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Note della parola chiave

Il dominio dell'uomo sul proprio ego

Comfort di lettura

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EMR 17.1-2.6-7

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

Non si legge nella Genesi che Dio fece l’uomo dominatore su tutto quanto era sulla Terra, ossia su tutto meno che su Dio e i suoi angelici ministri? Non si legge che fece la donna perché fosse compagna all’uomo nella gioia e nella dominazione su tutti i viventi? Non si legge che di tutto potevano mangiare fuorché dell’albero della scienza del Bene e del Male? Perché? Quale sottosenso è nella parola “perché domini”? Quale in quello dell’albero della scienza del Bene e del Male? Ve lo siete mai chiesto, voi che vi chiedete tante cose inutili e non sapete chiedere mai alla vostra anima le celesti verità? (...)

17.2 Se sapeste interrogare la vostra anima, essa vi direbbe che il significato vero, esatto, vasto quanto il creato, di quella parola “domini” è questo: “Perché l’uomo domini su tutto. Su tutti i suoi tre strati[4]. Lo strato inferiore, animale. Lo strato di mezzo, morale. Lo strato superiore, spirituale. E tutti e tre li volga ad un unico fine: possedere Dio”. Possederlo meritandolo con questo ferreo dominio, che tiene soggette tutte le forze dell’io e le fa ancelle di questo unico scopo: meritare di possedere Dio. Vi direbbe che Dio aveva proibito la conoscenza del Bene e del Male, perché il Bene lo aveva elargito alle sue creature gratuitamente, e il Male non voleva che lo conosceste, perché è frutto dolce al palato ma che, sceso col suo succo nel sangue, ne desta una febbre che uccide e produce arsione, per cui più si beve di quel suo succo mendace e più se ne ha sete. (...)

17.6 Iniziò sola il peccato. Lo portò a termine col compagno. Ecco perché sulla donna pesa condanna maggiore. È per lei che l’uomo è divenuto ribelle a Dio e che ha conosciuto lussuria e morte. È per lei che non ha più saputo dominare i suoi tre regni: dello spirito, perché ha permesso che lo spirito disubbidisse a Dio; del morale, perché ha permesso che le passioni lo signoreggiassero; della carne, perché l’avvilì alle leggi istintive dei bruti. “Il Serpente mi ha sedotta”, dice Eva. “La donna m’ha offerto il frutto ed io ne ho mangiato”, dice Adamo. E la cupidigia triplice abbranca da allora i tre regni dell’uomo.

17.7 Non c’è che la Grazia che riesca ad allentare la stretta di questo mostro spietato. E, se è viva, vivissima, mantenuta sempre più viva dalla volontà del figlio fedele, giunge a strozzare il mostro ed a non aver più a temere di nulla. Non dei tiranni interni, ossia della carne e delle passioni; non dei tiranni esterni, ossia del mondo e dei potenti del mondo. Non delle persecuzioni. Non della morte. È come dice l’apostolo Paolo: “Nessuna di queste cose io temo, né tengo alla mia vita più di me, purché io compia la mia missione ed il ministero ricevuto dal Signore Gesù per rendere testimonianza al Vangelo della Grazia di Dio”.

EMR 180.2 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

« Io ero ricco e potente. Se Dio non mi avesse voluto conservare per un suo fine, io sarei perito nella disperazione quando fui perseguitato e lebbroso. Avrei infierito su me stesso… Invece nel mio crollo completo scese una ricchezza nuova che non avevo mai posseduta prima, la ricchezza di una persuasione: “Dio c’è”. Prima… Dio… Sì, ero credente, ero un fedele israelita. Ma era una fede di formalismi. E mi pareva che il premio della stessa fosse sempre inferiore alle mie virtù. Mi permettevo di discutere con Dio perché mi sentivo ancora qualcosa sulla Terra. Simon Pietro ha ragione. Io pure costruivo una torre di Babele con le autolodi e le soddisfazioni del mio io. Quando tutto mi crollò addosso, e fui un verme schiacciato dal peso di tutto questo inutile umano, allora non discussi più con Dio, ma con me stesso, col mio pazzo me stesso, e finii di demolirlo. E più lo facevo, facendo strada a ciò che io penso sia il Dio immanente sul nostro essere di terrestri, ecco che raggiungevo una forza, una ricchezza nuova. La certezza che non ero solo e che Dio vegliava sull’uomo vinto dall’uomo e dal male».

«Secondo te, che pensi che sia Dio, questo che tu hai detto “il Dio immanente sul nostro essere di terrestri”? Che vuoi dire? Non ti comprendo e mi pare un’eresia. Dio è quello che conosciamo attraverso la Legge ed i Profeti. Non ve ne è altro», dice un poco severo Giuda Iscariota.

«Se ci fosse Giovanni te lo direbbe meglio di me. Ma io te lo dico come so. Dio è quello che conosciamo attraverso la Legge e i Profeti. È vero. Ma in che lo conosciamo? Come?».

Giuda d’Alfeo scatta: «Poco e male. Ancora lo conoscevano essi, i Profeti che ce lo hanno descritto. Noi ne abbiamo l’idea confusa che trapela dall’ingombro di tutta una catasta accumulata dalle sètte…».

«Sètte? Ma come parli? Noi non abbiamo sètte. Noi siamo i figli della Legge. Tutti», dice l’Iscariota sdegnato, aggressivo.

«I figli delle leggi. Non della Legge. È una lieve differenza. Dal singolare al plurale. Ma nella sua realtà ciò è: che siamo figli di ciò che abbiamo creato, e non più di ciò che Dio ci ha dato», ribatte il Taddeo.

«Le leggi sono nate dalla Legge», dice l’Iscariota.

«Anche le malattie nascono dal nostro corpo, e non mi vorrai dire che sono cose buone», replica il Taddeo.

«Ma lasciatemi sapere cosa è il Dio immanente di Simone Zelote». L’Iscariota, che non può ribattere alla osservazione di Giuda d’Alfeo, cerca di ricondurre la questione al punto di partenza.

Dettaglio

Parla Simone lo Zelota.

EMR 195.1-2 · Volume 3

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Citazione

«Gesù è Dio».

«Lo so, lo credo. Più di te. Perché io sono rinato per sua opera, tu no. Ma per quanto Lui sia il Buono, è sempre Lui, Dio, ed il povero disgraziato che io sono non osa trattarlo con la tua famigliarità. Gli parla la mia anima… ma il labbro non osa. L’anima, e penso che Egli la senta nei suoi pianti di riconoscente e penitente amore».

195.2

«È vero, Giovanni. Io sento la tua anima». Gesù entra nella conversazione dei due. Giuda arrossisce di vergogna, l’uomo di Endor di gioia. «Io sento la tua anima, è vero. E sento anche il lavoro della tua mente. Hai detto bene. Quando ti sarai formato in Me, molto ti gioverà essere stato maestro e scolaro attento. Parla, parla, anche con te stesso…».

«Una volta, Maestro, e non è molto, mi hai detto che è male parlare col proprio io», osserva impertinente Giuda.

«È vero, l’ho detto. Ma era perché tu facevi mormorazione col tuo proprio io. Quest’uomo non mormora, medita, e con fine buono. Non fa male».

Dettaglio

Giuda disse a Giovanni di Endor:

Annotazione

- Esatto, l'ho detto. In EMV 183.1.