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Note del tema

Considerazioni sul mondo ebraico

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Comfort di lettura

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EMR 52.5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Osservo una cosa. Meno le rispettive madri degli sposi e meno Maria, nessuna donna siede a quel tavolo. Tutte le donne sono, e fanno baccano per cento, all’altra tavola contro la parete, e vengono servite dopo che sono stati serviti gli sposi e gli ospiti di riguardo. Gesù è presso il padrone di casa ed ha di fronte Maria, la quale siede a fianco della sposa.

Dettaglio

Alle nozze di Cana, Maria scrive:

EMR 53.1-7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Vedo Gesù che entra con Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo, Filippo e Bartolomeo, nel recinto del Tempio.

Vi è grandissima folla entro e fuori di esso. Pellegrini che giungono a frotte da ogni parte della città. Dall’alto del colle, su cui il Tempio è costruito, si vedono le vie cittadine, strette e contorte, formicolare di gente. Pare che fra il bianco crudo delle case si sia steso un nastro semovente dai mille colori. Sì, la città ha l’aspetto di un bizzarro giocattolo, fatto di nastri variopinti fra due fili bianchi e tutti convergenti al punto dove splendono le cupole della Casa del Signore.

Nell’interno poi è… una vera fiera. Ogni raccoglimento di luogo sacro è annullato. Chi corre e chi chiama, chi contratta gli agnelli e urla e maledice per il prezzo esoso, chi spinge le povere bestie belanti nei recinti (sono rudimentali divisioni di corde o di pioli, al cui ingresso sta il mercante, o proprietario che sia, in attesa dei compratori). Legnate, belati, bestemmie, richiami, insulti ai garzoni non solleciti nelle operazioni di adunata e di cernita delle bestie e ai compratori che lesinano sul prezzo o che se ne vanno, maggiori insulti a quelli che, previdenti, hanno portato, di loro, l’agnello.

Intorno ai banchi dei cambiavalute, altro vocìo. Si capisce che, non so se in ogni momento o in questo pasquale, si capisce che il Tempio funzionava da… Borsa, e borsa nera. Il valore delle monete non era fisso. Vi era quello legale, di certo vi sarà stato, ma i cambiavalute ne imponevano un altro, appropriandosi di un tanto, messo a capriccio, per il cambio delle monete. E le assicuro che non scherzavano nelle operazioni di strozzinaggio!… Più uno era povero e veniva da lontano, e più era pelato. I vecchi più dei giovani, quelli provenienti da oltre Palestina più dei vecchi.

Dei poveri vecchierelli guardavano e riguardavano il loro peculio, messo da parte con chissà che fatica in tutta l’annata, se lo levavano e se lo rimettevano in seno cento volte, girando dall’uno all’altro cambiavalute, e finivano magari per tornare dal primo, che si vendicava della loro iniziale diserzione aumentando l’aggio del cambio… e le grosse monete lasciavano, tra dei sospiri, le mani del proprietario e passavano fra le grinfie dell’usuraio e venivano mutate in monete più spicciole. Poi altra tragedia di scelte, di conti e di sospiri davanti ai venditori di agnelli, i quali, ai vecchietti mezzi ciechi, appioppavano gli agnelli più grami.

53.2

Vedo tornare due vecchietti, lui e lei, spingendo un povero agnelletto che deve esser stato trovato difettoso dai sacrificatori. Pianti, suppliche, mali garbi, parolacce si incrociano senza che il venditore si commuova.

«Per quello che volete spendere, galilei, è fin troppo bello quanto vi ho dato. Andatevene! O aggiungete altri cinque denari per averne uno più bello».

«In nome di Dio! Siamo poveri e vecchi! Vuoi impedirci di fare la Pasqua, che è l’ultima forse? Non ti basta quello che hai voluto per una piccola bestia?».

«Fate largo, lerciosi. Viene a me Giuseppe l’Anziano. Mi onora della sua preferenza. Dio sia con te! Vieni, scegli!».

Entra nel recinto, e prende un magnifico agnello, quello che è chiamato Giuseppe l’Anziano, ossia il d’Arimatea. Passa pomposo nelle vesti e superbo, senza guardare i poverelli gementi alla porta, anzi all’apertura del recinto. Li urta quasi, specie quando esce coll’agnello grasso e belante.

53.3

Ma anche Gesù è ormai vicino. Anche Lui ha fatto il suo acquisto, e Pietro, che probabilmente ha contrattato per Lui, si tira dietro un agnello discreto.

Pietro vorrebbe andare subito verso il luogo dove si sacrifica. Ma Gesù piega a destra, verso i due vecchietti sgomenti, piangenti, indecisi, che la folla urta e il venditore insulta.

Gesù, tanto alto da avere il capo dei due nonnetti all’altezza del cuore, pone una mano sulla spalla della donna e chiede: «Perché piangi, donna?».

La vecchietta si volge e vede questo giovane alto, solenne nel suo bell’abito bianco e nel mantello pure di neve, tutto nuovo e mondo. Lo deve scambiare per un dottore sia per la veste che per l’aspetto e, stupita perché dottori e sacerdoti non fanno caso alla gente né tutelano i poveri contro l’esosità dei mercanti, dice le ragioni del loro pianto.

Gesù si rivolge all’uomo degli agnelli: «Cambia questo agnello a questi fedeli. Non è degno dell’altare, come non è degno che tu ti approfitti di due vecchierelli perché deboli e indifesi».

«E Tu chi sei?».

«Un giusto».

«La tua parlata e quella dei compagni ti dicono galileo. Può esser mai in Galilea un giusto?».

«Fa’ quello che ti dico e sii giusto tu».

«Udite! Udite il galileo difensore dei suoi pari! Egli vuole insegnare a noi del Tempio!». L’uomo ride e beffeggia, contraffacendo la cadenza galilea, che è più cantante e più ricca di dolcezza della giudiaca, almeno così mi pare.

Della gente si fa intorno, e altri mercanti e cambiavalute prendono le difese del consocio contro Gesù.

Fra i presenti vi sono due o tre rabbini ironici. Uno di questi chiede: «Sei Tu dottore?», in un modo tale da far perdere la pazienza a Giobbe.

«Lo hai detto».

«Che insegni?».

«Questo insegno: a rendere la Casa di Dio casa di orazione e non un posto d’usura e di mercato. Questo insegno».

53.4

Gesù è terribile. Pare l’arcangelo posto sulla soglia del Paradiso perduto. Non ha spada fiammeggiante fra le mani, ma ha i raggi negli occhi, e fulmina derisori e sacrileghi. In mano non ha nulla. Solo la sua santa ira. E con questa, camminando veloce e imponente fra banco e banco, sparpaglia le monete così meticolosamente allineate per qualità, ribalta tavoli e tavolini, e tutto cade con fracasso al suolo fra un gran rumore di metalli rimbalzanti e di legni percossi e grida di ira, di sgomento e di approvazione. Poi, strappate di mano, a dei garzoni dei bestiai, delle funi con cui essi tenevano a posto bovi, pecore e agnelli, ne fa una sferza ben dura, in cui i nodi per formare i lacci scorsoi divengono flagelli, e l’alza e la rotea e l’abbassa, senza pietà. Sì, le assicuro: senza pietà.

La impensata grandine percuote teste e schiene. I fedeli si scansano ammirando la scena; i colpevoli, inseguiti fino alla cinta esterna, se la dànno a gambe lasciando per terra denaro e indietro bestie e bestiole in un grande arruffio di gambe, di corna, di ali; chi corre, chi vola via; e muggiti, belati, scruccolii di colombe e tortore, insieme a risate e urla di fedeli dietro agli strozzini in fuga, soverchiano persino il lamentoso coro degli agnelli, sgozzati in un altro cortile di certo.

53.5

Accorrono sacerdoti insieme a rabbini e farisei. Gesù è ancora in mezzo al cortile, di ritorno dal suo inseguimento. La sferza è ancora nella sua mano.

«Chi sei? Come ti permetti fare questo, turbando le cerimonie prescritte? Da quale scuola provieni? Noi non ti conosciamo, né sappiamo chi sei».

«Io sono Colui che posso. Tutto Io posso. Disfate pure questo Tempio vero ed Io lo risorgerò per dar lode a Dio. Non Io turbo la santità della Casa di Dio e delle cerimonie, ma voi la turbate permettendo che la sua dimora divenga sede agli usurai e ai mercanti. La mia scuola è la scuola di Dio. La stessa che ebbe tutto Israele per bocca dell’Eterno parlante a Mosè. Non mi conoscete? Mi conoscerete. Non sapete da dove Io vengo? Lo saprete».

53.6

E, volgendosi al popolo senza più curarsi dei sacerdoti, alto nell’abito bianco, col mantello aperto e fluente dietro le spalle, a braccia aperte come un oratore nel più vivo della sua orazione, dice:

«Udite, voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto[1]: “Tu costituirai dei giudici e dei magistrati a tutte le porte… ed essi giudicheranno il popolo con giustizia, senza propendere da nessuna parte. Tu non avrai riguardi personali, non accetterai donativi, perché i donativi accecano gli occhi dei savi ed alterano le parole dei giusti. Con giustizia seguirai ciò che è giusto per vivere e possedere la terra che il Signore Iddio tuo ti avrà data”.

Udite, o voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: “I sacerdoti e i leviti e tutti quelli della tribù di Levi non avranno parte né eredità col resto di Israele, perché devono vivere coi sacrifizi del Signore e colle offerte che a Lui sono fatte; nulla avranno tra i possessi dei loro fratelli, perché il Signore è la loro eredità”.

Udite, o voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: “Non presterai ad interesse al tuo fratello né denaro, né grano, né qualsiasi altra cosa. Potrai prestare ad interesse allo straniero; al tuo fratello, invece, presterai senza interesse quello che gli bisogna”.

Questo ha detto il Signore.

Ora voi vedete che senza giustizia verso il povero si siede in Israele. Non nel giusto, ma nel forte si propende, ed esser povero, esser popolo, vuol dire esser oppresso. Come può il popolo dire: “Chi ci giudica è giusto”, se vede che solo i potenti sono rispettati e ascoltati, mentre il povero non ha chi lo ascolti? Come può il popolo rispettare il Signore, se vede che non lo rispettano coloro che più dovrebbero farlo? È rispetto al Signore la violazione del suo comando? E perché allora i sacerdoti in Israele hanno possessi e accettano donativi da pubblicani e peccatori, i quali così fanno per aver benigni i sacerdoti, così come questi fanno per aver ricco scrigno?

Dio è l’eredità dei suoi sacerdoti. Per essi, Egli, il Padre di Israele, è più che mai Padre e provvede al cibo come è giusto. Ma non più di quanto sia giusto. Non ha promesso ai suoi servi del Santuario borsa e possessi. Nell’eternità avranno il Cielo per la loro giustizia, come lo avranno Mosè e Elia e Giacobbe e Abramo, ma su questa Terra non devono avere che veste di lino e diadema di incorruttibile oro: purezza e carità; e che il corpo sia servo allo spirito che è servo del Dio vero, e non sia il corpo colui che è signore sullo spirito e contro Dio.

M’è stato chiesto con quale autorità Io faccio questo. Ed essi con quale autorità profanano il comando di Dio e all’ombra delle sacre mura permettono usura contro i fratelli di Israele, venuti per ubbidire al comando divino? M’è stato chiesto da quale scuola Io provengo, ed ho risposto: “Dalla scuola di Dio”. Sì, Israele. Io vengo e ti riporto a questa scuola santa e immutabile.

53.7

Chi vuol conoscere la Luce, la Verità, la Vita, chi vuole risentire la Voce di Dio parlante al suo popolo, a Me venga. Avete seguito Mosè attraverso i deserti, o voi di Israele. Seguitemi, ché Io vi porto, attraverso a ben più tristo deserto, incontro alla vera Terra beata. Per mare aperto al comando di Dio, ad essa vi traggo. Alzando il mio Segno, da ogni male vi guarisco.

L’ora della Grazia è venuta. L’hanno attesa i Patriarchi e sono morti nell’attenderla. L’hanno predetta i Profeti e sono morti con questa speranza. L’hanno sognata i giusti e sono morti confortati da questo sogno. Ora è sorta.

Venite. “Il Signore sta per giudicare il suo popolo e per fare misericordia ai suoi servi”, come ha promesso per bocca di Mosè».

La gente, assiepata intorno a Gesù, è rimasta a bocca aperta ad ascoltarlo. Poi commenta le parole del nuovo Rabbi e interroga i suoi compagni.

Gesù si avvia verso un altro cortile, separato da questo da un porticato. Gli amici lo seguono e la visione ha fine.

Dettaglio

Prima purificazione del Tempio.

Annotazione

Giovanni 2, 13-25:

Quando fu vicina la Pasqua, Gesù salì a Gerusalemme. Nel Tempio trovò i trafficanti di buoi, pecore e colombe e i cambiavalute. Fece una frusta di corde e li scacciò tutti dal Tempio, insieme alle pecore e ai buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute, rovesciò i loro banchi e disse ai venditori di colombe: "Portate via questo da qui. Smettete di fare della casa del Padre mio una casa di commercio". I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: L'amore della vostra casa sarà il mio tormento".

Alcuni Giudei gli chiesero: "Quale segno ci dai per fare questo? Gesù rispose: "Distruggete questo santuario e in tre giorni lo farò risorgere". I Giudei replicarono: "Ci sono voluti quarantasei anni per costruire questo santuario e tu lo farai risorgere in tre giorni! Ma egli stava parlando del santuario del suo corpo. Così, quando risuscitò dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo; credettero alle Scritture e alle parole che Gesù aveva pronunciato.

Mentre si trovava a Gerusalemme per la festa di Pasqua, molti credettero nel suo nome vedendo i segni che compiva. Ma Gesù non si fidava di loro, perché li conosceva tutti e non aveva bisogno di alcuna testimonianza sull'uomo, perché egli stesso conosceva ciò che era nell'uomo.

EMR 66.2

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Tu mi segui per un’idea che è umana, Giuda. Io te ne devo dissuadere. Non sono venuto per questo».

«Ma non sei Tu il designato Re dei giudei? Quello di cui hanno parlato i Profeti? Altri ne sono sorti. Ma a loro mancavano troppe cose e sono caduti come foglia che il vento più non sorregge. Tu hai Dio con Te, tanto che operi miracolo. Dove è Dio, sicura è la riuscita della missione».

«Hai detto bene. Io ho Dio con Me. Io sono il suo Verbo. Sono quello profetizzato dai Profeti, promesso ai Patriarchi, atteso dalle folle. Ma perché, o Israele, tanto sei divenuto cieco e sordo da non saper più leggere e vedere, udire e comprendere il vero dei fatti? Il mio Regno non è di questo mondo, Giuda. Dissuaditene. Ad Israele Io vengo a portare la Luce e la Gloria. Ma non la luce e la gloria della Terra. Io vengo per chiamare i giusti d’Israele al Regno. Perché è da Israele e con Israele che deve formarsi e venire la pianta di vita eterna la cui linfa sarà il Sangue del Signore, la pianta che si estenderà per tutta la Terra, sino alla fine dei secoli. I miei seguaci primi da Israele. I miei confessori primi da Israele. Ma anche i miei persecutori da Israele. Anche i miei carnefici da Israele. Ma anche il mio traditore da Israele…»

«No, Maestro. Questo non sarà mai. Tutti ti tradissero, io ti resterò e ti difenderò».

«Tu, Giuda? E su che fondi questa tua sicurezza?».

«Sul mio onore di uomo».

«Cosa più fragile di tela di ragno, Giuda. È da Dio che dobbiamo chiedere la forza d’esser onesti e fedeli. L’uomo!… L’uomo compie opere di uomo. Per compiere opere dello spirito — e seguire il Messia in verità e giustizia vuol dire compiere opera di spirito — occorre uccidere l’uomo e farlo rinascere. Sei tu capace di tanto?».

«Sì, Maestro. E poi… Non tutto Israele ti amerà. Ma carnefici e traditori al suo Messia non ne darà Israele. Ti attende da secoli!».

«Me li darà. Ricorda i Profeti. Le loro parole… e la loro fine. Io sono destinato a deludere molti. E tu ne sei uno. Giuda, tu hai qui di fronte un mite, un pacifico, un povero che povero vuol rimanere. Io non sono venuto per impormi e per fare guerra. Io non contendo ai forti e ai potenti nessun regno, nessun potere. Io non contendo che a Satana le anime e vengo a spezzare le catene di Satana col fuoco del mio amore. Io vengo per insegnare misericordia, sacrificio, umiltà, continenza. Io ti dico, ed a tutti dico: “Non abbiate sete di umane ricchezze, ma lavorate per le monete eterne”. Disilluditi, Giuda, se mi credi un trionfatore su Roma e sulle caste che imperano. Gli Erodi come i Cesari possono dormire tranquilli mentre Io parlo alle turbe. Non sono venuto per strappare scettri a nessuno… ed il mio scettro, eterno, è già pronto. Ma nessuno che non fosse amore, come Io sono, lo vorrebbe impugnare.»

EMR 73.5

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Lo si aspettava da tanto il Messia! Secoli di attesa. Molte delusioni negli ultimi tempi per i falsi Messia. Uno era galileo, come Te, un altro aveva nome Teoda. Bugiardi! Messia loro! Non erano che avidi avventurieri in caccia di fortuna! Doveva farci sveglia la lezione. Invece…

EMR 77.8

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Gesù va dritto per la via. Bussa alla sinagoga.

Si affaccia un vecchietto astioso. Non dà neppure tempo a Gesù di parlare. «La sinagoga è interdetta, in questo luogo santo, per coloro che commerciano con le meretrici. Via!».

Gesù si volta senza parlare e continua a camminare per la via. I suoi dietro. Finché sono fuori di Ebron. Allora parlano.

«Però l’hai voluto, Maestro», dice Giuda. «Una meretrice!».

«Giuda, in verità ti dico che ella ti supererà. E ora, tu che mi rimproveri, che mi dici sui giudei? Nei luoghi più santi della Giudea siamo stati beffati e cacciati… Ma così è. Viene il tempo che Samaria e i Gentili adoreranno il vero Dio, e il popolo del Signore sarà sporco di sangue e di un delitto… di un delitto rispetto al quale quello delle meretrici che vendono la loro carne e la loro anima sarà poca cosa. Non ho potuto pregare sulle ossa dei miei cugini e del giusto Samuele. Ma non importa. Riposate, ossa sante, giubilate o spiriti che abitavate in esse. La prima risurrezione è vicina. Poi verrà il giorno in cui sarete mostrati agli angeli come quelli dei servi del Signo­re».

Gesù tace e tutto ha fine.

Dettaglio

Gesù ha appena parlato con una prostituta. Non l'ha guardata nemmeno una volta, ma l'ha spinta a convertirsi (cfr. EMV 77,7). Poi torna alla sinagoga. Lì viene rifiutato e, di fronte alle osservazioni di Giuda, gli dice cosa gli riserva il futuro.

EMR 78.2-9

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Giuda esce con una donna sulla cinquantina circa. È piuttosto alta, non quanto il figlio, al quale ha dato i suoi occhi neri ed i suoi capelli ricci. Ma gli occhi di lei sono miti, piuttosto mesti, mentre quelli di Giuda sono imperiosi e furbi.

«Ti saluto, Re d’Israele», dice prostrandosi in un vero saluto da suddita. «Concedi alla tua serva di ospitarti».

«Pace a te, donna. E Dio sia con te e con la tua creatura».

«Oh! sì! con la mia creatura!». È più un sospiro che una risposta.

«Alzati, madre. Ho una Madre anche Io e non posso permettere che tu mi baci i piedi. In nome di mia Madre ti bacio, donna. È tua sorella… nell’amore e nel destino doloroso di madre dei segnati».

«Che vuoi dire, Messia?», chiede Giuda un poco inquieto.

Ma Gesù non risponde. Sta abbracciando la donna che ha rialzata dal suolo benignamente e che ora bacia sulle gote. E poi, tenendola per mano, va verso casa.

Entrano in una stanza fresca, a cui fanno ombra leggere tende rigate. Vi sono pronte delle bibite fresche e fresche frutta. Ma prima la madre di Giuda chiama una serva e questa porta acqua e asciugamani, e la padrona vorrebbe scalzare Gesù e lavargli i piedi polverosi. Ma Gesù si oppone: «No, madre. La madre è troppo santa creatura, specie quando è onesta e buona come tu sei, per permettere che prenda attitudine da schiava». La madre guarda Giuda… uno sguardo strano. E poi va via.

Gesù si è rinfrescato. Quando sta per rimettersi i sandali, la donna torna con un paio di sandali nuovi. «Ecco, Messia nostro. Credo di aver fatto bene… come Giuda voleva… Mi ha detto: “Un poco più lunghi dei miei e larghi uguale”».

«Ma perché, Giuda?».

«Non mi vuoi concedere di offrirti qualche dono? Non sei il mio Re e Dio?».

«Sì, Giuda. Ma non dovevi dare tanto scomodo a tua madre. Tu lo sai come Io sono…».

«Lo so. Sei santo. Ma devi apparire Re santo. Così è che ci si impone. Nel mondo, che per nove parti su dieci è di stolti, bisogna imporsi con la presenza. Io so».

Gesù si è allacciati i sandali nuovi, di pelle rossa nelle cinghie traforate, nella tomaia che sale sino alla caviglia. Molto più belli dei suoi semplici sandali da operaio e simili ai sandali di Giuda, che sono quasi scarpette da cui emergono solo brani di piede.

«Anche la veste, mio Re. L’avevo preparata per il mio Giuda… Ma egli te la dona. È lino, fresco e nuovo. Permetti che una madre ti vesta… come fossi il figlio suo».

Gesù torna a guardare Giuda… ma non ribatte. Si slaccia la guaina della veste, al collo, e fa ricadere l’ampia tunica dalle spalle rimanendo con la tunichella di sotto. La donna gli infila la bella veste nuova. Gli offre una cintura che è un gallone molto ricamato, dal quale parte un cordone che termina a fiocchi foltissimi. Gesù certo si sentirà bene nelle vesti fresche e senza polvere. Ma non pare molto felice. Intanto gli altri si sono a loro volta puliti.

«Vieni, Maestro. Sono del mio povero frutteto. E questa è l’acqua melata che la madre prepara. Tu, Simone, forse preferisci questo bianco vino. Prendi. È della mia vigna. E tu, Giovanni? Come il Maestro?». Giuda gongola nel poter mescere nei bei calici di argento, nel mostrare che è uno che può.

La madre parla poco. Guarda… guarda… guarda il suo Giuda… e più ancora guarda Gesù… e quando Gesù, prima di mangiare, le offre la più bella delle frutta (mi sembrano grossissime albicocche, sono frutti giallo-rossi e non sono mele) e le dice: «Prima la madre sempre», a lei si imperla l’occhio di pianto.

«Mamma. Il resto è fatto?», chiede Giuda.

«Sì, figlio mio. Credo aver fatto tutto bene. Ma io sono sempre cresciuta qui e non so… non so gli usi dei re».

«Quali usi, donna? Quali re? Ma che hai fatto, Giuda?».

«Ma non sei Tu il promesso Re d’Israele? È ora che il mondo ti saluti tale, e ciò deve accadere per la prima volta qui, nella mia città, nella mia casa. Io ti venero tale. Per amore di me e per rispetto al tuo nome di Messia, di Cristo, di Re, che i profeti per ordine di Jeovà ti hanno dato, non mi smentire».

78.3 «Donna, amici. Vi prego. Ho bisogno di parlare con Giuda. Devo dargli ordini precisi».

La madre e i discepoli si ritirano.

«Giuda, che hai fatto? Tanto poco mi hai capito sin qui? Perché abbassarmi al punto di fare di Me solo un potente della Terra, anzi, di uno che briga per esser potente? E non capisci che ciò è offesa alla mia missione e ostacolo anzi? Sì. Non negare. Ostacolo. Israele è soggetto a Roma. Tu sai che avvenne quando volle alzare contro Roma qualcuno che ebbe aspetto di capo popolo e dette sospetto di creare una guerra di riscossa. Hai sentito, proprio in questi giorni hai sentito, come si infierì su un Pargolo perché lo si suppose futuro re, secondo il mondo. E tu! e tu! Oh! Giuda! Ma che speri da una mia sovranità di carne? Che speri? Ti ho dato tempo di pensare e decidere. Ti ho parlato ben chiaro sin dalla prima volta. Ti ho anche respinto perché sapevo… perché so, sì, perché so, leggo, vedo ciò che è in te. Perché mi vuoi seguire, se non vuoi essere quale Io voglio? Vattene, Giuda. Non nuocerti e non nuocermi… Vai. È meglio per te. Non sei operaio atto a quest’opera… È troppo al disopra di te. In te c’è superbia; c’è cupidigia, di tutti i tre rami; c’è prepotenza… anche tua madre ti deve temere…; c’è tendenza alla menzogna… No. Non così deve essere il mio seguace. Giuda, Io non ti odio. Io non ti maledico. Ti dico solo, e col dolore di chi vede che non può mutare un che ama, ti dico solo: va’ per la tua strada, fatti largo nel mondo, posto che questo vuoi, ma non stare con Me. La mia via!… La mia reggia! Oh! che angustia è in esse! Sai dove sarò Re? Quando sarò proclamato Re? Quando sarò alzato su un legno infame e per porpora avrò il mio Sangue, per corona un serto di spine, per insegna un cartello di scherno, per trombe, cembali, organi e cetre salutanti il Re proclamato, le bestemmie di tutto un popolo: del mio popolo. E sai per opera di chi tutto questo? Di un che non mi avrà capito. Che nulla avrà capito. Cuore di bronzo cavo in cui la superbia, il senso e l’avarizia avranno stillato i loro umori, e questi avranno generato un groviglio di serpi che serviranno ad esser catena per Me e… e maledizione per lui. Gli altri non sanno così chiaramente la mia sorte. E, ti prego, non la dire. Questo rimanga fra Me e te. Del resto… è un rimprovero… e tu tacerai per non dire: “Fui rimproverato…”. Hai inteso, Giuda?».

78.4 Giuda è paonazzo, tanto è rosso. Sta in piedi, davanti a Gesù. È confuso, a capo basso… Poi si getta in ginocchio e piange col capo sui ginocchi di Gesù: «Ti amo, Maestro. Non mi respingere. Sì. Sono un superbo, sono uno stolto. Ma non mi mandare via. No, Maestro. Sarà l’ultima volta che manco. Hai ragione. Non ho riflettuto. Ma anche in questo errore è amore. Volevo darti tanto onore… e che gli altri te lo dessero… perché ti amo. Tu lo hai detto tre giorni or sono: “Quando sbagliate senza malizia, per ignoranza, non è errore ma giudizio imperfetto, da bambini, ed Io sono qui per farvi adulti”. Ecco, Maestro, io sono qui contro i tuoi ginocchi… mi hai detto che sarai un padre per me… contro i tuoi ginocchi come a quelli di mio padre, e ti chiedo perdono, ti chiedo di fare di me un “adulto” e adulto santo… Non mi mandare via, Gesù, Gesù, Gesù… Non tutto è malvagio in me. Tu vedi, per Te ho lasciato tutto e sono venuto. Tu sei da più degli onori e delle vittorie che ottenevo servendo altri. Tu, sì, Tu sei l’amore del povero, infelice Giuda, che vorrebbe darti solo gioia e ti dà dolore invece…».

«Basta, Giuda. Ancora una volta ti perdono…». Gesù pare affaticato… «Ti perdono sperando… sperando che tu in futuro mi comprenda».

«Sì, Maestro. Sì. E ora però… ora… non mi prostrare sotto il peso di una smentita che farebbe di me il deriso. Tutta Keriot sa che io venivo col Discendente di Davide, il Re d’Israele… e si è preparata a riceverti, questa mia città… Avevo creduto di far bene… di farti vedere come si fa per essere temuti e ubbiditi… e di farlo vedere a Giovanni, a Simone, e attraverso loro agli altri che ti amano, ma ti trattano da uguale… Anche la madre sarebbe schernita come madre di un figlio mentitore e pazzo. Per lei, Signore mio… E ti giuro che io…».

«Non giurare a Me. Giura a te stesso, se puoi, di non peccare più in questo senso. Per la madre e per i cittadini non farò sfregio di andare via senza sostare. Alzati».

«Che dici agli altri?».

«La verità…».

«Nooh!».

«La verità: che ti ho dato ordini per oggi. C’è sempre modo di dire, con carità, la verità. Andiamo. Chiama tua madre e gli altri».

Gesù è piuttosto severo. Né torna a sorridere che quando torna Giuda con la madre e i discepoli. La donna scruta Gesù. Ma lo vede benigno. Si rassicura. Ho l’impressione che sia un’anima in pena.

«Vogliamo andare a Keriot? Sono riposato e ti ringrazio, madre, di tutte le tue bontà. Il Cielo ti compensi e dia, per la carità che mi fai, riposo e gioia al consorte che piangi».

La donna cerca baciargli la mano, ma Gesù le pone la mano sul capo con una carezza e non permette.

«Il carro è pronto, Maestro. Vieni».

Fuori, infatti, sta giungendo un carro tirato da buoi, un bel carro comodo, su cui sono messi cuscini a far sedile e sopra è una tenda di stoffa rossa.

«Sali, Maestro».

«La madre, prima».

La donna sale e poi Gesù e gli altri.

«Qui, Maestro». (Giuda non lo chiama più re).

Gesù si siede sul davanti, al suo fianco Giuda. Dietro, la donna e i discepoli. Il conducente pungola i buoi e li incita camminando al loro fianco.

78.5 Il tragitto è breve. Un quattrocento metri, poco più, poi ecco si vedono le prime case di Keriot, che mi pare una discreta cittadina. Un bimbetto guarda, sulla via piena di sole, e poi parte come un razzo. Quando il carro giunge alle prime case, notabili e popolo sono a riceverlo con drappi e rami, e rami e drappi, per le vie, da casa a casa. Grida di giubilo e inchini fino a terra. Gesù — ormai non può farne a meno — dall’alto del suo traballante trono saluta e benedice.

Il carro prosegue e poi gira, oltre una piazza, in una via, e si ferma davanti ad una casa che ha già il portone spalancato, e su esso due o tre donne. Si fermano. Scendono.

«La mia casa è tua, Maestro».

«Pace ad essa, Giuda. Pace e santità».

Entrano. Oltre il vestibolo vi è una larga sala con divani bassi e mobili ad intarsio. Con Gesù e gli altri entrano i notabili del luogo. Inchini, curiosità, festosità pomposa.

Un vecchio imponente pronuncia un discorso: «Grande ventura per la terra di Keriot averti, o Signore. Grande ventura! Giorno felice! Ventura per averti e ventura per vedere che ti è amico e aiuto un suo figlio. Lui benedetto che ti ha conosciuto prima di ogni altro! E Tu benedetto dieci volte dieci per esserti manifestato, Tu, l’Atteso da generazioni e generazioni. Parla, Signore e Re. I nostri cuori attendono la tua parola come terra sitibonda da rovente estate attende la prima dolce acqua di settembre».

«Grazie, chiunque tu sia. Grazie. E grazie a questi cittadini che al Verbo del Padre, al Padre di cui sono il Verbo, hanno inchinato i loro cuori. Perché sappiate che non al Figlio dell’uomo che vi parla, ma al Signore altissimo va reso grazie e onore per questo tempo di pace con cui Egli rilega la spezzata paternità coi figli dell’uomo. Lodiamo il Signore vero, il Dio di Abramo che ha avuto pietà e amore del suo popolo e ad esso concede il Redentore promesso. Non a Gesù, servo dell’eterna Volontà, ma a questa Volontà d’amore gloria e lode».

«Parli da santo… Io sono il sinagogo. Sabato non è. Ma vieni nella mia casa. A spiegare la Legge, Tu su cui, più di olio regale, è l’unzione della Sapienza».

«Verrò».

«Il mio Signore forse è stanco…».

«No, Giuda. Mai stanco di parlare di Dio e mai voglioso di deludere i cuori».

«Vieni, allora», insiste il sinagogo. «Tutta Keriot è lì fuori che ti attende».

«Andiamo».

Escono. Gesù fra Giuda e l’archisinagogo. Poi, intorno, notabili e folla, folla, folla. Gesù passa e benedice.

78.6 La sinagoga è sulla piazza. Entrano. Gesù va al posto di chi insegna. Comincia a parlare, tutto candido nella splendida veste, il volto ispirato, le braccia distese nel suo solito gesto.

«Popolo di Keriot, il Verbo di Dio parla. Udite. Non è che Parola di Dio, Colui che vi parla. La sua sovranità viene dal Padre e al Padre tornerà dopo avere evangelizzato Israele. Si aprano i cuori e le menti alla Verità, perché errore non stagni e non nasca confusione.

Isaia ha detto: “Ogni rapina fatta con tumulto e le vesti intrise di sangue saranno arse dal fuoco. Ecco, ci è nato un pargolo, ci è largito un figlio. Ha sui suoi omeri il principato. Ecco il suo nome: l’Ammirabile, il Consigliere, Dio, il Forte, il Padre del secolo futuro, il Principe della pace”. Questo è il mio Nome. Lasciamo ai Cesari e ai Tetrarchi le loro prede. Io farò rapina. Ma non rapina che meriti punizione di fuoco. Anzi strapperò al fuoco di Satana prede e prede per portarle al Regno di pace di cui sono Principe, e al secolo futuro: l’eterno tempo di cui sono Padre.

“Dio”, dice ancora Davide dalla cui stirpe provengo, come era predetto da coloro che videro per loro santità grata a Dio e scelta a parlare da Dio, “ha eletto uno solo… mio figlio… ma l’opera è grandiosa, perché si tratta non di preparare la casa di un uomo, ma per Iddio”. Così è. Dio, il Re dei re, ha eletto un solo: suo Figlio, per costruire, nei cuori, la sua casa. E ha già preparato il materiale. Oh! quanto oro di carità! e rame, e argento, e ferro, e legni rari, e pietre preziose! Tutte sono accumulate nel suo Verbo, ed Egli le usa per costruire in voi la dimora di Dio. Ma se l’uomo non aiuta il Signore, inutilmente il Signore vorrà costruire la sua casa. All’oro va risposto con l’oro. All’argento con l’argento, al rame col rame, al ferro col ferro. Ossia amore va dato per amore, continenza per servire la Purezza, costanza per esser fedeli, forza per non piegare. E poi portare oggi la pietra, domani il legno: oggi il sacrificio, domani l’opera, e costruire. Sempre costruire il tempio di Dio in voi.

Il Maestro, il Messia, il Re dell’Israele eterno, del popolo eterno di Dio vi chiama. Ma vuole siate mondi per l’opera. Giù le superbie: a Dio lode. Giù gli umani pensieri: di Dio è il Regno. Umili, dite con Me: “Tua è ogni cosa, Padre. Tuo tutto quanto è buono. Insegnaci a conoscerti e servirti, in verità”. Dite: “Chi sono io?”. E riconoscete che sarete qualcosa solo quando sarete dimore purificate in cui Dio può scendere e riposare.

Tutti pellegrini e stranieri su questa Terra, sappiate riunirvi e andare verso il Regno promesso. Via sono i comandamenti eseguiti non per timore di castigo ma per amore a Te, Padre santo. Arca, un cuore perfetto in cui sta la nutriente manna della sapienza e fiorisce la verga della pura volontà. E, perché luminosa sia la casa, venite alla Luce del mondo. Io ve la porto. Vi porto la Luce. Non altro che questo. Non possiedo ricchezze e non prometto onori che siano della Terra. Ma possiedo tutte le ricchezze soprannaturali del Padre mio e, a coloro che seguiranno Dio in amore e carità, prometto l’onore eterno del Cielo.

La pace sia con voi».

78.7 La gente, che ha ascoltato attenta, bisbiglia un poco inquieta. Gesù parla col sinagogo. Si uniscono al gruppo anche altre persone, forse i notabili.

«Maestro… ma non sei il Re d’Israele? Ci avevano detto…».

«Lo sono».

«Ma Tu hai detto…».

«Che non possiedo e non prometto ricchezze del mondo. Non posso dire che la verità. Così è. So il vostro pensiero. Ma l’errore viene da uno sbaglio di interpretazione e da un molto grande vostro rispetto verso l’Altissimo. Vi fu detto: “Viene il Messia”, e voi avete pensato, come molti in Israele, che Messia e re fossero la stessa cosa. Alzate più alto lo spirito. Osservate questo bel cielo d’estate. Vi pare finisca lì, il suo confine, lì dove l’aria pare una volta di zaffiro? No. Oltre vi sono gli strati più puri, gli azzurri più netti, sino a quello non immaginabile del Paradiso, dove il Messia condurrà i giusti morti nel Signore. La stessa differenza è fra la regalità messianica creduta dall’uomo e quella che è reale: tutta divina».

«Ma potremo noi, poveri uomini, alzare lo spirito dove Tu dici?».

«Sol che lo vogliate. E, se lo vorrete, ecco che Io vi aiuterò».

«Come ti dobbiamo chiamare, se re non sei?».

«Maestro, Gesù, come volete. Maestro sono, e sono Gesù, il Salvatore».

78.8 Un vecchio dice: «Odi, Signore. Un tempo, molto tempo fa, al tempo dell’editto, giunse sin qui notizia che era nato a Betlemme il Salvatore… ed io vi andai con altri… Vidi un piccolo Bambino, in tutto uguale agli altri. Ma lo adorai, per fede. Poi seppi che vi è uno, santo, di nome Giovanni. Quale è il Messia vero?».

«Colui che tu adorasti. L’altro è il suo Precursore. Grande santo agli occhi dell’Altissimo. Ma non Messia».

«Tu eri?».

«Io ero. E che vedesti intorno alla mia neonata persona?».

«Povertà e lindura, onestà e purezza… Un artiere gentile e serio di nome Giuseppe, artiere ma della stirpe di Davide, una giovane madre bionda e gentile di nome Maria, davanti alla cui grazia impallidiscono le rose più belle d’Engaddi e paiono deformi i gigli delle aiuole regali, e un Bambino dai grandi occhi celesti, dai capelli di fili d’oro pallido… Non altro vidi… E sento ancora la voce della Madre dirmi: “Per la mia Creatura io ti dico: sia il Signore con te sino all’eterno incontro e la sua Grazia venga incontro a te sulla tua strada”. Ho ottantaquattro anni… la strada è sul finire. Non speravo più incontrare la Grazia di Dio. Ma ti ho trovato, invece… ed ora non desidero più di vedere altra luce che non sia la tua… Sì. Ti vedo quale sei sotto questa veste di pietà che è la carne che hai preso. Ti vedo! Udite la voce di colui che nel morire vede la Luce di Dio!».

La gente si affolla intorno al vegliardo ispirato che è nel gruppo di Gesù e che, non più sorreggendosi sul bastoncello, alza le braccia tremule, la testa tutta canuta, dalla barba lunga e bipartita, una vera testa da patriarca o profeta.

«Io vedo Costui: l’Eletto, il Supremo, il Perfetto, qui sceso per forza d’Amore, risalire alla destra del Padre, tornare Uno con Lui. Ma ecco! Non Voce ed Essenza incorporea, come Mosè vide l’Altissimo e come la Genesi dice lo conoscessero i Primi e seco Lui parlassero nel vento della sera. Come vera Carne lo vedo salire all’Eterno. Carne sfolgorante! Carne gloriosa! Oh! pompa di Carne divina! Oh! bellezza dell’Uomo Dio! È il Re! Sì. È il Re. Non di Israele: del mondo. E a Lui si inchinano tutte le regalità della Terra e ogni scettro e corona si annulla nel fulgore del suo scettro e dei suoi gioielli. Un serto, un serto ha sulla sua fronte. Uno scettro, uno scettro ha nella sua mano. Sul petto ha un razionale: perle e rubini di uno splendore non mai visto sono in esso. Fiamme ne escono come da una fornace sublime. Ai polsi sono due rubini, e una fibbia di rubini è sui suoi piedi santi. Luce, luce dai rubini! Guardate, o popoli, il Re eterno! Ti vedo! Ti vedo! Salgo con Te… Ah! Signore! Redentore nostro!… La luce cresce nel mio occhio dell’anima… Il Re è decorato del suo Sangue! Il serto è una corona di sanguinanti rovi, lo scettro è una croce… Ecco l’Uomo! Eccolo! Sei Tu!… Signore, per la tua immolazione abbi pietà del tuo servo. Gesù, alla tua pietà consegno il mio spirito».

Il vecchio, sin allora ritto, tornato giovane nel fuoco del profetare, si accascia di improvviso e cadrebbe se Gesù, pronto, non lo sorreggesse contro il suo petto.

«Saul!».

«Muore Saul!».

«Aiuto!».

«Correte».

«Pace intorno al giusto che muore», dice Gesù, che lentamente si è inginocchiato per poter sostenere meglio il vecchio sempre più pesante.

Si fa silenzio. Poi Gesù lo depone completamente al suolo. E si drizza.

«Pace al suo spirito. È morto vedendo la Luce. Nell’attesa, e breve sarà, vedrà già il volto di Dio e starà felice. Non vi è morte, ossia separazione dalla vita, per coloro che morirono nel Signore».

78.9 La gente, dopo qualche tempo, si allontana commentando. Restano i maggiorenti, Gesù, i suoi e il sinagogo.

«Ha profetato, Signore?».

«I suoi occhi hanno visto la Verità. Andiamo».

Dettaglio

Giuda ha invitato Gesù nella sua città, Kerioth, e vuole onorarlo come re di Israele. Ma Gesù non vuole questo... E deve rimproverarlo bruscamente in 78,3, spiegando ancora una volta la sua regalità spirituale.

EMR 78.6-7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«(...) Vi porto la Luce. Non altro che questo. Non possiedo ricchezze e non prometto onori che siano della Terra. Ma possiedo tutte le ricchezze soprannaturali del Padre mio e, a coloro che seguiranno Dio in amore e carità, prometto l’onore eterno del Cielo.

La pace sia con voi».

78.7

La gente, che ha ascoltato attenta, bisbiglia un poco inquieta. Gesù parla col sinagogo. Si uniscono al gruppo anche altre persone, forse i notabili.

«Maestro… ma non sei il Re d’Israele? Ci avevano detto…».

«Lo sono».

«Ma Tu hai detto…».

«Che non possiedo e non prometto ricchezze del mondo. Non posso dire che la verità. Così è. So il vostro pensiero. Ma l’errore viene da uno sbaglio di interpretazione e da un molto grande vostro rispetto verso l’Altissimo. Vi fu detto: “Viene il Messia”, e voi avete pensato, come molti in Israele, che Messia e re fossero la stessa cosa. Alzate più alto lo spirito. Osservate questo bel cielo d’estate. Vi pare finisca lì, il suo confine, lì dove l’aria pare una volta di zaffiro? No. Oltre vi sono gli strati più puri, gli azzurri più netti, sino a quello non immaginabile del Paradiso, dove il Messia condurrà i giusti morti nel Signore. La stessa differenza è fra la regalità messianica creduta dall’uomo e quella che è reale: tutta divina».

«Ma potremo noi, poveri uomini, alzare lo spirito dove Tu dici?».

«Sol che lo vogliate. E, se lo vorrete, ecco che Io vi aiuterò».

«Come ti dobbiamo chiamare, se re non sei?».

«Maestro, Gesù, come volete. Maestro sono, e sono Gesù, il Salvatore».

Dettaglio

Gesù predicò a Kerioth e disse:

EMR 79.2

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«(...) Perché dare scandalo mostrando sprezzo alla Legge? Per dire: “Seguitemi” occorre camminare. Per portare su via santa bisogna fare la stessa via. Come avrei potuto, o come potrei dire: “Siate fedeli”, se infedele fossi Io?».

«Credo che questo errore sia la causa della nostra decadenza. I rabbi e i farisei accasciano il popolo sotto i precetti e poi… poi fanno come quello che ha profanato la casa di Giovanni facendone un luogo di vizio», osserva Simone.

«È un di Erode…», ribatte l’Iscariota[3].

«Sì, Giuda. Ma le stesse colpe sono anche nelle caste che si dicono, da sé se lo dicono, sante. Che ne dici, Maestro?», dice Simone.

«Dico che solo se vi sarà un pugno di vero lievito e di vero incenso in Israele, si formerà il pane e si profumerà l’altare».

«Che vuoi dire?».

«Voglio dire che, se vi sarà chi verrà alla Verità con cuore retto, la Verità si spargerà come lievito nella massa della farina e come incenso per tutto Israele».

Dettaglio

Gesù dichiara: