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Note della parola chiave

La Vergine Maria

Pagina 12 di 32

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EMR 35.1-6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

35.1 Il mio spirito vede la seguente scena.

È notte. Giuseppe dorme sul suo lettuccio nella minuscola stanzetta. Un placido sonno di chi si riposa dal molto lavoro compiuto con onestà e solerzia.

Lo vedo nell’oscurità dell’ambiente, che è appena rotta da un filo di luce lunare che penetra da una fessura dell’impannata lasciata accostata ma non serrata del tutto, come se Giuseppe avesse caldo nella piccola stanza o volesse avere quel filo di luce per sapersi regolare all’alba e alzarsi sollecito. È volto su un fianco e nel sonno sorride a chissà quale visione che vede nel sogno.

Ma il sorriso si cambia in affanno. Sospira profondamente, come fa chi è preso da un incubo, e si sveglia con un soprassalto. Si siede sul letto, si stropiccia gli occhi e si guarda intorno. Guarda verso la finestrella da cui viene quel filo di luce. È notte alta, ma egli afferra la veste stesa ai piedi del letto e, sempre stando seduto sul letto, se la infila sulla tunica bianca dalle corte maniche che aveva sulla pelle. Scosta le coperture, mette i piedi a terra e cerca i sandali. Se li mette e allaccia. Si alza in piedi e si dirige alla porta di fronte al suo letto, non a quella che ha al fianco dello stesso e che conduce nello stanzone dove furono accolti i Magi.

Picchia piano, appena un tic-tic, con la punta delle dita. Deve sentire che lo si invita ad entrare, perché apre con attenzione la porta e la riaccosta senza rumore. Prima di andare alla porta ha acceso un piccolo lume ad olio, ad una sola fiamma, e si fa perciò lume con questo. Entra. Ma in una camera, di poco più vasta della sua e nella quale vi è un basso lettino presso una cuna, vi è già un lumino che arde, e la fiammella oscillante in un angolo pare una stellina dalla luce tenue e dorata che permetta di vedere senza dar noia a chi dorma.

35.2 Ma Maria non dorme. È inginocchiata presso la cuna nella sua veste chiara e prega, vegliando Gesù che dorme tranquillo, Gesù che ha l’età che gli vidi nella visione dei Magi. Un infante di circa un anno, bello, roseo e biondo, che dorme con la testolina ricciuta affondata nel guanciale e una manina serrata a pugno sotto la gola.

«Non dormi?», chiede Giuseppe a voce bassa e stupita. «Perché? Gesù non sta bene?».

«Oh, no! Egli sta bene. Io prego. Ma per certo che poi dormirò. Perché sei venuto, Giuseppe?». Maria parla rimanendo inginocchiata dove era.

Giuseppe parla a voce bassissima per non svegliare il Bambino, ma concitata. «Bisogna andare via subito di qui. Ma subito. Prepara il cofano e un sacco con quanto puoi mettervi. Io preparerò il resto, porterò più che posso… All’alba fuggiremo. Lo farei anche prima, ma devo parlare alla padrona di casa…».

«Ma perché questa fuga?».

«Ti dirò poi meglio. È per Gesù. Un angelo me l’ha detto: “Prendi il Fanciullo e la Madre e fuggi in Egitto”. Non perdere tempo. Io vado a preparare ciò che posso».

35.3 Non c’è bisogno di dire a Maria di non perdere tempo. Appena ha sentito parlare di angelo, di Gesù e di fuga, ha compreso che vi è un pericolo per la sua Creatura ed è balzata in piedi più bianca in viso di una cera, tenendosi una mano sul cuore, angosciata. E ha subito cominciato a muoversi lesta e leggera ed a sistemare gli indumenti nel cofano e in un ampio sacco, che ha steso sul suo letto ancora intatto. È certo angosciata, ma non perde la testa e fa le cose sollecitamente ma con ordine. Ogni tanto, passando presso la cuna, guarda il Bambino che dorme ignaro.

«Hai bisogno di aiuto?», chiede di tanto in tanto Giuseppe mettendo il capo dentro la porta rimasta socchiusa.

«No, grazie», risponde sempre Maria.

Solamente quando il sacco è pieno, e deve essere pesante, chiama Giuseppe perché l’aiuti a chiuderlo e a levarlo dal letto. Ma Giuseppe non vuole essere aiutato e fa da sé, prendendo il lungo involto e portandolo nella sua cameretta.

«Prendo anche le coperte di lana?», chiede Maria.

«Più che puoi prendi. Il resto lo perderemo. Ma più che puoi prendilo. Ci farà comodo perché… perché dobbiamo stare via molto, Maria!…». Giuseppe è molto addolorato nel dire questo. E Maria si può pensare come è. Piega sospirando le coltri sue e di Giuseppe, e questi le lega con una fune. «Lasceremo i trapunti e le stuoie», dice mentre lega le coltri. «Anche se prendo tre asinelli, non posso gravarli troppo. Dobbiamo fare lunga e disagevole via, parte fra montagne e parte nel deserto. Copri bene Gesù. Le notti saranno fredde, tanto nelle montagne che nel deserto. Ho preso i doni dei Magi perché ci faranno comodo laggiù. Quanto ho lo spendo tutto per comperare i due asinelli. Non possiamo rimandarli indietro e devo acquistarli. Io vado senza attendere l’alba. So dove cercarli. Tu finisci di preparare tutto». Ed esce.

Maria raccoglie ancora qualche oggetto, poi, dopo avere osservato Gesù, esce e torna con delle piccole vesti che paiono ancora umide, forse lavate nel giorno avanti. Le piega e avvolge in un telo e le unisce alle altre cose. Non c’è più nulla.

Si volge intorno e vede in un angolo un giocattolo di Gesù: una pecorina intagliata nel legno. La prende con un singhiozzo e la bacia. Il legno porta le tracce dei dentini di Gesù, e le orecchie della pecorina sono tutte morsicchiate. Maria carezza quell’oggetto senza valore, di un povero legno chiaro, ma di tanto valore per Lei, perché le dice l’affetto di Giuseppe per Gesù e le parla del suo Bambino. Mette anche quello presso le altre cose sul cofano chiuso.

35.4 Ora non c’è proprio più nulla. Solo Gesù nella sua cunella. Maria pensa che sia bene preparare anche il Bambino. Va alla cuna e la scuote un poco per svegliare il Piccino. Ma Egli ha solo un breve mugolio e si volta, continuando a dormire. Maria lo carezza piano sui ricciolini. Gesù apre la bocchina ad uno sbadiglio. Maria si curva e lo bacia sulla gota. Gesù finisce di destarsi. Apre gli occhi. Vede la Mamma e sorride, e tende le manine al seno di Lei.

«Sì, amore della tua Mamma. Sì, il latte. Prima dell’ora solita… Ma Tu sei sempre pronto a succhiare la tua Mamma, agnellino mio santo!».

Gesù ride e scherza agitando i piedini fuori delle coperte, agitando le braccia con una di quelle allegrie degli infanti, così belle a vedersi. Punta i piedini contro lo stomaco della Mamma, si curva ad arco e appoggia anche il capino biondo sul seno di Lei, e poi si butta indietro e ride con le manine afferrate ai cordoncini che stringono al collo la veste di Maria, tentando di aprirla. Nella sua camicina di lino Egli appare bellissimo, grassottello, roseo come un fiore.

Maria si curva e, stando così, attraverso la cuna come una protezione, piange e sorride insieme, mentre il Bambino cinguetta quelle parole, che non son parole, di tutti i bambinelli e nelle quali è netta e ripetuta la parola «mamma». La guarda, stupito di vederla piangere. Stende una manina verso le righe lucide del pianto e se la bagna nella carezza. E, vezzoso, si riappoggia al seno materno e ci si raccoglie tutto contro, carezzandolo con la manina.

Maria lo bacia fra i capelli e se lo prende in collo, si siede, lo veste. Ecco, la vestina di lana è infilata, ed ecco messi i sandaletti minuscoli. Gli dà il latte e Gesù succhia avido il buon latte della sua Mamma e, quando gli sembra che da destra ne venga più poco, va a cercare a sinistra, e ride nel farlo, guardando da sotto in su la Mamma. Poi si addormenta da capo sul seno di Lei, la gotina rosea e tonda ancora contro la mammella bianca e tonda.

Maria si alza piano piano e lo depone sulla trapunta del suo letto. Lo copre con il suo mantello. Torna alla cuna e piega le piccole coperture. Riflette se sia bene prendere anche il materassino. È tanto piccino! Lo si può prendere. Lo mette, insieme al cuscino, presso le cose già messe sul cofano. E piange sulla cuna vuota, povera Mamma, perseguitata nella sua Creatura.

35.5 Torna Giuseppe. «Sei pronta? È pronto Gesù? Hai preso le sue coperte, il suo lettino? Non possiamo portare la cuna, ma almeno Egli abbia il suo materassino, povero Piccino che cercano a morte!».

«Giuseppe!». Maria ha un grido mentre si afferra al braccio di Giuseppe.

«Sì, Maria, a morte. Erode lo vuole morto… perché ne ha paura… per il suo regno umano ha paura di questo Innocente, quella belva immonda. Cosa farà quando capirà che Egli è fuggito, non so. Ma noi saremo lontani, ormai. Non credo che si vendicherà cercandolo sino in Galilea. Già sarebbe troppo difficile per lui scoprire che noi siamo galilei e tanto meno di Nazareth e chi siamo, di preciso. A meno che Satana non lo aiuti per ringraziarlo d’essergli servo fedele. Ma… se ciò avvenisse… Dio ci aiuterà lo stesso. Non piangere, Maria. Vederti piangere mi è un dolore ben più forte di quello di dover andare in esilio».

«Perdonami, Giuseppe! Non è per me che piango, né per il poco bene che perdo. Piango per te… Hai già dovuto sacrificarti tanto! Ed ora torni a non avere più clienti, né casa. Quanto ti costo, Giuseppe!».

«Quanto? No, Maria. Non mi costi. Mi consoli. Sempre. Non pensare al domani. Abbiamo le ricchezze dei Magi. Ci aiuteranno nei primi tempi. Poi troverò lavoro. Un operaio onesto e capace si fa subito strada. Hai visto qui. Non mi bastano le ore al lavoro che ho».

«Lo so. Ma chi ti solleverà dalla nostalgia?».

«E tu, chi ti solleverà dalla nostalgia di quella casa che ti è così cara?».

«Gesù. Avendo Lui, ho ancora quello che là ho avuto».

«E io, avendo Gesù, ho la patria, sperata fino a pochi mesi or sono. Ho il mio Dio. Lo vedi che non perdo nulla di ciò che mi è caro sopra ogni cosa. Basta salvare Gesù e allora tutto ci resta. Anche non dovessimo più vedere questo cielo, queste campagne, né quelle ancor più care di Galilea, avremo sempre tutto, perché avremo Lui.

35.6 Vieni, Maria, ché l’alba si inizia. È tempo di salutare l’ospite e di caricare la roba nostra. Tutto andrà ­bene».

Maria si alza in piedi, ubbidiente. Si avvolge nel mantello, mentre Giuseppe fa un ultimo fagotto ed esce carico di quello.

Maria solleva delicatamente il Bambino e lo avvolge in uno scialle e se lo stringe al cuore. Guarda le pareti che l’hanno ospitata per dei mesi e con una mano le sfiora. Beata casa, che ha meritato di essere amata e benedetta da Maria!

Esce. Traversa la stanzetta che era di Giuseppe, entra nello stanzone. La padrona di casa, in lacrime, la bacia e saluta e, sollevando un lembo dello scialle, bacia sulla fronte il Bambino, che dorme tranquillo. Scendono per la scaletta esterna.

Vi è un primo chiarore d’alba che dà appena modo di vedere. Nella poca luce si vedono tre somarelli. Il più robusto, carico delle masserizie. Gli altri, con la sella. Giuseppe si dà da fare ad assicurare per bene cofano e involti sul basto del primo. Vedo legati a mazzo, e posti sulla cima del sacco, i suoi arnesi da falegname.

Ancora saluti e lacrime e poi Maria monta sul suo ciuchino, mentre la padrona tiene Gesù in collo e lo bacia ancora, poi lo rende a Maria. Monta anche Giuseppe, che ha legato il suo asino con l’asino carico dei bagagli per esser libero di tenere a cavezza l’asinello di Maria.

La fuga ha inizio mentre Betlemme, che sogna ancora la fantasmagorica scena dei Magi, dorme quieta, inconscia di quanto l’attende.

E la visione cessa così.

Annotazione

Matteo 2, 13-23 : Dopo che furono partiti, l'angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: "Alzati, prendi il bambino e sua madre e fuggi in Egitto. Rimani là finché non ti avvertirò, perché Erode cercherà il bambino per ucciderlo". Giuseppe si alzò, prese il bambino e sua madre quella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, affinché si adempisse la parola del Signore pronunciata dal profeta: "Dall'Egitto ho chiamato mio figlio".

Quando Erode vide che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò. Mandò a uccidere tutti i bambini fino a due anni a Betlemme e in tutta la regione, secondo la data che gli era stata comunicata dai magi. Allora si compirono le parole pronunciate dal profeta Geremia: "C'è un grido a Ramah, pianto e dolore: è Rachele che piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non ci sono più".

Dopo la morte di Erode, l'angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: "Alzati, prendi il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele, perché quelli che cercavano la vita del bambino sono morti". Giuseppe si alzò, prese il bambino e sua madre e andò nella terra d'Israele. Ma quando seppe che Arkelao governava in Giudea al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarci. Avvertito in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e venne ad abitare in una città chiamata Nazareth, perché si adempisse la parola pronunciata dai profeti: Sarà chiamato Nazareno".

EMR 35.7-8

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

(...) Siete così intralciati dalla vostra umanità — che, in verità, soverchia di troppo in voi lo spirito — che non potete seguire queste vie e cadete; o vi fermate scoraggiati. Dite a voi e a chi vi vorrebbe portare avanti citandovi gli esempi del Vangelo: “Ma Gesù, ma Maria, ma Giuseppe (e giù, giù per tutti i santi) non erano come noi. Erano forti, sono stati subito consolati nel dolore, anche di quel poco dolore che hanno avuto, non sentivano le passioni. Erano già esseri fuori della Terra”.

Quel poco dolore! Non sentivano le passioni!

35.8 Il dolore ci è stato l’amico fedele ed ebbe tutti i più vari aspetti e nomi.

Le passioni… Non usate un vocabolo malamente, chiamando “passioni” i vizi che vi traviano. Chiamateli sinceramente “vizi”, e capitali per giunta. Quelli non è che li ignorassimo. Avevamo occhi e orecchi per vedere e udire, e Satana ci faceva danzare davanti e intorno questi vizi, mostrandoceli col loro lordume in opera, o tentandoci con le sue insinuazioni. Ma, la volontà essendo tesa a voler essere graditi a Dio, questo laidume e queste insinuazioni, in luogo di ottenere lo scopo prefissosi da Satana, otteneva il contrario. E tanto più esso lavorava e tanto più noi ci rifugiavamo nella luce di Dio, per schifo della tenebra fangosa che esso ci mostrava agli occhi del corpo o dello spirito.

Ma le passioni, nel senso filosofico, non le ignorammo in noi. Abbiamo amato la patria, e nella patria la nostra piccola Nazareth più di ogni altra città di Palestina. Abbiamo sentito gli affetti per la nostra casa, i parenti, gli amici. Perché non avremmo dovuto sentirli? Non ce ne siamo fatti schiavi perché niente deve esserci padrone fuorché Dio. Ma dei buoni compagni ce ne siamo fatti.

Mia Madre ha avuto un grido di gioia quando, dopo quattro anni circa, è tornata a Nazareth ed ha messo piede nella sua casa, ed ha baciato quelle pareti in cui il suo “Sì” le aperse il seno a ricevere il Germe di Dio. Giuseppe ha salutato con gioia i parenti e i nipotini, cresciuti di numero e di anni, ed ha goduto di vedersi ricordato dai concittadini e subito cercato per la sua capacità. Io sono stato sensibile alle amicizie ed ho sofferto come di una morale crocifissione per il tradimento di Giuda. E che perciò? Né mia Madre né Giuseppe anteposero il loro amore alla casa o ai parenti alla volontà di Dio.

EMR 35.8

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Mia Madre ha avuto un grido di gioia quando, dopo quattro anni circa, è tornata a Nazareth ed ha messo piede nella sua casa, ed ha baciato quelle pareti in cui il suo “Sì” le aperse il seno a ricevere il Germe di Dio. Giuseppe ha salutato con gioia i parenti e i nipotini, cresciuti di numero e di anni, ed ha goduto di vedersi ricordato dai concittadini e subito cercato per la sua capacità. Io sono stato sensibile alle amicizie ed ho sofferto come di una morale crocifissione per il tradimento di Giuda. E che perciò? Né mia Madre né Giuseppe anteposero il loro amore alla casa o ai parenti alla volontà di Dio.

EMR 36

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Dettaglio

Maria vide una casa molto povera in Egitto. Vide il Bambino Gesù che giocava per terra, all'età di due anni, due anni e mezzo al massimo. Maria lavorava al telaio mentre guardava il bambino. A un certo punto, gli rimise i sandali, gli diede un bacio, poi mise via il telaio. Tornò, diede la mano al Bambino e uscirono dalla casa per andare in strada. Infine, si fermò presso un pozzo. Giuseppe arrivò nel frattempo e accelerò il passo quando vide la moglie e il Figlio. Quando li raggiunse, Giuseppe si chinò per dare al Bambino un frutto e ci fu un dolce abbraccio pieno di affetto tra Gesù e il suo padre putativo. Giuseppe si alzò, prese Gesù nel braccio destro e i tre tornarono a casa. Maria li vede preparare la cena e mangiare insieme con molta semplicità, dopo aver pregato.

Gesù tiene poi un dettato, insistendo sull'umiltà, la rassegnazione e la perfetta armonia della Sacra Famiglia. Giuseppe e Maria sono i custodi della Sacra Famiglia, ma non ne traggono alcun beneficio materiale. Vivono in povertà, in esilio, in un mondo in cui le persone sono sospettose l'una dell'altra perché sono estranee. Eppure c'è pace, serenità e armonia.

In questa casa "non ci sono persone nervose e permalose, non ci sono facce chiuse o rimproveri reciproci, e tanto meno rimproveri verso Dio che non li ricopre di benessere materiale". In questa casa", continua Gesù, "si prega, si è frugali, si ama il lavoro". Nella Sacra Famiglia regnava l'umiltà e si rispettava l'ordine soprannaturale, morale e materiale. Noi rispettiamo Dio (ordine soprannaturale), rispettiamo Giuseppe come padre e capofamiglia (ordine morale) e ringraziamo Dio per i nostri beni, anche se sono poveri (ordine materiale).

Gesù conclude invitandoci a meditare su questa visione.

EMR 36.3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

36.3 Un poco più in là, anche Ella all’ombra della pianta, è la Madonna. Tesse ad un rustico telaio e sorveglia il Bambino. Vedo le mani sottili e bianche andare e venire gettando la spola sulla trama, e il piede, calzato da sandali, muovere il pedale. È vestita di una tunica color fiore di malva, un viola rosato come certe ametiste. È a testa nuda, e così posso vedere che ha i capelli biondi bipartiti sul capo e pettinati semplicemente in due trecce, che le fanno un bel ciuffo sulla nuca. Ella ha le maniche lunghe e piuttosto strette. Nessun ornamento fuorché la sua bellezza e la sua espressione dolcissima. Colore del volto, dei capelli e degli occhi, forma del viso, sempre come quando la vedo. Qui sembra giovanissima. Sì e no le si danno venti anni.

Ad un certo punto si alza e si curva sul Bambino, al quale rimette i sandaletti e glieli allaccia con cura. Poi lo carezza e lo bacia sulla testolina e sugli occhietti. Il Bambino cinguetta e Lei risponde, ma non comprendo le parole. Poi torna al suo telaio, stende sulla tela e sulla trama un panno, prende lo sgabello su cui era seduta e lo porta in casa. Il Bambino la segue con lo sguardo senza importunarla quando Ella lo lascia solo.

Si vede che il lavoro è finito e viene la sera. Infatti il sole cala verso le sabbie nude, e un vero incendio invade tutto il cielo dietro la piramide lontana.

Maria torna. Prende per mano Gesù e lo fa alzare dalla sua stuoia. Il Bambino ubbidisce senza resistenza. Mentre la Mamma raccoglie i giocattoli e la stuoia e li porta in casa, Egli corre trotterellando sulle sue gambette tornite verso la caprettina e le butta le braccine al collo. La capretta bela e strofina il musino sulle spalle di Gesù.

Maria torna. Ora ha un lungo velo sul capo e un’anfora in mano. Prende Gesù per la manina e si avviano tutti e due, girando intorno alla casetta verso l’altra facciata.

Io li seguo ammirando la grazia del quadro. La Madonna che regola il suo passo su quello del Bambino, e il Bambino che trotterella e sgambetta al suo fianco. Vedo i calcagni rosei alzarsi e posarsi, con la grazia propria dei passi dei bambini, nella sabbia del sentieruolo. Noto che la sua tunichetta non è lunga sino ai piedi, ma giunge soltanto sino a metà del polpaccio. È molto linda, semplicissima, trattenuta alla vita da un cordoncino pure bianco.

Vedo che sul davanti della casa la siepe è interrotta da un rustico cancello, che Maria apre per uscire sulla via. Una povera via all’estremo di una città o paese che sia, là dove questo finisce nella campagna, che qui è costituita di sabbia e di qualche altra casetta, povera come questa, con qualche gramo orticello.

Non vedo nessuno. Maria guarda verso il centro, non verso la campagna, come attenda qualcuno, poi si avvia verso una vasca o pozzo che sia, che è qualche decina di metri più in su e sul quale delle piante di palma fanno un cerchio d’ombra. Vedo che anche il terreno, là, ha delle erbe verdi.

Dettaglio

La Sacra Famiglia si trova a Matarea. Maria dà una descrizione fisica di Maria nel primo paragrafo.

EMR 36.4-6

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Qui vedo venire avanti per la via un uomo non troppo alto ma robusto. Riconosco Giuseppe, che sorride. È più giovane di come lo vidi nella visione[ del Paradiso. Sembra avere al massimo quaranta anni. Ha i capelli e la barba folti e neri, la pelle piuttosto abbronzata, occhi scuri. Un viso onesto e piacente, un viso che ispira fiducia.

Vedendo Gesù e Maria, affretta il passo. Ha sulla spalla sinistra una specie di sega e una specie di pialla, e con la mano tiene altri arnesi del mestiere, non come quelli di ora ma quasi uguali. Sembra che torni dall’aver fatto qualche lavoro in casa di qualcuno. Ha una veste fra il color nocciuola e il marrone, non molto lunga — arriva un bel po’ più su della caviglia — ed ha le maniche corte sino al gomito. Alla vita una cinghia di cuoio, mi sembra. Una vera veste da lavoro. Ai piedi sandali intrecciati alla caviglia.

Maria sorride e il Bambino manda dei gridetti di gioia e tende il braccino libero. Quando i tre si incontrano, Giuseppe si curva offrendo al Bambino un frutto che mi pare una mela, dal colore e dalla forma. Poi gli tende le braccia, e il Bambino lascia la Mamma e si rannicchia fra le braccia di Giuseppe, curvando il capino nell’incavo del collo di Giuseppe, che lo bacia e ne è baciato. Una mossa piena di affettuosa grazia.

Dimenticavo di dire che Maria era stata sollecita a prendere gli arnesi di lavoro di Giuseppe, per lasciarlo libero di abbracciare il Bambino.

Poi Giuseppe, che si era accoccolato al suolo per mettersi all’altezza di Gesù, si rialza, riprende con la mano sinistra i suoi arnesi e tiene stretto sul petto robusto, con il braccio destro, il piccolo Gesù. E si avvia verso casa, mentre Maria va alla fonte ad empire la sua anfora.

Entrato nel recinto della casa, Giuseppe depone il Bambino, prende il telaio di Maria e lo porta in casa, poi munge la capretta. E Gesù osserva attentamente queste operazioni e quella della chiusura della capretta in un piccolo sgabuzzino posto su un lato della casa.

La sera cala. Vedo il rosso del tramonto farsi violaceo sulle sabbie, che per il calore sembrano tremolare. La piramide sembra più scura.

Giuseppe entra in casa, in una stanza della casa che deve essere officina, cucina, stanza da pranzo insieme. Si vede che l’altro ambiente è quello destinato al riposo. Ma in quello io non entro. Vi è un basso focolare acceso. Vi è un banco da falegname, una piccola tavola, degli sgabelli, delle mensole con su le poche stoviglie e due lumi ad olio. In un angolo, il telaio di Maria. E molto, molto ordine e nitore. Dimora poverissima ma pulitissima.

È questa un’osservazione che faccio: in tutte le visioni riguardanti la vita umana di Gesù, ho notato che tanto Lui come Maria, come Giuseppe, come Giovanni, sono sempre ordinati e puliti nella veste e nel capo. Abiti modesti e semplici acconciature, ma di una nitezza che li fa apparire signorili.

36.5

Maria torna con l’anfora e viene chiusa la porta sul crepuscolo calato rapidamente. La stanza è rischiarata da una lucerna, che Giuseppe ha accesa e messa sul suo banco, dove si curva a lavorare ancora intorno a delle piccole assi, mentre Maria prepara la cena. Anche il fuoco rischiara la stanza. Gesù, con le manine appoggiate al banco e la testolina volta in su, osserva ciò che fa Giuseppe.

Poi si siedono a mensa, dopo aver pregato. Non si fanno, è naturale, il segno di croce, ma pregano. È Giuseppe che prega e Maria risponde. Ma non capisco nulla. Deve essere un salmo. Ma è detto in una lingua che m’è affatto sconosciuta.

Poi si siedono a tavola. Adesso la lucerna è sulla tavola. Maria ha in grembo Gesù, al quale fa bere il latte della capretta nel quale intinge delle fettine di pane tolte ad una pagnottella tonda, dalla crosta scura, e scura anche nell’interno. Pare pane fatto con segala o con orzo. Certo ha molta crusca, perché è bigio. Intanto Giuseppe mangia pane e formaggio, una fettina di formaggio e molto pane. Poi Maria mette Gesù seduto su uno sgabelletto vicino a Lei e porta in tavola delle verdure cotte — mi sembrano lessate e condite come usiamo anche noi — e ne mangia Lei pure dopo che Giuseppe si è servito. Gesù rosicchia tranquillo la sua mela e sorride scoprendo i dentini bianchi. La cena termina con delle ulive o dei datteri. Non comprendo bene, perché per essere ulive sono troppo chiare e per essere datteri sono troppo duri. Vino, niente. La cena di povera gente.

Ma è tanta la pace che spira in questa stanza, che la visione di nessuna reggia pomposa me la poteva dare simile. E quanta armonia!

36.6 Gesù questa sera non parla. Non mi illustra la scena. Mi ammaestra col suo dono di visione e basta. Ne sia sempre e ugualmente benedetto.

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Descrizione fisica di Giuseppe all'inizio di MVC 36,4

EMR 36.8

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Giuseppe e Maria avevano Me, Dio vero, per loro Figlio, eppure non ebbero neppure il povero bene d’esser poveri ma nella loro patria, nel paese dove erano conosciuti, dove almeno c’era una casetta “loro” e il pensiero dell’alloggio non c’era a mettere un assillo fra i tanti, nel paese dove, per essere conosciuti, era più facile trovare lavoro e provvedere alla vita. Sono due profughi proprio per avere Me. Clima diverso, paese diverso, così triste rispetto alle dolci campagne della Galilea, lingua diversa, costumi diversi, in mezzo ad una popolazione che non li conosce e che ha la abituale diffidenza delle popolazioni per i profughi e per gli sconosciuti.

Privi di quei mobili comodi e cari della “loro” casetta, di tante cose umili e necessarie che là vi erano e che non parevano tanto necessarie, mentre qui, nel nulla che li circonda, sembrano addirittura belle come il superfluo che fa deliziose le case dei ricchi. Con la nostalgia del paese e della casa, col pensiero di quella povera roba lasciata là, dell’orticello dove più nessuno provvede, forse, alla vite e al fico e alle altre utili piante. E con la necessità di provvedere al vitto quotidiano, alle vesti, al fuoco giorno per giorno, a Me, bambino, al quale non può essere dato il cibo che è lecito dare a se stessi. E con tanta pena in cuore. Per la nostalgia, per l’incognita del domani, per la diffidenza della gente che è restia, specie nei primi tempi, ad accogliere le offerte di lavoro di due sconosciuti.

Eppure, l’hai visto. In quella dimora aleggia serenità, sorriso, concordia, e di comune accordo si cerca di farla più bella, anche nel misero orto, perché sia più simile a quella lasciata e più confortevole. Non vi è che un pensiero: quello che a Me, Santo, sia resa meno ostile la terra, meno misera a Me che vengo da Dio. Amore di credenti e di parenti che si estrinseca in mille cure, che vanno dalla capretta, acquistata con tante ore di lavoro in più, ai piccoli giocattoli intagliati negli avanzi del legno, ai frutti presi per Me solo, negando a sé un boccone di cibo.

Diletto padre mio della Terra, come sei stato amato da Dio, da Dio Padre nell’alto dei Cieli, da Dio Figlio, divenuto Salvatore, sulla Terra!

In quella casa non vi sono nervosismi, bronci, visi scuri, e non vi è rimprovero reciproco e tanto meno verso Dio, che non li colma di benessere materiale. Giuseppe non rimprovera a Maria d’esser causa del suo disagio, e Maria non rimprovera a Giuseppe di non saperle dare un maggiore benessere. Si amano santamente, ecco tutto, e perciò la loro preoccupazione non è il proprio benestare ma quello del coniuge. Il vero amore non conosce egoismo. E il vero amore è sempre casto, anche se non è perfetto nella castità come quello dei due vergini sposi. La castità unita alla carità porta seco tutto un corredo d’altre virtù e perciò fa, di due che si amano castamente, due perfezioni di coniugi.

L’amore di mia Madre e di Giuseppe era perfetto. Perciò era fomite ad ogni altra virtù e specie a quella della carità verso Dio, benedetto ad ogni ora, nonostante che la sua santa volontà fosse penosa alla carne e al cuore, benedetto poiché sopra la carne ed il cuore era più vivo e signore nei due santi lo spirito, e questo magnificava con riconoscenza il Signore per averli eletti a custodi del suo eterno Figlio.

Dettaglio

Maria ha appena avuto una visione della Sacra Famiglia in Egitto.

EMR 36.9

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

In quella casa regna umiltà. Quanta lezione di umiltà per voi superbi! Maria avrebbe avuto, umanamente, mille e mille ragioni di insuperbirsi e di farsi adorare dal coniuge. Tante fra le donne lo fanno soltanto per essere un poco più colte, o di natale più nobile, o di borsa più ricca del marito. Maria è Sposa e Madre di Dio, eppure serve — non si fa servire — il coniuge, ed è tutta amore per lui. Giuseppe è il capo di casa, giudicato da Dio tanto degno d’esser un capo famiglia, da ricevere da Dio in custodia il Verbo incarnato e la Sposa dell’eterno Spirito. Eppure è sollecito ad alleviare a Maria fatiche e lavori, e le più umili occupazioni di una casa le fa lui perché Maria non si affatichi, non solo, ma come può, per quanto può, la ricrea e si industria a farle comoda la casa e lieto di fiori l’orticello.

Dettaglio

Maria ha appena avuto una visione della Sacra Famiglia in Egitto.

EMR 37.1-3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

37.1 Vedo apparire, dolce come un raggio di sole in una giornata piovosa, il mio Gesù, piccolo bambino di un cinque anni circa, tutto biondo e bello nella semplice vesticciuola celeste che gli scende sino a metà dei polpacci torniti.

Giuoca nell’orticello con della terra. Ne fa dei mucchietti e sopra vi pianta dei rametti come facesse dei boschi in miniatura, coi sassolini fa le stradicciole, e poi vorrebbe fare un piccolo lago ai piedi delle sue minuscole colline, e prende perciò un fondo di qualche vecchia stoviglia e lo interra sino all’orlo, poi lo empie di acqua con un orciolo che tuffa in una vasca, certo adibita a lavatoio o innaffiatoio del piccolo orto. Ma non ottiene altro che di bagnarsi la veste, specie nelle maniche. L’acqua sfugge dal piatto sbocconcellato e forse incrinato e… il lago si asciuga.

Giuseppe appare sulla porta e, zitto zitto, sta a guardare per qualche tempo il lavorio del Bambino e sorride. Infatti è spettacolo che fa sorridere di gioia. Poi, per impedire che Gesù si bagni di più, lo chiama. Gesù si volge sorridendo e, vedendo Giuseppe, corre a lui con le braccine tese. Giuseppe, con un lembo della sua corta veste di lavoratore, asciuga le piccole mani terrose e bagnate e le bacia. E un dolce dialogo avviene fra i due.

Gesù spiega il suo lavoro e il suo giuoco e le difficoltà incontrate nell’eseguirlo. Voleva fare un lago come quello di Genazareth. (Da questo suppongo che gliene avevano parlato o che ve lo avevano condotto). Voleva farlo in piccolo per il suo diletto. Qui era Tiberiade, lì Magdala, là Cafarnao. Questa era la strada che conduceva, passando per Cana, a Nazareth. Voleva varare delle piccole barche nel lago — queste foglie sono barche — e andare sull’altra sponda. Ma l’acqua sfugge…

Giuseppe osserva e si interessa come di cosa seria. Poi propone di fare lui, domani, un piccolo lago, non col piatto sbocconcellato, ma con una piccola vasca di legno, ben stuccata e impeciata, sulla quale Gesù avrebbe potuto varare delle vere barchettine di legno, che Giuseppe gli avrebbe insegnato a fare.

37.2 Proprio ora gli portava dei piccoli attrezzi di lavoro, adatti a Lui, perché potesse imparare, senza fatica, ad usarli.

«Così ti aiuterò!», dice Gesù con un sorriso.

«Così mi aiuterai e diventerai un bravo falegname. Vieni a vederli».

Ed entrano nel laboratorio. E Giuseppe mostra un piccolo martello, una piccola sega, dei minuscoli cacciavite, una pialla da bambola, deposti su un bancone da falegname in erba: un bancone adatto alla statura del piccolo Gesù.

«Vedi, per segare si mette questo legno appoggiato così. Si prende la sega così e, facendo attenzione di non andare contro le dita, si sega. Prova…».

E la lezione comincia. E Gesù, divenendo rosso nello sforzo e stringendo le labbra, con attenzione sega e poi liscia la piccola asse con la pialla e, anche se è alquanto storta, gli pare bella, e Giuseppe lo loda e gli insegna a lavorare con pazienza e amore.

37.3 Torna Maria, che certo era fuori di casa, e si affaccia al­l’uscio e guarda. I due non la vedono, perché hanno le spalle voltate. La Mamma sorride nel vedere lo zelo con cui Gesù lavora di pialla e l’affetto con cui Giuseppe lo ammaestra.

Ma Gesù deve sentire quel sorriso. Si volge, vede la Mamma e corre a Lei colla sua assicciuola semipiallata e gliela mostra. Maria ammira e si curva a baciare Gesù. Gli ravvia i riccioli scomposti, gli asciuga il sudore sul viso accaldato, ascolta con affetto Gesù che le promette di farle uno sgabelletto per stare più comoda quando lavora.

Giuseppe, ritto presso al minuscolo banco, con la mano sul fianco, guarda e sorride.

Ho assistito alla prima lezione di lavoro del mio Gesù. E tutta la pace di questa Famiglia santa è in me.