70.3 Escono nell’uliveto. Ma prima Giovanni ha preso qualcosa dalla sacca messa nell’angolo. Camminano per un poco e giungono su un ciglio dal quale si vede tutta Gerusalemme.
«Sediamoci qui e parliamo fra noi», dice Gesù.
Ma Giovanni preferisce sedersi ai suoi piedi, sull’erbetta corta, e sta col braccio posato sui ginocchi di Gesù, col capo reclino sul braccio, guardando ogni poco il suo Gesù. Pare un bambino presso la persona a lui più cara. «È bello anche qui, Maestro. Guarda come pare grande la città di notte. Più che di giorno».
«È perché il lume di luna ne sfuma i contorni. Vedi, sembra che il limite si allarghi in una luminosità d’argento. Guarda il sommo del Tempio, lassù. Non sembra sospeso nel vuoto?».
«Pare che lo portino gli angeli sulle loro ali d’argento».
Gesù sospira.
«Perché sospiri, Maestro?».
«Perché gli angeli hanno abbandonato il Tempio. Il suo aspetto di purezza e santità è solo circoscritto alle mura. Quelli che dovrebbero darglielo nell’anima — perché anche ogni luogo ha la sua anima, ossia ha lo spirito per cui fu elevato, e il Tempio ha, dovrebbe avere, anima di preghiera e santità — sono i primi a toglierglielo. Non si può dare ciò che non si possiede, Giovanni. E se molti sono i sacerdoti ed i leviti che là vivono, non ve ne è neppure un decimo che sia atto a dar vita al Luogo Santo. Morte dànno. Comunicano ad esso la morte che è nel loro spirito, morto a ciò che è santo. Hanno le formule. Non hanno la vita delle stesse. Sono cadaveri che sono caldi solo per la putrefazione che li gonfia».
«Ti hanno fatto del male, Maestro?». Giovanni è tutto in pena.
«No. Anzi mi hanno lasciato parlare quando ho chiesto di farlo».
«Lo hai chiesto? Perché?».
«Perché non voglio essere Io quello che inizia la guerra. La guerra verrà lo stesso. Perché Io farò una stolta paura umana ad alcuni e sarò un rimprovero per altri. Ma questo deve esser sul loro libro. Non sul mio».