. Ma quando questo tuo figlio è tornato dopo aver divorato i tuoi beni con le prostitute, hai fatto uccidere il vitello grasso per lui!". Il padre rispose: "Tu, figlio mio, sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo". C'era bisogno di fare festa e di rallegrarsi; perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato!"".

EMR 205.3 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

L’intelligenza è un grande dono di Dio. Ma è un dono che va usato saggiamente. Altrimenti è come certi farmachi i quali, usati in mal modo, non sanano ma uccidono.